Ho visto cose che …

Nel momento più struggente del celebre film fantascientifico di Ridley Scott ‘Blade Runner‘, il replicante Roy Batty prima di morire declamava: Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare … .
Come giustamente viene indicato in wikipedia, Roy sta ricordando la sua partecipazione a eventi spettacolari e si rammarica per il fatto che quelle memorie svaniranno insieme a lui, sottolineando le caratteristiche umanoidi del replicante insieme alle sue capacità artificiali. La gentile evocazione di memorie, esperienze e passioni che hanno guidato la breve vita di Roy ne sottolinea ancora più un lato “umano”.

Lo so, io non sono un replicante, ma anch’io posso dire di avere visto cose … probabilmente non eventi spettacolari e singolari, ma comunque tali da non dover essere dimenticati nell’oblio, ma che anzi val la pena ricordare per forse sperare in un futuro migliore.

Lo so, anche questo è un post che pensavo venisse breve e che invece breve non ė rimasto, ma i ricordi incalzano e sono davvero tanti riferendosi a 34 anni della mia vita!
Inoltre lo sapete … l’essere sintetico non è talvolta una delle mie peculiarità! 🙃

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Ho visto un centro di ricerca nato verso la metà degli anni ’60, con poco più di 100 dipendenti, con un’unica sede costruita senza badare a spese, seppur edificata in una periferia inoltrata dove, si racconta, un tempo esistesse una discarica della città, d’altra parte ancor oggi non molto distante in linea d’aria.

Ho visto la sua torre alta ben 75 metri, progettata da un architetto che le ha saputo imprimere un aspetto unico nel suo genere. Ho visto dalla sua cima, raggiungibile tramite un piccolo ascensore presente al suo interno, il paesaggio di una periferia abbruttita da capannoni industriali, rottamatori e discariche, laddove un tempo c’erano probabilmente prati e cascine.

Ho visto quel centro di ricerca progettare sistemi innovativi, contribuire alla definizione di standard in diversi ambiti tecnologici, collaborando con le maggiori realtà di innovazione europee e mondiali.

Ho visto persone mandate in ogni parte del mondo a seguire progetti internazionali ed enti di standardizzazione, talvolta anche da neoassunti e quindi inizialmente senza una preparazione adeguata: talvolta per farli “crescere”, altre volte più semplicemente perché si doveva presenziare formalmente, poco importava se uno non fosse poi in grado di contribuire più di tanto!

Ho visto gonfiare la lista delle spese di trasferte, perché eravamo sì in un centro di ricerca prestigioso … ma eravamo anche in Italia 🙄. Ho visto taxisti, soprattutto di Roma, proporti loro stessi di essere disposti ad indicare un importo maggiore nella ricevuta, in cambio di un’opportuna mancia: il perché è sempre lo stesso e, si sa, la capitale di una nazione generalmente ne esalta spesso non solo i suoi pregi, ma anche i suoi difetti e limiti!

Ho visto da sempre persone andare al lavoro vestite normalmente, senza dover rispettare la formalità di una giacca e di una cravatta, certo inutili in molte situazioni lavorative, ma comunque d’obbligo (soprattutto decenni fa) in molti altri ambienti (e.g. FIAT, banche). Se si vedeva qualcuno nei corridoi in giacca e cravatta, probabilmente si trattava di un usciere, del postino o, al limite, si doveva a qualche riunione formale in sede con invitati esterni!

Ho visto per decenni distribuire a tutti, ogni due anni, due camici bianchi (in modo da averne sempre uno di ricambio pulito!) molto simili a quelli ospedalieri e che forse inizialmente potevano avere un’utilità quando si saldava ancora o c’erano forse aree sterili per realizzare circuiti integrati, ma in seguito sicuramente no. Comunque ancora negli anni ’90 c’era sempre qualcuno che ancora li indossava abitualmente, non certo per necessità, ma forse perchè faceva molto ricercatore … e poi non si rischiava di macchiarsi in mensa!

Ho visto da sempre usare la seconda persona singolare per rivolgersi a qualsiasi collega, segretaria, perito, laureato o dirigente che fosse, superando così quel distacco lessicale, dettato da un differente livello di categoria, che continua invece ad esistere tutt’oggi in altri ambiti lavorativi (e.g. medico ed infermiere, avvocato e segretaria). Forse è per questo che, seppur usato in modo simmetrico, il dare del Voi mi è sempre suonato così strano!

Ho visto una mensa gestita per decenni da una cooperativa degli stessi lavoratori, dove la qualità oltre che la varietà dei piatti erano davvero unici per un desinare lavorativo.
Ho visto distribuire a tutti i clienti un bel cavatappi tradizionale di legno in occasione del trentennale della fondazione di quella cooperativa.
Ho visto, dopo decenni di onorata gestione, finire questa realtà di autogestione per la volontà dell’Azienda di uniformare a livello nazionale l’appalto delle mense.
Ho visto comunque sia una continuità degli addetti sia il mantenimento della qualità/varietà del cibo a livelli più che accettabili.
Ho visto le inservienti generalmente sempre cordiali, sorridenti e talvolta persino scherzose con noi clienti, al punto tale da tirarti su il morale se era una giornata storta!

