I flash mob ai tempi del coronavirus

Era già tutto previsto o comunque prevedibile.

La paura di una catastrofe da tempo non è più imputabile all’atomica bensì ad un virus, cioè ad un qualcosa di ancora più subdolo, invisibile ai nostri occhi, capace di riprodursi rapidamente e viaggiare da un individuo all’altro senza che nessuno se ne accorga. Non importa un granché se si generi come evoluzione naturale o venga creato artificialmente in laboratorio (per studio o appositamente a scopo bellico/bioterrorismo). Il pericolo vero, per l’Umanità  come specie, sono da tempo le malattie epidemiche, così come d’altra parte lo è stato anche in passato, anche in tempi relativamente recenti (e.g. la peste del 1918 con 12,5 milioni di indiani morti; l’influenza spagnola del 1913, con almeno 50 milioni di morti nel mondo) e non solo nei tempi antichi (e.g. 420 a.C. Tulcidide – La guerra del Peloponneso II – par. 48÷53).

La facilità di creare armi batteriologiche è poi oggi un dato di fatto. È sicuramente più semplice creare e gestire logisticamente armi batteriologiche/chimiche rispetto ad armi atomiche, soprattutto per lo spazio occupato. La pericolosità invece è analoga per cui il livello di sicurezza che sarebbe necessario adottare dovrebbe essere analogo. Una delle accuse al governo iracheno di Saddam Hussein, che avevano tra l’altro dato adito alla guerra del Golfo, era infatti stata la presunta creazione di armi chimiche, accusa rivelatasi poi infondata ma che a molti era sembrata verosimile.

Come si sono allora impiegati soldi e risorse umane nei secoli e, in particolare, in questo e in quello scorso, entrambi ricchi di grandi innovazioni? Principalmente in sistemi di difesa/attacco, ad esempio missili più o meno intelligenti ed abbiamo sempre soldati pronti a partire ed anche riserve per aumentarne i numeri. Naturale quindi che oggi sia più facile trovare un arsenale che un ospedale con un centro di rianimazione capace di gestire centinaia di pazienti. Ad esempio, la NATO ha unità mobili da schierare rapidamente, utilizza sistemi di simulazione per training del personale. Invece, negli anni, anche per via delle recessioni economiche, notevoli sono stati i tagli alle spese sanitarie … e gli sbarramenti con numero chiuso (non ben programmati) alle facoltà di medicina hanno poi fatto il resto …

Eppure da decenni ci sono persone che lanciano avvertimenti chiari ed anche diversi film hanno sfruttato una trama dagli oscuri risvolti in cui spesso singoli eroi aiutavano a risolvere una crisi epidemica. Benché non sicuramente il primo, lo aveva fatto anche lo stesso Bill Gates, nel 2014 … si, proprio il principale fondatore della Microsoft, che non è tuttavia solo un tecnico informatico di rilievo, ma sicuramente anche un visionario oltre che un filantropo nonché uno tra gli uomini più ricchi del mondo: insomma una persona il cui pensiero merita di essere ascoltato. Lo aveva fatto durante un evento pubblico, poco dopo una delle ultime epidemie da virus (Ebola) che aveva interessato principalmente Paesi del terzo mondo e che quindi non aveva più di tanto preoccupato l’Occidente e noi tutti, falsamente sicuri che non ci avrebbe, prima o poi, toccato un fenomeno simile. Quel virus è stato un ulteriore campanello di allarme rimasto inascoltato,  in quanto ben poco è stato poi fatto per prevenire le conseguenze di nuovi virus, neppure dopo quell’ultima epidemia di febbre emorragica di Ebola in Africa occidentale del 2014, con ancora uno strascico di numerosi casi fino al 2016. Si noti che, seppure ce ne fossero da tempo di sperimentali, solo da novembre 2019 esiste un vaccino per l’Ebola approvato dall’Oms, cioè ben 5 anni dopo l’ultima epidemia dovuta a quel virus.

