Fiabe di Mario Cerutti

Sarà capitato anche a voi di conoscere persone anziane che, nonostante le loro preoccupazioni ed i problemi di salute dovuti all’età, hanno saputo regalarti affetto, buon umore, gioia di vivere e simpatia. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerne alcune e sicuramente anche questo ci ha aiutato a comprendere come sia conveniente vivere la nostra vita adulta.
Una di queste è sicuramente il signor Mario Cerutti, una persona anziana che abitava nell’alloggio sottostante il nostro: ci si incontrava talvolta in ascensore … poche frasi scambiate, ma sempre con simpatia e partecipazione. Ogni tanto ci trovavamo nella buca delle lettere un suo foglietto (scritto con una vecchia stampante meccanica) con una fiaba che la sua fervida fantasia aveva saputo inventare. Le avevamo trovate molto delicate ed istruttive anche per un bambino: da tempo le ho inserite in un mio vecchio sito sull’adozione ed ora le riporto anche qui per dar loro una meritata maggiore visibilità .
Spero che queste leggende piacciano anche a te!

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INDICE

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La leggenda del Piumino d’Oca
di Mario Cerutti

Era rimasto sulla terra, solo, nel punto in cui l’oca si era accovacciata. Si trattava di un piumino non più grande di un’unghia di pollice, candido e morbido, leggero come l’aria … così leggero che un soffio di vento giovane, che passava di lì per caso, l’aveva raccolto portandolo con sé nell’aria senza confini.
Quanto si erano divertiti! Soffio di Vento giocava sia a sospingerlo in alto, facendogli poi fare delle impetuose scivolate su di un ottovolante d’aria, sia a farlo ciondolare mollemente come fanno le foglie quando si staccano dal ramo e ciondolano poi lentamente verso terra. Quando vedeva Piumino d’Oca stanco, lo faceva riposare un po’ su di un morbido cuscino d’aria.
E poi … quante cose da vedere! Tutto un formicolio sulle strade: interminabili code d’auto che, viste da lassù, davano l’impressione di tanti rattoppi colorati in viaggio tra un rumore ed una puzza da mozzare il fiato. Una vera e propria babilonia!
Ed il treno, poi? Sembrava un grosso baco senza fine che si snodava in mille curve, galoppando su due guide d’acciaio lucente. Si erano divertiti un mondo e tre quarti a corrergli dietro mentre filava come una freccia, ma poi avevano dovuto lasciar perdere perché, a parte il rumore assordante, sollevava da terra nembi di polvere che impedivano di vedere qualsiasi cosa!
I due amici avevano poi sorvolato laghi, colline, boschi ed il fiume …. ah, il fiume!! Sembrava un grande ed interminabile nastro illuminato che si muoveva adagio facendo increspare la corrente. Insomma, una sorta di coperta celeste dello stesso colore del cielo che rifletteva candidi velieri di nuvole che navigavano anch’essi, spostandosi pigramente da una riva all’altra e cambiando continuamente colore e forma. Una meraviglia da perdercisi dietro!
E la gente, poi? Un andare e venire senza sosta, simile a piccole formiche scure. Tutti correvano o camminavano lesti, sia i giovani sia i meno giovani, … va un po’ a sapere perché! Non avrebbero potuto, anche loro, farsi portare in aria da un gentile Soffio di Vento, dimenticando tutti i loro grattacapi e fastidi anche solo per un momento, godendosi così la gioia profonda e sottile di viaggiare sospesi tra cielo e terra? Eppure, era già tanto quando qualcuno di loro, forse un poeta, si fermava sollevando gli occhi al cielo. In quel momento i suoi occhi cambiavano colore ed espressione, il suo sguardo si faceva teso e nello stesso tempo disteso: forse, in quell’attimo, la sua anima si riempiva di tutte le cose belle e dimenticate che il cielo e la terra sanno offrire ……
I due amici si erano abbassati su di una piccola macchia d’alberi quando, all’improvviso, Piumino d’Oca avvertì un piccolo strappo, trovandosi poi fermo: era rimasto impigliato sull’estremità di un ramo dalle verdi foglie sottili. Istintivamente diede una voce a Soffio di Vento che stava proseguendo per la sua strada: “Aiuto, … aiuto!”.
Per un solo attimo, Soffio di Vento si voltò indietro, senza fermarsi, urlando: “Non posso, … non posso tornare indietro a riprenderti. Devo sempre proseguire, non posso fermarmi …“.
Perché? Era cosi bello!!“, rispose Piumino d’Oca.
“Lo so, ma non posso proprio!”, disse Soffio di Vento già così lontano che la sua voce si avvertiva appena.
Allora Piumino d’Oca rimase lì, bello e mortificato, in preda a mille timori. Non aveva ancora capito che un gioco, per piacevole che sia, non può durare per sempre. Ed adesso?
Di lì a poco, lo richiamò dalle sue incerte riflessioni un leggero chiacchierio proveniente da un altro ramo, poco discosto dal suo. Un uccellino colorato lo stava guardando con gli occhietti lucenti di gioia. Un momento dopo, saltellando leggero, gli era vicino e lo scrutava attento. Poi, sempre con quel suo ciarlare leggero, lo prese delicatamente col becco trasportandolo proprio sotto la cima dell’albero dove si trovava un minuscolo nido intrecciato con rametti e foglie. In men che non si dica, Piumino d’Oca fu sistemato su di un letto di tiepide pagliuzze che raccoglievano, nel loro cuore, tre minuscole uova grigie picchiettate color cioccolato.
Finalmente!“, cianciò ancora l’uccellino, “Era da un bel po’ di tempo che avevo piacere di rifinire il mio nido con un piumino d’oca. È tanto morbido e tiene così caldo! Finalmente sono riuscito a trovarlo. Chissà come staranno bene i miei piccoli quando nasceranno!“.
Piumino d’Oca ascoltava pieno di meraviglia, sentendo crescere dentro sé una piacevole sensazione di sollievo. Dunque, non sarebbe rimasto per niente solo: attorno a lui, si stava approntando una famiglia. Con il cuore improvvisamente rallegrato, guardò in alto: dal suo posto di osservazione poteva scorgere una larga fetta di cielo. Come in un sogno, proprio in quel momento stava proprio passando Soffio di Vento che portava al pascolo un piccolo gregge di nuvolette bianche sullo sfondo azzurro. Lo chiamò a gran voce e l’altro, sentendolo malgrado la distanza, abbassò lo sguardo e gli gridò: “Mi sono trovato un lavoro: devo spostare tutte queste belle nuvole! Come vedi, è finito il tempo di pensare soltanto al divertimento. Ora ho trovato un’occupazione utile …“. E così dicendo aveva proseguito la sua corsa senza neppure fermarsi un secondo.
Anch’io ho un lavoro!“, rispose Piumino d’Oca sebbene, ormai, Soffio di Vento non lo potesse più sentire.
Quell’affermazione gli era scaturita dalle labbra prima ancora che il suo cervello avesse avuto il tempo di riflettere e di formularla. Era proprio vero, ora anche lui aveva un lavoro e, con quello, la possibilità di rendersi utile. La sua vita aveva assunto un nuovo significato … trascorrere il proprio tempo ad accudire piccole creature, tenendole al caldo. Si, certamente la vita era tornata ad essere, da quel momento, più bella che mai!