Ho visto (seppur gli straordinari non fossero, in generale, quasi mai contemplati) persone fermarsi al lavoro fino a tarda ora, lavorare a casa la sera, addirittura durante i weekend o in ferie, per finire in tempo un’attività oppure anche semplicemente perché desiderose di portare a termine un problema tecnico irrisolto.

Ho visto persone che, agli albori di quello che sarebbe poi stato Internet, da anni navigavano tra server sparsi nel mondo per provare già ad offrire alcuni di quei servizi che oggi sono diventati di uso comune.

Ho visto case editrici anche prestigiose pubblicare articoli non solo tecnici ma anche di tipo divulgativo, di colleghi che avevano il pregio non solo di sapere le cose, ma anche di riuscire a spiegarle in modo comprensibile ai più.

Ho visto dare la possibilità a ciascun ricercatore di abbonarsi a riviste non solo tecniche ma anche culturali (e.g. National Geographic, Speak-up)  fino ad una spesa massima che in genere consentiva di poter effettuarne due. Un benefit tra i primi poi eliminati con l’inizio dei tagli di budget iniziati, se ben ricordo, ad inizio secolo.

Ho visto gruppi lavorare su attività simili (se non analoghe) e talvolta non collaborare (come si sarebbe dovuto per giungere a risultati comuni migliori) per specifica ottusità di qualche responsabile in struttura … sebbene poi le persone operative spesso si scambiassero comunque informazioni ed esperienze.

Ho visto quel centro di ricerca crescere fino a 1200 addetti, tre quarti dei quali laureati usciti dagli studi con un’alta votazione, spesso la massima, distribuiti su cinque sedi presenti in una medesima città.

Ho visto persone, orgogliose di lavorare per quel centro di ricerca prestigioso, poi quasi vergognarsi nel dover dire, anche solo ad amici e parenti, di essere state inglobate in una mega azienda, non altrettanto prestigiosa ed in cui si era diventati un numero tra i molti.
Ho visto poi chiudere tutte le sedi esterne a quella principale (a parte una piccola colonia poi ancora sopravvissuta per motivi logistici) e, negli anni, decimare a poche centinaia il numero dei colleghi ivi presenti.

Ho visto uniformare quelli che erano degli avanzati e snelli sistemi informatici di gestione di un centro di ricerca e dei suoi documenti tecnici prodotti, a quelli mastodontici preesistenti nella grande azienda, spesso legati a tecnologie ormai superate.

Ho visto adottare, in modo generalizzato, sistemi di security sempre più stringenti, complicando inevitabilmente la praticità negli sviluppi e nell’esecuzione dei test che un’attività di ricerca ovviamente richiede.

Ho visto, per l’acquisto di apparecchiature tecniche (necessarie a sperimentazioni), tempi inspiegabilmente lunghi per via delle autorizzazioni necessarie … e la mancanza sempre di un’ultima firma perchè si potesse procedere!
Ho visto poi delle acquisizioni a costi non certo competitivi … insomma, anche solo con un’ordinazione su Amazon come privato, si sarebbero pagate meno e ricevute in pochi giorni!

Ho visto dover passare attraverso broker anche per l’acquisto di una licenza SW, con conseguenti relative problematiche nella gestione delle licenze o delle credenziali di accesso qualora fosse un qualcosa fruibile su un Cloud.

Ho visto colleghi geniali e con competenze tecniche spesso uniche nel settore, sempre disponibili a condividere le loro conoscenze: se si aveva un dubbio o un problema su un determinato settore tecnico, c’era sempre qualcuno su cui poter contare per chiedere delucidazioni!
Ma ho visto anche girovagare colleghi “fusi” o borderline, per i quali veniva addirittura da chiedersi come potessero essere stati assunti e come fossero potuti uscire dagli studi universitari con quelle alte votazioni richieste come prerequisito!

Ho visto gruppi di colleghi far nascere in Italia studi sulle fibre ottiche, sui circuiti integrati, sul riconoscimento/sintesi vocale in italiano. Sì, lo ammetto, ho anche visto (ed ascoltato per intero, tanto non durava molto!) il disco a 45 giri in plastica flessibile in cui si sente il computer che canta San Martino campanaro (1978) … ed in qualche cassetto di casa ce lo devo ancora avere!
Ho visto poi creare spin-off, portando così fuori dall’azienda in massa tutti coloro che per anni avevano contribuito a quegli studi reputati poi non più strategici.