Sempre Bill Gates aveva evidenziato come quell’epidemia di Ebola si fosse estinta principalmente grazie alle peculiarità specifiche di quel virus che rendeva le persone infette incapaci di uscire, così limitandone la diffusione, oltre al fatto che avesse interessato aree a bassa densità di popolazione. Vale quindi la pena ascoltare per intero questo breve video dell’intervento di Bill Gates in qualche modo profetico seppure  come già ho evidenziato, tutto era abbastanza prevedibile da chiunque si fosse fermato a pensare e conoscesse la Storia.

Gli strumenti tecnologici ci sono per creare un buon sistema di reazione (e.g. smartphone per localizzare e contattare le persone, mappe satellitari per conoscerne posizione e spostamenti, biotecnologie in grado di realizzare farmaci e vaccini specifici ad un patogeno): quello che manca è un coordinamento a livello globale come avviene invece da tempo in ambito militare.

Quali sono gli elementi chiave? Molte risposte, dice Bill Gates, le possiamo trovare guardando quanto si fa in ambito militare:

  • Servono sistemi sanitari efficienti anche nei paesi poveri dove, con maggior probabilità, possono originarsi nuove patologie, in modo da scoprirle per tempo prima che si possano diffondere.
  • Serve un corpo medico di riserva, tanta gente formata appositamente e con le competenze opportune, sempre pronta a partire.
  • Dobbiamo affiancare a questi medici anche forze di intervento tipiche delle forze militari,  sfruttando le loro capacità nel muoversi velocemente nella gestione della logistica e nella messa in sicurezza delle aree.
  • Dobbiamo fare simulazioni sui germi, analoghe a quelle di guerra, per scoprire per tempo dove possono esserci delle lacune.
  • Servono più ricerca e sviluppo nelle aree sia dei vaccini sia nella diagnostica (e.g. studi sui virus adeno-associati che potrebbero funzionare molto velocemente).

Il costo di tutto ciò non sarebbe probabilmente molto diverso da quanto si spende oggigiorno per armamenti e sarebbe comunque più basso rispetto al potenziale danno anche da un punto di vista meramente economico. La Banca Mondiale stima che se ci fosse un’epidemia di influenza mondiale, la ricchezza globale si ridurrebbe di 3 trillioni di dollari oltre a milioni di morti: insomma è già quasi tutto previsto, anche le perdite finanziarie globali … e magari i possibili enormi guadagni di pochi. Inoltre questi investimenti offrirebbero benefici che andrebbero al di là della semplice preparazione alle epidemie: infatti, cure primarie, ricerca e sviluppo, ridurrebbero le disuguaglianze in termini di salute globale e renderebbero il mondo più giusto e più sicuro.

Tutte parole ragionevoli rimaste inascoltate …

«Quando ero un ragazzo, il disastro di cui ci preoccupavamo era la guerra nucleare. Oggi la più grande catastrofe possibile non è più quella. Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nelle prossime decadi, è più probabile che sia un virus molto contagioso e non una guerra. Non missili ma microbi». Queste le parole pronunciate da Bill Gates, durante quella conferenza.