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La leggenda del Calabrone invidioso
di Mario Cerutti

C’era una volta un Grillo, che viveva solo soletto in una casuccia che si era scavata sull’orlo di un prato. Musicista nato, il nostro Grillo tutte sere amava farsi una suonatina con il suo violino.
Una sera, stava appunto suonandosi un concertino, quando passò di lì una Lucciola, la quale, sentendo suonare così bene si fermò ad ascoltare. Quella musica l’entusiasmò così tanto che, quando il Grillo ebbe finito, lo pregò caldamente di suonare ancora. Così, pezzo dopo pezzo, suonò fino a notte inoltrata. Alla fine la Lucciola lo ringraziò di cuore e gli disse: “Il prossimo sabato sera si sposerà la mia carissima sorellina e gradirei se tu potessi intervenire alla festa che ci sarà, tenendo un concerto con il tuo violino“.
Timido e modesto, il Grillo cercò educatamente di rifiutare, ma la Lucciola seppe insistere con tanta buona grazia che egli si sentì costretto ad accettare. Dunque, si preparò per l’esecuzione con molta coscienza ed il sabato sera, al sorgere della luna, raggiunse il luogo stabilito per le nozze.
Finita che fu la cerimonia, si diede inizio ai divertimenti in onore degli sposi. Un Ragno equilibrista si esibì in difficili esercizi su di un sottilissimo filo tirato attraverso il torrente, facendo trattenere il fiato a tutti gli spettatori che lo stavano a guardare con il naso in su. Dopo il numero del Ragno, fu la volta di una bellissima Libellula Viola, la quale eseguì delle acrobazie aeree con molta buona grazia; quindi, cantò alcune arie famose, riscuotendo tantissimi applausi.
Finalmente fu la volta del Grillo. Tutto vestito di nero, scarpine di vernice ai piedi, entrò in scena facendo una assai bella impressione. Eseguì poi un inchino tanto perfetto che tutto l’uditorio si sentì in dovere d’applaudirlo. Incominciò, quindi, a suonare e tanta fu la maestria dell’esecuzione che gli ascoltatori gli chiesero più volte di ripetere alcuni brani. Senza dubbio fu l’artista più applaudito di tutta la serata.
Alla fine degli spettacoli si diede inizio alle danze e tutti ballarono fino al sorgere del Sole, essendo quello il momento stabilito per il termine della festa. A quel punto tutti si prepararono per prendere la via di casa: il Ragno radunò tutti i suoi attrezzi, la Libellula Viola si cinse la gola con una sciarpina di seta, onde evitare colpi d’aria che le avrebbero potuto rovinare la voce.
Anche il nostro Grillo si accingeva ad andarsene: si era appena incamminato con il violino sotto l’ascella, quando il Calabrone gli si avvicinò dicendo: “Vedo che anche tu percorri la mia medesima strada per tornare a casa. Ti spiace se ti accompagno per un pezzo?“.
Il Grillo accettò, ben lieto di non fare la strada da solo. Si avviarono così entrambi verso la casetta del Grillo. Ma nella testa del Calabrone non passavano buoni pensieri: per tutta la serata non aveva fatto altro che rodersi d’invidia sentendo gli scroscianti applausi che compensavano il Grillo del diletto che egli aveva recato con il suo violino a tutti i presenti. Un proposito ribaldo andava ora maturando nel testone del Calabrone: infatti, approfittando di un momento di distrazione del Grillo, gli diede un improvviso spintone, buttandolo a terra. Prima che il malcapitato potesse rendersi conto di ciò che gli stava capitando, gli strappò il violino e, con un fulmineo colpo d’ala, s’innalzò nel cielo.
Figurarsi il povero Grillo! Solo dopo essersi riavuto dal colpo incominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola, invocando la restituzione del suo strumento. Visto ormai vano ogni suo gridare, si trascinò faticosamente fino alla sua casuccia e, senza neppure togliersi l’abito di gala, si buttò sulla foglia che gli serviva come giaciglio, piangendo fiumi di lacrime per la cattiveria del Calabrone ladro.
Il Calabrone, intanto, si era diretto a gran velocità verso un salice decrepito, dove si era creato il nido nel cavo del tronco, vecchia residenza di un Picchio Verde. Vi si rinchiuse dentro e, tutto contento, contemplò il violino appena rubato. Era davvero un bello strumento ed egli ne tentò le corde con i suoi unghioni per sentirne il suono. Certo, con un simile violino avrebbe potuto tenere concerti e ricevere finalmente tutti quegli applausi che per tutta la serata aveva invidiato al Grillo. Per un’intera settimana rimase chiuso nel suo covo a provare e riprovare. Quindi mandò comare Vespa ad avvisare tutti gli abitanti del luogo che, per il prossimo sabato sera, il grande musicista Calabrone avrebbe tenuto un concerto. Quale compenso, ognuno avrebbe dovuto portare frutta e cibarie varie oltre, ben inteso, agli applausi.
Figurarsi il sabato sera! Un gran brusio regnava tutt’intorno al luogo stabilito per l’esecuzione del concerto. Siccome la Luna si sarebbe alzata piuttosto tardi, il servizio d’illuminazione era svolto da una mezza dozzina di volonterose Lucciole. Il nostro povero Grillo, ancora troppo afflitto ed amareggiato, era rimasto nella sua casetta e perciò non era presente.
Alle nove in punto il Calabrone, tutto vestito di uno sgargiante costume nero-oro, si presentò al pubblico. Dopo un paio d’inchini, uno più buffo dell’altro, impugnò lo strumento cacciandoselo sotto la bazza. Con la zampa destra agguantò l’archetto e, siccome non era affatto pratico, lo prese alla rovescia. A questa vista, tutto l’uditorio incominciò a sghignazzare ed a fare rumore. Figurarsi allora lo suscettibile Calabrone! Rosso di rabbia e di vergogna, comprese lo sbaglio: girò l’archetto e si diede a strofinarlo sulle corde con lo stesso vigore con cui un boscaiolo avrebbe segato un tronco d’albero. Ne uscirono suoni da far accapponare la pelle. Il violino non suonava, ma fischiava, gracchiava, strideva, scricchiolava …
Quello che successe poi, ve lo lascio immaginare. Fra cori di risate e strepiti, tutto l’uditorio incominciò ad urlare: “Basta! Basta!“.
In tutta quella baraonda il Calabrone si rizzò inferocito, urlando: “Che voi tutti foste un branco di zotici lo si sapeva da tempo, ma che lo foste fino a questo punto!! Fare dell’Arte per voi è soltanto sprecare fatica. Pappa di formiche!“.
Non l’avesse mai detto! Tutti gli intervenuti cominciarono a bombardarlo con frutta marcia e con tutto quello che capitava loro sottomano, non escluso qualche sasso. Onde evitare guai peggiori, il Calabrone fu costretto a scappare con la velocità del fulmine, ma ormai il suo splendido vestito di gala era ridotto ad una miserevole frittata di macchie!
Il violino, intanto, era stato abbandonato per terra nella fretta di scappare. Alcuni Grilli presenti in sala, guardandolo attentamente, non ebbero dubbi: si trattava dello strumento rubato al loro amico. Allora lo raccolsero delicatamente e glielo riportarono fino a casa.
Così come un tempo, nelle tiepide notti stellate si potette nuovamente sentire una melodiosa musica provenire dalla casuccia del Grillo, per la gioia di tutti ma soprattutto delle Lucciole, sempre sedute attorno a lui, a mo’ di corona, con i loro lampioncini accesi …

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La leggenda del Sole
di Mario Cerutti

