TIMVISION e RaiPlay: quali sono gli Smart TV idonei e quali sono le modalità alternative per poterne usufruire anche su “vecchi” TV (e.g. con Google Chromecast o Amazon Fire TV Stick)

Chi ha un abbonamento alla linea fissa con TIM ha la possibilità di utilizzare TIMVISION … con una programmazione che non ha nulla da invidiare a quella di altri analoghi servizi a pagamento più blasonati quale, ad esempio, NETFLIX.

Inoltre tutti gli utenti che hanno una sim TIM sul proprio smartphone, possono vedere TIMVISION senza per questo avere scaricati i propri Giga a disposizione: il (notevole) traffico dati di quell’app non viene infatti tenuto conto … e questo può essere sicuramente un buon motivo per scegliere (almeno a parità di prezzo) questo operatore rispetto ad altri!
Analogamente per l’offerta sul fisso in fibra TIM, che
analogamente ha TIMVISION compreso nel prezzo … e non è poco se si pensa che anche solo l’economico NETFLIX costa virca 14€ al mese!

Esistono diverse modalità che consentono di utilizzare questo servizio generalmente compreso nel prezzo del canone, tra cui l’utilizzo di un qualsiasi PC/tablet, di un decoder TIMBOX fornito da TIM con un canone mensile, di uno smartphone collegato al WiFi di casa oppure utilizzando Chromecast, la chiavetta prodotta da Google che si può connettere ad una porta HDMI del TV per renderlo “smart“, consentendo così di usufruire di alcuni servizi. Ma esistono ulteriori modalità …

In teoria alcuni box di costruzione asiatica potrebbero essere un’alternativa al TIMBOX, ma per esperienza di amici che ne hanno acquistati, risultano in genere poco affidabili come durata nel tempo oltre ad avere limitate funzionalità e generalmente non consentono di vedere i film con TIMVISION (si riesce a vedere solo il suo palinsesto).

La chiavetta Fire TV Stick di Amazon, poi, non consente di default di vedere TIMVISION, almeno attualmente, non comparendo tra i programmi elencati ed installabili: esiste infatti un contenzioso tra Amazon e Google che  impedisce di scaricare direttamente le app dal Google Play Store. Tuttavia si possono provare alcune strade alternative per avere l’app TIMVISION sul Fire TV Stick. Io attualmente ho provato a farlo tramite una installazione da smartphone Android, utilizzando l’app (non ufficiale) app2fire che richiede di avere sul proprio cellulare Android sia quell’app sia l’app che vuoi installare sul  Fire TV Stick, ad esempio TIMVISION). Avendo un telefono Android del 2014 con la vecchia versione 4 di Android (non sono un fan di quel sistema operativo :-)), non mi è stato possibile installare l’ultima versione di TIMVISION che richiede versioni più recenti di quel Sistema Operativo: con quella vecchia versione, lanciando l’app TIMVISION compare un popup di avvertimento, che avverte: “Il dispositivo non supporta i Google Play Services” … che effettivamente non compaiono come presenti su quel device. Anche installandoli, sempre tramite l’app app2fire, TIMVISION continua a fornire lo stesso errore. Analogamente, anche l’app RAIPLAY, quando l’ho installata dal mio vecchio cellulare Android tramite l’app app2fire, non funziona su quella chiavetta TV: una volta lanciata, rimane sullo screenshot iniziale. Esistono comunque guide che descrivono come installare comunque sul Fire TV Stick l’ultimo apk disponibile nel Play Store (e.g. come installare Sky Go su Amazon Fire TV StickRai Play e TIMVISION, come continuare a guardare YouTube). Per scaricarmi perciò l’apk dell’ultima versione Android di TIMVISION sul proprio PC, per poi successivamente installarlo sul Fire TV Stick, si può utilizzare il metodo descritto in questo video, utilizzando il sito APK Downloader: attualmente, come dirò in dettaglio nel seguito, neppure questa procedura mi ha consentito di avere quell’app funzionante sulla chiavetta, ma lo era e forse lo sarà nuovamente in futuro in passato, per cui nel seguito la descriverò comunque. La procedura richiede che, una volta ricercata con il PC l’app TIM VISION nel Google Play Store, si copi l’URL di quella pagina (e.g. https://play.google.com/store/apps/details?id=it.telecomitalia.cubovision ) e la si inserisca nel form di un sito che consenta il download degli apk (e.g. APK Downloader)  per scaricare il file di installazione di quell’app. Premendo il tasto di Invio in quel form, si giunge ad una successiva pagina dove, premendo il tasto DOWNLOAD APK FILE, si attiva la procedura di download sul PC della versione più recente di quel file (i.e. it.telecomitalia.cubovision_8xxx.apk).
NOTA: se il file scaricato ha come estensione .zip, rinominarla in .apk

Copia il link della pagina del Google Play Store relativa all’app TIM VISION

Incolla l’URL di TIM VISION nel sito APK Downloader e premi il tasto Invia

Premendo DOWNLOAD APK FILE, viene iniziata la procedura per scaricare il file di installazione apk: talvolta può dare errore … ed è necessario riprovare, magari in un altro momento … ma funziona!  😉

Per quindi installare sul Fire TV Stick quell’apk scaricato sul proprio PC Windows , eseguire i seguenti passi indicati in questa guida:

  1. Dalla Fire TV Stick recarsi in Impostazioni > Dispositivo > Opzioni Sviluppatore;
  2. Impostare la voce acceso su sia Debug ADB sia Applicazioni da fonti sconosciute;
  3. Collegare il Fire TV Stick al PC tramite il suo cavo MicroUSB ed aspettare che Windows riconosca quel dispositivo collegato (NOTA: infatti tale cavo non serve solo per alimentarlo, ma permette anche di vederlo come una normale periferica da un PC, una volta collegato ad esso);
  4. Copiare l’APK dell’app TIM VISION nel Fire TV Stick, ad esempio nella sua sottocartella dedicata ai download (MTP USB Device\Memoria interna\Download);
  5. Dalla pagina Home di Fire TV Stick selezionare Categorie > Utility;
  6. Scaricare ES File Explorer e avviarlo;si tratta di un’app che consente di esplorare  tutta la memoria del dispositivo.
  7. Seleziona, con quel File Explorer, Locale > Memoria interna;
  8. Trovare e selezionare il file .apk precedentemente copiato e premere il tasto centrale del telecomando per installare quella app.

NOTA: come già sottolineato, attualmente l’ultima versione 8041 di TIMVISION non funziona più sul dispositivo Fire TV Stick e fornisce un  generico avvertimento bloccante (“Una nuova versione è disponibile. E’ necessario aggiornare per continuare a fruire dei contenuti“). Probabilmente lo sarà nel futuro come lo è stato nel recente passato, per cui conviene riprovare questa procedura con i nuovi futuri apk rilasciati sul Play Store.
Inoltre, esiste una versione di TIMVISION anche su Aptoide TV (vedi il metodo spiegato successivamente per installare RaiPlay)  ma si tratta attualmente di una versione vecchia che richiede ancora i Google Play Services non presenti nel dispositivo, per cui a maggior ragione, anche lei non funziona una volta installata: anche in questo caso, nel futuro potrebbe esserci qui una versione compatibile …

Versione di TIMVISION che si trova attualmente su Aptoide TV, attualmente non funzionante sul Fire TV Stick

 

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Relativamente a RaiPlay, la cui installazione utilizzando app2stick con il mio Android obsoleto non mi ha funzionato, nel seguito viene fornito un metodo alternativo invece funzionante:

  1. Abilitare il Fire TV Stick ad accettare app da fonti sconosciute, recandosi in Impostazioni > Dispositivo > Opzioni Sviluppatore; ed impostando la voce acceso su Debug ADB e Applicazioni da fonti sconosciute.
  2. Dalla Home del Fire TV Stick selezionare Categorie > Utility;
  3. Scaricare Downloader e avviarlo;
  4. Tornando alla Home, inserire il link http://troypoint.com/app; e premere il pulsante Go.
  5. Premendo il tasto Install, procedere all’installazione di Aptoide TV (versione ottimizzata per Set Top Box e Smart TV di Aptoide, market alternativo per Android che consente di scaricare moltissime applicazioni, tra cui Kodi, browser come Firefox, applicazioni di streaming musicale come Spotify e tante altre app non direttamente scaricabili dal Google Play Store).
  6. Ora è possibile lanciare l’app Aptoide TV, store alternativo di app Android, e ricercare in esso (con la sua funzionalità di ricerca, realizzata dell’icona lente di ingrandimento) l’app RaiPlay per poi installarla.

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Comunque la modalità più agevole per vedere TIMVISION, senza ingombri e nessun costo aggiuntivo, è sicuramente quella di utilizzare direttamente uno smart TV idoneo.
Tuttavia è necessario fare attenzione, in quanto non tutti i nuovi TV, seppure “smart”, risultano idonei a vedere TIMVISION: alcuni funzionano solo per alcuni provider più diffusi (e.g. NETFLIX). Una possibile alternativa all’uso di un smart TV, se hai un televisore che ancora funziona bene, è poi quella di acquistare un lettore Blu-ray capace di estendere le funzionalità del TV rendendolo quindi “smart”, con accessibili (tramite tale lettore) delle app preinstallate specifiche (e.g. YouTube, Facebook, TIMVISION, NETFLIX)  … ma anche in questo caso non tutte le marche sono idonee all’utilizzo di TIMVISION. Ad esempio con gli Smart TV Sharp Aquos non li supportano nativamente (attualmente si deve usare una chiavetta Google/Amazon): a tale riguardo, vedere una risposta di un cliente Amazon.

Su quali siano i TV/lettori Blu-ray idonei, le informazioni che si trovano ricercando in Rete non sono del tutto chiare ed esaustive.

Nella pagina di help del sito TIM viene detto “TIMVISION è attualmente disponibile su Smart TV e lettori Blu-Ray Samsung (modelli 2010-2016) ed LG (modelli 2012-2016), e Android TV Sony dotati di accesso ad Internet e collegati ad una linea ADSL/Fibra“.

Pagina di descrizione del prodotto TIMVISION, nel sito TIM

Viene da chiedersi: ma allora i modelli successivi al 2016 dei TV, neppure quelli di quelle marche, non sono più idonei? … e cosa dire poi dei recenti Android smart TV della Philips??

Andando invece nella pagina di help specifica del sito di TIMVISION, la descrizione sulla idoneità risulta più completa anche se non del tutto allineata con quanto precedentemente indicato relativamente le date dei modelli: “TIMVISION è disponibile su Smart TV  Samsung (modelli 2014 e successivi), Smart TV LG (con sistema WEBOS) e Smart TV Android. Cerca TIMVISION tra le app disponibili sulla tua TV e se sei già abbonato TIMVISION o sei cliente TIM SMART, accedi subito. Se invece non sei abbonato a TIMVISION, puoi richiedere l’abbonamento comodamente dall’app“.

Dal momento che ci sono comunque incongruenze evidenti tra quanto dichiarato nelle due pagine evidenziate, ho preferito chiedere chiarimenti, tramite Messanger, dal sito Facebook di TIM: mi hanno prontamente risposto fornendomi una terza versione relativamente alla idoneità di quei dispositivi: “Le  Smart TV di Samsung ed LG successive al 2016 sono idonee al servizio Tim Vision mentre non sono compatibili le TV Philips “. … ma leggi tutto il post fino alla fine prima di prendere decisioni affrettate! 😉

Volendo acquistare un nuovo TV non vorrei avere sorprese, ma avrei preferito orientarmi su un dispositivo Android piuttosto che su uno con un O.S. proprietario, come avviene nel caso dei Samsung ed LG. Ho quindi domandato esplicitamente quali fossero gli Smart TV Android che supportano il servizio TIMVISION. Mi è stata fornita la seguente risposta che meglio specifica, come evidenziato in grassetto, come il supporto di TIMVISION avviene sugli Smart TV Android: “TIMVISION è disponibile e accessibile sui Decoder TIM, Smart TV Samsung (modelli 2014 e successivi), Smart TV LG (WebOS) e Smart TV Android da app TIMVISION. Per maggiori info e dettagli, puoi consultare il sito www.timvision.it“.
A questo punto sono rimasto ancora più confuso!!  A parte l’utile precisazione evidenziata in grassetto, quelle indicazioni le avevo già trovate nella pagina di help specifica del sito di TIMVISION, …e la risposta fornisce indicazioni troppo generiche riguardo a quelle che vengono indicate genericamente come “Smart TV Android“: da una parte si parla solo di “Android TV Sony“, poi, nella prima risposta, mi viene detto che “non sono compatibili le TV Philips“, sebbene siano anche quelle con sistema operativo Android.
Basta quindi solo scaricare nei TV Philips l’app TIMVISION e poi questa può essere utilizzata anche con quei dispositivi oppure (come spesso avviene con certi TV box cinesi), seppure si possa installare dal Play Store, una volta in esecuzione si riesce solo navigare nella sezione di programmazione dei film, ma non a vedere i film?

Ho ottenuto quindi le seguenti ulteriori delucidazioni: “Il servizio TIMVISION è disponibile e accessibile sui Decoder TIM, Smart TV Samsung modelli 2014 e successivi, Smart TV LG modelli dal 2013 e successivi e Smart TV Android compatibili con l’applicazione TIMVISION.
Su PC – Sistemi Operativi compatibili (versioni minime): Windows (Vista), Macintosh OS X (10.4.11).
Browsers compatibili (version minime): MS Internet Explorer (10.+), MS Edge (25+), Firefox (33+), Chrome (39+), Safari (7.0+).
Player : Microsoft Silverlight (5.1+ installato sul tuo PC e Adobe Flash Player (last) . E’ importante che siano le ultime versioni disponibili.
Smartphone e Tablet Android e Windows Phone 8 con App dedicata Iphone e i-Pad.
In mobilità da sim TIM il traffico Internet è incluso su apn wap.tim.it e ibox.tim.it“.

Il problema comunque rimane quello di sapere quali sono gli “Smart TV Android compatibili con l’app TIMVISION“!

Solo insistendo ancora ho ricevuto successivamente questa risposta definitiva e chiarificatrice: “Il televisore deve essere Android e puoi scegliere qualsiasi marca/modello“.

D’altra parte anche leggendo commenti di alcuni clienti Amazon che hanno acquistato recenti modelli di Smart TV Philips, che hanno OS Android, confermano la loro idoneità alla visione di TIMVISION, così come di RaiPlay … per quanto affidabili possano essere le loro risposte:

Domanda:
Risposta:
Si, Netflix, Timvision, Amazon Prime Video … si può vedere tutto
Da Amazon Customer in data 20 aprile 2018
Domanda:
Risposta:
Si RaiPlay è già installato, come netflix e youtyube. Non tutte le applicazioni sono disponibili, però mi sembra che stiano allargando il numero. Ad esempio amazon prime video ora è disponibile.
Da Stefano F. in data 8 gennaio 2018

Penso sarebbe assai utile avere, in qualche forum TIM / TIMVISION, una visibilità diretta dell’esperienza dei clienti di TIMVISION, anche relativamente alla compatibilità di marche e modelli TV, a comprovare la sua compatibilità diffusa di usufruirne un po’ ovunque!

Purtroppo poco è servito invece contattare il servizio clienti Philips che sono stati assai cauti nella risposta, utilizzando il tempo condizionale che, nel dubbio, non mi invoglierebbe all’acquisto: “La tv indicata, essendo dotata di sistema operativo Android, dovrebbe essere predisposta dell’App Tim Vision“, con di seguito le indicazioni su come eventualmente aggiornare il firmware del TV…

Risposta del Customer Care Philips

Ho quindi chiesto loro maggiori informazioni … ma non mi hanno fornito una risposta più appropriata: non mi hanno quindi invogliato a considerare quella marca nel mio acquisto 😉

PS: ho poi preso un TV Samsung UE65LS003AUXZT  (43″) ‘The Frame dove TIMVISION è agevolmente installabile ed utilizzabile, così come RAIPlay ed molte altre app: … e poi l’idea del televisore quadro è davvero originale e bella!  😉

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Il parco Michelotti e le vicende del giardino zoologico desunte dagli articoli dei quotidiani

Nel seguente post riporto alcuni articoli che fanno riferimento al parco Michelotti ed in particolare alle vicende del giardino zoologico, dalla sua nascita nel 1955 alla sua chiusura nel 1987. Ho trovato assai utile leggere questi articoli giornalistici per comprenderne la storia del parco … e anche solo lo stile stesso con cui sono stati scritti forniscono già di per sé delle indicazioni rilevanti sul modo di pensare di quei decenni. Spesso, infatti, gli articoli ono ironici verso gli animali e tendono ad evidenziare come fossero tenuti bene, con controlli medici continuativi ecc… eppure, chissà come mai, ogni tanto ce ne scappava uno morto!

La maggior parte delle informazioni presenti nel post sono desunte da articoli del quotidiano La Stampa. Sono partito da un articolo (Trent’anni fa chiudeva per sempre lo zoo di Torino), presente nel sito di quel quotidiano,  che riporta una mini cronistoria dello zoo, integrandolo con informazioni presenti sia nell’interessante post Il giardino zoologico di Torino al Parco Michelotti del blog  baldung.blogspot.it di fosforo sia nel post Il giardino zoologico di Torino de “La bottega del ciabattino“, sia da ricerche da me stesso effettuate nel bellissimo archivio storico de La Stampa dove sono state digitalizzate tutte le testate del giornale dalle sue origini (1867) fino al gennaio 2006: peccato che non abbiano proseguito ad inserire anche i numeri degli anni successivi, dove sicuramente sarebbe poi stato anche più facile, essendo il giornale già in forma digitale.