Ho visto nascere noti standard audio video (e.g. MP3, MPEG-1, MPEG-2), ascoltato (separato solo da una barriera di un open-space) le telefonate, talvolta in giapponese, di colui che ha coordinato il gruppo internazionale degli esperti che li ha prodotti.
Ho visto la sperimentazione di sistemi DRM per la vendita di musica rispettando i diritti d’autore, … una marea di codice che tuttavia non ha portato poi a nulla! Ho visto un responsabile, proprio di quel settore, dire palesamente che non credeva nella possibilità di crescita della vendita della musica digitale online, credendo in cuor suo (lui collezionista di dischi) che la clientela avrebbe comunque sempre dato importanza al supporto fisico, con copertina ed allegati: il presente, tuttavia, ha dimostrato a posteriori l’infondatezza delle sue previsioni, dettate probabilmente dalla sua passione per i vinili ed i supporti fisici d’altri tempi …

Ho visto la certificazione ISO 9000 venire applicata al Centro di Ricerca … e sbiancare il capo di uno dei progetti scelti per l’ispezione, dovendo, nel giro di poco tempo, generare (a posteriori) quella miriade di best practice che quella certificazione imponeva!

Ho visto collaborazioni con università prestigiose e diverse tesi venire sviluppate, internamente all’Azienda, da laureandi di grandi capacità, molti dei quali poi migrati altrove non rendendosi disponibili per tempo dei posti per una loro assunzione.

Ho visto progetti di ricerca, di ampio respiro e a lungo termine, morire poi da un giorno all’altro perchè non producevano prospettive di guadagno a breve termine.

Ho visto progetti europei con decine e decine di partner, con finanziamenti talvolta parziali ma comunque enormi, durare anche diversi anni e non portare a grandi risultati concreti e tali, secondo me, da giustificare un così grande dispendio di risorse pubbliche.
Ho visto alcuni partner di questi progetti neppure partecipare attivamente alle call ed alle riunioni periodiche, figuriamoci agli sviluppi, contribuendo perciò quasi nulla alle attività richieste. Ho visto responsabili editoriali di un deliverable, dover inventare o perlomeno ipotizzare dei dati per mancanza di contributi da parte di alcuni partner.
Ho visto il fardello di una burocrazia che prendeva almeno il 60% del tempo lavorato per quei progetti.

Ho visto centinaia di pagine di deliverable a fronte di poche righe di codice … insomma, la vittoria del cosiddetto Cart-Ware, come taluni lo chiamano con triste ironia!

Ho visto esaminatori della Commissione, predisposti a verificare l’andamento di un progetto ed a decidere il prosieguo delle sue attività, preoccuparsi principalmente di controllare gli aspetti formali più di quelli di sostanza, cioè di quelli che avrebbero portato a risultati concreti e duraturi nel tempo anche al suo termine.

Ho visto un progetto, che come molti non aveva portato a nulla di duraturo, a distanza di anni dalla sua (misera) fine, essere persino elencato tra quelli che avevano prodotto i migliori risultati!

Ho visto (e, in questo caso, sarebbe meglio dire “sentito”) centinaia di call, con discussioni per di più inutili, dove il principale accrescimento tecnico/culturale era semmai dovuto all’aspetto linguistico, essendo generalmente effettuate in inglese.

Ho visto deliverable rifiutati perché  le frecce e i cerchi, per evidenziare una parte di una figura, erano stati disegnati a mano (i.e le righe non erano quindi esattamente diritte ed i cerchi non erano quelli di Giotto) o perchè mancava un capitolo esplicito su aspetti tecnici comunque evidenziati in un’altro esistente, mentre ho visto accettarne altri che erano spudoratamente un cut&past di informazioni reperibili su web o su deliverable di precedenti progetti.

Ho visto progetti di ricerca anche nazionali partire con un ritardo di anni, rispetto alla data di presentazione della proposta, e quindi inevitabilmente essere già “vecchi” fin dal loro effettivo inizio, in un mondo dove la tecnologia ed i servizi evolvono continuamente.

Ho visto progetti, inizialmente preventivati di una certa durata e per avere determinati risultati, ridursi drasticamente temporalmente/economicamente per tagli ai finanziamenti inizialmente indicati e quindi portare a risultati intermedi per di più irrilevanti, senza quindi dare alcuna possibilità per una loro evoluzione futura.

Ho visto progetti di ricerca nazionali venir pagati anche dopo più di tre anni il loro termine … e viene quindi da chiedersi come possano piccole realtà essere in grado di sopravvivere a ritardi così irragionevoli!

Ho visto persone spendere molto tempo ed energia per presentare proposte di progetti finanziati, forse risorse eccessive rispetto sia a quello che si sarebbe poi speso per lavorarci realmente, una volta eventualmente approvati, sia ai risultati che si sarebbero conseguiti anche a livello di conoscenze.

Ho visto responsabili chiedere, anche a persone che in realtà facevano tutt’altro, di rendicontare ore su quei progetti per raggiungere il quorum di finanziamenti previsto, ma visto l’andazzo globale di altri partner, quello sembrava davvero essere il meno!