C’era una volta, tanto, tanto tempo fa, un Re senza età e pieno di saggezza che governava un Regno immenso senza sudditi.
Questo Regno si trovava sperduto nel fondo del cielo … proprio in quel punto del cielo dove noi oggi vediamo splendere il Sole. Per governarlo nel modo migliore e per potersi spostare il più velocemente possibile nei suoi immensi confini, questo Re usava cavalcare una gigantesca meteora, composta da mille fulmini. Guidata dalla sua voce e dal suo braccio fermo, quest’ultima attraversava i cieli a velocità incredibili, spostandolo d’immense distanze nel solo tempo di un respiro.
Forse neppur il Re stesso sapeva da quanti anni, ormai, viveva solo: gli sembrava un’eternità! Tuttavia, per quanto con lui vi fosse stato mai nessuno, egli non aveva mai sentito il peso della solitudine.
Un giorno, durante uno dei suoi viaggi, questo Re arrivò ad uno dei confini del suo Regno ben delineato da una lunga striscia luminosa. Fermati i fulmini, stette ad osservare i possedimenti che si estendevano a perdita d’occhio oltre tale confine: notò come i suoi possedimenti fossero di un azzurro profondo e pieno, mentre quelli dall’altra parte tendevano ad un colore verde tenero, quasi rosato all’orizzonte. E fu proprio da quell’orizzonte che, improvvisamente, si delineò e prese forma un nembo di vento che si dirigeva verso di lui ad elevata velocità. In prossimità del confine, il nembo si fermò e ne discese una donna dalla bellezza quasi irreale. A tale visione, il Re s’inchinò in un saluto pieno di deferenza ed a questo gesto la nuova venuta rispose con un cenno regale del capo.
Sono la Regina di questo Regno“, disse lei indicando con la mano i luoghi donde era venuta. “E tu, chi sei?
Sono il Re di quest’altro Reame“, rispose lui indicando con un largo gesto delle braccia l’orizzonte alle sue spalle. “È la prima volta che ti vedo. Non avrei mai immaginato che questo regno, al mio confine, avesse una regina tanto bella!“.
Lei ebbe un sorriso di una dolcezza ineffabile e disse: “È la prima volta che giungo fin qui. Questo regno mi è stato affidato da appena trecento anni ed ancora non sono riuscita a vedere tutti i suoi confini. Non so nemmeno quando riuscirò in questa impresa!“.
Il Re ebbe anche lui un sorriso e disse: “Se quello è il tuo desiderio, posso mettere volentieri a tua disposizione i miei corsieri. Vuoi?“.
La Regina accettò e, legato il nembo di vento ad un asteroide, perché non si allontanasse durante la sua assenza, salì sulla meteora a fianco del Re.
La Regina non aveva mai provato un’emozione simile! Alla voce del Re, i mille fulmini si scagliarono nel cielo ad una velocità tanto elevata che lei fu costretta ad appoggiarsi al fianco del suo compagno: le poderose braccia di lui le circondarono le spalle proteggendola dai continui sobbalzi. Così stretti l’un l’altro, attraversarono immense plaghe di cielo lungo tutti i confini del Regno di lei che solo allora si rese conto di quanto grande fosse il suo dominio.
Infine tornarono al punto di partenza, esattamente dove avevano lasciato il nembo di vento. Era giunto il momento di separarsi.
Fu allora che il Re, fissandola con il suo sguardo franco e leale, le disse: “Perché non resti qui con me? Ti farò visitare tutto il mio Regno e, se dovesse piacerti, del mio e del tuo potremmo farne uno unico su cui regnare entrambi. Non saremmo mai più soli nei tempi che verranno!“.
Lei rimase un istante in silenzio, poi sorrise e disse: “Sia come tu dici. Sono certa sia la scelta migliore da fare e non avremo a pentircene!“.
Contraccambiando il sorriso lieto di lei, il Re stese la mano per aiutarla a risalire sulla meteora. Lei gli fece segno di attendere un momento e, accostatasi al nembo di vento, lo slegò affinché potesse pascolare in libertà durante la sua assenza. Salì, quindi, a fianco del Re che, dopo averle nuovamente circondato le spalle con il suo braccio possente, con la mano libera impugnò le redini aizzando i fulmini alla corsa.
Volarono così, per tempi senza misura, fianco a fianco, nella luce delle stelle e nel buio siderale, lungo gli sterminati confini del Regno di lui. Di tanto in tanto si fermavano per godersi lo spettacolo senza eguali offerto da uno sfondo celeste o dalle forme inimmaginabili di una galassia. Erano legati ormai da un sentimento che dava loro una gioia immensa mai provata. Quanto durò quel viaggio, nessuno lo può dire. Cosa importava del resto? Durasse anche un’eternità: l’importante era restare vicini!
Finché un giorno si trovarono nuovamente nello stesso punto dal quale erano partiti. Allora il Re fece fermare i fulmini e disse: “Ecco, ora hai potuto vedere tutti i confini del mio Regno. Che ne pensi, dunque, di riunire i nostri territori in un Regno unico, su cui poter regnare entrambi con uguali diritti?“.
Senza parlare, in segno d’assenso lei stese la sua mano verso quella del Re che la strinse forte forte.
Cosi sia“, egli disse. “Io sarò il tuo Re e tu la mia Regina! Solo ora che ti ho avuta al mio fianco, comprendo quanto grande fosse la mia solitudine e quanto vuota la mia vita. Quanta differenza divide il tempo di prima da quello di adesso! Di tutto ciò ti sono infinitamente grato e vorrei poterti dimostrare il mio affetto offrendoti un dono. Manifestami un tuo desiderio ed io lo soddisferò!“.
Il dono a me più gradito“, rispose lei, “sarebbe quello di poter guidare io stessa i tuoi corsieri. È un desiderio che ho da tanto tempo, fin da quando sono salita al tuo fianco la prima volta che ci siamo incontrati. Solo che non osavo chiedertelo!“.
Con un gesto della mano il Re indicò i fulmini: “Sono a tua disposizione. Sali pure e guidali!“.
Con gli occhi brillanti e radiosi di gioia, la Regina salì a cavallo della meteora e, al comando della sua voce, i mille fulmini si scagliarono nel cielo. Fermo al suo posto, il Re la vide sparire in un attimo oltre l’orizzonte. Non trascorse molto tempo che i fulmini riapparvero per fermarsi, docili, ad un cenno della sua mano: la Regina, tuttavia, non era più con loro!
Col cuore in gola, il Re balzò a cavallo della meteora, dirigendo i destrieri nella direzione percorsa poco prima. Non tardò a scoprire, in un anfratto di cielo, la sua Regina che giaceva ferita a morte. Inginocchiato accanto a lei, il Re ne raccolse con l’ultimo alito la causa. I fulmini le avevano preso la mano e lei, spaventata, non era stata più capace a dominarli ed era stata sbalzata giù in piena velocità. Ora si sentiva morire …
Il Re la strinse tra le sue braccia e ve la tenne a lungo, anche dopo che la vita l’aveva abbandonata. Quindi, con frammenti di stelle le costruì una Dimora affinché potesse in essa riposare nei millenni a venire. Perché poi non vi regnasse mai il buio, con le stesse sue mani costruì una perla immensa della trasparenza del cielo, perfettamente sferica. Quando l’ebbe finita, attraverso ad un varco lasciato appositamente aperto, v’introdusse i mille fulmini che erano stati la sua cavalcatura, sigillandoveli dentro. Improvvisamente la perla s’accese di una luce splendente, bianchissima ed insostenibile: da allora essa illumina senza sosta il cielo.
Questo avveniva tanto, tanto tempo fa … proprio in quel punto del cielo dove oggi noi vediamo splendere il Sole. Forse, quello che noi chiamiamo sole, altro non è che l’immensa Lampada Votiva costruita da un Re allo scopo di vegliare sulla Dimora della sua dolce Regina, addormentata per sempre nel calmo respiro di spazi infiniti …

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La leggenda del Rovo
di Mario Cerutti