Ovviamente in quell’archivio di decine di anni sono moltissimi gli articoli relativi al parco Michelotti ed allo zoo in particolare … ma è già troppo tempo che tengo questo port privato ed è penso ora di pubblicarlo comunque: per ora ne ho riportati solo alcuni articoli, proponendomi nel tempo di inserirne ulteriori, dopo averli ricercati e letti 😉

Per avere maggiori informazioni su come ho reperito queste ed altre informazioni, puoi eventualmente vedere il mio post Trovare e scaricare immagini d’epoca di Torino e Piemonte e reperire informazioni da vecchi articoli di quotidiani.

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Nel dicembre 1950 viene presentato al Consiglio Comunale il progetto dell’ing. Manfredi per un giardino zoologico al Valentino, ampliato e accompagnato da un plastico degli impianti. In un primo tempo erano state individuate come aree da utilizzarsi per l’impianto dello zoo il nuovo parco della Pellerina e poi il parco pubblico Leone Ginzburg. A quest’ultimo progetto si era opposta la Soprintendenza ai Monumenti per il Piemonte, a causa della vicinanza col Monte dei Cappuccini e della Gran Madre, venne scelto quindi il vicino Parco Michelotti, più defilato e meno frequentato dalla borghesia torinese. L’idea del giardino zoologico, venne ai fratelli Arduino e Sandro Terni, cacciatori e grandi esperti di animali. I Terni, avevano rilevato il negozio di animali dei fratelli Molinar (grandi cacciatori di animali feroci) in piazza Castello e nutrivano adesso questo grandioso progetto.

15/01/1955
Dopo la decisione presa dal Comune, si cerca un giardino per la sede dello Zoo.
Il parere del soprintendente ai Monumenti e alle Belle Arti: non guastare il panorama caratteristico, il Monte dei Cappuccini.  Non v’è dubbio che una delle decisioni più simpatiche e popolari prese di recente dall’amministrazione civica sia stata quella di dotare Torino d’un giardino zoologico, accettando una nota proposta privata. Cosi poco pittoresca è la vita contemporanea in una grande città, così tediose e monotone sono le giornate malgrado il tumulto delle cose e dei casi straordinari — anzi, proprio per questo, perché nulla v’è di più malinconico del non potersi più stupire, nel male e nel bene —, che l’idea degli elefanti e delle tigri, degli orsi e dei pitoni, delle scimmie e dei marabù sulle rive del Po, ridestò in tutti, grandi e piccini, fantasie liete, colorite di esotismo. Benvenute dunque le belve, quando giungeranno in questa nordica e nebbiosa Torino. Dove ospitarle,  dove crear loro, così la dimora, l’illusione della selva, del deserto, del fiume questa  scelta, il Municipio l’ha fatta. Tra i vari luoghi che la città offre, sulla sponda del Po, a ponente di corso Moncalieri e a breve distanza dalla Gran Madre di Dio, fra la villetta della Società canottieri «Esperia» ed il grande edificio del Centro ricreativo Fiat, si stende un terreno lievemente ondulato di forse trecento metri per ottanta, con qualche albero annoso, sistemato con decoro a zone erbose, vialetti, giovani alberelli, con al centro un piazzale per giochi sportivi. E’ il Giardino Leone Ginzburg, nome caro alla memoria di tutti gli spiriti liberi e colti. I nostri padri coscritti hanno detto: Ecco il luogo ideale; il puma riudirà il mormorio delle correnti amazzonie, il giaguaro risognerà l’agguato dell’alligatore.  Hanno dimenticato un particolare: che proprio sopra il Giardino Ginzburg, al di là del Corso Moncalieri. s’alza boscosa — precisiamo, in via di rimboschimento — la costa del Monte dei Cappuccini; e che questa deliziosa, impareggiabile, e tanto caratteristica architettura torinese, per metà naturale e per metà creazione dell’uomo, offre la sua visuale più bella e completa, serena, armoniosa, col nitido poliedro della chiesa del Vittozzi e il lungo fianco del convento, dal nobile ingresso  di corso Cairoli, sull’opposta riva del nostro caro fiume. A questa incantevole e stampa antica bavarese serve di ben composta base, raccolta e amena, appunto il Giardino Ginzburg, ultimo lembo di terra, su codesta sponda, libero ancora d’intruse presenze di fabbricati. Perché di fabbricati, quantunque di ridotte dimensioni, necessiterà pure il nuovo giardino zoologico; gli elefanti, ad esempio, vogliono una loro casa, esigono <casette> le più freddolose fiere; poi ci saranno rocce artificiali, gabbie, steccati, reti, pali e piloni. Sappiamo che l’architetto Manfredi, incaricato di studiare la sistemazione, ha fatto miracoli, da quell’intelligente progettista che è; ma sappiamo anche che non si tengono leoni e tigri come conigli; e allora addio al fianco aprico del nostro bel Monte, già guastato da quello stupido piazzaletto-fontana. Proprio è obbligatorio, a Torino, alterare i più tipici aspetti locali? Si effettuerà la minaccia all’antica Bastita, il famoso <castelletto del Po>, cui il giovane duca Carlo Emanuele, dopo averlo comprato dai conti Scaravelli, ascendeva nel 1583 — con il corteo recante la gran croce di legno — per donarlo ai Padri Cappuccini? Di questo proposito è impensierito il soprintendente ai monumenti prof. Chierici, cui spetta anche la tutela del paesaggio torinese. Come non esserlo? Basta immaginarne le conseguenze; e con lui è d’accordo il prof. Giorgio Rosi, ispettore centrale della Direzione Antichità e Belle Arti. Si dirà: i soliti guastafeste, coi loro bastoni da gettar nelle ruote d’ogni idea accolta con favore. Nessuna festa da guastare: basta non guastare, invece, e irrimediabilmente, uno dei pochi panorami caratteristici che restano a Torino. Chi penserebbe, a Parigi, di toccare i dintorni del Pont Neuf, di disturbare la quiete della Pointe du Vert-Galant? La vera civiltà, che è sempre gusto e cultura, è fatta anche di queste minuzie. Allora, niente giardino zoologico? Manco per sogno. Ci sono altri luoghi: il Parco Michelotti, ad esempio, nei pressi del ponte Regina Margherita. Nessuno più di noi strenuo difensore del Valentino; ma, scelto bene il punto, le belve ci potrebbero stare. Poi c’è la zona, che sarà tutta giardinata, di corso Polonia. Lontana? L’elefante  Annone di papa Leone X era la mascotte del popolo romano. Il popolo torinese non farà una passeggiata per vedere il suo elefante?

02/03/1955
Le partenze di Arduino e Sandro Terni per una spedizione nelle foreste Caccia per lo «Zoo». Il serraglio di Torino sarà il più moderno d’Europa.
Per la costruzione del giardino zoologico, pronto secondo le previsioni entro luglio di quest’anno, i tecnici devono risolvere sempre nuovi problemi. Approvato il progetto che l’8 marzo sarà presentato al Consiglio Comunale, discussa la sistemazione, iniziate le prime delimitazioni sul terreno del parco Michelotti, si comincia orai a parlare degli animali. Una popolazione di 2000 unità non è facile da riunire tenendo conto delle migliaia di chilometri che separano il luogo di nascita di leoni e leopardi da quello dei pinguini o degli orsi polari. Ma gli organizzatori non si spaventano delle distanze, nè delle difficoltà. Fra meno di un mese cacciatori ed esperti partiranno da Torino per i quattro angoli del mondo. Primo fra tutti, come è naturale, sarà Arduino Terni, l’uomo che da parecchi lustri vive cercando e allevando, con l’amore del collezionista, animali di ogni latitudine ed è stato uno dei migliori collaboratori dei fratelli Molinar nel nome da quali continua a lavorare. <Non posso dirvi nulla per ora dello Zoo di Torino — ci ha detto stamane nel suo ufficio di via Goldoni — una cosa è certa: sarà fra i più belli e quasi certamente uno dei più moderni d’Europa. Poche gabbie, molta libertà per gli animali: questo è il nostro motto>. Terni sta preparando qualche grossa sorpresa per lo zoo di Torino. Fra pochissimo tempo andrà in Birmania a raggiungere il figlio Sandro diciottenne, partito anch’egli alla caccia di elefanti.  Oltre ai grossi pachidermi arriveranno sulle rive dei Po dall’Oriente tigri malesiane, orsi, serpenti dalle lunghe schiene striate. E, forse, il rinoceronte indiano. <Sono animali ormai rarissimi, quasi introvabili — racconta Terni — un tempo gli indigeni li uccidevano senza pietà per prendere il loro unico corno da cui traevano una sottilissima polvere inebriante. Nel ’52 ho partecipato ad una battuta di caccia contro questo strano rinoceronte. Un’avventura piena di emozioni. Abbiamo impiegato un mese e mezzo per portare l’enorme bestione pesante 22 quintali, in una fossa pantanosa di dove si poteva farlo entrare, senza ferirlo, in gabbia. Il nuovo giardino sarà ricco anche di belve feroci: un collaboratore di Arduino Terni sta girando, in questo momento, le foreste dell’Africa equatoriale per catturare leoni, tigri, pantere, puma, ippopotami. Fenicotteri palmipedi, rapaci, uccelli tropicali, serpenti saranno presenti, come in ogni zoo che sia degno dir questo nome, anche nel giardino di Torino. Poiché noi vogliamo accontentare i gusti del pubblico ci porteremo anche numerose scimmie, orsi e foche, gli animali più amati dai visitatori, i veri incontrastati divi degli zoo di tutto il mondo.>

03/06/1955
Arrivano le belve. A Parco Michelotti si lavora alacremente per portare a termine la costruzione di gabbie, recinti, fontane. Gli animali saranno ospitati provvisoriamente allo zoo di Milano.

18/07/1955
Arrivano i primi ospiti. Leoncini e scimmie entrano nel giardino zoologico. Il Sindaco in visita al cantiere.

02/09/1955
La firma per lo Zoo. A mezzogiorno è stato firmato l’atto di nascita dello Zoo di Torino. Il signor Terni, amministratore della ditta Molinar, si e recato dal Sindaco e in sua presenza ha siglato la convenzione. Il giardino zoologico, uno dei più piccoli e più belli d’Europa, sarà aperto alla fine di settembre. Le scolaresche avranno ingresso libero, il prezzo del biglietti sarà di 100 lire per gli adulti e 50 lire per militari e ragazzi.

 

Il 20/10/1955 alla presenza del Sindaco Avv. Peyron, il giardino zoologico viene inaugurato.

20/10/1955
La città zoologica al parco Michelotti

Sarà inaugurata nel pomeriggio dal Sindaco la città zoologica al parco Michelotti.

Alcune centinaia di bestie d’ogni specie e d’ogni regione, I vigili del fuoco alla caccia di un pellicano fuggito nella notte.

I vigili del fuoco alla caccia di un pellicano fuggito nella notte. Da oggi pomeriggio Torino avrà un suo zoo: un pizzico di jungla nel Parco Michelotti, una delle zone più suggestive del lungo Po. Sarà uno zoo modesto nelle proporzioni, ma il più moderno di tutta Europa. Stamane arriveranno gli ultimi ritardatari: un orso bruno, regalo dello zoo di Vienna, decine di uccelli esotici e numerose scimmie. Poi il Parco sarà al completo, pronto per la cerimonia inaugurale che si svolgerà alle ore 16 con la presenza del Sindaco avv. Peyron e di altre autorità. Lo zoo (il progetto è opera dell’ing. Gabriele Manfredi) si vale di una costruzione geniale che unisce alla razionalità degli impianti, una moderna eleganza di linee: le gabbie, le vasche, le abitazioni notturne, le isole degli anfibi hanno fisionomie del tutto diverse da quelle che hanno sempre caratterizzato tali impianti. Le recinzioni, nel limite del possibile, sono ridotte al minimo, grazie anche a particolari accorgimenti i quali, mentre non consentono alcuna possibilità di fuga agli animali, danno al pubblico la impressione di vederli nella loro vita di libertà. Il terreno è variamente movimentato e i sinuosi tracciati muovendosi anche in altezza offrono una prospettiva sempre varia. Le bestie che popolano questa minuscola loro città sono alcune centinaia. Le specie rappresentate sono numerosissime, ma mancano i rettili e i pachidermi che potranno essere ospitati dallo zoo quando le possibilità finanziarie (l’opera fino ad ora è costata 80 milioni) permetteranno di realizzare anche la seconda parte del progetto la quale comprende la casa per i pachidermi, la voliera magica per gli uccelli tropicali e il terrarium  per i rettili.  Fra gli animali ospiti dello zoo sono un bisonte europeo regalato al sindaco di Torino dal collega di Roma, tre orsi lavatori offerti dallo zoo di Monaco, tre cervi dello zoo di Basilea, un leopardo mandato in regalo dallo zoo di Colonia. L’elenco degli altri presenti sarebbe lunghissimo; ne citeremo alcuni a caso: cinque leoni, due puma, due leopardi, dieci canguri, due lama, due tigri, una pantera nera, due orsi polari, tre cervi, un elefante, quattro otarie, quattro pellicani, cinque zebre, cento palmipedi, dodici pinguini, quattro struzzi, centinaia di scimmie e centinaia di uccelli delle specie più rare e dai colori più sgargianti. Il giardino sarà diretto dal signor Arduino Terni, un veterano nel campo zoologico, che ha al suo attivo vent’anni di Asia dedicati alla cattura e alla raccolta degli animali esotici. Un altro personaggio importantissimo per la città zoologica è il veterinario, che terrà sotto controllo tutti gli animali. Già in questi giorni ne ha due in cura: un’otaria e un pellicano. L’otaria, che è della famiglia delle foche, ha sofferto durante il lungo viaggio di trasferimento dai mari del Nord a Torino: è rimasta circa 33 ore senza potersi tuffare nell’acqua e questa astinenza le ha procurato disturbi che si sono palesati al suo arrivo con inappetenza e con il desiderio di rimanere nella tana anziché godere della magnifica piscina azzurra a disposizione sua e delle compagne. Adesso ogni mattina il veterinario fa all’otaria ammalata una iniezione e imbottisce di pillole una delle tante sardine che le sono destinate per pasto. Il pellicano è malato per una brutta avventura che egli stesso ha voluto vivere. Appena giunto allo zoo, approfittando del fatto che il suo recinto non era ancora ultimato, riusciva a fuggire e si rifugiava nel Po, sotto il ponte Regina, dove rimaneva per tutta la notte. L’indomani mattina, quando i pompieri, in barca, cercavano di vaticinarglisi, riusciva ad allontanarsi nuovamente. Più tardi veniva raggiunto e catturato; ma aveva un’ala colpita da una scarica di pallini tiratagli evidentemente da un cacciatore poco scrupoloso. Nel giardino zoologico un ampio settore è dedicato alle scimmie. Nelle giornate estive o comunque non fredde le scimmie potranno stare all’aperto in un’ampia isola al centro di un pozzo di cemento di una ventina di metri di diametro e profondo circa tre. Ai visitatori, che seguendo un percorso in salita si affacceranno alla sommità del pozzo, gli agili animali daranno lo spettacolo dei loro giochi: l’isola è infatti una specie di luna park, con ruota della fortuna, giostra, sbarra e altalena. Un’altra originale costruzione all’interno dello zoo è quella della « casa dei leoni e delle tigri, la quale fa spicco per i quattro alti coni di cemento e vetro che sovrastano le gabbie e alla cui sommità sono installati gli aeratori. I coni di vetro daranno luce di giorno nelle gabbie e di notte, illuminati, saranno visibili dall’altre Po. Il quadro scenografico del giardino è completato, oltreché dalle rocce che delimitano i settori degli orsi e delle otarie, dalle piantagioni che, quando raggiungeranno il loro pieno vigore, daranno un aspetto di vera jungla all’insieme dello zoo. Ai fanciulli che con impazienza aspettano l’apertura del giardino sarà riservata una sorpresa: essi dovranno rispondere a un referendum per dare il nome all’unico elefante dello zoo che é arrivato al Michelotti nella mattinata di ieri dalla Birmania.