Ho visto persone spedite a seguire progetti inutili, probabilmente solo perché finanziati, facendo così perdere loro nel tempo quelle vere competenze tecniche necessarie ad una sana ricerca: discussioni futili e privi di fondamenti tecnici non aiutano certo al progresso di una Persona o dell’Umanità.

Ho visto e partecipato spesso a panel di usabilità per sperimentare nuovi servizi e sistemi anche da un punto di vista dell’usabilità, con coinvolgimento di un’utenza varia per poter effettuare valutazioni oggettive e quindi proporre le procedure/interfacce più appropriate, senza lasciare nulla al caso. Tuttavia, mi viene da pensare, guardando come operano ormai da anni diverse importanti ditte che sviluppano SW (in primis Microsoft e Google), che forse sarebbe magari più opportuno lanciare prima sul mercato un prodotto così com’è inizialmente, senza attendere ulteriormente per raffinarlo, e poi aspettare i feedback degli utilizzatori (rendendo ovviamente agevole quell’invio di commenti/suggerimenti da parte loro) da poi ovviamente gestire propriatamente lato sviluppi, per dare una giusta priorità a sue modifiche e/o evoluzioni.

Ho visto le prime applicazioni di realtà aumentata, la televisione in 3D, lo streaming di film/servizi video, servizi di localizzazione ed altri relativi a soluzioni verticali, quando non esisteva ancora nulla di analogo sul mercato.
Ho visto e sperimentato a casa, anche per diversi mesi, prototipi vari di alcune di quelle soluzioni.
La maggior parte degli stessi li ho visti poi morire nel nulla, superati spesso da prodotti di start-up che, spesso in altre parti del mondo, avevano per tempo compreso l’importanza di lanciare subito sul mercato una soluzione SW, magari in beta e con funzionalità minimali, ma sufficienti per comprenderne l’apprezzamento o meno da parte del pubblico, per poi farlo eventualmente successivamente evolvere utilizzando meccanismi di sviluppo agile e di continuous deployment anche sulla base dei feedback soprattutto da parte di insider.

Ho visto sia schemi funzionali (attaccati con lo scotch sugli armadi di diversi uffici) sia poster appesi sulle pareti dei corridoi, imperterriti mantener ancor viva la memoria di alcune di quelle occasioni mancate!

Ho visto una nuova versione di un SW commerciale venire rilasciata al pubblico ben tre mesi dopo che ne erano stati ultimati gli sviluppi da parte di colleghi. Sapendo della sua esistenza (ed anzi usandola io stesso, essendomi fatto passare l’apk), ho continuato per quei mesi a stupirmi di quel ritardo nel rilascio, tanto più continuando a leggere nei forum post di clienti che stavano aspettando da tempo la disponibilità di quella versione compatibile con l’apparato che possedevano.

Ho visto sistemi di prototipazione avanzata rimanere bloccati nell’evoluzione per troppi mesi, prima di essere ingegnerizzati e poi morire per decorso tempo massimo, in un’economia sempre più frenetica che impone il rispetto del time to market.

Ho visto una dirigente cercare, in modo strutturato ed uniformato, di introdurre negli sviluppi interni quei meccanismi lean e di continuous deployment ormai diventati indispensabili in una qualsiasi produzione di SW e questo non solo in ambito consumer. E poi, dopo sforzi di diversi suoi collaboratori, l’ho vista trasferita ad altre funzioni e con lei morire quell’impronta comune di metodologia di sviluppo che si era incominciata faticosamente a creare tra i diversi gruppi.

Ho visto programmatori scrivere valanghe di codice finalizzato principalmente a realizzare demo da esibire internamente e/o esternamente all’Azienda, spesso utilizzando soluzioni ad-hoc, ben sapendo che il tutto non avrebbe comunque avuto un seguito commerciale, avendo uno scopo pubblicitario fine a se stesso.
Ho visto diverse persone impegnate ad approntare demo con assidue collaborazioni dei colleghi del territorio per mettere a punto le condizioni necessarie perché un evento potesse comunque andare a buon fine, nonostante ci fossero talvolta oggettive limitazioni nelle tecnologie usate, non ancora del tutto consolidate.
Ho visto questi colleghi talvolta addirittura sfidare impreviste avversità climatiche e doversi improvvisare ad usare di tutto (e.g. ombrelli, sacchetti di plastica, cartoni) per proteggere dalle intemperie delle apparecchiature.

Ho visto responsabili richiedere esplicitamente, ai collaboratori presenti ad una demo, di non rivelare ai dirigenti superiori che, per far funzionare le cose, si erano dovute utilizzare soluzioni ad-hoc e/o tecnologie differenti da quelle previste. Viene da chiedersi quale può essere l’utilità di nascondere una realtà, tanto più internamente ad un’Azienda, e come possano poi le persone che hanno potere decisionale, effettuare le scelte più opportune avendo solo una visione filtrata della situazione effettiva …

Ho visto politici partecipare ad eventi, probabilmente principalmente per potersi far riprendere dai fotografi ed intervistare dai giornalisti e talvolta per autoprodursi addirittura una diretta Facebook per ottenere quindi pubblicità non solo sui giornali ma anche sul Web. Ne ho visto uno, in particolare, addirittura indispettito perchè delle forze dell’ordine avevano fermato distanti tutti, compresi i giornalisti ed i fotografi, per cui questi ultimi non avrebbero potuto immortalarlo con una foto insieme all’oggetto dell’innovazione!