Dunque sul tema della pandemia, Bill Gates stava lavorando da molto tempo, più di 5 anni fa. Ma lascia ancora più interdetti che il 18 ottobre 2019 fosse stata fatta addirittura una simulazione di pandemia ospitata dal Johns Hopkins Center for Health Security in partnership con il World Economic Forum ed il Bill and Melinda Gates Foundation: «Event 201 simula un’epidemia di un nuovo coronavirus zoonotico trasmesso dai pipistrelli ai maiali e quindi alle persone, che alla fine diventa efficacemente trasmissibile da persona a persona, portando a una grave pandemia. L’agente patogeno e la malattia che provoca sono modellati in gran parte sulla SARS, ma è più trasmissibile nel contesto comunitario da persone con sintomi lievi». Quell’evento mirava ad illustrare le aree in cui saranno necessarie partnership pubblico/privato per rendere efficiente la risposta a una grave pandemia e ridurre le conseguenze economiche e sociali su larga scala. Il 31 dicembre la Cina avrebbe informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità di una serie di casi di una malattia simile alla polmonite, la cui causa era però sconosciuta, ed a breve si sarebbe poi individuato il focolaio di Wuhan.
Anche un servizio sempre del programma Leonardo del TG3 ha parlato di questa “sorta di grande gioco di ruolo per vedere come il mondo avrebbe reagito ad una eventuale pandemia reale, con tanto di discussione, notiziari pre-registrati e riunioni di gruppo. Figure della politica, dell’industria ed autorità sanitarie internazionali a confronto per capire quali modelli di cooperazione avrebbero potuto salvarci dalle conseguenze catastrofiche economiche, sanitarie e sociali di una pandemia. Lo scenario immaginato? Una pandemia originata proprio da un coronavirus, nella simulazione passato dai pipistrelli ai maiali in Brasile e responsabile di una pesante sindrome respiratoria nei casi più gravi. Un virus capace di passare da uomo a uomo, capace di diffondersi grazie a soggetti quasi asintomatici altamente contagiosi. 65 milioni di morti in 18 mesi, quelli immaginati in questo grande esercizio. I punti di contatto tra simulazione e realtà oggi appaiono impressionati. – Sapevamo già prima del Covid-19 che il mondo era impreparato. … Le epidemie sono eventi sempre più ricorrenti e che una di queste si trasformi in una pandemia è solo questione di tempo. … Quando la simulazione è finita abbiamo saputo che per davvero essere pronti avremmo dovuto davvero mettere in campo una integrazione tra pubblico e privato mai vista prima. La simulazione di New York aveva evidenziato che ci sarebbero serviti investimenti nella sanità, politica a sostegno della ricerca per favorire la realizzazione di vaccini e farmaci, campagne di informazione contro la disinformazione Sfide chiare, improrogabili”.

Qui ora non c’è bisogno di quei singoli eroi dei blasonati  film catastrofici e neppure di generali dalle brillanti strategie. Ora occorrono dottori e sale di rianimazione attrezzate per accogliere gente infetta. Ma ci sono ancora Paesi (e.g. Germania, Regno Unito) che, per gestire l’epidemia, non contrastano neppure il contagio (molto probabilmente  temendo le pesanti ricadute economiche) ma puntano esclusivamente sulla cura dei malati: se poi qualche anziano o persona con anche altre patologie resta fuori per mancanza di posti, si tratterà di una selezione naturale … che magari può, tra l’altro, migliorare lo stato precario della spesa sanitaria!