Narra una leggenda che, all’ultimo giorno della Creazione, quando ormai tutto splendeva nella sua pienezza e novità, il Signore si fosse fermato ed avesse guardato tutto il lavoro fatto con un gran sospiro di consolazione: il mondo era stato creato. Ogni cosa era stata predisposta per la gioia dell’uomo che egli aveva già in mente di creare. Qualcuno, infatti, doveva pur godere di tutto quanto ora viveva, altrimenti la sua sarebbe stata un’inutile fatica.
Si era quindi rimesso all’opera. Creato che fu l’uomo, fece anche la donna poiché, se si è soli, neppure la bellezza del Paradiso può essere sufficiente per gioire. Aveva consegnato poi all’uomo ed alla donna l’Eden, con un’unica raccomandazione che noi tutti ben conosciamo, … e sappiamo anche come andò a finire!
Nel corso della storia dell’uomo, era poi capitato un evento che, forse, neppure il Signore, nella sua bontà, avrebbe potuto immaginare: un uomo si era messo contro il proprio fratello fino al punto di ucciderlo e tutto questo a causa del sentimento più meschino che possa albergare nel cuore umano: l’invidia. Quando Caino finì suo fratello a colpi di bastone il Signore era lì presente, benché nessuno lo avesse visto, ed osservò con stupore la sua sepoltura sotto ad un mucchio di sabbia erbosa, in fretta e furia, quando il suo corpo era ancora caldo.
Volendo poi vedere fino a che punto sarebbe potuto arrivare Caino, il Signore si manifestò a lui domandandogli: “Dov’è tuo fratello Abele, è da molto tempo che non lo vedo!“.
Caino allora, con malagrazia ed una faccia di bronzo da non dirsi, rispose: “Non ho la più pallida idea dove sia. Non sono mica il suo guardiano!!“.
Dopo questa risposta proseguì con il suo gregge ed il Signore lo seguì con lo sguardo colmo di malinconia, mentre s’allontanava all’orizzonte. Con il trascorrere del tempo, infatti, sempre più le sue creature si erano rivoltate contro la sua Legge. Concedere all’uomo il dono del libero arbitrio era forse stato un errore ma, oramai, era troppo tardi! Del resto, semmai fosse realmente stato un errore, forse si era trattato anche di una prova di fiducia nei suoi confronti!
In seguito il Signore tornò sui luoghi dove Caino aveva compiuto il suo misfatto. Con sorpresa vide che, dalla sabbia erbosa e bagnata con il sangue di Abele, era spuntato un cespuglio, formato da diversi verdi germogli, duri e pieni di spine. Le sue foglie erano corte ed aspre … e lungo la costa ancora spine, sottili ma pungenti.
Il Signore allora si chinò su quel cespuglio e guardò con attenzione il nuovo nato, ma non lo riconobbe. Non era, infatti, una sua creatura. Mai, nella sua saggezza, Egli avrebbe potuto creare una simile pianta, così tutta ricoperta di spine! Essa era nata da sola ed affondava le sue radici non nel volere di un Dio, ma nel sangue di un giusto versato a causa della cattiveria del fratello di lui.
Più di una volta il Signore tornò a guardare la “pianta di Caino”. Cresceva, cresceva eccome! I sui suoi rami continuavano ad allargarsi a vista d’occhio. Tuttavia, mentre tutti gli alberi della Creazione fiorivano e fruttificavano, questa pianta seguitava a mostrare solo foglie e spine. Inoltre i suoi rami non crescevano diritti verso l’alto come quelli delle altre piante ma, si ripiegavano quasi subito verso terra, quasi si vergognassero della loro condizione.
Un giorno, mentre il Signore passava in quei pressi, si sentì una voce flebile chiamare: “Creatore!“.
Allora il Signore si voltò e chiese: “Sì? Chi mi chiama?
Sono io …” rispose la voce che si avvertiva appena. “Perdonami se mi sono preso la libertà di disturbarti, chiamandoti con un nome che ho sentito pronunciare dalle tue creature quando parlavano di te. Io purtroppo non ho la fortuna di conoscere diversamente il nome tuo …“.
Di fronte all’umiltà mostrata da quelle parole ed al tono dimesso con cui erano state pronunciate, il Signore si commosse e disse: “Non importa. Va bene così … Dimmi pure!“.
Il Rovo allora proseguì dicendo: “Lo so di non essere come le altre creature! È vero che sono nata al di fuori della tua volontà, ma so pure che la tua bontà è grande. Questo mi ha dato il coraggio di chiamarti, … per chiederti una grazia“.
Quale grazia?!” chiese allora il Signore.
Quella di poter anch’io portare fiori e frutti …” rispose il cespuglio.
Quella voce era appena poco più che percettibile ed il Signore guardò quel Rovo con simpatia ma, allo stesso tempo, con molta tristezza. Dopo un attimo di meditazione disse: “Tu sei nato dal sangue di un delitto e tanti in questo mondo dovranno pagare per colpe commesse da altri. Dal sangue tu sei nato e soltanto il sangue potrà rigenerarti e farti portare fiori e frutti. Chissà, forse con il tempo …“. Così dicendo, il Signore si allontanò.
Ne passò di tempo da allora e quanto sangue si versò per guerre e per delitti: appresso a questi misfatti, altri cespugli di rovo erano cresciuti e si erano allargati un po’ dappertutto, dai campi coltivati fino a deserto. Talvolta creavano addirittura rive e boschetti e questo non soltanto all’aperto, ma anche nei cortili delle case. Persino nel cortile del Palazzo del Governatore, mandato da Roma per governare la Palestina, c’era uno di quei cespugli! Questo cortile, largo e soleggiato, aveva nel bel mezzo una colonna di granito. Un giorno, un Uomo fu legato ad essa per le mani: due soldati armati di lunghe verghe nervose, incominciarono poi a flagellarlo. A turno, lasciavano cadere una gran vergata su dorso dell’Uomo, ormai rigato di sangue. Quando finalmente li fecero smettere, un soldato slegò le mani dell’Uomo, dagli anelli di ferro. Scivolato che fu a terra, subito altri due soldati lo abbrancarono per rimetterlo in piedi. Tra una sghignazzata e l’altra, gli gettarono sulle spalle un mantello rosso, allacciandogli tra le mani una canna. Ripresero quindi a motteggiarlo ed a schernirlo, chiamandolo ‘Re’.
Uno dei soldati disse: “Visto che sei un re, oltre al mantello e allo scettro devi avere anche una corona …“. E così dicendo s’accostò al rovo pieno di spine cresciuto nell’angolo del cortile. Facendo bene attenzione a non pungersi, ne recise qualche ramo e ne fece una specie di corona. Quindi, accostatosi all’Uomo, calcò quella sul suo capo. Al suo grido di dolore i soldati risposero con risate ancor più sguaiate!
Intanto, del sangue incominciò a colare a grosse gocce dalla fronte ferita dalle spine, solcando il volto pesto dell’Uomo. Ogni goccia che cadeva a terra nei pressi del cespuglio, era come un serpente di fuoco che si avvolgeva lungo le sue radici ed attorno ai suoi rami.
Una Voce disse queste parole, rivolgendole al Rovo: “Dal sangue di un delitto tu sei nato e dal sangue di un Giusto sei stato rigenerato!“.
Udendole, in mezzo a tutta quella sofferenza, il cespuglio ebbe un sussulto di disperazione: “Non a questo prezzo, Creatore! Non a questo prezzo!“.
La stessa Voce proseguì dicendo: “Non ti disperare! Quello che sta avvenendo era già stato scritto prima che il mondo nascesse, e serve ad una causa ben più grande ed importante della tua. Tuttavia la tua umiltà mi ha toccato nel profondo ed hai guadagnato la mia stima. Così tu, ultimo degli esseri, hai avuto il posto più alto: la fronte del Redentore. Da questo momento entrerai a far parte anche tu della Creazione. I tuoi fiori avranno il colore delle cose pure ed i tuoi frutti porteranno un succo del colore del sangue, proprio come quello versato per la rigenerazione del mondo …“.
Così doveva essere e così fu.
Mentre i soldati portavano via l’Uomo per andare a crocifiggerlo, il fuoco attorno ai rami ed alle radici del cespuglio andò calmandosi. Un gran senso di sfinimento permeò tutto l’essere di quella creatura.
Poi, all’improvviso, una grande oscurità avvolse ogni cosa ed il cielo si accese di folgori accecanti e si sentirono i rimbombi terrificanti di tuoni. Quando finalmente la luce ritornò dopo molto tempo, tutti i rami del rovo stavano brillando di una miriade di fiori. Questi erano di un bianco candido come quello delle cose pure, solo sfiorati da una sfumatura rosea nel fondo del loro calice: lo stesso colore che hanno le gocce di sangue quando si mescolano con l’acqua limpida di una sorgente …

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La leggenda del Kaki
di Mario Cerutti