21/10/1955
Inaugurato sotto la pioggia lo zoo del Parco Michelotti

piccola giungla in riva al Po. Inaugurato sotto la pioggia lo zoo del Parco Michelotti. Un incidente prima della cerimonia: crolla un platano sulla «casa» del bisonte – Subbuglio tra le belve mentre accorre la Celere Presenti le autorità cittadine, tra cui il Sindaco, il Prefetto, il Presidente della • Provincia e 11 Questore è stato inaugurato ieri pomeriggio lo Zoo del Parco Michelotti, dedicato alla memoria di Guido ed Augusto Molinar. Sotto una pioggia fredda e insistente il tradizionale nastro è stato tagliato dalle ( vedove dei due fratelli, signore Gemma e Marluccia. II. Sindaco ha pronunciato il discorso d’occasione, rievocando le difficoltà a cui lo zoo è andato Incontro prima di potere essere aperto, e ha elogiato l’opera, del progettista, ing. Manfredi e del presidente della società Molinar Arduino- Terni, Autorità e invitati (un folto gruppo tra cui erano numerosi 1 bambini), nonostante la pioggia hanno compiuto un’attenta visita a tutti i recinti. Nell’interno della « casa dei leoni » sormontata da quattro svelti coni in vetrocemento ha pronunciato un discorso il . prof. Chigi, dell’Università di Bologna, che ha illustrato la funzione dei giardini zoologici e ha rievocato l’illustre tradizione di Torino nel settore degli studi di storia naturale. Il discorso è stato punteggiato dai ruggiti dei leoni e dai miagola dei puma. Per il battesimo dello zoo sono arrivate adesioni da ministri e sottosegretari (Romita, Badini Confalonieri, Bovetti) ed i calorosi auguri delle direzioni dei principali giardini zoologici europei da Vincennes a Berlino, da Schoenbrunn a Praga, da Krefeld a Wassenaar a Londra. L’inaugurazione si è svolta in un clima di serenità e di festa, nonostante il maltempo. Ma poco prima, verso lo 13,30, un singolare incidente aveva gettato l’allarmo in tutto lo zoo. Protagonista dell’incidente: un grosso bisonte dall’aspetto minaccioso, un magnifico esemplare donato al sindaco Peyron dal sindaco di Roma Rebecchini. Il bisonte era arrivato a Torino racchiuso in una solida gabbia, accompagnato da un apposito custode, Leonardo Pacifici. Non era ancora pronta la sua « casa ». Perciò il bestione, soffiando e muggendo, doveva trascorrere alcuni giorni sempre nella prigione. Di quando in quando tentava le sbarre a colpi di corna, insofferente di restare cosi a lungo in una cassa di pochi metri quadrati. Finalmente, ieri a mezzogiorno, la « casa » era ultimata. La gabbia veniva aperta e il bisonte, pazzo di gioia, schizzava fuori come un cataclisma e cominciava a galoppare nella nuova abitazione. Dopo di che, stanco e soddisfatto, si adagiava al suolo e si concedeva un riposo. Ad un tratto il bestione udiva un fracasso spaventoso e si risvegliava bruscamente. Mentre si rizzava sulle zampo la casa gli crollava addosso. Cos’era accaduto? Un platano, le cui radici erano state probabilmente intaccate dai recenti lavori per lo zoo, appesantito dalla violenta pioggia, si era inclinato ed era poi precipitato sopra la stalla del bisonte, schiacciandola. Il bisonte (il cui nome è Romolo) sopportava con disinvoltura il peso di una casa sulle spalle, cacciava due o tre formidabili muggiti, si scuoteva dal dorso le macerie e usciva all’aperto, in libertà, battendo con forza gli zoccoli contro il terreno, colto da un accesso di furore. La sua apparizione terrorizzava i presenti, fra cui vi erano funzionari che stavano esaminando le attrezzature dello Zoo e davano le ultime disposizioni. Tutti fuggivano, mentre Romolo si divertiva a scorrazzare qua e là, sferrandosi a corse vertiginose, con l’aspetto di una locomotiva abbandonata a se stessa senza freni. In un attimo l’Intero zoo era in subbuglio. I leoni ruggivano, le tigri balzavano nella gabbia, le scimmie stridevano. Qualcuno s’attaccava al telefono e invocavo l’intervento della Celere: ma evidentemente, nella confusione, aveva scambiato il bisonte per una tigre. Cosi dalla Questura partiva a velocità elevatissima una camionetta della Celere carica di agenti armati di mitra e di pistola e preparati ad un’operazione di caccia grossa, Fortunatamente tutto si risolveva in bene. Non erano necessarie le armi, bastava che il guardiano Leonardo Pacifici si avvicinasse al bisonte e gli dicesse in romanesco « Romoletto, chetati ». Subito l’animale si calmava, si lasciava catturare docilmente.

07/08/1956
Lotta infestino fra gli ospiti dello Zoo al Parco Michelotti

Lotta infestino fra gli ospiti dello Zoo al Parco Michelotti L’elefante Sabè evade per annientare uno struzzo Il pachiderma reso furiose dalle beccate del suo vicino di prigionia – Per vendicarsi sfonda un muro, afferra con la proboscide il pennuto e lo scaraventa lontano – La vittima, già reduce da un pericoloso incidente, ricoverata in grave stato. Lo struzzo aggredito dall’elefante ha dovuto essere medicato da due veterinari dello zoo.

La legge della giungla vive anche fra gli animali in cattività, (proprio come per i « capponi di Benno » di cui parlano i Promessi Sposi). Sovente, anziché tare fronte comune contro l’uomo che li tiene in prigionia, gli anima!* trovano modo di rendersi ancor più- dura la vita l’uno con l’altro, litigando e tormentandosi. Al primo posto nella scala della litigiosità stanno le scimmie, pettegole e bizzarre, sempre pronte a tirarsi reciprocar mente la coda, a rubarsi noccioline e banane; mentre all’estremo opposto stanno gli animali cosiddetti feroci, che invece passano la maggior parte del tempo a slogarsi le mandibole in fenomenali sbadigli. Nel giusto mezzo stanno gli elefanti, per lo più bonaccioni, ma talvolta-facili agli scatti di collera: ed il pachidermico Sabé, che appartiene al giardino zoologico del parco Michelotti fin dalla sua fondazione, è un esempio caratteristico dell’incostanza del carattere di questi bestioni. Ne ha fatto le spese uno struzzo, suo vicino di casa, il quale però, come vedremo, ha la sua parte di colpe. Sabé non è di dimensioni molto voluminose; è poco più di un cucciolo, per la verità (un cucciolo di dieci o dodici quintali) che crescerà con il tempo. E forse certo il suo comportamento è dovuto proprio, alla giovane età: un elefante giocherellone, per il quale lo scherzo preferito consiste nell’acciuffare il berretto del custode, quando questi paesi a distanza di proboscide, ed a scaraventarlo per aria. Il suo esempio è stato seguito da un simpatico struzzo sudafricano, che abita, con alcuni colleghi, il recinto vicino. Uno struzzo anonimo (solo le bestie grosse, o le fiere, ricevono un loro appellativo), che deve avere però un vecchio rancore contro il pachiderma. Sta di fatto che il pennuto non trovava di meglio, per far passare le lunghe ore di prigionia; che infligger? formidabili beccale a Sabé, ogni volta che questo gli presentava le vistose tersa, pronto però ad allontanarsi, assumendo l’atteggiar mento più. innocente dei mondo non appena quello, infuriato, si voltava. Ma gli elefanti, nonostante i loro occhi siano piccolissimi, hanno la vista più acuta e rapida di quanto si creda: e Sabé aveva potuto individuare l’autore degli scherzi che, poco per volta, andavano riducendoli la pur dura pelle delle parti posteriori ad una schiumarola. Cosicché ieri ha deciso che era giunta l’ora della vendetta. Il suo furore, a lungo represso, si. è scatenato in conseguenza di una beccata più penetrante del solito: allora Sabé ha perso la testa, proprio come succede agli uomini e si è lanciato con tutto il suo peso, pari ad una tonnellata, contro il muretto che divide il suo recinto da quello degli struzzi. Il muretto non ha resistito all’impeto di quella vera e propria catapulta ed è volato per aria come se fosse di cartone. A questo punto il panico si è diffuso fra gli struzzi; il pennuto colpevole, in particolar modo, ha sentito che l’ora di pagare il fio delle gravi colpe stava avvicinandosi a prandi passi, ed è corso a rifugiarsi starnazzando, agitando le corte ali, nell’angolo più lontano. Ma l’elefante l’aveva già individuato. Trascurando gli altri che se ne stavano in un solo mucchio, tremebondi, si è lanciato contro Vauiore delle boccate, l’ha afferrato con la proboscide per il collo e l’ha sollevato da terra come se fosso un fuscello. Cosi l’ha tenuto, in segno di dominio, per qualche istante, poi, facendolo volteggiare, l’ha scaraventato ad alcuni metri di distanza. ” C’era da temere che Sabé, gustata la voluttà della vendetta, continuasse all’impazzata a seminare il terrore fra la popolazione dello zoo, ma non è stato cosi. Sabé ha lanciato alcuni barriti (fi’ vittoria, ha galoppato pesantemente dentro il recinto, poi, come 6 arrivato 17 guardiano, si è lasciato con docilità acchiappare per la proboscide (che è il suo punto debole) e, mediante il compenso di. una dozzina di zuccherini, è stato riportato a casa sua. . Frattanto il povero pennuto «e ne-stava accovacciato a terra, con il collo disteso fra l’erba; senza riuscire più ad alzarsi. Ha dovuto essere sollevalo di peso e portato all’infermeria del parco. Qui l’ha visitato il Veterinario. Sembra assai malconcio: ha riportato diversi traumi interni, ed e stata ricoverato in osservazione. Probabilmente la lezione gli è bastata e d’ora innanzi manterrà un contegno più, rispettoso E’ questa la seconda brutta avventura che gli capita per essere troppo sbarazzino: già quando l’avevano, portato allo zoo, un mese addietro, aveva tentato la fuga in corso Casale, ma, scivolando sul- terreno lastricato, era finito lungo e disteso, lussandosi una zampa. La vita per gli animali e forse più dura fra la civiltà che non nelle savane dell’Africa meridionale.

06/03/1957
Addentato da un orso un guardiano dello zoo. Guaribile in 12 giorni.

17/08/1958
Cinque scimmie fuggono dallo zoo e dagli alberi bombardano i passanti.

28/02/1962
Bloccano il traffico in Borgo Po ventitré scimmie evase dallo Zoo.

27/07/1968  StampaSera
Cleopatra, un gorilla dello Zoo, ha vinto una Fiat «500». L’altro ieri una signora, recatasi al Parco Michelotti, gli ha offerto un’acqua brillante acquistata in un chiosco. Mentre l’animale beveva avidamente, la donna. Gemma Bedello, abitante in corso Regio Parco 4, ha raccolto il tappo: dentro era indicato il premio, una Fiat «500». Naturalmente l’auto andrà alla Bedello, una vedova sui cinquant’anni. « Sono felice — ha detto — Era tanto tempo che desideravo acquistare un’auto assai utile per il mio lavoro. Stavo già mettendo i soldi da parte. Cleopatra, alla quale sono molto affezionata, mi ha portato fortuna».

29/01/1971
I leoni dello zoo se ne vanno.  Previsto il trasferimento di una parte del giardino zoologico a Stupinigi
Lo zoo del Parco Michelotti ospita attualmente 117 mammiferi, 739 uccelli, 114 rettili e 1353 pesci su una superficie quadrata di 50.000 metri. Uno zoo medio ormai insufficiente per una metropoli quale vuole essere Torino. Per questo il sindaco si è preoccupato di trovare una nuova sistemazione nel parco di Stupinigi. Qui sarà possibile aumentare il numero degli animali con nuove specie e creare un moderno parco zoologico in cui siano abolite le sbarre e gli animali possano vivere in un ambiente naturale e non più completamente ricostruito. E’ un nuovo orientamento già adottato in alcune capitali europee, più piacevole per i visitatori che possono unire alla visita l’occasione per una scampagnata. Ci sarà anche, sia pure in miniatura, la possibilità di un safari fotografico. Un progetto in questo senso è già stato preparato e verrà consegnato nei prossimi giorni ai competenti uffici comunali. Nel Parco Michelotti resteranno soltanto gli impianti fissi con l’acquario, che è ancora considerato fra i più moderni e completi d’Europa, una parte degli uccelli e degli animali più domestici. Verrebbe cosi ridotto lo zoo del Parco Michelotti e l’area lasciata libera diventerebbe verde pubblico con la costruzione di aiuole e fontane per il gioco dei bambini. Questa soluzione accontenterebbe tutti: chi asserisce che lo zoo del Parco Michelotti rappresenta un’attrattiva nel centro della città e coloro (sono la maggioranza) che sostengono la necessità di dare alla città un grande giardino zoologico capace di aumentare ancora il richiamo che gli animali esercitano sulla popolazione e sul turismo. Quando sarà realizzato il progetto? Impossibile dirlo. I problemi sono molti. Oltre al reperimento dell’area dietro il castello di Stupinigi sulla strada per Piossasco, è necessario creare tutti i servizi primari (acqua, luce, telefono), costruire gli edifici per il ricovero degli animali, le abitazioni dei guardiani, i recinti e creare l’habitat per le singole specie della fauna da ospitare. Il piano di massima è già pronto e, se approvato, potrà dare l’avvio al progetto esecutivo. Un’iniziativa che può contare a Torino su tecnici preparatissimi come Terni e Molinari.

30/08/1972
AL PARCO MICHELOTTI DI TORINO

 L’ippopotamo dello zoo ucciso da una bambola E’ un esemplare  femmina di 17 anni, proveniente dalla Somalia – Da qualche giorno non mangiava più e deperiva – Ieri la morte – All’autopsia trovata una testa di bambola (probabilmente lanciata da una bambina) che aveva bloccato lo stomaco.
E’ morta Abal, l’Ippopotamo femmina del Giardino Zoologico. Ha cominciato a deperire, a rifiutare II cibo e nel fiore degli anni (ne aveva 17, che corrispondono più o meno» ai trent’anni degli esseri umani) si è spenta. Un male Incomprensibile che ha fatto dannare gli esperti che cercavano di curarlo. Ieri l’autopsia eseguita dal servizio veterinario del Comune, ha chiarito tutto. Qualcuno ha gettato  nelle fauci sempre spalancate di Abal una bambola e la grossa testa di gomma e plastica ha bloccato lo stomaco dell’ippopotamo e l’ha ucciso. Forse Abal, che era venuta dalla lontana Somalia una quindicina di anni fa, quando lo zoo di Torino era ancora modesto: è stata uccisa per un gesto d’affetto. Una bambina, irresistibilmente attratta dalle enormi mascelle aperte, non avendo nient’altro a portata di mano da gettare all’animale, ha sacrificato la sua bambola. « E’  l’ipotesi più probabile — dice il direttore dei Giardino Zoologico. Anche se lo stesso fascino lo subiscono gli adulti. Vedono gli Ippopotami grandi e grossi, credono che non soffrano nulla e gettano dentro la loro bocca tutto quello che gli capita e non si rendono conto che possono farli stare tanto male, possono uccidere, come è capitato ad Abel». Anni fa, allo zoo di Milano, morì un ippopotamo in analoghe circostanze: l’arma del delitto allora fu una palla da tennis. Abal, come abbiamo detto, era giovane, pesava una ventina di quintali, era di indole buona, si era perfettamente acclimatata. Valeva circa un milione e mezzo e, come tutti gli altri animali, era sotto costante controllo medico. Dapprima si è pensato che soffrisse di indigestione, la malattia che colpisce di più gli ippopotami che sono molto golosi. Abal ha lasciato vedovo Toro, l’ippopotamo maschio che era arrivato con lei.

18/02/1978
I molti problemi e i moltissimi progetti del Parco Michelotti
Lo zoo (in letargo) aspetta finanziamenti. Al parco Michelotti, il giardino zoologico si prepara ad uscire dal letargo invernale. Proprio in questi giorni il cigno nero, «fingendo» di essere ancora in Australia, cova le sue uova tra la neve invece che in mezzo alla sabbia rovente. Intanto, mentre i procioni — ultimi arrivati — sono praticamente ambientati, si finisce di preparare la gabbia destinata ai nuovi caprioli. «Ma le novità più importanti sono altre, e riguarderanno pesci e rettili — anticipa il vicedirettore Giusto Benedetti —. Uno zoo moderno ha scopi di divulgazione naturalistica, ricerca scientifica, conservazione di specie rare, didattica. Siamo piccoli, abbiamo pensato fosse meglio restringere gli obiettivi a quest’ultimo settore, visto anche che qui arrivano più di 150 mila scolari ogni anno. Da tutto ciò, le attuali ristrutturazioni». Da maggio, la piccola sala superiore fino a ieri destinata ad una serie di acquari apparirà completamente diversa. «Tre vasche mediterranee illustreranno la vita che si svolge ai diversi livelli di profondità. In più, accanto ad alcuni esempi di acquari “giusti” e di acquari “sbagliati”, verranno esposti modelli illustrativi delle varie fasi della riproduzione, delle leggi genetiche e di un ecosistema: dei rapporti e degli equilibri, cioè, che caratterizzano un determinato ambiente». Al piano sottostante, invece, due esperimenti portati avanti con il gruppo biomarino FIAS (Federazione attività subacquee) di Torino, in primo, già in allestimento e che verrà probabilmente completato entro la tarda primavera, consiste (ed è il primo tentativo del genere realizzato in Italia), nella riproduzione artificiale di una biocenosi mediterranea. «In parole povere, si tratta di mettere insieme tutti gli organismi che vivono in natura in un certo habitat (nel caso specifico, nelle acque costiere della Liguria), e di portarli ad un equilibrio di completa autosufficienza: con il pesce grande che mangia il pesce piccolo; con il pesce piccolo che si garantisce la sopravvivenza aumentando le sue capacità riproduttive, e così via. Si tratta, ovviamente, di un’esperienza che esige un lungo rodaggio». A farne le spese, per ora, sono stati soprattutto i paguri, decimati senza pietà. Già a maggio, però, si spera che anemoni e cefaletti, oloturie e stelle marine, pesci-ago, «gallinelle» e spirografi avranno raggiunto un ragionevole patto di coabitazione. Secondo esperimento (questa volta a tempi necessariamente più lunghi) quello relativo ad un nuovo, grande «paludario». Ospiterà libellule e rane, bisce e ramarri, piante palustri e uccelli acquataci. Per completarlo, bisognerà Lezione col leopardo aspettare circa un anno. «Nel frattempo — sottolinea il direttore Terni — ci auguriamo di poter proseguire su questa strada grazie anche ad appoggi esterni di cui fino ad ora siamo sempre stati costretti a fare a meno. Questo zoo, com’è noto, dipende da una società privata che in passato poteva contare su introiti legati all’importazione ed al commercio di animali selvatici. Ora però il vento è cambiato: i paesi importatori hanno chiuso le frontiere, non possiamo più sostenere da soli un onere finanziario tanto grande. Di conseguenza speriamo che il Comune, il quale da tempo dimostra di aver capito che uno zoo non è un baraccone da fiera ma può diventare un istituto culturale con tutte le carte in regola, ci offra in futuro qualcosa in più della sua amicizia». Un omaggio, a dire il vero, è già stato offerto parecchi anni fa. Fu l’arrivo del professore di scienze Ernesto Sbarsi, dislocato qui appunto dal Comune come «guida» per le scolaresche e come responsabile delle attività culturali abbinate al settore della didattica. Tocca a questo insegnante spiegare a decine di migliaia di ragazzi i segreti dello zoo: il buon carattere della iena, i getti di sabbia con cui si difende la lince, l’indole da «maschio latino» del ghepardo il quale, quasi per far loro rabbia, si accoppia solo se in presenza di altri maschi. E tocca ancora a lui, furibondo con le enciclopedie naturalistiche italiane («Testi orribili, pieni di foto ma anche di errori mostruosi»), respingere per carenza di tempo e di personale, almeno un trentesimo delle visite di scolaresche, almeno il 90% delle insegnanti alla ricerca di una consulenza «che è ovviamente gratuita, come l’ingresso offerto a tutte le scuole della città». Appunto a Torino, patrocinato dall’istituto di antropologia, si terrà a maggio il secondo congresso nazionale dei musei scientifici naturalistici. Intanto (mentre nei giorni scorsi i giornali di mezzo mondo hanno annunciato la «clamorosa scoperta», in Nuova Zelanda, di alcuni gabbiani «Magenta Petrel» che si ritenevano scomparsi da secoli e di cui l’unico esemplare (imbalsamato) che si conosca, è ospitato nel museo zoologico torinese) si fanno sempre più concrete le voci che anticipano un grande, completo Museo delle Scienze in programma su iniziativa della Regione. Dice il prof. Sbarsi: «I ragazzi ai quali “spiego lo zoo” non sono certo quelli che hanno buttato 33 chili di pietre nella vasca delle otarie o che cercano di accecare gli animali in gabbia, sono convinto che la strada per quella coscienza naturalistica e quel rispetto verso l’ambiente che in Italia ci sono sempre mancati passi anche di qui».