P.S. 21/4/2020 – Sembra che sia Boris sia Trump abbiano cambiato idea … 🙄

Un “semplice” virus può quindi portare catastrofi ben peggiori di quella dell’abbattimento delle torri gemelle, seppur agisca senza far rumore, fumo e procurare macerie. Una guerra (voluta o meno) ancora più subdola, che può agevolmente mettere in ginocchio l’economia di un Paese o addirittura di un sistema finanziario, ben più di un crack di una banca o di qualche multinazionale, ma che può d’altra parte far guadagnare fondi di investimento che speculino opportunamente sui ribassi delle Borse o sappiano prevedere per tempo i fenomeni indotti. Può valer la pena vedere anche questo video che lancia una ipotesi di complotto che, anche se non veritiera, è perlomeno plausibile, ieri, oggi o nel  futuro. Vengono evidenziate diverse strane coincidenze, quali sia la 7ma edizione dei giochi mondiali militari a Wuhan iniziata il 18/10/2019, circa 15 giorni prima dei primi casi di coronavirus (che ha un’analogo tempo di incubazione!) in quella cittadina, sia la scommessa di 1,5 billioni di dollari su un crollo generalizzato delle maggiori Borse entro il marzo di quest’anno, da parte della Bridgewater, il più grande fondo di investimento mondiale che maneggia un capitale complessivo di circa 150 miliardi di dollari … e questo il 22/11/2019, cioè un mese dopo i giochi di Wuhan! Davvero almeno strane coincidenze su cui i maggiori media non parlano neppure come ipotesi, limitandosi a colpevolizzare unicamente i pipistrelli quale fonte iniziale del contagio. Si badi bene che nell’inchiesta non si parla di americani come popolo, bensì di forti forze finanziarie capaci da tempo di pilotare abilmente addirittura delle “libere” elezioni di quel popolo e di altri, figuriamoci il resto! Lo so, lo so  … anche per il disastro dell’11 settembre c’era chi aveva gridato al complotto ed era uscito anche un film-inchiesta in cui si evidenziavano le diverse incongruenze tra dichiarazioni ufficiali e realtà riprese da filmati o da dichiarazioni di persone che avevano vissuto quella tragedia. Avevano aderito all’inchiesta diversi interlocutori di rilievo, tecnici ed anche non (e.g. Dario Fo), che avevano provato a “pensare un po’ diverso”. Complotto o meno, sicuramente quando ci sono eventi catastrofici, spesso accade che le fonti di informazione primarie siano sapientemente filtrate e perciò non tutto quello che viene diffuso ufficialmente dalle testate di informazione (TV in primis) è necessariamente oro colato! La tragedia di Ustica ne è un valido esempio e di questo uno deve esserne consapevole. Se ciò venga fatto a “fin di bene”, ad esempio per non creare panico, per indurre comportamenti collettivi consoni e non creare pericolosi conflitti diplomatici internazionali, oppure per altri motivi meno nobili, non sta me dirlo e nemmeno ipotizzarlo. Ma è comunque bene che ci sia anche del giornalismo alternativo (che poi secondo me ė il giornalismo vero), cioè quello che indaga, che cerca relazioni ed ipotesi magari azzardate, ma non per questo a priori necessariamente false, del giornalismo che non si limita solo a riferire i fatti così come le autorità raccontano. Come ogni buon film poliziesco  insegna, cercare chi potrebbe trarre vantaggio da una situazione, catastrofe o omicidio che sia, è sicuramente un buon punto di partenza per cercare il colpevole ed il mandante, sempre che ne esista uno!

Articolo del Wall Street Journal del 22/11/2019 citato nel vidro precedente. Il maggior fondo internazionale Bridgewater scommette 1,5 billioni di dollari sul crollo generalizzato delle maggiori Borse entro il marzo 2020

Inoltre un semplice virus può anche cambiare le abitudini di un popolo ancor più di quanto si sia visto accadere dopo l’abbattimento delle torri gemelle. Girare per le strade in questi giorni o anche solo affacciarsi dal balcone su di un corso abitualmente trafficato, fa una certa impressione, così come incrociare una qualsiasi persona che prontamente ti scansa come potenziale portatore di morte! Forse anche questo può tornare comodo a qualcuno. Interessante analizzare a tale proposito quelle che Noam Chomsky ha definito le 10 regole per il controllo sociale (se non hai tempo di vedere il video, puoi dare una rapida scorsa a quel testo, che trovi in fondo al post):

Ora che il problema virus ci tocca da vicino e non interessa solo più un qualche Paese del terzo mondo, il mondo Occidentale e la sua classe dirigente sembra accorgersi che un’epidemia si può diffondere rapidamente anche in luoghi ben lontani dalla sua origine, seppur questo già avvenisse secoli fa nonostante gli spostamenti fossero molto limitati soprattutto tra i continenti. I sistemi sanitari si trovano impreparati e addirittura le mascherine di protezione per i medici stessi sono razionate attentamente visti gli esigui numeri a magazzino. Nei negozi poi, farmacie e ferramenta inclusi, ormai sono da tempo le mascherine di ogni tipologia sono terminate ed i tempi di approvvigionamento non sono brevi essendo, per ora, solo di importazione (spesso asiatica). Tutorial su come costruirsene una artigianalmente si sprecano in Rete, ma forse anche qui è bene lasciare il link ai molteplici video presenti su Youtube ed in particolare questo.