Laddove il bosco lascia il posto al cielo, sperso in un sito detto Dhelo-Dhelo, c’era un villaggio, tutto di bambù, chiamato dai suoi figli u-Nokù.
Proprio così inizia la filastrocca antica che narra di questo villaggio e dei suoi abitanti, a quel tempo una trentina di famiglie in tutto, le quali amavano dirsi “suoi figli”, cioè figli del villaggio u-Nokù. Questa affermazione era assai giustificata perché, a memoria d’uomo, non si ricordava di un solo abitante che avesse lasciato il villaggio per andarsene in altri luoghi in cerca di fortuna. Penso che nessun altro villaggio, paese o città possa vantarsi di una simile cosa! Premesso ciò, possiamo procedere nel racconto.
Il villaggio u-Nokù era situato tra due ampie vallate, a non molta distanza dai primi contrafforti del Karakorum. La terra coltivabile non era molta ed era poco idonea alle colture di cereali poiché i tempi del freddo erano più lunghi di quelli del caldo. C’era sì un periodo in cui il sole picchiava da par suo, ma bastava che una nube lo coprisse, perché un’aria sottile, proveniente dalle montagne, rinfrescasse subito l’ambiente. Perciò grano e mais, i soli cereali da cui si potesse ricavare farina, non erano mai del tutto sufficienti per il sano appetito della gente del villaggio!
Khalin, uno degli anziani più esperti del villaggio, da tempo teneva lezioni specifiche proprio per tramandare ai giovani le tecniche migliori per ricavare il massimo del rendimento da così poco terreno. Nella buona stagione, un grande albero, al centro del villaggio, veniva adibito a scuola e Khalin, oltre ad intrattenere i suoi piccoli allievi sugli argomenti su accennati, insegnava loro anche come riconoscere le erbe commestibili da quelle che non lo sono, le radici buone da quelle che buone non sono … e così per i funghi ed i frutti selvatici. Veniva poi l’insegnamento dei metodi di caccia, realizzata mediante trappole, e della pesca: di questa e di quella Khalin insegnava pure come conservarne il più a lungo i prodotti e nella condizione migliore, in modo tale che gli abitanti del villaggio potessero sopravvivere nei lunghi mesi del gelo.
I suoi piccoli allievi seguivano sempre attentissimi quanto il maestro andava esponendo, cercando di contraccambiare quegli insegnamenti, frutto di una lunga e faticosa esperienza, con la loro migliore disposizione d’animo.
Solo u-Jì si comportava diversamente. Fin da piccolo (ora u-Jì aveva dodici anni) aveva sempre dimostrato scarsa attenzione, salvo quando l’argomento della lezione riguardava gli alberi da frutto. Solo allora non esisteva allievo più attento di lui! In quelle occasioni, anche al termine della lezione, u-Jì continuava ad assillare di domande il maestro, alle quali per altro il buon vecchio rispondeva assai volentieri, chiarendo ed illustrando con esempi pratici quanto gli veniva richiesto.
Venne un tempo in cui u-Jì si faceva raramente vedere alle lezioni. Spariva per intere giornate infilandosi nel folto della foresta, spinto da chissà quale curiosità. Andava alla ricerca di nuovi alberi da frutto selvatici, piante di cui lo stesso Khalin non conosceva neppure il nome, ignorandone completamente virtù e difetti. Talvolta, u-Jì tornava dopo due o tre giorni di assenza, trascorsi nel folto della foresta dove lui non temeva neppure i serpenti o la presenza del leopardo nero, che bazzicava quei luoghi. In quelle occasioni il suo cesto era pieno di piantine e di frutti che sapeva manipolare poi con un’istintiva competenza. Non esitava ad assaggiare egli stesso quei frutti, sia pure in piccolissime parti, segnalandone gli eventuali effetti, sapori e quant’altro avrebbe potuto divenire utile od interessante in seguito. Quando credeva di aver raggiunto un qualche risultato degno di nota, u-Jì andava dal buon Khalin e lo ragguagliava su quanto aveva scoperto o creato. Il vecchio sapiente gli era profondamente grato di tutto ciò, poiché molte volte anche un bambino può mostrare qualcosa a chi già insegna ad altri, sempre che il docente abbia la necessaria umiltà per ammettere una simile possibilità.
Unico della sua età in tutto il villaggio, u-Jì possedeva da tempo un pezzo di terreno su cui aveva fatto attecchire una quantità impensabile di alberi da frutto, alcune specie dei quali soltanto lui possedeva. Talvolta, non conoscendone i nomi originari, li aveva battezzati ex novo, naturalmente dopo essersi consultato col suo maestro. Aveva anche tentato nuovi innesti, riuscendo talvolta a ricavare dalla stessa pianta diversi tipi di frutto. Il suo terreno aveva finito per diventare una specie di solitario “giardino incantato”, al quale Khalin si recava spesso per vedere il suo allievo al lavoro.
Negli ultimi tempi u-Jì sembrava tutto preso alle cure di una sola piantina, poco più di un alberello dalla scorza sottile rosso-grigia, dalle foglie verdissime e dure. Quando il maestro giungeva, u-Jì lo faceva rispettosamente sedere su di una comoda stuoia. Poi, dopo di essersi scusato, riprendeva le sue occupazioni appena interrotte. Khalin osservava allora, in silenzio, il muoversi assorto del ragazzo, meravigliandosi sempre più della sua maestria e del suo intuito sorprendente nello scoprire tare nascoste nelle pianticelle e nel provare nuovi rimedi nel tentativo di debellarle. Quando poi lo rivedeva presente a sé stesso, lo chiamava accanto, facendosi spiegare i ragionamenti e gli esperimenti che gli avevano consentito di giungere a certi risultati.
Era stato in uno di questi pomeriggi placidi e sereni che Khalin propose a u-Jì di sostituirlo, quando ne fosse stato il tempo, nell’insegnamento sotto l’albero del Sapere.
La sabbia del tempo sfugge tra le dita“, disse, “ed io sento che le mie mani sono quasi vuote. Prima di andarmene, sarei felice di vederti seduto al mio posto. Nessun altro qui ha le tue capacità: coloro che vengono per arricchire la loro mente non potrebbero che trarre profitto ad ascoltarti. Che ne pensi?“.
U-Jì, commosso, abbassò la testa e disse: “Se questo basta a farti contento, sarò lieto di accettare … naturalmente il più tardi possibile!“.
Vedo che stai dedicando molto del tuo tempo ad un solo esemplare“, proseguì Khalin, mentre u-Jì stava controllando attentamente la condizione di alcuni innesti. “Ha forse qualche cosa di particolare quella piantina?“.
Penso di sì” u-Jì rispose sollevando la testa. “Te ne avrei parlato io stesso, non appena avessi avuto più elementi al riguardo. Quello a cui tu alludi è un tipo d’albero che non teme il gelo: solo che i suoi frutti non maturano! Restano duri e verdi: risultano assolutamente immangiabili! L’ultimo innesto che gli ho praticato è però attecchito molto bene“.
Gli innesti usati non fanno parte dei rami di quell’altro albero, non è vero?“, chiese ancora Khalin.
Rispose u-Jì: “Sì, provengono da quest’altro. Si tratta di un tipo d’albero che produce invece molti frutti, ma questi cadono ancor prima di maturare. Cadono tutti! Ci deve essere, in quell’albero , un punto debole che impedisce loro di giungere a piena maturazione: un po’ come succede a qualche donna del villaggio che non riesce ad avere figli …“.
Il vecchio sorrise. “Un intuito straordinario il tuo. Penso che una simile idea non sia mai venuta ad alcuno: innestare sui rami di un albero che non matura i suoi frutti, quelli di un altro che li lascia cadere prima del tempo. Davvero una grande idea e mi sentirei d’affermare che avrà uno sviluppo positivo!“.
U-Jì abbassò il capo. Certamente, il maestro, nel suo grande affetto lo sopravvalutava di molto. Comunque lo ringraziò e gli disse: “Farò di tutto perché quanto tu hai detto diventi realtà“.
A questo punto Khalin si alzò dicendo: “Il mio maestro, tanti anni fa, mi confidò che il miele, versato sulle radici di un albero da frutto, aiuta l’albero stesso a dare frutti più dolci. Io non ho mai provato, come d’altra parte nessuno del villaggio, che io sappia. Tu che ne pensi?”.
Io? … non so. Si potrebbe anche provare!“, rispose u-Jì.
Quest’idea il maestro l’aveva gettata lì come un seme: avrebbe potuto dare dei frutti come no.
Quando Khalin se ne fu andato, u-Jì rimase ancora a lungo pensieroso. E se quella prova avesse dato un buon risultato? Con ancora quest’idea che gli frullava ormai nel cervello, l’indomani sul sorgere del sole prese la via della foresta. Durante una delle sue ultima scorribande, aveva infatti notato un nido di api selvatiche nel cavo di un albero e si era ripromesso di farvi visita quando fosse stato il tempo della raccolta. Neanche a farlo apposta, cadeva proprio ora il tempo giusto! U-Jì, armato di un grosso recipiente di coccio e di una bracciata di erbe, si portò a ridosso dell’albero, vi dispose le erbe tutto attorno le sue radici ed appiccò loro fuoco. Il fumo denso che saliva dal mucchio veniva da lui ventilato tutt’attorno al cavo dove si trovava il nido. Attese una buona mezz’ora, cioè il tempo necessario perché il brusio che regnava nell’alveare si spegnesse del tutto, indice che le api erano completamente stordite e, quindi, inoffensive.
U-Jì giunse a casa di Khalin che il sole era già scomparso all’orizzonte da tempo, con il recipiente colmo di profumatissimo miele.
Il vecchio lo guardò con divertito stupore: “Ne abbiamo appena parlato e tu sei già qui. Fammi vedere!“.