23/06/1980 StampaSera
Gabbiani al parco Michelotti

Gabbiani al parco Michelotti Sempre più folta la nursery dello zoo. Dopo cinque macachi, due squali, un cervo porcino, un amotrago, tre gerbilli, sei procioni e due turachi, nei giorni scorsi sono nati due gabbiani ibridi soffici come pulcini. Il padre è un gabbiano reale grigio chiaro e bianco;…

 

Ipotesi di chiusura. I tempi sono mutati. L’importazione di animali esotici ha subito severe restrizioni, segnando la fine di un business lucroso, la sensibilità ecologica verso il mondo animale si è affinata e l’animale dietro le sbarre non suscita più curiosità ma pena. Il giardino zoologico cittadino è economicamente in grave perdita e allo scadere della convenzione con la Ditta Molinar, risulta improponibile per le casse comunali l’accollarsi  di un deficit così oneroso così come il riscatto di animali di cui non si sa più cosa fare …

8/07/1985
Duemila firme per chiuderlo. Una formale richiesta è stata inviata al sindaco da parte dell’Associazione radicale ecologista affinché il contratto di gestione del giardino zoologico, affidata a una società privata, non venga rinnovato alla scadenza del 31 dicembre. Contemporaneamente si chiede che sia avviata la procedura per smantellare l’attuale struttura». L’associazione ambientalista, con sede in via Garibaldi 13, aveva precisato che la prima preoccupazione doveva essere rivolta agli animali «prigionieri» dello zoo: «Non possono più tornare nel loro ambiente naturale, quindi dovranno essere ospitati, fino alla loro naturale estinzione, in zone protette». Un problema non da poco.

10/12/1985
Si riunisce la commissione che deciderà la sua sorte: ultimi giorni per lo zoo.
Entro fine mese scade la convenzione tra il Comune e la ditta che lo gestisce. Tre ipotesi: ristrutturazione dell’impianto (la meno probabile), trasferimento o totale abolizione. Molti auspicano un territorio ampio e senza gabbie, che ospiti solo animali di queste latitudini Ore contate per lo zoo? Ne discuterà giovedì la Commissione consiliare costituita nell’ottobre scorso dalla Giunta municipale con l’obiettivo di giungere rapidamente ad una decisione. La convenzione fra i1 Comune e la ditta Molinar, che da trent’anni  gestisce i1 Giardino zoologico, scade infatti i1 31 dicembre mentre l’impianto, che conta ogni anno circa 320.000 visitatori, è in cattive condizioni e necessita di interventi radicali. Si è dunque alla vigilia di scelte importanti, con tre soluzioni possibili: rinnovo della convenzione (che dovrà prevedere vasti lavori di ristrutturazione), trasferimento dell’impianto in altra sede oppure abolizione dello zoo. L’ipotesi del rinnovo è, al momento, la meno probabile. Quasi tutte le forze politiche sono d’accordo che l’area del parco Michelotti venga destinata ad altro uso. Il piano regolatore prevede che debba diventare un parco pubblico. Ampio credito trova invece, l’ipotesi del trasferimento, ma non mancano vigorose pressioni per la chiusura totale. «Sarebbe un atto di civiltà — spiega l’assessore al verde Marziano Marzano — un modo per scrollarsi di dosso retaggi che risalgono all’impero romano, rinvigoriti dopo il colonialismo, ma ora fuori dei tempi. Lo zoo, come è concepito attualmente, non va bene. Violenze ai danni degli animali sono incontestabili. Basti pensare a predatori e predati costretti a vivere a contatto di vista e di odori. I bambini avrebbero poco da perdere: lo zoo offre loro un’immagine distorta della realtà. Non va tenuto aperto solo per il fatto che si vendono molti biglietti». C’è già una precisa idea sul riutilizzo dell’area: potrebbe, nascere un parco naturalistico con le strutture murarie già esistenti usate per ospitare piante rare ed un cinematografo, inserito nel normale contesto della programmazione ma specializzato nella programmazione di pellicole a tema ecologico. L’ingegner Luigi Momo, presidente del quartiere Borgo Po, ribadisce la volontà di trovare un’alternativa all’attuale soluzione. Lo zoo non può essere mantenuto nella sua attuale collocazione. Sull’utilizzo dell’area si pronuncerà il Consiglio di Circoscrizione: un parco, magari con qualche struttura sportiva, sembra però la soluzione migliore. Primo ad aver richiesto fermamente l’abolizione dello zoo fu, oltre due anni fa, il consigliere de Sergio Galotti: «E’ una struttura anacronistica — ribadisce ora — che costringe gli animali a vivere in situazioni allucinanti e costituisce uno spettacolo diseducativo ed incivile per le giovani generazioni». Per il prof. Giusto Benedetti, direttore scientifico dello zoo, «che la convenzione venga o meno rinnovata è relativo: in caso negativo sarà la città di Torino a farsi carico dell’impianto. Una chiusura è comunque improponibile, piuttosto può essere sensato un trasferimento. Il giardino zoologico adesso è allo stretto: tre ettari sono pochi, l’ideale sarebbero una quarantina. Potremmo cosi creare recinti più ampi e zone per l’allevamento. Dove potrebbe nascere un nuovo zoo? Si è parlato di Stupinigi, della Mandria e delle Voliere. Le soluzioni più praticabili sono forse le prime due, ma è un problema che andrà analizzato nei dettagli». Oggetto di studio dovrà essere anche la gestione economica dell’Impianto se è vero, come sostiene il dottor Sodaro, responsabile amministrativo della Molinar, «che l’anno scorso il giardino zoologico ha chiuso con un rosso di quasi trenta milioni».

16/07/1986
Una settimana decisiva per il Consiglio comunale, mentre procede la verifica fra i cinque partiti di maggioranza. Nei prossimi giorni in Sala rossa si dovrà discutere la delibera che abolisce il giardino zoologico di parco Michelotti, ma proroga la situazione così com’è fino al 31 marzo 1987. «E allo scadere della concessione, si avrà l’ennesima proroga», avevano paventato i due consiglieri abolizionisti, lo stesso Marzano e Gaiotti, che si erano dimessi dalla commissione che doveva trovare un’alternativa perché in disaccordo. «Eravamo contrari alla proroga di nove mesi per la gestione Molinar, ma è passata a maggioranza. E poi quella commissione è di parte, il suo presidente è sostenitore dello zoo». Come gli altri comuni cittadini che avevano raccolto 33 mila firme per tenerlo in piedi.

17 /01/1987 StampaSera

PER LO ZOO LA CHE FA? Interrogazione urgente in Consiglio regionale. L’ha presentata ieri il consigliere verde civico Angelo Pezzana. Oggetto, lo zoo di Parco Michelotti. «In relazione alle notizie circa un coinvolgimento dell’ente regionale nella soluzione del problema zoo — scrive Pezzana — …

16/02/1987
Parco Michelotti: non chiude il rettilario – Zoo, silenzi all’italiana – E si parla di laboratorio didattico

Il Consiglio comunale ha liquidato, ieri sera, la vicenda-zoo: L’ordine del giorno approvato è, però, una scatola chiusa, sul contenuto della quale i consiglieri non si sono pronunciati e non hanno discusso pubblicamente. E’ risultato evidente che le decisioni sono state prese in corridoio e che le pubbliche dichiarazioni, stando alle quali i consiglieri erano liberi di votare secondo coscienza e sganciati da logiche di partito, non corrisponde alla realtà. Non trova-ancora risposta ufficiale uno degli interrogativi principali: Parco Michelotti sarà chiuso o no? L’ordine del giorno approvato prevede la chiusura al pubblico entro 11 31 marzo. Ciò non vuol dire, però, che verrà smantellato. Anzi, il Comune dovrebbe acquisire l’acquarlo-rettilario ed alcuni animali della ditta Molinar. Questa parte superstite, che si avvarrà della collaborazione del personale già esistente, sarà potenziata. L’ordine del giorno parla di una «struttura che dovrà comprendere ricostruzioni di ambienti fluviali con relativa fauna e flora, laboratorio didattico e centro audiovisivi, spazi espositivi, punti di osservazione dell’ecosistema fluviale». Questo zoo fluviale si svilupperà in parte nel Parco Michelotti ed in parte nel Parco delle Vallere. Quando si parla di chiudere al pubblico Parco Michelotti, si parla, presumibilmente, di un tatto temporaneo, in attesa che una commissione di esperti traduca in L’elefante lascerà, Insieme a gli altri animali (rettili e pesci esclusi), parco Michelotti termini concreti i programmi del Comune. All’acquisizione del rettilario si sono opposti i pochi protezionisti ai quali si sono affiancati 1 missini, con una dichiarazione di voto del consigliere Antinoro, che si è pronunciato contro la maggioranza. Si parla da anni di un progetto di legge dell’onorevole Zanone, che dovrebbe regolamentare la vita degli animali in cattività. Questo progetto di legge, annunciato come innovativo, sembra che si stia allineando sempre più sulle posizioni conservatrici. Si parla di stanziamenti di parecchi miliardi per la realizzazione di giardini zoologici che assolvano alle funzioni didattiche, conservative delle specie e di ricerca scientifica. Ciò spiegherebbe la tenacia con cui tanti consiglieri hanno sostenuto la validità di queste funzioni che, oggi, non sono più sostenibili. Da un animale in gabbia si può imparare solo che gli animali non devono essere tenuti in gabbia. Salvare le specie in estinzione attraverso i giardini zoologici equivale a svuotare il mare col cucchiaio. Come ha dichiarato il consigliere Alfieri, sostenitore dello zoo, si estinguono duecento specie all’anno. Uno zoo può specializzarsi nel salvataggio di una sola specie, ai fini della distruzione della natura ha poco significato, tranne che per gli esperti pagati per far sopravvivere quella specie. In sostanza una parte dello zoo esistente oggi sarà salvata per non chiudere definitivamente il discorso in attesa che la legge Zanone passi in Parlamento e che distribuisca la sua pioggia di miliardi, come è accaduto per gli stadi calcistici. Questo zoo del futuro sarà realizzato, secondo gli intenti del Comune, da un ente autonomo al quale sono chiamati a partecipare Regione, Provincia, Università, associazioni conservazionistiche ed ‘altre istanze pubbliche e private*. Molte associazioni si sono portate, in questi ultimi anni, su posizioni conservatrici, allineandosi con quelle istituzioni pubbliche che non hanno mai fatto nulla per arrestare il degrado ambientale e lo sterminio degli ‘ animali. All’opposizione sono rimasti soltanto l’Ente nazionale per la protezione degli animali ed un Comitato cittadino per la chiusura dello zoo, ma i giochi, ormai, erano fatti.
Cosimo Mancini

03/03/1987
Confronto sullo zoo

Al Circolo della stampa Confronto sullo zoo Con il comitato che si batte per la chiusura TORINO — Opinioni a confronto sullo zoo, questa sera, ore 21, al Circolo della stampa, corso Stati Uniti 27. Il comitato, che si sta battendo per evitare ulteriori sofferenze agli animali, ha organizzato un pubblico dl- OGGI L’ULTIMA BATTAGLIA DELLE ARANCE A Ivrea oggi alle 14 ultima battaglia delle arance sulle piazze e dai balconi. É’ anche previsto l’arrivo dei carri allegorici e dei gruppi folk dell’Eporediese.^ In Municipio, ore 17,30, premiazione delle squadre di arancieri a piedi e sui carri. Alle 20, una delle cerimonie più suggestive, l’abbinamento degli scurii. Anche questo pomeriggio è attesa una folla record, finora si sono già superate le centomila presenze battito per sentire il polso della città e dei suoi amministratori, a meno di 30 giorni dalla data fissata (11 prossimo 31 marzo) per la chiusura del giardino zoologico di parco Michelotti. ‘ Dopo l’Introduzione del presidente del comitato, Allegra Agnelli, Interverranno i professori Luigi Firpo e Gianni Vattimo. Moderatore, 11 prof. Franco Monti. Una targa d’argento sarà inoltre consegnata al direttore di Stampa Sera, Michele Torre, per la sensibilità dimostrata dal quotidiano sul problema zoo. Al confronto sono stati Invitati tutti 1 pubblici amministratori, soprattutto 11 sindaco. L’incontro era stato Infatti organizzato in previsione che questa sera non vi fosse li Consiglio comunale. Ma, all’ultimo momento, quando gli inviti erano già arrivati a destinazione, – la giunta ha convocato l’assemblea In seduta straordinaria per discutere di Usi e della questione morale. Cardetti quindi, alle 31, sarà impegnato a Palazzo Civico ed ha delegato a partecipare al dibattito l’assessore all’Ecologia Ouazzone, già presidente della sottocommissione municipale che si è occupata dei problemi sorti dopo la decisione di non riconfermare la convenzione con la ditta Molinar, che per anni ha gestito lo zoo.

 

22/03/1987
Parte il conto alla rovescia.
Zoo, ultimi sei giorni al parco Michelotti, domenica la chiusura.
Rimangono 6 giorni alla chiusura dello zoo che era stato aperto 31 aa fa (1956): dice il direttore:  «Ricordo quando, il 20 ottobre 1955, i giornali con orgoglio lo chiamavano La città zoologica e lodavano il progetto avveniristico dell’ing. Gabriele Manfredi …»
Si è già iniziato il trasferimento degli animali. Domani una partenza massiccia, mercoledì tocca ai rinoceronti. Gli animali (quelli ancora nelle gabbie) verranno trasferiti In altri parchi. Rimarranno solo i rettili e i pesci. Adesso nella grande vasca in cemento sono rimaste sei scimmie. Le altre, con corvi e gru, sono partite per un parco di Stresa. La prossima settimana le partenze proseguiranno. Lunedì sarà la volta delle tigri, mercoledì dei rinoceronti (destinazione Olanda). Oli ultimi a lasciare il Parco Michelotti saranno gli elefanti.
Per la maggior parte di loro il destino non sarebbe cambiato, in quanto si sarebbero poi ritrovati dietro ad altre sbarre in gabbie diverse.

18/04/1987
Lo zoo è chiuso da tre settimane e tutti gli animali commerciabili sono stati venduti dal proprietario, la ditta Molinar. Anche l’acquario e il rettilario, che sembrava interessassero il Comune, sono stati svuotati. Sono rimaste quattro tartarughe e un paio di serpenti di piccole dimensioni. A questi si aggiungono alcuni volatili, molti dei quali vivono liberi negli stagni del parco. Unico animale sul destino del quale non risulta siano state prese decisioni è la giraffa. Un Paese africano aveva dato la disponibilità ad accogliere l’ultimo animale dello zoo.

30/06/1989  TorinoSette
IN MOSTRA ALLO ZOO

Lo zoo o meglio l’ex-zoo di parco Michelotti in corso Casale, dal primo luglio al 3 settembre ospiterà «Hic sunt leones» una mostra patrocinata da Arci Nova e Città di Torino di 23 artisti contemporanei. La mostra metterà a confronto «vecchie» e giovani generazioni dell’arte …

21/07/1989 TorinoSette
ALL’EX ZOO
ALL’EX ZOO Artistici ruggiti di vecchi e giovani leoni dell’ex zoo di Torino, per la prima volta, vengono presentate opere di artisti noti e di giovani. Entrando, nello stagno che una volta era degli aironi si è sistemata Nunzia Plescia con una scultura bianca in vetroresina. Un fischio acuto attira l’attenzione …

22/08/1989
Dopo «Hic sunt leones», quale futuro per l’ex zoo? ì progetti del Comune sulla destinazione dell’area in riva al Po Butterfly a Parco Michelotti

Ma gli animali che fine hanno fatto? Scrivono: «Che fine hanno fatto gli animali dello zoo di Torino?». La risposta è in tre pagine dattiloscritte conservate negli archivi del Comune; ed è una risposta che non può raccontare storie di libertà riconquistata: uscire dalla gabbia, tornare nell’habitat naturale, avrebbe significato per molti di loro andare incontro a morte certa. Ormai incapaci di cacciare, se mai lo sono stati, finirebbero per soccombere nella lotta per la sopravvivenza. Ma vediamo dove sono andati a finire. Ricordate i due elefanti indiani? Tra gli ultimi a sloggiare, sono ospiti dello zoo di Berlino Ovest; i tre ippopotami hanno preso la strada della Francia, presso una società specializzata nelle vendite agli zoo; i felini (a parte due leoni che vivono a Verona) popolano il parco faunistico «Le Cornelle», presso Bergamo: due giaguari, altrettanti puma, un leopardo, una pantera nera, un ghepardo. Con loro, anche zebre, procioni, civette, canguri, emù, cervi. Dodici macachi sono finiti a Villa Pallavicino, presso Novara, e altri sei a Firenze. Ventisei fenicotteri vivono a Santa Margherita di Pula, presso Cagliari, insieme a 5 pinguini, 7 fagiani e 12 anitre. La giraffa che nessuno voleva è ora a Lubiana, in Jugoslavia; da quelle parti, a Zagabria, hanno messo su casa anche i due rinoceronti bianchi. Solo per le tigri, dunque, non c’è stato niente da fare.