Ho visto pubblicizzare come commerciali, dai diversi provider, tecnologie che oggettivamente avevano invece ancora serie limitazioni e problematiche derivanti dagli apparati stessi forniti dai produttori, se non addirittura dallo stesso stato di mancato consolidamento delle specifiche tecniche a livello di standardizzazione.

Ho visto valide tecnologie messe da parte solo per decisione politica, probabilmente presa da chi aveva una visione miope di quello che sarebbe potuto essere il futuro o aveva interessi a favorire certi attori.

Ho visto interi armadi pieni di prezioso materiale (che si sarebbe dovuto utilizzare per un progetto verticale, fatto morire anzitempo nonostante le diverse sperimentazioni positive) diventare obsoleto e deteriorarsi negli anni, non trovando neppure più uno sbocco in una sua donazione ad ONLUS o quant’altro … e questo solo per problemi burocratici.

Ho visto nascere brevetti importanti che avrebbero poi lasciato un segno in diversi ambiti, ma ne ho visti anche molti altri, non di particolare rilievo, nascere solo perchè periodicamente veniva richiesto dall’alto artificialmente di accrescerne il numero, senza preoccuparsi del costo sia nel produrli sia poi nel mantenerli nel tempo, seppur non strategici. Quello che importava maggiormente sembrava essere il loro numero … forse da mostrare sulla bilancia ad eventuali acquisitori di spin-off.

Ho visto per anni valutare principalmente le capacità manageriali a scapito delle competenze tecniche, sempre più considerate rimpiazzabili con consulenti esterni.
Ho visto quindi delegare sempre più le attività di sviluppo a personale esterno, seguito troppo spesso da colleghi impegnati invece principalmente a far fronte ad una burocrazia crescente e quindi, nel tempo, impoveriti di quelle competenze tecniche comunque indispensabili per poter gestire ed indirizzare proficuamente degli sviluppi.

Ho visto distribuire a tutti i dipendenti del Centro di Ricerca, una prestigiosa penna dal pennino d’oro in occasione dell’anniversario del trentennio della sua nascita.
Ho visto, non molti anni dopo, inviare una mail ai dipendenti in cui si preannunciava, in occasione di un Natale, un esilarante regalo aziendale che ciascuno “sarebbe stato orgoglioso di indossare“, creando ovviamente grandi aspettative … per poi scoprire che si trattava di un orologio gadget, da poche migliaia di lire, opportunamente brandizzato!

Ho visto consulenti, anche non più giovani e con grandi capacità tecniche, mal pagati talvolta anche perchè assunti da ditte di consulenza non certificate dall’Azienda, per cui c’erano ben due passaggi per farli lavorare da noi.

Ho visto ditte di consulenza dover ridurre drasticamente gli utili per poter essere scelte tra quelle certificate dall’Azienda.

Ho visto consulenti che per anni avevano lavorato con noi con la partita iva, dover necessariamente passare attraverso una delle ditte di consulenza certificate per poter rimanere da noi.

Ho visto generalmente nessuna divisione tra dipendenti e consulenti, il che creava una collaborazione che andava ben oltre le diversità contrattuali.
Ho visto consulenti spostati altrove e dispiacersi di ciò, penso proprio principalmente per quell’ambiente di amicizia e comunanza che si era instaurato tra loro e noi dipendenti.

Ho visto decine di consulenti mandati a casa, da un giorno all’altro, perché una nuova dirigenza aveva deciso di tagliare drasticamente tali costi;
… senza preoccuparsi troppo che attività di sviluppo (anche legate a contratti in corso) avrebbero subìto inevitabilmente un arresto di settimane (se non di mesi) prima che la situazione tornasse alla normalità;
… senza preoccuparsi troppo se poi quelle stesse risorse umane esterne sarebbero state ancora disponibili per garantire una continuità negli sviluppi;
… senza preoccuparsi troppo dell’inevitabile peggioramento del clima aziendale, anche tra i dipendenti stessi.

Ho visto un susseguirsi di amministratori delegati, rimasti ciascuno spesso pochi anni o addirittura solo mesi, liquidati poi con buone uscite da favola, probabilmente immotivate visti gli esiti della loro gestione.
Ho visto uno di costoro addirittura svendere beni immobiliari dell’Azienda, forse per diminuirne i debiti, forse per favorire altre realtà imprenditoriali allo stesso collegate.