Il ragazzo scoprì il recipiente e disse: “Guarda, è pieno. Tuttavia, intendo usarne non più della metà: la restante parte è per te!“.
Versarono in un altro recipiente di coccio metà del miele e u-Jì ricoprì nuovamente il suo dicendo: “Sono certo che quello che è rimasto sia più che sufficiente per la nostra pianta. Se poi i risultati non saranno quelli sperati, non dovremo dolerci più di tanto per avere sprecato questo poco miele! Vieni con me domattina? Avrei tanto piacere che anche tu fossi presente quando lo verserò sulle sue radici!“.
L’inverno appena trascorso era stato tremendo e per lungo tempo la neve aveva ricoperto le piccole abitazioni di u-Nokù. Solo il filo di fumo proveniente dai tetti aveva segnalato che, sotto tutto quel biancore soffice, la vita stava proseguendo. Tuttavia, la primavera quell’anno era stata insolitamente precoce. Un vento leggermente tiepido aveva zirlato per più giorni. Sotto la crosta di ghiaccio, che copriva il torrente, l’acqua aveva ripreso a scorrere ed in certi punti, in piena libertà, aveva ripreso a cantare fra le rocce.
Doveva perciò proprio essere una buona annata! Nei boschi circostanti la fioritura era a buon punto: il minuscolo Tako, dal ciuffo grigio, aveva preso a cianciare sui rami e tra i licheni e già qualche scoiattolo aveva arrischiato il musetto impertinente fuori dalla sua tana. Davvero l’annata prometteva bene!
Fu in uno di quei giorni che al villaggio giunse un banditore inviato dal Governatore della Regione, il potente Hu, cugino primo dell’Imperatore. Costui avvisò che, essendo la figlia del Governatore prossima al compimento dei sedici anni, si invitavano tutti coloro che si reputavano abili nel coltivare frutti a portare quanto di meglio avessero prodotto. Il Governatore stesso avrebbe poi giudicato un vincitore a cui sarebbe andato l’incarico di capo-giardiniere nei giardini del Palazzo.
Il giorno in cui il banditore si presetò al villaggio u-Jì non era presente, essendo andato a fare una delle sue solite perlustrazioni nella foresta. Era stato poi lo stesso Khalin a metterlo al corrente di quanto era stato bandito e concludendo il discorso dicendogli: “Penso che sia giunto il momento di far vedere quello che sai fare. Devi portare i frutti che ricaverai dall’albero del miele!“.
Sempre che ne vengano!“, rispose u-Jì con modestia.
Ne verranno, ne verranno!!“, lo rassicurò il maestro.
C’era un’intera stagione di tempo. Pur non perdendo d’occhio l’albero del miele per rilevare eventuali comparse di frutti, u-Jì continuò le sue scorribande nella foresta. Tutto sembrava favorire la buona riuscita dell’annata e sull’albero del miele, dopo una breve fioritura, erano apparsi i primi frutti verdissimi e duri. L’occhio esercitato di u-Jì li seguiva giorno dopo giorno, notandone la regolare crescita ed il loro sviluppo perfetto. Mentre i giorni si rincorrevano, sull’albero del miele i frutti si moltiplicavano e quando, dopo l’estate, l’autunno incominciò a farsi sentire, su quei frutti tanto attesi era comparsa una tenue tinta che rammentava il colore ambrato del miele. Contemplati tra il verde del fogliame, quella tinta risaltava ancor più, dando l’impressione che quella pianta fosse proprio uno di quegli alberi dai frutti d’oro di cui narrano antiche favole.
Intanto, sotto l’albero del Sapere le lezioni si svolgevano ormai soltanto nelle brevi ore di sole ed il vecchio Khalin passava la maggior parte del suo tempo nel frutteto di u-Jì. Anche quest’ultimo passava lì quasi tutta la giornata, sempre controllando, giorno per giorno, il lento colorarsi dei frutti. Aveva anche notato come le foglie, verdi prima del giungere dell’inverno, ora seccassero staccandosi dai rami proprio ora che i frutti stavano maturando, quasi a lasciare loro la possibilità di poter sfruttare fin il più breve ultimo raggio di sole.
Fu u-Jì a volere che fosse il suo maestro a cogliere il primo frutto quando, palpandolo, lo sentì morbido e cedevole. Restò poi in rispettoso silenzio, mentre il vecchio lo assaporava ad occhi chiusi. Si trattò di un lungo momento d’ansia per lui! Senza dare alcun segno, Khalin assaporò il frutto fino all’ultimo boccone, mentre u-Jì lo guardava senza il coraggio di disturbarlo per sollecitare il suo parere. Infine, Khalin aprì gli occhi ed il suo sguardo si posò sul ragazzo. Mentre la sua mano gli sfiorava con una carezza il volto brunito, disse: “È quanto di meglio e di più squisito io abbia mai assaggiato in questi ultimi anni“, disse “Complimenti! Complimenti davvero!“.
Non c’era ormai molto tempo da perdere. Si era già entrati nell’inverno e si doveva stabilire per bene ogni cosa, mancando solo dodici giorni alla data fissata per presentarsi al Palazzo del Governatore per tentare la scalata al posto di giardiniere-capo. Il giorno precedente a quell’evento, di buon mattino, u-Jì si presentò alla capanna di Khalin. Infilato nel braccio, teneva il manico di un paniere di forma ovale dove aveva collocato dodici di quei frutti, quasi tutti della medesima dimensione e del colore del miele. Li aveva sistemati su due piani, affinché non si ammaccassero urtandosi. Guardando con animo tranquillo il vecchio, u-Jì disse soltanto: “Sono pronto!“.
Bene. Il cielo ti ricompensi come meriti. Fa’ un buon viaggio“, disse allora il maestro.
Camminando di buon passo, dopo nove ore di cammino u-Jì arrivò in città e si presentò al Palazzo del Governatore. Un incaricato lo guidò in un’immensa stalla dove già stazionava una gran folla di persone, ciascuna con un suo cesto di frutta. In quel luogo trascorse tutta la notte, dormendo tranquillamente.
All’indomani, tutti i concorrenti vennero accompagnati in un luogo prestabilito e fatti attendere dietro alla porta del salone dei ricevimenti. Qui, una decina di personaggi impettiti aspettavano in silenzio, seduti su spessi tappeti ricamati. Uno dopo l’altro, i concorrenti vennero fatti entrare per porgere i propri frutti ai personaggi seduti. Costoro li assaggiavano, masticando a occhi chiusi ed in completo silenzio. Dopo ciascuna prova, il concorrente veniva messo da un lato o dall’altro della sala, a seconda del cenno del personaggio che aveva giudicato il suo frutto.
Dopo un paio d’ore, di tutti i concorrenti solo tre avevano passato il turno, e u-Jì era uno di loro! Solo allora entrò nel salone il Governatore stesso, in quanto spettava proprio a lui sentenziare il giudizio definitivo sugli ultimi tre frutti selezionati.
Dopo essersi seduto in pompa magna tra i personaggi, gli venne presentato su di un piatto di porcellana rabescata d’oro un pezzo di ciascuno di quei frutti. Accanto a ciascuno c’era pure il frutto intero, affinché il Governatore potesse conoscerne la forma originale. Naturalmente mancava qualsiasi indicazione circa la loro appartenenza affinché il giudizio potesse essere assolutamente imparziale e fondato esclusivamente sull’analisi del frutto.
Non ci volle molto perché l’augusto personaggio rimanesse incantato dalla forma di piccola luna, dal colore, dalla morbidezza e, soprattutto, dal sapore del frutto recato da u-Jì. Sceltolo come vincitore, il ragazzo gli venne alla fine presentato. Fu allora che il potente Hu si degnò di rivolgergli i suoi elogi e gli domandò: “Qual è il nome di questo frutto?“.
U-Jì rispose: “Potente signore, il frutto non ha ancora un nome ma, con il suo permesso, vorrei chiamarlo col nome di sua figlia. L’ho vista stamattina ed ho saputo come si chiama da un inserviente … per me non esiste un nome più bello: Ka-Kì!“.
Il Governatore sorrise e disse: “Se così desideri, così sia. Il frutto si chiamerà Ka-Kì (nota: Ka-Kì = rugiada di miele). Ed ora, preparati ad assumere il posto che ti spetta. Nessuno ne è più degno di te!“.
U-Jì lo guardò allora improvvisamente con aria supplichevole e disse: “Potente signore, se mi è consentito, io vorrei tornare al mio villaggio. Ho promesso al mio maestro, il vecchio Khalin, di sostituirlo come insegnante sotto l’albero del Sapere quando lui non ne fosse stato più in grado. … fu lui stesso a chiedermelo e non vorrei mancare di parola!“.
Il Governatore lo fissò meravigliato ed gli domandò: “Vuoi rinunciare dunque ad un posto che potrebbe col tempo portarti ai giardini dell’Imperatore, mio primo cugino?“.
Sì, col suo permesso!“, rispose u-Jì senza incertezza.
Ti sia concesso, fermo restando che, di questi alberi, ne voglio un intero frutteto. Tu stesso vi provvederai!“, disse allora il Governatore dopo un attimo di sconcerto.
Detto questo, si allontanò tra gli inchini dei presenti. Anche u-Jì s’inchinò in segno d’assenso e di rispetto. Poi infilò al braccio il suo cesto ovale ed uscì tra gli sguardi ammirati ed invidiosi, ma soprattutto assai stupiti, di tutti i presenti. Doveva davvero essere un pazzo per rinunciare ad un posto a Palazzo, … un posto che avrebbe persino potuto portare ad un lavoro nei giardini dell’Imperatore. Se non un pazzo, sicuramente era tocco!
Quasi sempre la saggezza viene scambiata per dabbenaggine, quando non addirittura per follia. Di quello che pensava quella gente ad u-Jì doveva importare ben poco se, uscito che fu dal Palazzo, non si voltò neppure indietro e, fischiettando spensierato, riprese la strada che portava ad un villaggio, tutto di bambù, chiamato u-Nokù dai “suoi figli” …