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Una casa per le farfalle dove viveva l’elefante Sta per calare la tela su «Hic sunt leones», la rassegna di arte povera ospitata per due mesi nei grandi spazi disegnati dall’ex zoo di corso Casale. C’è un bilancio culturale, e positivo. Ma la mostra ha anche altri meriti, primo fra tutti aver riaperto il dibattito sul futuro di un’area troppo preziosa per essere abbandonata. C’è polemica intorno alla città morta degli animali. Da due anni si attende una risposta sul suo domani, resa più difficile dagli ultimi ospiti che ancora la popolano: due tigri che nessuno vuole, tre scimmie troppo vecchie per essere trasferite, uccelli rapaci in cura o convalescenza. Chi ha visitato la mostra non ha potuto fare a meno di rincontrarli. E ha scritto a «Specchio dei tempi»: «Volete vedere due tigri rinchiuse in una specie di ripostiglio, nel più totale isolamento?». Un altro lettore: «Lo zoo è ormai fatiscente e per giunta popolato di notte da drogati e trafficanti». Tutto vero. Ci sono stati piccoli incendi, vandalismi, i custodi hanno trovato siringhe, polizia e carabinieri sono stati costretti a sloggiare decine di «pensionanti» abusivi. L’assessore Gianfranco Guazzone (de) non nasconde i problemi: «E’ innegabile che la situazione sia difficile. Ma non voglio sentir parlare di immobilismo del Comune. Stiamo lavorando per restituire dignità a quella zona, inserendola in un progetto che riguarda l’intero parco Michelotti». Lo zoo, aperto a metà degli Anni Cinquanta e ampliato nel 1959 con alcune delle costruzioni più significative, è chiuso dal 1987. Trasferiti quasi tutti gli animali, i custodi (riuniti in cooperativa) si occupano dell’acquario e dei pochi esemplari rimasti a Torino. La gente ci va soltanto in occasione di mostre o grazie a permessi speciali rilasciati di tanto in tanto alle scolaresche. Nel frattempo, una commissione di dieci specialisti ha elaborato un progetto di larga massima per il riutilizzo dell’area. Qualche esempio: laboratorio e sala didattica dove c’erano elefanti e giraffe; un bar al posto delle gabbie dei felini, la clinica per animali feriti invece delle scimmie. Sono immaginate piste ciclabili, piastre giochi, campo di calcio, la risistemazione delle aree verdi e delle sponde fluviali. Tra le ipotesi più suggestive, la creazione di una «Casa delle farfalle» che potrebbe sorgere a Est della ex casa degli elefanti. Una «butterfly house» in stile inglese, ricavata in una serra di quattrocento metri quadrati. Al suo interno, sarebbe ricostruito l’ambiente naturale delle farfalle, compresi piccoli laghi o torrentelli artificiali. Il successo dell’iniziativa appare scontato: le 80 case impiantate in Inghilterra hanno attirato oltre 600 mila visitatori in un anno. Partendo da questo studio, il lavoro è proseguito su due filoni. Cinque gruppi di studenti, finanziati da altrettante borse di studio comunali (2 milioni) e coordinati dal professor Camillo Vellano, stanno realizzando tesi di laurea sul riutilizzo dell’ex zoo. Nel frattempo un pool di docenti del Politecnico, guidati da Luciano Re, sta elaborando un progetto complessivo sul parco Michelotti. I primi documenti sono già pronti e questa fase, salvo inconvenienti, dovrebbe essere completata entro il 1989. Da questo momento, però, cominceranno altri guai. In Comune si prevede che un progetto complessivo non costerà meno di dieci miliardi. Dove trovarli? «Questo è il vero problema» ammette Guazzone. E aggiunge: «I bilanci sono sempre più magri, i mutui più difficili da contrarre. Insomma, o troviamo qualche sponsor o c’è il rischio di andare fuori tempo massimo». Lettere sono già partite verso Regione e Provincia, «ma anche loro non nuotano certo nell’oro». Restano i privati: «Chiudemmo lo zoo, primi e finora unici in Italia, su loro richiesta, per dare una dimostrazione di civiltà. Adesso, però, chiediamo un aiuto concreto». E’ l’unico modo, affermano a Palazzo civico, per arrestare il degrado della città morta.

21/08/1991 StampaSera
Sere allo zoo

Sere allo zoo Sere allo zoo L’estate di Caie Chantant Café Chantant, terza edizione Continua all’ex zoo-Parco Michelotti la tradizione di Café Chantant che da tre anni propone i suoi spettacoli e le sue sfilate di moda. Alle deliziose serate del piano-bar della domenica, lunedì, martedì e mercoledì, questa settimana seguiranno giovedì 22 «Romanze da salotto piemontesi e non» con il soprano Susy Picchio ed il pianista Antonello Gatta; venerdì 23 «Profumo francese», rassegna di canzoni e poesie francesi con Laura Carlini; prima dello spettacolo verrà presentata la raffinata sfilata dello Studio-Costume di Torino; sabato 24 la compagnia Dedrio propone «Parlami d’amore Manu» con Luciana Littizzetto. Il ristorante ed il bar propongono i loro piatti e servizi nella deliziosa atmosfera di un parco naturale della sponda destra del fiume Po, finalmente recuperato ai cittadini. Il successo di Café Chantant, proposto da tre anni dall’assessorato al Commercio ed Artigianato e quest’anno anche dall’assessorato al Lavoro e dalla Confesercenti e sempre dallo stesso gruppo «Futura Sistemi Pubblicitari» e dalla presentatrice Maria Grazia Regis, si è arricchito con la collaborazione dell’Ente Teatro Amatoriale Italiano, che ha curato la programmazione.

05/10/1991 StampaSera
EX ZOO

Una giornata di festa per i bambini in esplorazione tra le liane di Tarzan Ed ecco la mappa che domani inquadrerà la domenica autunnale, imbevuta d’oro e di rame, dedicata al diciassettesimo «Giro della Collina». Il ritrovo in piazza Zara a partire dalle 8, in attesa della partenza in programma alle 9,30. Due le sezioni in cui saranno suddivisi i concorrenti. Da un parte quella competitiva, valevole quale prova di campionato regionale su strada Amatori Fidai e debitamente riservata ai campionissimi della giornata. E dall’altra quella non competitiva che avrà per protagonista il solito, simpaticissimo esercito di sportivi della domenica. Senza problemi se le tre ore regolamentari del «tempo massimo» verranno sforate da qualche pausa fuori programma. La cornice giusta per ribadire che il recupero collettivo del patrimonio verde torinese è anche un modo – il più persuasivo e gratificante – per far crescere la città. Un’intera domenica di «gioco-festa-animazione» domani al parco Michelotti, nell’area dell’ex zoo, a cura della Circoscrizione San Salvario-Borgo Po in collaborazione con l’Arciragazzi. «Vengo anch’io nei giardini sul Po» il titolo dell’incontro, caratterizzato da una sottolineata ed attualissima intonazione naturalistica «per far conoscere una zona dimenticata ma ricca di fascino che in futuro potrà trasformarsi stabilmente in una sede di gioco per i ragazzi» del quartiere. Invitati in massa a partecipare al prossimo rendez-vous festivo con tanta allegria e di un buon pranzo al sacco. In programma, sotto la guida di animatori patentati: una caccia al tesoro scandita dai messaggi lasciati dagli animali che furono ospiti dello zoo, gare di orientamento naturalistico, esplorazioni, costruzione di capanne e animazione con un gruppo teatrale guidato da Tarzan insieme alla sua inseparabile scimmia Cita. In esposizione la mostra fotografica «Cuori verdi per la città» realizzata da Urbafor.

 

16/02/1996
PARCO MICHELOTTI – Tutti i giorni in riva al Po è aperta la fiera del gioco. Nonostante il freddo invernale, continuano le attività ludiche del Parco Giò di corso Casale (ex area zoo, vicino al Parco Michelotti). Il viaggio culturale può condurre in terre lontane o, appena dietro l’angolo di casa …

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How to recover an old version of a WordPress post, even after years

It may happen that a post you wrote in WordPress is modified by error!
It happened to me: this morning when I went to see a two years old post of mine, I did not find anymore an information I was sure I wrote. May be it happened to you too, but don’t worry! You can recover any previous version of a post you saved, even after years and the procedure is very easy 😉

First check that, in Screen settings, it is checked the Revision checkbox:

Screen settings button

Revision checkbox

Then you can notice that there is a Revision item on the Publish right section, with the number of revisions that post has and a Scroll link that allows you to see all of them:

Revisions item with the Scroll link

You can move left the time arrow to get previous versions that post had during the time:

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When you reach the version of the post you want to restore, you have to click on the Recover this version button:

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You can find the list of all revisions also at the botton of the edit page, in the Revision section where you can select one of them too:

List of all revisions at the botton of the edit page

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Trovare e scaricare immagini d’epoca di Torino e Piemonte e reperire informazioni da vecchi articoli di quotidiani

Talvolta  può risultare utile e/o dilettevole vedere foto antiche o leggere articoli di molti anni fa che danno un’immediata sensazione di come i tempi siano cambiati nel tempo: al di là dei contenuti degli articoli, è la stessa forma con cui sono scritti che spesso stupisce!

Diversi sono i gruppi Facebook (talvolta gruppi chiusi che quindi richiedono l’autorizzazione per entrarne a farne parte) dove vengono pubblicate immagini di Torino “com’era” (e.g. TORINO ieri e oggi; TORINO PIEMONTE Grup Antiche Immagini; Torino sparita su facebook). Sempre su Facebook co sono poi utenze, non necessariamente istituzionali, che forniscono informazioni su luoghi specifici con molte fotografie, come ad esempio STUPINIGI con le sua bellissima sezione di foto: qui ho ad esempio trovato foto del trasporto della copia dell’elefante Friz nella Reggia di Stupinigi oltre a quelle degli edifici utilizzati un tempo per custodire gli animali esotici dei Savoia (Managerie Fagianerie e Serragli a Vicomanino).

Esistono poi anche ulteriori fonti consultabili, anche se forse meno agevolmente.

Ad esempio, la Fondazione Torino Musei fornisce l’accesso all’archivio fotografico Gabinio: le immagini non ad alta definizione vengono rilasciate gratuitamente come OpenData in diversi formati (XML, CSV, XLS, XLSX, JSON). Oltre all’archivio del Fondo Gabinio, sono disponibili, su quel medesimo sito, anche dataset su Palazzo Madama, GAM e MAO.  Si legge che sono presenti i “dataset relativi agli elenchi e alle schede anagrafiche di tutte le opere corredate di fotografia presenti nei cataloghi informatizzati dei musei” e che questi “dati sono aggiornati annualmente” niente male!

Scaricando, ad esempio il file contenente gli OpenData in formato json, generalmente quello più utilizzato quando il contenuto deve essere inviato e processato da una applicazione client, si ottiene un file con i seguenti dati strutturati su cui si possono agevolmente effettuare, tramite la funzionalità di Cerca dell’editor, delle ricerche su termini specifici  (e.g.  ricerca sul termine Michelotti), in modo da individuare le immagine di interesse: in particolare, associata a ciascuna immagine è  indicata l’URL da utilizzare per scaricarla (e.g. http://93.62.170.226/foto/gabinio/001B1.jpg), oltre ad altre informazioni interessanti quale ed esempio la sua presunta datazione.

Anche MuseoTorino fornice delle API che consentono a tutti gli utenti, enti o organizzazioni pubbliche e private, di usare i dati presenti sul loro sito: la procedura per sapere come sono fatte e come quindi poterle utilizzare non è esplicitato nel sito, ma è sufficiente contattarli via email, come indicato, per scoprire la collocazione del file pdf contenente le informazioni necessarie. Si tratta anche in questo caso di Opendata, quindi utilizzabili senza particolari restrizioni. Personalmente ne sto valutando l’utilizzo, magari anche solo utilizzando un client generico come l’add-on RESTclient di Firefox, Postman di Chrome o il Microsoft.Rest.ClientRuntime. Si può comunque accedere ai contenuti anche semplicemente utilizzando la sezione Il museo dove si può filtrare la ricerca in base alla cronologia, al tema ed alle categorie.

sezione Il museo  del sito MuseoTorino dove si può filtrare la ricerca in base alla cronologia, al tema ed alle categorie.

Interessante è poi la rivista Torino Storia che ha sia un sito sia un account Facebook dove si possono reperire informazioni utili anche senza dover necessariamente acquistare la rivista che può fornire ovviamente maggiori dettagli, per cui può valer la pena averla o consultarla in qualche biblioteca civica.

Il sito  Censimento Fotografia propone poi ulteriori immagini molto interessanti e da cui si raggiunge il link dell’Archivio Storico della Città di Torino dove è presente la collezione Chiambretta.

Anche i motori di ricerca possono agevolmente venirci in aiuto nel ricercare immagini ed archivi. Ad esempio ricercando archivio storico chiambretta si trovano diverse immagini di quell’archivio e, ad esempio dall’articolo Torino, un museo del cinema fatto in casa, si apprende come si tratti di una raccolta privata di un appassionato, donata alla città di Torino.

Certo di non essere stato esaustivo e ben conscio che molte ancora sarebbero le fonti da citare, indico solo ulteriori link interessanti:

L’iniziativa dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea che lancia «Mi ricordo», la microstoria del Piemonte narrata dai Super 8.

«Mi ricordo»: microstoria del Piemonte narrata dai Super 8.

Non si può poi non indicare come enorme fonte di informazione il bellissimo archivio storico de La Stampa dove è presente la digitalizzazione delle testate del giornale dalle sue origini (1867) fino al gennaio 2006: peccato che non abbiano proseguito poi nei successivi anni, dove sicuramente sarebbe anche stato più agevole l’archiviazione, essendo il giornale sicuramente già in forma digitale.
Da quell’archivio si possono agevolmente scaricare sia le pagine in pdf di ciascun quotidiano, sia effettuare il riconoscimento dei caratteri ed averne il testo in formato .txt: ovviamente se un articolo è composto da più colonne, si devono ricercare le diverse parti e ricomporre opportunamente il contenuto (che può essere infatti intervallato dal testo di altri articoli): insomma un lavoro non immediato ma possibile!
Dalla pagina di presentazione di quel progetto si legge:
Quasi 150 anni di storia, 1.761.000 pagine, oltre 5 milioni di articoli di giornale e 4,5 milioni di immagini tra fotografie e negativi. Questi sono solo alcuni dei numeri che danno la dimensione dell’Archivio Storico de La Stampa. Si tratta di un progetto di grande portata culturale il cui scopo è quello di creare una Biblioteca Digitale dell’Informazione Giornalistica accessibile liberamente al pubblico italiano e internazionale. […] Oggetto della digitalizzazione sono tutte le edizioni quotidiane delle testate che si sono succedute nel tempo, dalla Gazzetta Piemontese, il primo nome con cui esordì il quotidiano nel 9 febbraio 1867, a La Nuova Stampa e Stampa Sera, fino ad arrivare alla sua denominazione attuale, La Stampa. Le pagine di giornale sono state acquisite dalla copia su microfilm. Dall’immagine di ogni pagina, utilizzando software di riconoscimento testuale tra i più avanzati, è stato digitalizzato il testo e sono stati individuati gli articoli codificati in XML per consentirne la lettura, il trasferimento e la copia. […] E’ possibile accedere via web, all’URL http://www.archiviolastampa.it, all’intero archivio in modo rapido e flessibile e effettuare ricerche per data o per parole contenute nel testo degli articoli. Inoltre si può visualizzare la riproduzione delle pagine del giornale per leggerle e sfogliarle come dal vero, navigando attraverso l’intera raccolta in modo da poter accedere a qualsiasi informazione si cerchi.  […] Il progetto rientra nel programma della Biblioteca Digitale Piemontese in coordinamento con la Biblioteca Digitale Italiana, che è impegnata a salvare gli archivi storici di pubblicazioni presenti sul territorio, consentendo al Piemonte di dotarsi di una Biblioteca digitale dell’informazione giornalistica“.

Nel seguito alcune informazioni che possono risultare utili per eseguire delle ricerche in quell’archivio.
Nel form di filtraggio della ricerca, sembra debba essere inserita una data precisa nel formato gg/mm/aaaa sia per la data di inizio sia per la data di fine: inserendo solo l’anno, non restituisce errore ma non sono presenti risultati. Inoltre è necessario avere un po’ di pazienza in quanto quel sito non è dei più veloci per cui è talvolta necessario attendere (anche qualche minuto) per ottenere l’informazione desiderata: in particolare, quando si richiede di scaricare il file di una pagina specifica, compare subito il popup di verifica che non si è un bot … ma l’immagine del codice da leggere si può caricare dopo molto più tempo, per cui uno rimane un po’ spiazzato se non lo sa!!