Ho visto un alto dirigente organizzare una giornata di coordinamento delle persone del suo gruppo in un magnifico castello, con tanto di pullman per gli spostamenti, hostess al ricevimento, catering raffinato con incluso spettacolo di cabaret, psicologo per disquisire su tipici luoghi comuni (e.g. il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno) e per coordinare lavori di gruppo, tesi a rafforzare lo spirito di appartenenza (nel nostro caso specifico sicuramente non necessario, esistendo già da sempre una sentita collaborazione a basso livello). Tutto questo quando in Azienda già si effettuavano da tempo dei necessari tagli di budget, al punto da arrivare persino al razionamento dei fogli per le fotocopie!

Ho visto persone, nel tempo, prendere a nausea l’accento romanesco, probabilmente per via di alcune relazioni intercorse con colleghi altolocati appartenenti alla direzione generale presente nella capitale.
Ho visto un direttore cercare di motivare dei dipendenti con un discorso preparato con sciatteria lessicale, esposto con buona dose di arroganza e volgarità, pur sapendo che sarebbe stato registrato per una sua massima diffusione anche tra i non presenti: ancora oggi il web mantiene traccia di quell’atteggiarsi tipico di una certa dirigenza aggressiva nella sua ignoranza, quale esempio da non seguire per i posteri! Purtroppo ancora oggi, ad anni di distanza, la stessa arroganza ed ignoranza si può ascoltare nei discorsi di alcuni rilevanti esponenti politici, quindi da persone con un potere decisionale ancora maggiore!

Ho visto, spesso dopo una delle molteplici ristrutturazioni gerarchiche, un capo del capo del capo … (talvolta neppure presente di persona, bensì collegato in videoconferenza, generalmente da Roma) riunire nell’auditorium tutti i collaboratori per un discorso di forma che aveva pressappoco gli stessi contenuti degli altri già ascoltati precedentemente (e.g. “sono orgoglioso di guidare questo prestigioso gruppo …“, “raggiungeremo, con l’aiuto di tutti voi, risultati importanti …“) … magari iniziando però la comunicazione con un ritardo addirittura superiore a quello accademico, evidentemente incurante dell’attesa di molti. Almeno una volta è capitato che si trattasse dello stesso dirigente che poche settimane prima, ad una demo pubblica, non si era nemmeno degnato di rivolgere un ringraziamento ad alcuni di quegli stessi colleghi che si erano adoperati perché il tutto si svolgesse per il meglio.
Ho visto però anche un capo del capo del capo … ringraziare sentitamente (senza alcun distacco gerarchico) semplici dipendenti durante un evento importante, magari anche solo per essere stato fotografato insieme a loro in modo da immortalare, internamente all’Azienda, la sua partecipazione a quella grande giornata.

Ho visto dirigenti impegnati, alcuni non solo con competenze tecniche ma anche con una grande capacità comunicativa e notevole umanità, spendersi in prima persona nella gestione di singoli progetti gestiti dai loro collaboratori.
Ho visto alcuni di costoro ricevere poi l’invito a prepensionarsi anzitempo, indubbiamente solo per un puro calcolo numerico e di risparmio a breve termine, non certo per un giudizio sulla loro rilevanza nel prosieguo di attività, talune delle quali sarebbero poi inevitabilmente andate a morire.

Ho visto colleghi saper vendere fumo e forse anche per questo fare una carriera probabilmente immotivata, ma ne ho visti ben di più crescere tecnicamente e rimanere con i piedi per terra a sporcarsi le mani.

Ho visto dirigenti sacrificare la posizione di altri colleghi per mantenere il proprio posto di comando, non curandosi più di tanto delle inevitabili emorragie di cervelli dall’Azienda, verosimilmente conseguenza del malcontento generato.

Ho visto edifici di centrali con ampi locali completamente vuoti ormai da tempo ed uffici impolverati da anni con vecchi poster ancora appesi alle pareti che potevano aiutare ad una datazione di quando in quei luoghi c’erano ancora attività umane … insomma, una scenografia da The day after!
Ho visto cunicoli sotterranei in cui passano enormi agglomerati di cavi, dove la ruggine delle scale che portano ai tombini stradali non eviterebbe sicuramente un possibile accesso improprio da parte di eventuali malintenzionati.

Ho visto uffici svuotarsi nel tempo per riduzione sia del personale sia dei consulenti.
Ho visto colleghi rimanere da soli per più anni in un ufficio da 4 persone (ad esempio), lo stesso dove non molto tempo prima ce ne erano state addirittura 5!

Ho visto persone che andavano via dall’Azienda (e.g. per prepensionamento, pensionamento, cambio di lavoro) impilare molteplici appunti, rapporti tecnici e libri da mandare al macero: bastava dare una veloce occhiata a quelle pubblicazioni, per ripercorrere le decine di tecnologie informatiche utilizzate in questi ultimi decenni, alcune diventate obsolete, altre evolute così tanto da rendere comunque inutile conservare un libro magari studiato solo pochi anni prima. Veniva quindi spontaneo chiedersi se era valsa la pena avere faticato così tanto per impararle!