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La leggenda di Stinco e Cocca
di Mario Cerutti

C’era una volta, in una casetta posta appena fuori dal paese, una donna. Essendo rimasta sola, aveva pensato di far costruire un piccolo pollaio a fianco della sua abitazione. Una dopo l’altra, erano venute ad abitare il pollaio una nutrita famigliola di galline ed in seguito, quasi a consacrare il tutto, un magnifico gallo. Tra padrona e pollame non aveva tardato a stabilirsi una corrispondenza d’affetti quasi incredibile. Da una parte, la padrona trattava le sue galline nel migliore dei modi, dall’altra quelle ricompensavano le sue gentilezze con uova degne di un concorso.
Col tempo, venne a far parte della – chiamiamola cosi – famiglia anche un grosso gatto. Sornione all’apparenza, si rivelò subito uno zampalesta da non credersi. Sebbene la padrona riservasse anche a lui buona parte del suo affetto, sembrava che lui non ne tenesse affatto conto: quando gli si presentava qualche occasione per combinarne qualcuna, non ci pensava due volte e la pigliava al volo! Dopo averla fatta grossa, il furbastro tagliava poi la corda e non tornava in famiglia se non quando tutto si era rappacificato e le nuvole nere erano scomparse dall’orizzonte. Quindi, come se nulla fosse avvenuto, riprendeva il suo posto sul cuscino che gli era stato riservato nel tinello.
Era ormai la fine di giugno e faceva un caldo da intontire. Uno di quei pomeriggi il nostro Stinco – questo era il nome del gatto – stava, come al solito, bighellonando senza meta con le ganasce dolenti a forza di sbadigliare per la noia. Fu proprio allora che, tanto per far qualcosa, si portò verso il pollaio. Udendo un lieve rumore, girò la testa e notò a pochi passi una gallina con le piume rosse, accovacciata nel nido in tranquilla attesa di deporre l’uovo.
Gli si presentava un’occasione per scambiare quattro chiacchiere, una vera manna per uno come lui che non aveva mai nulla da fare! Assunse, perciò, un tono di falsa simpatia e, rivolgendosi alla gallina, la salutò dicendo: “Ehilà, Rossa! Siamo sempre dietro a lavorare, eh?“.
Beh!“, gorgogliò la Rossa, “Finché si lavora, va bene …“.
Chi si accontenta, gode!“, rispose lui, in modo ironico.
La gallina, senza scomporsi disse: “Dici bene. Ti confesso che non potrei desiderare niente di meglio!“.
Chi si accontenta gode!“, ripeté il gatto, ora con un velato tono di disprezzo. “Al tuo posto, io non la penserei così. Proprio no!“.
Davvero?” disse allora la Rossa con un’aria da prendere in giro che consolava. “Sarebbe possibile sapere perché?“.
Rispose allora lui: “Certamente. Vedi, Rossa, tu sei troppo buona e questo t’impedisce di renderti conto che, mentre tu fai un pozzo di fatica per mettere alla luce un uovo, la tua padrona non fa altra fatica di quella d’allungare la mano per cavartelo dal di sotto. Così lei si gode, senza fatica, il sudato frutto del tuo lavoro. Questa sarebbe già una delle cose che, a me, non andrebbero proprio giù …“.
Non faccio fatica a credere a quello che dici!“, lo rimbeccò lesta la Rossa. “La riconoscenza non è mai stata il tuo forte, vero Stinco? Per te esiste solo la legge del prendere: quella del dare, tu non la conosci davvero! Sei proprio un bel ferro da stiro!“.
Ma, … senti che roba!” bofonchiò il gatto, punto sul vivo. “A vederti non lo si direbbe, ma quanto sei sciocca, Rossa. Proprio sciocca!“.
Sarà come tu dici!” tagliò corto la Rossa. “Comunque, fin quando la nostra padrona avrà cura di me, io cercherò di ricompensarla come meglio posso, … magari con un uovo al giorno!“.
Anima tua, borsa tua …“, miagolò il gatto allontanandosi. “Figuriamoci se si può ragionare con una gallina!“.
Nessuno ti ha interpellato!“, gli strillò dietro la Rossa. “Se tu non hai voglia di lavorare, lascia almeno lavorare gli altri. Capito? Pelandrone!“.
Il gatto avrebbe voluto ancora replicare alla gallina con qualche nuova frecciata, ma poi pensò che era meglio pedalare alla svelta. Tra l’altro, dall’angolo della casa che dava sull’orto, era spuntato Trinca, il gallo, un pezzo di marcantonio grosso come un barile, con zampacce armate di un paio di speroni acuminati, con un becco duro e tagliente come una cesoia da giardiniere. Oltre a questi attributi poco raccomandabili, Trinca aveva anche il difetto di non perdere tempo in discussioni e di picchiare subito duro! Già una volta aveva sorpreso Stinco mentre stava infastidendo le galline. In quella occasione il nostro gatto aveva dovuto fare una corsa mozzafiato per non correre il rischio di perdere la coda nel becco di quell’attaccabrighe!
Si allontanò dunque verso la siepe, ma la risposta della Rossa gli aveva lasciato la bocca amara. Nel tentativo di sfogarsi, tentò di acchiappare un passero che stava becchettando nella polvere del sentiero, ma anche questo gli andò storto e dovette in più sorbirsi le rimostranze dell’uccelletto, quando ormai si trovava al sicuro su di un ramo di gelso.
Decisamente, quella giornata non era una delle migliori: gli conveniva ritirarsi in buon ordine prima di risicare qualche altra figuraccia!
All’indomani, dopo una bella dormita nel fresco del tinello, il gatto si riportò verso il pollaio. Aveva adocchiato il gallo oltre l’orto, cioè abbastanza lontano, per cui si sentiva abbastanza al sicuro. Inoltre, vide con piacere che nel nido non c’era, questa volta, la Rossa, ma un’altra gallina.
Come tutti i pochi di buono, pronto cioè a scordarsi tutti i buoni propositi ma non certo i cattivi, il nostro gatto pensò di riproporre il discorso incominciato il giorno innanzi con la Rossa.
Si avvicinò dunque al nido e, con un fare allegro e cameratesco, salutò così la gallina: “Ehilà Cocca! Siamo sempre sotto tiro, eh?“.
Si fa quel poco che si può!“, gli rispose la Cocca. Quella era una gallina bonacciona e tranquilla che, se si trattava di fare quattro chiacchiere, non diceva mai di no.
Il gatto, intanto, riprese: “Se la memoria non m’inganna, tu fai l’uovo quasi tutti i giorni, vero?“.
Sei in sette giorni!“, precisò la Cocca, con aria soddisfatta.
Continuò subito lui: “Però! Il solo peccato è che, di tutto questo ben di Dio, tu non ne assaggi nemmeno una goccia. Tu ti affatichi e la tua padrona non fa altro sforzo che quello di chinare la schiena e cavarti l’uovo dal di sotto. Insomma, tu lavori e l’altra gode!! Non te ne sei mai accorta? Questa non mi sembra una cosa molto simpatica e giusta. Te ne stai rendendo conto?“.
Mentre diceva questa parole, Stinco teneva d’occhio la gallina per vedere come reagiva l’animo semplice e credulone di lei: vedendo che non dava risposta, capì di avere buono gioco. La Cocca, infatti, non aveva tutta l’esperienza della Rossa e convincerla del tutto non sarebbe stato molto difficile! Prima che il ferro si fosse raffreddato, il gatto pensò che fosse meglio dare ancora qualche colpetto.