Ricerca nell’archivio storico del quotidiano La Stampa (dal 1867 al 2006)

Risultati ottenuti ricercando i termini Michelotti e zoo

Per ottenere il pdf della pagina o il testo in .txt, premere i rispettivi pulsanti presenti nel pannello a destra

Se si scarica il pdf, questo contiene l’immagine della pagina trovata che si può ingrandire a piacere per poterla leggere direttamente. Se invece si seleziona il download del testo, viene scaricato un file .txt derivato dall’OCR di quella immagine, … senza “a capo” e formattazione, con in più ovvi errori di riconoscimento del testo. Se si desidera quindi ricercare il testo di un articolo particolare, è quindi necessario utilizzare la funzionalità Cerca dell’editor utilizzato e copiare le parti di testo che possono essere anche non continuative qualora l’articolo sia in più colonne … e dopo rileggere il tutto per correggere le parti di testo non riconosciute correttamente, magari utilizzando l’immagine originale scaricata in pdf.

File .txt con il testo derivato dall’OCR del testo presente nell’immagine della pagina di quotidiano

Dopo aver inserito il capta per verificare che non sei un robot, viene scaricato il file richiesto (NOTA: può essere necessario attendere molto per vedere caricata l’immagine con il codice da trascrivere)

Biblioteca digitale piemontese – BDP

Internet culturale

Internet Archive: ricercando qui, ad esempio, “Michelotti” si trovano digitalizzati due testi ( Sperimenti idraulici I del 1767 e Sperimenti idraulici II del 1775) del prof. Francesco Domenico Michelotti della Regia Università di Torino, padre di Ignazio Michelotti

Da non dimenticare sono poi le biblioteche civiche con il loro Biblioteche civiche torinesi – catalogo in linea.

Ci sarebbe ancora molto da dire … ma per intanto pubblico questo post, rimasto privato in quanto incompleto forse per troppo tempo, riservandomi di integrarlo a breve!

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Pubblicato in Arte e bellezza, Fotografie, Just for fun!, Pensieri e parole, Review e test, Torino e dintorni | 1 commento

Il passato del parco Michelotti e dello zoo di Torino: quale il suo futuro?

Più di 5 anni fa avevo scritto un post relativo a quello che era stato lo zoo di Torino al parco Michelotti, evidenziando già allora lo stato di estremo degrado in cui versava tutta la zona che percorre la riva destra del Po, tra il ponte di p.zza Vittorio e quello di c.so Regina, sebbene si tratti di una vasta area prossima al centro storico di Torino.

Pochi giorni fa ho poi scritto un altro post che documenta lo stato attuale del parco con ulteriori foto, scattate recentemente durante un sopraluogo compiuto da cittadini/associazioni e Comune: in quel post ho voluto sottolineare alcuni segnali positivi che lasciano ben sperare in una auspicabile rinascita pubblica di quel luogo caro a molti cittadini.

In questo nuovo post intendo invece fornire ulteriori informazioni sul passato del parco Michelotti: forse solo scoprendone meglio il suo passato si può pensare ad un suo futuro migliore! In queste mie ricerche ho scoperto infatti particolari e foto inaspettate, alcune forse già precedentemente viste di sfuggita su qualche libro, ma non con la dovuta attenzione. Ho quindi pensato di raccogliere in questo post tutte le informazioni raccolte, per chi fosse interessato a meditare sul futuro di questo parco e magari volesse approfondire ulteriormente quanto da me trovato non solo su Internet ma anche su libri e su gruppi Facebook (quelli che hanno a cuore le sorti di quel parco o che forniscono fotografie d’epoca di Torino quali Torino Piemonte Antiche Immagini; fondazionetorinomusei.it, museotorino).

Ovviamente qualsiasi contributo anche fotografico è molto gradito!! … non avete che da scrivermi.

Zona dell’ex zoo: tra Ponte Vittorio Emanuele I e ponte Regina Margherita. Evidenziata nella mappa anche la chiesa della Madonna del Pilone

Parco Michelotti si estende ben oltre la zona dell’ex zoo, arrivando fino al ponte di Sassi

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Il parco Michelotti prima dello zoo

Per chi come me è nato quando parco Michelotti e zoo erano sinonimi, sembra quasi che quel posto sia stato da sempre destinato a quell’uso. Non è così: prima del 1955, quel parco era ben tutt’altro e lo mostra bene questa immagine del 1951 dove si vedono famiglie che si recavano in quel bosco in corso Casale, a pochi passi dalla città, per fare “merenda”…

Ci sono addirittura cartoline del parco a ricordo di una gita di piacere su vetturelle tirate da asinelli!

Andando ancor più a ritroso nel tempo, si ritrovano foto del canale Michelotti, derivato dal Po e sfociante nel medesimo. Scorreva a fianco della sua sponda destra nel tratto compreso tra il ponte Vittorio Emanuele I e la Madonna del Pilone. Era stato progettato per alimentare il Mulino della catena che si trovava appunto alla Madonna del Pilone: ideato dall’ingegnare idraulico Ignazio Michelotti, la sua realizzazione fu portata a termine nel 1816 dal figlio architetto. Il parco Michelotti, chiamato così dal nome di quell’ingegnere idraulico, sorse quindi sul terreno che separava quel canale dal fiume Po: era lungo circa 3Km e vasto circa 35000mq.
Dopo l’abbattimento di quel mulino, tale canale non ebbe più una funzione specifica e quindi venne eliminato negli anni ’30, riempendolo con le macerie provenienti dalla demolizione dei palazzi della vecchia via Roma. Una volta coperto questo canale, la zona calpestabile del parco risultò assai maggiore e questo consentì un suo ulteriore sviluppo. Fu costruito addirittura un teatro omonimo che poteva contenere ben 1000 persone: successivamente quel teatro fu abbattuto in quanto il parco avrebbe dovuto ospitare quello che fu lo zoo di Torino.

Si ritrovano diverse immagini del canale Michelotti:

Dal sito MuseoTorino, viene mostrata anche la diga e le opere di derivazione di canale, “significativa testimonianza storica e tecnologica ottocentesca. La diga Michelotti, proposta negli ultimi anni dell’Impero napoleonico in sostituzione della diga dei Molini per alimentare il canale dei molini della Madonna del Pilone, fu realizzata nel 1816-1817 da Ignazio Michelotti, da cui prese il nome. Comprende una calata d’imbarco in sponda sinistra, il muro scaricatore in sponda destra adiacenti alla derivazione del canale (eliminato a partire dal 1935). La diga fu poi rialzata e rafforzata nel 1881 e nuovamente nel 1910 per agevolare la navigazione fluviale sul Po in occasione dell’Esposizione del 1911. A tale epoca risale l’attuale paratoia, prodotta dalle fonderie Fauser di Novara.”

Diga Michelotti

Ancora oggi rimane una minima traccia di quel canale dei mulini (costruzione: 1775 – 1816) e si legge nell’archivio fotografico di MuseoTorino che era “solo uno dei numerosi corsi d’acqua artificiali che assicuravano energia meccanica a mulini e industrie torinesi nel corso dell’Ottocento e che caratterizzavano l’aspetto della città. Ora scomparso, ne rimangono alcune tracce nel tessuto urbano”.
Il canale, oggi non più esistente, deve il suo nome all’architetto Ignazio Maria Lorenzo Michelotti (1764-1846). Prendeva origine sulla sponda destra del Po, a valle del ponte di piazza Vittorio, e continuava il suo corso parallelo al fiume per poi rigettarvisi all’altezza della chiesa della Madonna del Pilone. La decisione di costruire un canale (in piemontese bealera) per fornire energia idraulica sulla riva destra del Po risale alla seconda metà del Settecento. Il primo mulino era pronto nel 1779, ma la realizzazione del canale incontrò diverse difficoltà tecniche, legate alla portata e alla larghezza del fiume ed alla necessità di tener conto delle esigenze della navigazione fluviale, allora molto diffusa. Michelotti risolse la questione con la costruzione di una diga ad arco sul Po, per assicurare una portata costante al corso d’acqua. Il canale fu così inaugurato nel 1816 e da quel momento diede energia a diversi impianti produttivi e una diramazione irrigua. Venuta meno la sua funzione, il canale venne smantellato e interrato negli anni Trenta del Novecento, lasciando però tracce nella conformazione del parco Michelotti”.

Nella scheda dedicata ad Ignazio Michelotti, presente in MuseoTorino, si legge: “In Ingegnere idraulico, costruttore del canale omonimo soppresso nel 1936. Fu socio dell’Accademia delle Scienze dal 1791″.

La chiusa di canale Michelotti (2010)

Nel sito Facebook Torino Piemonte Grup Antiche Immagini si possono poi trovare altre immagini interessanti come questa relativa alle lavandaie sul Po che operavano anche in corrispondenza dei murazzi, dall’altro lato del fiume. Si legge: “Dal fiume salivano canti popolari, risate, baruffe, erano le lavandaie che per un lungo tratto del Po, dal ponte Umberto fino oltre ponte Regina Margherita, inginocchiate sulle rive lavavano i panni dei clienti e li stendevano ad asciugare. Il bucato veniva recapitato ogni lunedì’ con il carro a cavalli. Alla fine degli anni venti le lavandaie si sono trasferite alla Barca, Bertolla, San Mauro”.

La seguente immagine del 1951 appartiene all’archivio Chiambretta, attualmente gestito dall’archivio storico della città di Torino:

Diversi sono poi gli scatti dell’archivio Gabinio Mario, resi consultabili dal sito fondazionetorinomusei.it:

Chiesa della Madonna del Pilone

 




Ho poi trovato la seguente bella immagine di zingara con animali, ripresa molto probabilmente altrove, ma ve la propongo ugualmente per la spontaneità di questa foto, seppur risui mossa!

Vi invito poi a vedere il bel video Parco Michelotti: un Bosco in città. Guadandolo mi ha fatto pensare alla seguente frase di una canzone del disco Darwin del Banco del Mutuo Soccorso: “prova a pensare un po’ diverso“.
Da quel video ho appreso che nel 1850 furono realizzati, in quel parco, il viale dei platani e poi quello di Ginkgo biloba. Nel recente periodo di cosiddetto abbandono di quel territorio, è aumentata la biodiversità: semi, trasportati dai più vari vettori, hanno radicato nuova vegetazione ed insieme è stato attirata una molteplicità di nuova microfauna […]

 

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La ménagerie di casa Savoia a Palazzo reale

Già nell’ ‘800 i Savoia, seguendo la moda dell’orientalismo e dell’esotico proprio di molte corti europee quali simbolo di prestigio e potere, tenevano diversi animali esotici nei giardini del Palazzo Reale: c’erano grandi voliere, a forma di pagoda, e gabbie con inferriate, destinate alle belve. Esiste un interessante articolo di Fulvio Peirone sul numero cartaceo di Torino Storia del gennaio 2016 e di cui c’è traccia anche su Internet (Corso San Maurizio, lo Zoo di Casa Savoia: venne smantellato dal Comune ) dove si legge:
Il 9 gennaio 1878 moriva a Roma Vittorio Emanuele II; il 23 aprile il sindaco di Torino Luigi Ferraris comunicò la volontà del nuovo sovrano Umberto I «di donare al Municipio la collezione di animali viventi coi relativi materiali costituenti il suo giardino zoologico». I torinesi però non accettarono il dono: lo Zoo sarebbe costato troppo e venne smantellato nel 1886.
Lo Zoo – allestito in prossimità dell’attuale corso San Maurizio, proprio sotto i bastioni – era fornito di grandi voliere a forma di pagoda, casotti muniti di una zona coperta e una all’aperto, gabbie con inferriate destinate alle belve, ampie vetrate con impianto di riscaldamento che rendevano, se non confortevoli, senz’altro meno drammatiche di un tempo le condizioni di vita degli animali. L’ingresso al pubblico era gratuito.
La discussione del Consiglio Comunale sul dono del Re si tenne nella primavera del 1879. Vennero presi in esame i costi di gestione che la Commissione incaricata di valutarne l’impatto economico stimò in 67.000 lire per l’esecuzione di «opere iniziali» e 73.000 annue per le spese «di mantenimento». Si decise di nominare «un Comitato, con l’incarico di fare il Programma per la costituzione di una Società, la quale provvedesse alla conservazione del Giardino zoologico, nell’attuale località e per un periodo da 10 a 15 anni». Non durò tanto: lo Zoo, chiuso ai visitatori nel 1883 e definitivamente smantellato tre anni dopo, cedette il posto al maneggio reale, mentre gli avveniristici ricoveri degli animali furono trasformati in serre.

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L’elefante indiano Friz

I Savoia non erano nuovi ad interessarsi di animali esotici:  già nel 1827, un elefante indiano maschio arrivò a Torino come singolare dono a  Carlo Felice, re dei Savoia, da parte del viceré d’Egitto Mohamed Ali.
Fu chiamato Fritz ed accolto in uno spazio ricavato dall’ex scuderia della Palazzina di caccia di Stupinigi, la residenza dei Savoia appena fuori Torino: si trattava di uno spazio interamente recintato, la Ménagerie. Con  tale francesismo si era solito denominare il luogo dove si trovava una collezione di animali in cattività, spesso esotici, tenuti per farne mostra, precursore del moderno giardino zoologico; quel termine fu usato per la prima volta nella Francia del XVII secolo e fu in seguito usato principalmente per riferirsi appunto a collezioni di animali tenute da reali o aristocratici.
Si racconta che tutti amarono quell’animale fin dal primo giorno sia per il carattere mite sia per la simpatia suscitata da quella stazza enorme e per le sue caratteristiche da ballerino: durante la permanenza a corte venne infatti utilizzato soprattutto per intrattenere i visitatori con spettacoli, balletti e passeggiate nel parco.
All’arrivo del pachiderma, Franco Andrea Bonelli, professore di Zoologia e direttore del Regio Museo di Zoologia dell’Università di Torino, prescrisse per lui un apposito “menu” che prevedeva 50 pani al giorno con 24 cavoli verza oppure 4 libbre di burro con 16 libbre di riso (libbra piemontese=0,368 kg). Si racconta che gli venissero anche servite una o due pinte di vino e persino del tabacco. Le castagne, capaci di procurargli un’indigestione, vennero utilizzate solo come premio speciale. Inoltre, una volta al mese,  dopo essere stato lavato, Fritz veniva unto con il burro perché la sua pelle non si seccasse. A sua disposizione c’era poi anche un cortile con una vasca circolare munita di scivolo.

Insomma, quale elefante poteva apparentemente stare meglio di lui? 😦


Il pachiderma fu oggetto di grande interesse anche da parte degli artisti di corte: appena giunto a Stupinigi fu ritratto dal vivo dalla pittrice Sofia Giordano e la litografia, stampata nel laboratorio di Felice Festa, ebbe larga diffusione. Nel 1835 Enrico Gonin dipinse l’elefante attorniato da una folla di curiosi durante una parata: Fritz ebbe persino l’onore di essere immortalato in un dagherrotipo, primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (tuttavia non riproducibili), l’unico in Italia con un soggetto animale. Casimiro Roddi, chef della Ménagerie, Giuseppe Genè e Filippo de Filippi, che si avvicendarono alla direzione del Museo Zoologico torinese, registrarono con cura notizie e informazioni sui suoi comportamenti, la sua alimentazione (spesso inadeguata) e le cure mediche.
Dopo 25 anni si presenza a corte, l’elefante impazzì e, si dice, incominciò a distruggere ciò che lo circondava (alcuni segni sono ancora visibili sulle parti in legno). In verità, il suo destino incominciò probabilmente a cambiare radicalmente con l’ascesa al trono sabaudo di Vittorio Emanuele II che non digerì mai gli altissimi costi per il suo mantenimento e probabilmente non aspettava che un pretesto per potersene sbarazzare. L’occasione arrivò nel 1852 quando Fritz, caduto in depressione per la morte del custode storico a cui si era affezionato, uccise con colpo di proboscide il nuovo guardano e sfasciò il proprio recinto. Vittorio Emanuele II ne ordinò quindi la soppressione, che avvenne l’8 novembre 1852 mediante asfissia con l’ossido di carbonio. Tassidermizzato, fu donato al Museo Zoologico dell’Università di Torino che già dalla prima metà del ‘700 ospitava diversi animali quali era stato riservato quel processo di perenne testimonianza della ferocità dell’uomo. Il pachiderma è tuttora conservato nel Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino accanto alle altre raccolte storiche costituite appunto fin dalla prima metà del Settecento: purtroppo, come ho già avuto modo di parlarne in un altro mio post, questo bel museo da sempre molto attivo anche nelle proposte estemporanee, è chiuso da tempo in attesa di una fantomatica ristrutturazione ed adeguamento degli impianti!

Museo di scienze naturali di Torino

Nel 2015 nel castello di Stupinigi si è tenuta l’esposizione “Un elefante a corte” che ricostruiva il “serraglio di animali esotici” che animava il grande parco retrostante nella prima metà dell’Ottocento, riportando alla luce aneddoti dimenticati della storia di quella Palazzina di Caccia. Protagonista dell’evento era appunto la ricostruzione a grandezza naturale di Fritz: quella mostra era stata allestita dall’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con la collaborazione della Scuola Tecnica San Carlo ed intendeva ricreare l’atmosfera degli anni dell’Orientalismo grazie ad esemplari naturalizzati come leone, canguro e struzzo (provenienti dalle collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino) stampe d’epoca, dipinti, sculture e contributi audiovisivi. Il materiale archivistico e gli esemplari naturalistici esposti provenivano principalmente dalle collezioni prestigiose del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, degli storici Musei di Zoologia e Anatomia comparata e della Fondazione Ordine Mauriziano, che fu proprietario della Palazzina di caccia di Stupinigi, sin dalla sua costruzione nel 1729.