Ho visto colleghi, che andavano in pensione/isopensione, ricevere un SMS in cui l’Azienda proponeva il passaggio del contratto a consumer con un’offerta dedicata a loro, ma decisamente peggiore di quella disponibile a qualsiasi cliente generico che avesse mantenuto il proprio numero arrivando da una MVNO (e.g. Iliad, Poste).

Ho visto iniziative aziendali stupende svilupparsi anche in tempi recenti, che hanno reso veramente unica l’appartenenza a quella realtà lavorativa.
Ad esempio, il Learn&Teach (durato tuttavia meno di un anno prima di essere ostacolato, penso, perché svolto parzialmente in orario di lavoro) in cui ciascun dipendente poteva proporre un qualsiasi argomento e diventarne docente (durante l’ora e mezza riservata settimanalmente nelle tarde ore pomeridiane) per quei colleghi interessati all’argomento di volta in volta trattato: un incentivo ad una crescita culturale che aveva spaziato molteplici campi dello scibile anche non tecnico.
E poi la Inclusion Week, tutt’ora annualmente organizzata in molte sedi in tutta Italia, in cui ciascun dipendente può proporre (e coordinare in quella settimana, qualora venga accettata) un’iniziativa tesa appunto all’inclusione, nella specifica declinazione scelta di anno in anno. Una pletora di proposte, quindi, tese a diffondere, sia internamente all’Azienda sia nella società (potendo intervenire anche persone esterne), la cultura dell’inclusione del diverso e la sua valorizzazione anche a livello di produttività lavorativa.
Rimane comunque il dubbio che si tratti principalmente di una operazione mediatica e quindi più di apparenza che di sostanza, dal momento che certe proposte scaturite da quella iniziativa e che avrebbero potuto avere un seguito, non hanno poi avuto alcun successivo riscontro aziendale …

Ho visto la centralizzazione di tutti i servizi di segreteria, con conseguente complicazione di ogni procedura burocratica, quale la gestione delle trasferte e delle assenze.
Ho visto, contemporaneamente, relegare ad altre attività, non sempre edificanti, delle segretarie capaci ed eccezionali nel loro lavoro.

Ho visto affittare per decenni un grande capannone, adiacente la sede principale, appositamente per consentire ai dipendenti di parcheggiare in sicurezza la propria auto o bicicletta.
Ho visto poi chiuderlo per un necessario contenimento dei costi, rimanendo tuttavia inutilizzato per anni fino a diventare attualmente decadente.
Ho visto in seguito predisporre per le sole biciclette un ampio parcheggio interno, riparato dalla pioggia ed utilizzato (abitualmente e non solo durante la bella stagione) da molti colleghi anche di una certa età, convinti fermamente che le due ruote siano il migliore mezzo di locomozione da usare il più possibile e quindi anche per recarsi al lavoro.

Ho visto richiamare formalmente persone perché, ad esempio, avevano pubblicato su Internet workaround per temporaneamente ovviare a problematiche nella fruizione di servizi all’utenza, cercando così di superare i tempi tecnici e burocratici necessari per una successiva soluzione definitiva e formale della problematica.

Ho visto un sindacato sempre presente, ma talvolta impossibilitato a mantenere un confronto alla pari con una controparte dal potere troppo sbilanciato. Ho visto assemblee, anche importanti, con una partecipazione di colleghi troppo bassa, segnale evidente di un cambiamento in atto della nostra società che coinvolge anche gli ambienti culturali elevati, qual è quello di quell’ambiente di lavoro.

Ho visto colleghi grandi non solo tecnicamente, ma soprattutto umanamente. Alcuni poi davvero speciali anche in contesti che esulano completamente dall’ambito lavorativo, quali la matematica, la psicologia, la pittura, la poesia, la fotografia, il teatro, la musica, la politica, l’impegno sociale ed il volontariato. Uno addirittura si è fatto prete, licenziandosi poi per meglio compiere pienamente la missione in cui credeva.
Ho visto (e sperimentato anche personalmente) una grande empatia tra colleghi, durante momenti difficili della vita non solo lavorativa ma anche personale.

Ho visto l’età media dei colleghi aumentare nel tempo, fino al punto di poter distinguere chi è un consulente anche solo in base all’età.
Ho visto una collega assentarsi per un’operazione e non più ritornare … e non avere neppure il coraggio di andare al suo funerale e di continuare a parlare di lei perché talvolta l’oblio può essere una cura alla sofferenza.

Ho visto colleghi abitare anche a più di 40km di distanza e, per recarsi al lavoro, prendere tutti i giorni il treno molto prima che sorgesse il sole.

Ho visto colleghi, spesso quelli relativamente giovani, andare via non appena si presentava loro una migliore opportunità di lavoro, forse perché più vicini alle loro origini o probabilmente anche perché stanchi di situazioni difficilmente sostenibili.

Ho visto altri colleghi più anziani (ma non a sufficienza!) invidiare coloro che andavano in pensione o a cui veniva proposto un prepensionamento.