Vedi“, le disse riprendendo il discorso, “forse tu non ci fai caso, ma non passa giorno che la padrona non venga qui nel pollaio: per quante uova ci possano essere, quando lei se ne va via, il nido rimane sempre bello e pulito! Se le porta via tutte, proprio tutte! A me, questo non sembra per nulla giusto. Non trovi anche tu?“.
La Cocca non rispose subito. Stava manovrando per spingere fuori l’uovo, facendo una fatica del diavolo. Tutta concentrata nello sforzo, non aveva più nemmeno il fiato per rispondere ma, finalmente, spingi spingi, l’uovo saltò fuori. Allora la gallina si drizzò sull’orlo del nido scuotendosi tutta. Stinco ne approfittò per gettare un’occhiata dentro al nido. L’uovo era lì, bello e caldo.
Era veramente un campione nel suo genere, tanto che il gatto non dovette nuovamente fingere quando disse: “Complimenti, Cocca! È una delle uova più belle che io abbia mai visto. Brava! Sei proprio in gamba! … ma, torniamo al nostro discorso di prima, … trovi logico che tu abbia faticato cosi tanto ed ora la padrona venga qui per portartelo via?“.
Già, … forse tu hai proprio ragione …“, disse tra sé e sé la gallina.
Ragione, dici bene! Almeno le uova le mangiasse poi la padrona! Ma no!! L’ho vista io, lunedì scorso, vendere le vostre uova al negozio del lattaio, quello all’angolo del ponte. Capito?“, continuò il gatto.
Davvero?“, mormorò Cocca con lo stomaco ormai tutto in subbuglio. “Beh, quella era una cosa che non doveva proprio fare!“.
Si capisce! Tanto più che, in cambio delle uova, si prende dei pezzi di carta e di metallo che, poi, va a nascondere sotto una piastrella in camera da letto. Davvero non ho mai capito perché!“, disse il gatto per rinforzare la dose.
Ah! La furbacchiona!“, gridò la Cocca con la cresta tutta in un brivido di collera rattenuta.
Stinco ne approfittò allora per dare l’ultimo colpetto e disse: “Se io fossi al tuo posto, lo sai che cosa farei? Prima che la padrona faccia la sua visita usuale per ritirare le uova, prenderei il mio uovo e me lo papperei tutto, guscio compreso. Se lei ha voglia di mangiarsene uno, ebbene, se lo faccia da sola! Solo così comprenderà quanta fatica costi. Su, allora: cosa aspetti a goderti il frutto delle tue fatiche?“.
Ormai completamente convinta che le ragioni esposte da Stinco fossero quelle giuste, la Cocca non stette a pensarci più a lungo e, dopo aver contemplato solo per un momento il suo capolavoro d’uovo – anche l’occhio vuole la sua parte! -, gli mollò una rude beccata e, pezzo dopo pezzo, se lo mangiò, guscio compreso.
Brava Cocca!“, si complimentò il gatto. “È così che si deve fare, senza avere paura! Se una cosa va fatta, si deve farla fino in fondo! Vedrai come questo tuo gesto innalzerà la stima delle tue compagne nei tuoi confronti! Vedrai, vedrai …“.
Nel tardo pomeriggio, la padrona venne a fare il consueto giro nel pollaio. Dalla città era giunta la sua nipotina: lei aveva allora pensato di prepararle una sostanziosa merendina a base di zabaione fatta con uova di giornata. È facile a capire come rimase sorpresa quando trovò la paglia del nido tutta inzaccherata di tuorlo e pezzetti di guscio.
Pensò allora: “Vuoi vedere che c’è qualche gallina che mi prende l’abitudine di mangiarsi le uova? Sarà meglio tenerle d’occhio prima che la cosa prenda piede, se no sì che sto fresca!“.
Cosi fece. Le bastarono pochi giorni per sorprendere la Cocca mentre si pappava il suo bravo ovetto.
“Ah, è cosi?”, brontolò lei, sorprendendola. “Vecchia trottolona! Sarà meglio che tu cambi abitudine, se non vuoi avere qualche brutta sorpresa. Mi hai capito?“.
Cocca, intanto, con la coda dritta e il petto in fuori, guardava la padrona con baldanzosa aria di sfida quasi volesse dirle: “Eh sì, cara signora, proprio cosi! Il tempo della cuccagna è finito. D’ora in avanti, se avrai voglia di un uovo, sarà meglio che provvedi a fartelo da sola. Altrimenti ne dovrai fare a meno …“.
Tuttavia, la padrona non doveva pensarla allo stesso modo se, visto che la cosa si ripeteva, un bel pomeriggio decise, sebbene dispiaciuta, di agire di conseguenza. Abbrancò la Cocca per le penne e la portò fuori del pollaio. Malgrado le grida di protesta di quella, la rinchiuse in una piccola e vecchia gabbia di legno, dove appena avrebbe potuto muoversi. Mentre compiva questa operazione, uscivano ancora dal becco della Cocca oscure minacce di rappresaglia …
Povera Cocca! Solo in un secondo momento, quando ormai era troppo tardi, incominciò a comprendere che c’era qualcosa di sbagliato in quello che aveva fatto e che, forse, non aveva molte ragioni da far valere.
Proprio mentre era in questi frangenti, passò da quelle parti, lemme lemme, Stinco. Al vedere la poveretta in quelle condizioni, ebbe un miagolio di finta indignazione. “Ma che cosa sta succedendo?“, blaterò. “In che razza di mondo viviamo, se si devono vedere simili ingiustizie? È possibile che i santi diritti di una povera gallina debbano venire calpestati in questo modo?“.
Al sentire questa tirata in sua difesa, Cocca si senti rianimare un poco.
Oh, Stinco, amico mio!“, farfugliò allora lei, “Giungi proprio in tempo. Lo vedi in che stato mi trovo e questo non solo per colpa mia!. Tu lo sai bene, vero? Cerca allora di darmi una mano per tirarmi fuori da questo impiccio. Tu hai buoni denti e buone unghie. Sù, che aspetti, aiutarmi!“.
Io, aiutarti? E come potrei?” disse il gatto sinceramente sorpreso. “Per liberarti, ci vorrebbe del tempo ed io non ne ho. Senza contare che, se la padrona mi sorprendesse, correrei il rischio di pigliarmi una bella legnata. Già quella mi può vedere come il fumo negli occhi …“.
Detto questo, si allontanò tranquillamente verso la siepe, senza neppure far caso a quello che la Cocca gli andava ancora gridando.
Povera me!“, gemette ancora la Cocca, “Che cosa ne sarà di me? Cosa mi capiterà?“.
Cosa vuoi che t’accada?” fischiò allora in risposta un merlo dal ramo di un albero. “Ti accadrà ciò che succede a tutti i gonzi che ascoltano – e che soprattutto mettono in pratica – i consigli di gentaglia come Stinco. Quella è una genia grama, … sempre in giro a seminare zizzania ed a procurare grane a coloro che la stanno ad ascoltare, … per poi, – ben inteso – lasciarli soli a cavarsi fuori dai pasticci, …. se ci riescono!“.
Se no? … Se non ci riescono?“, interruppe allora la gallina con voce tremante.
Il merlo non rispose, limitandosi a scuotere le piume delle spalle. Poiché la vista della Cocca in quelle strettezze gli faceva troppa pena, volò allora su di un altro ramo un po’ più in là. Potette così vedere Stinco mentre, impettito e con l’aria giuliva di chi non ha alcun rimorso, si stava complimentando con la Rossa, in procinto di andare a dormire.

Informazioni su Enzo Contini

Electronic engineer
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