Ricostruzione, a grandezza naturale, di Fritz alla Palazzina di caccia di Stupinigi

Su una pagina dell’attuale sito dell’Accademia delle Scienze di Torino viene narrato il contributo di serragli, menagerie e giardini zoologici, fornendo una visione dei medesimi come utili al progresso della scienza! Leggendo questo articolo di questo sito della prestigiosa accademia, risulta a me evidente che chi l’ha scritto/approvato abbia una ancora una visione assai ottocentesca di quello che è lo studio e la ricerca, biologica, veterinaria: permane evidente in quel testo la convinzione che, per studiare gli animali, questi debbano essere portati in cattività in un luogo vicino al ricercatore (e non il viceversa, come mi sembra sia oramai assodato da decenni). Si parla addirittura di “miopia emozionale di alcuni che non avevano capito il significato di questo tipo di istituzioni, relativamente alla decisione nel 1987 di chiusura dello zoo di Torino. Mi limito quindi ad un no comment, riportando integralmente quanto attualmente pubblicato in quel sito istituzionale:
Un capitolo a parte della biologia animale è costituito dal contributo fornito prima dai Serragli e dalle Menagerie del Piemonte, e poi dai Giardini zoologici torinesi. Serragli, Menagerie e Giardini zoologici sono i tre vocaboli con cui dall’antichità a oggi si usano indicare i luoghi in cui sono nutriti ed allevati animali destinati principalmente alla caccia o all’esposizione.
Nei primi dell’Ottocento in Piemonte, con la restaurazione, nacquero e si svilupparono le Menagerie di Stupinigi e Racconigi e, più tardi, dopo la metà del secolo, il Giardino di acclimatazione della Regia Mandria e il Giardino zoologico reale di Torino. Tra la Menageria di Stupinigi e gli zoologi universitari torinesi (Bonelli, Gené e De Filippi) ci furono stretti rapporti. Tanto che si può affermare che se dal punto di vista della scienza veterinaria la Menageria di Stupinigi non rappresentò un campo di ricerca particolarmente fiorente, la biologia animale ne trasse invece indubbi vantaggi. Non solo la zoologia, ma anche l’anatomia comparata, ricavarono importanti informazioni dallo studio di animali presenti a Stupinigi. Basti ricordare il caso dell’elefante “Fritz”, donato a Carlo Felice dal viceré d’Egitto, che visse 25 anni circa presso la palazzina di caccia di quel castello. Quando morì sul suo cadavere furono compiuti studi scientifici: De Filippi e il Marchese Corti si occuperanno di indagini istologiche e quest’ultimo compì sulla retina di quell’animale osservazioni di altissimo livello. Il Marchese Corti a quell’epoca era già noto per aver scoperto la fine e complessa architettura dell’organo umano dell’udito.
In questo periodo vanno anche ricordate l’opera pratica e le lezioni teoriche di alcuni tassidermisti, fra i quali Francesco Comba. A lui si devono alcuni degli esemplari più belli ancora oggi conservati nel Museo storico di Zoologia. Fra essi si annovera proprio l’elefante Friz di cui si è detto. D’altra parte già il Bonelli aveva elaborato un progetto di Giardino Zoologico “moderno” con chiara funzione scientifica. Il progetto purtroppo non è giunto fino a noi.
Anche il Giardino zoologico Reale di Torino fu costantemente in rapporto con il personale scientifico universitario. Oltre al De Filippi, sarà Michele Lessona, succedutogli nella Direzione del Museo di Zoologia, a mantenere questi rapporti. Dopo di lui anche Lorenzo Camerano, assistente al museo fin dal 1878, si avvarrà di materiale fornito dal Giardino zoologico per i suoi studi scientifici. Fra gli altri si possono ricordare quelli di anatomia comparata condotti su un elefante africano e pubblicati nel 1881 sulla importante rivista tedesca «Zoologischer Anzeiger» di Lipsia. Dal primo gennaio di quell’anno iniziò il definitivo smantellamento del Giardino zoologico Reale di Torino.
Nei decenni successivi fiorirono o si consolidarono a Torino molte iniziative in materia di Giardini zoologici non di proprietà reale, ma il loro contributo scientifico fu modesto. Si deve attendere il 1955 per assistere all’inaugurazione di una nuova e moderna struttura, il Giardino zoologico di Parco Michelotti che riannoderà i legami con le istituzioni scientifiche, offrendo una valida collaborazione in molti campi, tra i quali quello della primatologia. Forse per la miopia emozionale di alcuni che non avevano mai capito il significato di questo tipo di istituzioni, il Giardino fu di fatto chiuso a metà degli anni Ottanta e un articolato progetto di una sua trasformazione in senso moderno promosso dal Comune di Torino nel 1987 fu rapidamente affossato”.

In un sito Facebook su Stupinigi, c’è una sezione di foto che vi invito a vedere: in particolare ci sono album relativi a Managerie Fagianerie e Serragli a Vicomanino ed a Fritz “Il viaggio a corte”, da cui ho tratto i seguenti scatti secondo me più significativi:


Nel medesimo profilo Facebook, è presente una nota su Stupinigi il primo vero Giardino Zoologico italiano, tratto da “Storia e vicende della Reale Palazzina” Blue Editoriale Torino 1999, dove risulta a me evidente sia la crudeltà delle battute di caccia reali, che avvenivano a cadenza bisettimanale, sia lo stato innaturale in cui molti degli animali esotici si venivano a trovare, al punto da dover essere curati con terapie empiriche, per poi inevitabilmente comunque morire: anche in questo testo ci sono passi che lasciano almeno intravvedere l’utilità di queste pratiche per lo sviluppo della scienza. Nuovamente riporto parte dello scritto, senza ulteriori commenti: “Lo sviluppo notevole del complesso e la modernità di gestione, in rapporto all’epoca, di questa raccolta di animali viventi caratterizzò in modo tale la struttura, che quello di Stupinigi è considerato a ragione il primo vero Giardino Zoologico italiano.
Definiti come serragli o menagerie (dal francese antico Mènagerie) i Giardini zoologici non erano rari, nell’Ottocento, presso le residenze reali europee. Fra i più noti si possono ricordare quelli di Versailles, della Malmaison di Schoenbrunn, del Regio Parco presso Torino, ecc.
L’inizio dell’attività di allevamento di animali nel territorio di Stupinigi risale alla fine del Settecento, prima della Rivoluzione francese, quando presso la Menagerie venivano fatti crescere i cervi destinati alle caccie reali che, fin dal seicento, si svolgevano nei boschi della Magistrale Commenda. […] La caccia consisteva nel lungo inseguimento, da parte dei cacciatori e dei cani, dell’animale selezionato e di quello solo, cercando di evitare le astuzie che la preda metteva in atto per cercare di sfuggire, fino a quando questa veniva raggiunta. Era questo l’eccitante momento dell’hallaly che precedeva la morte del cervo e la successiva curée, quando alcune parti dell’animale vengono date in pasto ai cani come premio delle loro fatiche. […] Alla Restaurazione, per riorganizzare le caccie reali fu necessario provvedere alla costruzione di un apposito “serraglio” per il loro allevamento che, fu poi definitivamente stabilito presso la cascina “Vicomanino”, dove più tardi verrà costruita anche una fagianeria. […] La progressiva scarsità della selvaggina faceva sì che i cervi cacciati sovente non venivano uccisi, ma rimessi nel recinto, curati ed utilizzati nuovamente, qualche anno dopo, per una nuova battuta.
Contemporaneamente allo sviluppo dell’attività venatoria si andò via via sviluppando presso Stupinigi anche l’allevamento di animali esotici, destinati però al semplice diletto della Corte e del pubblico che, pur non numeroso, aveva tuttavia accesso ai recinti ed alle gabbie.
Come la caccia, anche la gestione degli animali del Serraglio era affidata all’autorità del Gran Cacciatore, una delle più importanti cariche di Corte. […] Con tutta probabilità gli inizi della Menagerie di Stupinigi vanno fatti risalire al 1815, con l’arrivo dalla Sardegna di alcuni mufloni, cui si aggiungono un camoscio e delle gazzelle, che vengono sistemati presso il canile a croce del Birago di Borgaro, o in altri locali di volta in volta resisi liberi.
Tuttavia, solamente a partire dagli anni venti dell’Ottocento il Serraglio vedrà l’arrivo di animali rari ed interessanti. Anche in relazione a quest’ultimo fatto, si rende necessario poter disporre di locali adeguati per il mantenimento e l’ostensione degli animali. Per la sua buona esposizione, viene scelta e destinata a questo scopo un’intera ala del Podere San Carlo, che, tuttavia, si rivela, in breve tempo, insufficiente. Si provvede pertanto alla costruzione, presso lo stesso podere, di una nuova manica, sempre curvilinea, rivolta a levante in modo da poter sfruttare, anche in questo caso, le migliori condizioni climatiche, soprattutto durante l’inverno.
All’interno della nuova struttura, in pietre e mattoni a vista verso Torino, perfettamente arricciata verso la Palazzina, sono ricavati una quindicina di locali che serviranno da gabbie per gli animali che via via giungeranno a Stupinigi. Altri lavori riguardano parti preesistenti del Podere San Carlo, in modo da creare una struttura omogenea attorno alla corte dell’edificio, che viene riadattata, spianandola e completandola con una vasca.
Più tardi nello stesso cortile viene fatta costruire una volière, il cui corpo centrale è di pianta ottagonale con due lati sporgenti di pianta quadrata, racchiudente un albero al centro. Agli angoli della struttura sono sistemate sei piccole colonne con capitelli moreschi. I lati sporgenti sono dotati ciascuno di tre finestre di stile moresco racchiuse da cornici rettangolari con colonnette agli angoli fissi simili a quelle del corpo principale. Questi due corpi rettangolari sono coperti da cupole in legno foderate di latta al centro delle quali si erge un pilastrino recante una sfera e la mezzaluna. La sfera è in ottone lucente, il piedistallo e la mezzaluna sono di latta. L’intera struttura è colorita ed è circondata da un marciapiede di piastrelle di Luserna. […] Nel 1825 arriva a Stupinigi un bel gruppo di canguri, animali con tutta probabilità mai visti prima dai torinesi, per i quali vengono allestiti appositi locali, riscaldabili mediante stufe. Tuttavia, sfortunatamente, i canguri non riusciranno mai ad adattarsi del tutto al clima freddo ed umido della zona e, nonostante le assidue cure, moriranno tutti durante un rigido inverno, non senza peraltro essersi riprodotti. Ma non sono solo i canguri a rappresentare delle rarità. Infatti, tra il 1820 e il 1852, anno della definitiva chiusura della Ménagerie, soggiornano a Stupinigi, fra gli altri: cervi e cerve; cervi sardi; daini, nelle varie razze albina, inglese e sarda; stambecchi; caprioli; capre nubiane; capre del Sennhar; tragelafi; capre del Tibet; camosci alpini; montoni di Barberia; mufloni sardi; montoni d’Egitto a quattro corna; cinghiali sardi; serva1 leoni di Barberia; linci; leopardi; puma; giaguari; ocelot; manguste; canguri; dromedari; orsi bruni; iene; lupi; sciacalli; gazzelle; bradipi; varie specie di scimmie; foche; pellicani; struzzi; avvoltoi; aquile; varie specie di pappagalli; fagiani dorati; fagiani argentati; varie specie di anitre; marabù; pavoni; polli sultani; varie specie di piccioni e tortore; gru; tinami; penelopi; boa; testuggini e molte altre interessanti specie.
La loro presenza passerebbe tuttavia quasi inosservata, se alcuni esemplari ad esse appartenenti non fossero ancora oggi conservati nelle ricchissime collezioni del Museo di Zoologia dell’Università di Torino. Fra questi inoltre alcuni vanno riferiti ad entità estinte come il piccione migratore d’America e il leone di Barberia.
Il piccione migratore viveva nell’America settentrionale, attraversandola regolarmente in stormi di milioni di individui. Venne sterminato a causa della caccia, del progressivo e continuo disboscamento e del basso tasso riproduttivo. L’ultimo esemplare allo stato libero fu ucciso nel 1900, mentre nel 1914, allo zoo di Cincinnati, scomparve l’ultimo individuo allevato in cattività.
Il leone di Barberia invece viveva nel Nordafrica, nella fascia compresa tra il Marocco e l’Egitto. La sua scomparsa è dovuta alla caccia spietata cui era sottoposto, soprattutto per difendere il bestiame domestico che veniva allevato negli stessi territori. L’ultimo esemplare morì nel 1922.
Sono inoltre disponibili due rari opuscoli scritti dallo chef de la Mènagerie Casimiro Roddi, intitolati rispettivamente “Des animaux de la Ménagerie royale deStupinis” , pubblicato nel 1833 dall’Imprimerie Royale di Torino e “Elenco degli animali del Real Serraglio di Stupinigi con alcuni cenni sopra i medesimi” uscito nel 1842 per i tipi dei Fratelli Castellazzo, ed un manoscritto del 1837 circa, sempre opera del Roddi, dal titolo: “Relazione d’alcune malattie accadute a vari animali della Real Menageria di Stupinigi non che del metodo praticato per curarle”. […] l problema del freddo più sopra indicato per i canguri, sembra in molti casi essere il problema più spinoso che il Roddi deve affrontare nella gestione degli animali della Ménagerie. In particolare gli animali provenienti da regioni tropicali mal si adattano al clima della zona ed è necessario ricoverarli durante l’inverno all’interno di stalle scaldate in parte dal calore animale proveniente dalle bovine stabulate, in parte da stufe tenute alla massima temperatura possibile, in parte ancora da accorgimenti particolari, avvolgendoli in coperte, paglia o cotone.
I prodotti farmaceutici, forniti dallo “speziale” di Moncalieri, risultano gli stessi utilizzati per gli animali domestici; stesso discorso si può fare per quanto riguarda i metodi impiegati, anche se ne risulta assai più complicata, difficile e rischiosa l’applicazione, trattandosi di esemplari selvatici. Per lo più vengono impiegati decotti di malva e di manna, crema di tartaro, fiori di zolfo, come purganti e rinfrescanti; come avviene per gli uomini, anche agli animali vengono imposti i miracolosi salassi. Molto sovente si ricorre a quantità variabili di vino di diverse qualità, talvolta pregiate, o a sistemi, probabilmente efficaci, ma sbalorditivi. Ad esempio, ad un camoscio affetto da contrazioni spastiche dell’addome si somministra cassia disciolta nel decotto di malva con l’aggiunta di conserva di ginepro stemperata nel vino. L’appetito dell’animale viene infine stuzzicato lavandogli la bocca con un miscuglio di aceto, olio, pepe, sale ed aglio.
Bisogna peraltro sottolineare che la presenza di tante rare specie desta un particolare interesse, non solo da parte dell’ambiente accademico veterinario, ma anche di quello delle Scienze Naturali. I direttori del Museo di Zoologia dell’Università di Torino, nell’ordine Franco Andrea Bonelli (1784-1830), Giuseppe Gené (1800-1847) e Filippo De Filippi (1814-1867), si recano sovente a Stupinigi per studiare gli animali ivi presenti e per fornire suggerimenti sul loro allevamento.
Da questo continuo rapporto tra scienza e pratica deriva una serie di interessanti lavori scientifici che portano contributi nuovi alla conoscenza della Biologia animale e che mettono bene in risalto l’interesse della Casa regnante per il progresso delle scienze nell’ambito dello Stato Sardo.
Questi lavori sono in genere di Zoologia pura, come la descrizione di nuove specie per la scienza, ad esempio una iena o una pecora, o come la scoperta di un particolare organo che permette, secondo l’autore, di distinguere le pecore dalle capre, oppure emendando altri errori veri o presunti nell’anatomia o nella fisiologia degli animali.”

Per trovare altri dettagli su Friz e sulla sua triste storia, puoi vedere i seguenti link da cui ho dedotto quanto precedentemente indicato:

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Foto d’epoca dello zoo di parco Michelotti

Nel seguito riporto alcune foto degli animali presenti nello zoo di Torino, immortalati da fotografi dell’epoca, non sempre professionisti: queste immagini riescono bene a dare un’idea di quello zoo e consentono di mantenere nel tempo il suo ricordo.



















Foto dell’amico Edo Frola (1968):



Potete anche trovare informazioni in questi link:

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Experimenta e mostre estemporanee (e.g. dinosauri)

Non ho visto l’ultima versione del 2006 di Experimenta a parco Michelotti, successiva alle molteplici realizzate nel parco di Villa Gualino, ma almeno una edizione in quel parco me la ricordo bene essendo andato con mia figlia ancora in età prescolare: la piattaforma ruotante, per sperimentare la forza centrifuga, la bicicletta con sovrappeso che si muoveva lungo un filo, i filmati in 3D in realtà sensoriale aumentata da poltrone mobili, profumi e aria compressa …

Successivamente forse non era più Experimenta, ma ricordo la presenza nel parco anche ponti tibetani, sezioni didattiche sulle capacità radar dei pipistrelli, i percorsi di free-climbing per bambini …

Nel 2012 parco Michelotti era stato poi sede del progetto ‘Street Art Museum’descritto in dettaglio in un mio post precedente.