Ho visto altri colleghi cercare un altro lavoro ma non trovare delle possibilità alternative se non andando in altri Paesi e quindi dover rinunciare per motivi familiari.

Ho visto colleghi, anche quando erano ancora giovani, rifiutare proposte di lavoro altrove per motivi più svariati, la passione per l’innovazione, il clima informale e la collaborazione esistente tra i colleghi, il voler stare al di fuori di ambienti dove regna l’arrivismo, l’aver famiglia e non sentirsela di andare lontano, magari in un’altra regione o addirittura in un altro continente.

Ho visto colleghi, seppur in età di prepensionamento, comunque rifiutare tale proposta, desiderando mantenere il proprio ruolo lavorativo in quanto ancora per loro stimolante e quindi di interesse.
Ho visto anche colleghi rifiutarla unicamente per l’aspetto economico che comportava quella scelta.

Ho visto persone sperare ancora in quei cambiamenti che potrebbero dare maggior senso al loro impegno ed alle loro capacità.

Ho visto, generalmente dopo una delle molteplici ristrutturazioni, spostare persone in strutture differenti a fare attività che talvolta non avevano nulla a che vedere con le pregresse loro esperienze e competenze.
Io stesso ho svolto negli anni attività molto differenti e talvolta, per quanto era nelle mie possibilità, ho cercato di pilotare dove andavo a capitare … ma purtroppo non sempre ci sono riuscito!

Ho visto talvolta scorrere il tempo chiedendomi se quello che mi veniva chiesto di fare, e che quindi stavo facendo, non fosse un inesorabile terribile spreco di ore della mia vita, non avendo a mio parere alcuna utilità in generale, menchemeno sociale.
Ho pensato più volte di aver forse sbagliato quella strada lavorativa scelta fin da quando, appena uscito dall’università, avevo progetti, aspettative ed un grande entusiasmo.
Più volte ho pensato che avrei fatto meglio a scegliere un’altro percorso, ma ancora più volte sono stato convinto che le possibilità di crescita, non solo culturale ma soprattutto umana, che ho potuto ricevere in quel contesto lavorativo, difficilmente avrei potuto trovarle altrove: tutto questo soprattutto grazie al clima creato dalla maggior parte delle persone che ci operano!

Ho visto un’Azienda che probabilmente riassume buona parte dei pregi e dei difetti di molte grandi industrie italiane, grandi per il loro trascorso, grandi per le capacità tecniche ed umane delle persone che ci lavorano, grandi per le loro potenzialità e la loro rilevanza a livello nazionale.

 

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ALTRE EMOZIONI

E siamo arrivati fin qui
un po’ stanchi e affamati di poesia,
le mani piene di amore
che non vuole andare via.

Abbiamo vissuto e fatto figli,
piantato alberi e bandiere,
scritto mille e più canzoni
forse belle, forse inutili.

Altre emozioni verranno, te lo prometto, amica mia.

E siamo arrivati fin qui
a cantare per chi vuol sentire,
abbiamo vissuto all’ombra
di troppe false promesse.
Oggi è tempo di pensare,
oggi è tempo di cambiare
e ancora cerchiamo e camminiamo,
sognando negli occhi
di donne e uomini.

Altre emozioni verranno, te lo prometto, amica mia.

Abbiamo attraversato i deserti dell’anima,
i mari grigi e calmi della solitudine.
Abbiamo scommesso sul futuro,
abbiamo vinto e perso con filosofia.

Altre emozioni verranno, te lo prometto, amica mia.

E sono arrivato fin qui
con questa faccia da naufrago salvato
e questo figuro andare da zingaro felice.
Valigie piene di ricordi,
amici persi e ritrovati,
qualche rimorso e pentimento,
senza rimpianti e nostalgia.

Altre emozioni verranno, te lo prometto, amica mia.

Abbiamo attraversato i deserti dell’anima
e i mari grigi e calmi della solitudine.
Altre primavere verranno,
non di sole foglie e fiori,
ma una stagione fresca
di pensieri nuovi.

Altre emozioni verranno, te lo prometto, amica mia.

(Sergio Endrigo)

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A ricordo di questi giorni affollati di emozioni:

Informazioni su Enzo Contini

Electronic engineer
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4 risposte a Ho visto cose che …

  1. puntomaupunto ha detto:

    Le leggende affermano che la sede prevista inizialmente fosse dalle parti di Rosta, dove poi un dirigente SIP si fece una villa dopo uno scambio di aree. Detto questo, e ricordando che ancora agli inizi degli anni ’70 via Reiss Romoli si bloccava prima di arrivare in corso Vercelli perché c’era una cascina che non si riusciva a sfrattare, bisogna dire che per certi tipi di misure via Reiss era un ottimo posto.

    Piace a 1 persona

  2. francocanavesio ha detto:

    Hai visto… e non è poco poterlo raccontare!

    Piace a 1 persona

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