Dal 2012,  a gestire il patrimonio di Experimenta dovrebbe essere il Museo di Scienze Naturali di Torino, come già avevo indicato nel mio precedente post Quando riaprirà il bel museo regionale di scienze naturali di Torino?. Ora esiste anche un sito ufficiale di Experimenta , sebbene le attività di questi ultimi anni non siano state, secondo me, molto pubblicizzate: io non ero a venuto a conoscenza, prima di queste mie recenti ricerche! Anche su Wikipedia viene indicato che Experimenta era una mostra scientifica interattiva, a cadenza annuale, che si è svolta Torino dal 1985 al 2006!! Nulla sul suo presente … magari chi gestisce quella mostra potrebbe aggiornare quel testo … 😉

Del 2007 è infatti l’articolo Il Parco Michelotti dopo Experimenta. In quell’articolo viene detto: “La lunga parentesi di Experimenta – ha spiegato l’assessore – ha contribuito a tutelare l’area, anche se di fatto questa veniva resa non liberamente disponibile al pubblico. Ora, si tratta di progettare il recupero del parco – delle zone più belle e panoramiche della città – alla sua vocazione naturale. Un’area dedicata ai bambini e all’ambiente, questa la filosofia della prima ipotesi di progetto (master plan) presentata in Commissione. 
La zona verde che un tempo ospitava lo Zoo, compresa tra corso Casale e il Po nel tratto fra i ponti di piazza Vittorio Veneto e di corso Regina Margherita, vedrebbe ridisegnata tutta la viabilità ciclopedonale interna. La porzione più vicina al ponte di piazza Vittorio sarebbe dedicata alle attività per l’infanzia.
Più oltre, la “zona culturale” (con la biblioteca Geisser e lo spazio teatrale), con una piazza verde attrezzata per spettacoli e iniziative varie. E ancora, spazi per il noleggio di imbarcazioni, per sostare e mangiare all’aperto e per il parco museale ecofluviale. Il tutto, con una fascia di parcheggi alberati parallela al corso Casale. Un Parco Michelotti aperto a tutti, una terrazza verde da 27mila metri quadrati affacciata su un fiume che ne ridiventa il protagonista.
I tempi non saranno brevi (2010). Il progetto dovrà essere approvato dalla Giunta e poi inserito nel piano triennale delle opere pubbliche. La realizzazione del nuovo volto del Parco Michelotti avrebbe un costo approssimativo di un milione di euro.
L’assessore Tricarico ha annunciato in Commissione che, per evitare che, dopo il trasferimento di Experimenta, la zona subisca usi impropri o occupazioni abusive, sarà emesso nei prossimi giorni un bando per affidare ad un soggetto unico – per sei mesi e in via sperimentale – la gestione dell’area, con l’offerta di uno spazio organizzato e di un programma di attività diversificato“.

Dell’Experimenta del 2006 rimane consultabile da Internet il catalogo: Experimenta ’06 catalogo.

Dal sito www.experimenta.to.it si apprende che il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino ha presentato la versione 2018, nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro, nel 2018 a Rivoli presso l’I.I.S.S. “Oscar Romero” – Viale Papa Giovanni XXIII 25 – Rivoli (TO) – dall’8 febbraio al 15 aprile 2018 … evento, secondo me, per nulla pubblicizzato a dovere!

Nel 2014  aveva organizzato invece una mostra sui dinosauri, di cui rimangono traccia alcune foto agevolmente reperibili da Internet:

 

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Proteste contro la privatizzazione del parco e la gestione da parte di Zoom

Questi sono solo alcuni dei link su cui si possono trovare particolari della protesta che ha portato il Comune a fare un passo indietro per cercare di intervenire sulle sorti del Parco Michelotti in modo differente.

   

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Incendio del 2017

Inevitabili sono i pericoli di incendio nei locali del parco abbandonato a se stesso, privi di qualsiasi sistema di sicurezza, essendo diventato inoltre dimora di senzatetto, con fornelli e quant’altro …

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La biblioteca Civica Alberto Geisser

La  Biblioteca Civica intitolata ad Alberto Geisser, prima sede decentrata della Biblioteca civica centrale, fu inaugurata nel 1975. È situata all’interno del Parco Michelotti, in un edificio del 1953 e conserva un patrimonio di oltre 48.000 opere.

La storia dell’edificio, adibito ancora attualmente a biblioteca civica , è molto legata alla storia del parco Michelotti e al suo zoo, come traspare dalla seguente descrizione presente nel sito museotorino. Personalmente sono iscritto da tempo alla sua newsletter in quanto è una biblioteca assai attiva in attività culturali sia per grandi sia per i più piccoli.

“La palazzina rientrava nel nuovo assetto assunto dal Parco all’inizio degli anni Cinquanta, fino ad allora utilizzato come giardino pubblico con attività legate al gioco delle bocce, alla balneazione del Po e per spettacoli teatrali, dal 1910 nel “Teatro Parco Michelotti” con 1000 posti di Umberto Fiandra.

Il termine della concessione data al signor Fiandra cambiò il panorama del Parco. Nel 1948 la S.I.S (Società di Incoraggiamento Sportivo) fece richiesta di costruire un edificio con destinazione bocciodromo e birreria; un ulteriore spazio venne concesso nel 1951 quando l’Associazione Provinciale dei Macellai chiese al Comune di poter edificare una propria sede; successivamente 1955 iniziarono i primi passi per la creazione del giardino zoologico, ampliato nel 1957 sull’area del teatro. Il progetto della sede sportiva dell’Associazione del 1953 si deve a tre giovani architetti, Amedeo Clavarino, Renato Ferrero, Bruno Foà; le opere in cemento armato progettate e dirette dall’ing. Giorgio Gheorghieff.

L’edificio, completato nel 1954, è collocato nella parte centrale del parco, vicino all’ingresso. Ad esclusione delle opere eseguite nel 1984 per la messa in sicurezza dell’edificio, l’ascensore esterno collocato in un corpo completamente vetrato su un lato dell’edificio e il soppalco, la struttura della palazzina è sostanzialmente quella progettata nel 1953. E’ costituita da un corpo lineare sviluppato su due livelli, uno seminterrato, finito ad intonaco con rivestimento lapideo e musivo, caratterizzato da ampie finestre “a nastro”, terrazzi e tetti pensili di altezze diverse. Nel prospetto principale è inserita un’ampia rampa d’accesso. […] Caratteristico è l’inserimento dell’elemento artistico come consuetudine, nelle nuove architetture di quegli anni, della collaborazione tra architetti e artisti. Nel 1960, alla scadenza della convenzione, la palazzina passò di proprietà alla Città di Torino, ma il circolo dall’Associazione Macellai, fruendo di una proroga, continuò ad occuparne i locali fino al 1965.

La società Terni-Molinar (che gestiva lo zoo) da anni chiedeva al Comune di concedergli l’edificio; già nel 1956 ritenendo che dovesse essere annesso allo zoo, aveva proposto un nuovo uso della palazzina da destinare in parte a biblioteca, sala di lettura e aula per conferenze, in parte da riadattare ad acquario-rettilario, ultimo progetto questo che venne poi realizzato nel 1960 nel nuovo edificio commissionato all’architetto Ezio Venturelli. In un primo momento, nel 1965, l’Amministrazione pensò di concedere l’edificio all’Istituto di Genetica, quindi nel 1968 Arduino Terni, direttore dello zoo, chiese nuovamente al Sindaco l’assegnazione della palazzina da utilizzare per le attività didattiche e di laboratorio annesse allo zoo. Nel 1969 la Città concesse al signor Terni, fino al 1985, un’area di ca 1.100 mq ai lati della palazzina escludendo però il fabbricato che passò all’Istituto di Antropologia dell’Università con la formazione del Centro di Primatologia e Osservatorio di genetica animale. In coincidenza con le prime voci di dissenso nei riguardi dell’organizzazione e della metodologia dei giardini zoologici, la palazzina cambiò nuovamente destinazione ospitando, dal 1975, la prima Biblioteca Civica decentrata della Città dedicata al filantropo torinese Alberto Geisser.

Il dipinto murale, posto all’interno della palazzina nel Parco Michelotti, attuale sede della biblioteca Geisser, fu eseguito dal pittore Giacomo Soffiantino per decorare il salone della allora appena terminata sede sportiva dell’Associazione Provinciale dei Macellai”.

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Ho notato che, anche tra colleghi, non tutti sono a conoscenza dell’offerta oggetto di questo post, attualmente presente per chi abbia l’operatore TIM sia per il fisso sia per il mobile: i dettagli li puoi trovare a questo link.

In sostanza, se sia sul telefono fisso sia sul cellulare lo stesso titolare ha TIM, vengono aggiunti GRATUITAMENTE 5GB in più mensilmente sulla sim di quel telefonino. Unico requisito ulteriore è che sia attivato il servizio TIM Ricarica Automatica che comunque risulta molto comodo per non trovarsi inaspettatamente senza credito.

Se poi, come me, hai sul fisso l’offerta TIM Smart, cioè la Smart Fibra con associata la opzione Smart Mobile, cioè una sim per il proprio cellulare (che si paga contestualmente all’abbonamento del fisso), non è ovviamente necessario attivare nulla di più (i.e. la TIM Ricarica Automatica) e basta che ti rechi in un qualsiasi negozio TIM per richiedere GRATUITAMENTE i 5GB in più ogni mese, da ora in poi. Dovrai fornire semplicemente i numeri del tuo telefono fisso e del cellulare e l’operatore del negozio attiverà l’offerta in pochi minuti senza alcuna spesa.

Dopo avere fatto questa semplice richiesta, ora sul telefonino (con la sim datami con l’opzione Smart Mobile) ho 5GB in aggiunta ai 2GB iniziali, che erano effettivamente un po’ scarsi per un uso non sporadico del traffico dati : ora con 7GB non ci sono più grosse limitazioni anche se non si è connessi ad un WiFi!!

😉

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Parco Michelotti, ex sede dello zoo di Torino: nuove speranze di rinascita ed utilizzo socialmente utile

Più di 5 anni fa avevo scritto un post relativo a quello che era stato lo zoo di Torino al parco Michelotti, evidenziando già allora lo stato di estremo degrado in cui versava tutta quella zona che percorre la riva destra del Po, tra il ponte di piazza Vittorio e quello di c.so Regina, sebbene si tratti di una vasta area prossima al centro storico di Torino.
Grazie a quel post sono venuto a sapere, da una gentile attivista del gruppo Facebook Assemblea Michelotti che mi ha contattato sui social, della presenza di incontri tra Comune e organizzazioni territoriali (o anche semplici cittadini interessati) per confrontarsi e discutere sulle possibilità di recupero di quella parte di territorio abbandonato da troppo tempo.
Ho voluto quindi partecipare anch’io ad uno di questi incontri pubblici che si è tenuto lo scorso mese presso la Casa dell’Ambiente di c.so Moncalieri, sebbene non sia proprio della mia zona, essendo io comunque legato affettivamente anche a quella parte di Torino, da sempre la mia città di residenza. Inoltre, confrontarsi con la cittadinanza e con le associazioni, instaurare un dialogo costruttivo per trovare soluzioni concrete e realizzabili con il budget a disposizione, mi è sembrata da sempre la via più giusta e percorribile, da parte di una amministrazione, per cercare di dare un volto ed una finalità migliore ad un territorio pubblico. Per intanto, sono venuto a conoscenza che, dopo un’opportuna potatura di alberi e pulizia generale, a giugno incomincerà già ad essere riaperta al pubblico la piccola parte del parco dove sono presenti i giochi per bambini … un primo segno di rinascita, seppur piccolo come i bambini la utilizzeranno!
Durante quell’incontro preserale, ho sicuramente apprezzato il clima di collaborazione propositiva da parte sia dei rappresentanti del Comune sia, soprattutto, delle molte persone che stavano partecipando in modo disinteressato per dare anche loro un contributo affinché quel bel parco fosse restituito ai cittadini per finalità pubbliche e socialmente utili.
Ovviamente le posizioni e le proposte dei partecipanti (almeno una trentina) erano state le più svariate, sia a livello di attività e finalità di quel territorio, sia come suggerimenti sulle priorità dei potenziali interventi: da chi avrebbe preferito lasciare alla sola Natura il compito di rigenerare quel parco, a chi proponeva le più svariate attività sociali con la partecipazione attiva dell’uomo, pur nel rispetto dell’ambiente, magari con un possibile riferimento alla sua storia passata. Non ho sentito per fortuna proposte di utilizzo improprio di quel luogo, quali discoteche, pub o quant’altro necessariamente non avrebbe potuto che deteriorarlo con il tempo.
Neppure si è più parlato poi dell’iniziale idea di ricostituire lì uno zoo, seppur con animali da fattoria, come ipotizzato tempo fa con la partecipazione di Zoom, idea sinceramente non eccelsa … anche se forse addirittura preferibile, a mio punto di vedere, rispetto al degrado attuale. Mi hanno comunque fatto riflettere le posizioni di chi proponeva di lasciare alla Natura quell’area, limitandosi a renderla visitabile come fosse un museo naturale cittadino. Infatti, più volte, in questi ultimi anni, mi sono soffermato con piacere ad osservare tratti della fossa tra via Sempione e via Gottardo, dove un tempo transitava il treno, a pochi chilometri di distanza dal parco Michelotti: ora è un bosco bellissimo pieno di alberi, liane, animali … solo alcuni cumuli di immondizia disturbano profondamente l’estasi di uno sguardo. Si può veramente affermare, senza timore di essere smentiti, che quando la Natura prende il sopravvento, il paesaggio non può che cambiare in meglio! Ben ricordo il treno a vapore che, seppur sporadicamente, ancora negli anni ’60 transitava su quel binari, ora divelti: quel tratto ferroviario tra la stazione Vanchiglia e le fabbriche Fiat di via Cigna, richiamava sempre l’attenzione di noi bambini della Barriera che, al passaggio della locomotiva, ci affacciavamo alla ringhiera di uno dei ponti, immergendoci poi nel fumo grigio della ciminiera … Ora che c’è questa specie di foresta amazzonica cittadina, quasi mi spiace pensare che, chissà quando, la costruzione della seconda linea di Metro distruggerà quello che in poche decine di anni la natura ha saputo riprendersi e ripristinare!!

Foresta amazzonica a Torino: ex ferrovia tra via Sempione e via Gottardo (1)

Foresta amazzonica a Torino: ex ferrovia tra via Sempione e via Gottardo (2)

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Ritornando all’incontro pubblico con il Comune per le sorti del parco Michelotti, in quella circostanza si era poi deciso di dare la possibilità ai cittadini interessati di effettuare un sopraluogo sul posto dai cancelli serrati da tempo e quindi inaccessibile … seppure in più punti siano presenti varchi per entrarci illegalmente!

In quella occasione, ho scattato molte fotografie cercando di immortalare la situazione ad oggi, in quanto presto, molto di quello che si vede, scomparirà per far posto a qualcos’altro …
Troppi sono stati gli scatti per poterli inserire tutti in questo post, per cui nel seguito potete vederne solo una selezione, rimandandovi al mio album flickr su Torino per vederli tutti!

Alcune foto intendono testimoniare l’area boschiva ed i suoi sentieri, altre gli edifici esistenti ed in particolare quello splendido che ospitava il rettilario, progettato da Venturelli: alcuni interni mostrano lo stato di degrado ed il loro utilizzo improprio. Molte si soffermano infine sui murales realizzati principalmente nel 2012 con il progetto di riqualificazione urbana SAM Street Art Museum, progetto curato da Border Land.
Molte di quelle costruzioni, in buona parte decadenti, e molti di quei murales, scrostati e deturpati, scompariranno presto e proprio per questo meritano di essere immortalati per mantenerne il ricordo. Durante il sopraluogo è stato detto che già un fotografo professionista aveva ripreso il tutto a dovere … ma, si sa, ogni persona ha un occhio per certi particolari che ad altri possono sfuggire, per cui spero che anche i miei scatti possano comunque  avere un loro valore 😉

Segnalo inoltre il post The Lion Sleeps Tonight: Exploring the Abandoned Zoo in Turin  dove ci sono alcune foto di interni da me non esplorati oltre ad informazioni relative agli autori di alcuni murales: Seacreative, Alice, Mr. Klevra, James Kalinda, Mr. Fijodor, Giorgio Bartocci …

Molto interessanti sono poi le pagine Facebook di Border Land, che aveva curato nel 2012 il progetto ‘Street Art Museum’, dove si possono trovare foto ed informazioni utili: non mancate di vedere al loro sezione di foto scattate durante la realizzazione dei murales, in cui se ne può scoprire per alcuni la genesi …
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i quell’evento era sembra stato realizzato anche un book
Spettacolari sono infine i video realizzati da SAM, dove nuovamente appaiono le opere nella loro bellezza originaria. Da vedere sicuramente almeno:

Ci tengo infine a riportare nel seguito quanto scritto nella sezione La nostra storia del gruppo Facebook Assemblea Michelotti, in quanto, secondo me, fornisce una possibile chiave di lettura anche per queste mie foto seguenti, che appunto vogliono assumere il valore di ricordo nel tempo di ciò che è stato: Assemblea Michelotti, nata per raccogliere le istanze di cittadine e cittadini di Torino contrari alla privatizzazione e snaturamento di Parco Michelotti, il 15 dicembre 2017 vede realizzato il primo obiettivo, con l’annullamento del progetto Zoom, che non solo comportava forme di sfruttamento di animali, ma sottraeva alla città un luogo centrale di grande valore per l’ambiente e per la qualità di vita di tutte le persone che vivono in Città.
Il Comitato continuerà ad esistere e a seguire le sorti del Parco, che speriamo sia accessibile a tutte/i, nel rispetto della ricchezza ambientale e faunistica che lo caratterizza.
La storia di Parco Michelotti incomincia nel 1823 quando una Commissione stabilì il collocamento di quattro file di alberate.  Nel 1850 furono messi a dimora 164 platani su due filari per un percorso di oltre un chilometro.  Nel 1910 ospitava il Teatro “Teatro Parco Michelotti” di Umberto Fiandra, con 1000 posti.
Ora è un’area ampia 32.000 mq, di particolare pregio storico e ambientale, tutelata in quanto parco fluviale: 310 sono gli alberi ad alto fusto presenti e ricca è la biodiversità.
Dal 2012 sono presenti nel Parco dei Murales di artisti di fama internazionale, grazie al progetto di riqualificazione urbana SAM Street Art Museum.”

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Se poi sei interessato alla Street Art a Torino puoi trovare informazioni anche nei seguenti siti:

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