Non solo la politica sembra oggi impreparata, ma anche la popolazione stessa, così presa negli anni a seguire telenovele o dibattiti sul sesso degli angeli. Vedere (e sentire) ora flash mob ad hoc (tra l’altro con adesioni notevoli e ben al di sopra di quelli recenti su tematiche ambientali o di opposizione al malcostume) devo dire che mi fa sia sorridere sia un po’ compassione. Mi sembra tristemente un’autoterapia di un popolo impreparato alle avversità ed incapace a saper vivere un periodo, seppur ridotto, di segregazione e magari di relativa solitudine. … e come spesso avviene, lo spirito Nazionalistico si riscopre grazie alla paura ... o ad una partita della Nazionale!

Flashmob Italia Patria Nostra del 15 marzo 2019

P.S. Sabato 21/4/2020 siamo poi arrivati alla parodia: in un Mercatò Local viene fatta scorrere la solita musica di sottofondo facendo sentire, ad intervalli regolari, l’Inno di Mameli, sapientemente interrotto sul verso ‘Siam pronti alla morte l’Italia chiamò‘. Disgustevole siparietto patriottico che si aggiunge alla tanta e troppa retorica di questi giorni affollati (non certo di persone, bensì di eventi spiacevoli).

Riporto infine alcune delle considerazioni che ho trovato nell’articolo Runner, untori e il bisogno di odiare chi esce da casa, che condivido ed invito a leggere per intero. “Tra le bacheche dei miei amici, il ‘restare a casa’ è più di un obbligo dovuto a una misura governativa. È un discrimine morale. Fa la differenza tra la vita e la morte. E se esci diventi un assassino. In automatico. C’è quindi  chi denigra chi esce per correre, anche con insulti e tanto di delazioni con fotografie pubblicate su Facebook, per consegnare alla gogna pubblica il colpevole di turno. … Uscire all’aperto per fare attività fisica (da soli e mantenendo le distanze di sicurezza) è qualcosa che i decreti attualmente in vigore permettono: ancora in troppi non si rendono conto della differenza tra poter usufruire di una libertà e abusarne. … Atteniamoci dunque sempre alle disposizioni in vigore – con le eventuali ed ulteriori restrizioni del caso – e cerchiamo di non essere noi stessi, in buona sostanza, il veicolo di un altro tipo di virus: quello dell’odio. Di chi ha bisogno di un capro espiatorio che prima era il migrante che viene a mettere a repentaglio la nostra civiltà, poi è il cinese che viene a contagiarci e adesso è chiunque esca di casa, atto fisico che sarebbe sufficiente ad uccidere chicchessia e a vanificare il lavoro del personale delle professioni sanitarie. Il virus non è un uccello che vola via dal nostro corpo nel momento in cui lasciamo le nostre dimore per aggredire persone tanto ignare quanto più meritevoli, per il solo fatto di rimanere chiuse nei propri appartamenti.”

Inoltre quell’articolo, fa un abile e prezioso parallelismo con quanto scritto nei Promessi Sposi relativamente alla peste di Milano, in quanto ciò che Manzoni descrive di quel contagio è analogo a molte cose che stiamo vedendo e perciò ci possono risuonare familiari … e anche tutto questo ci deve far pensare e riflettere:

  • Il carro con, in bella vista, i cadaveri delle persone colpite dalla peste, quale misura che si rese necessaria per far capire al popolo ancora titubante che il contagio di peste c’era davvero (XXXI capitolo): «I cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva». E nell’articolo si azzarda: “Non voglio ovviamente sostenere che i mezzi militari siano stati consegnati alla visione del pubblico per generare un effetto simile a quello descritto dallo scrittore lombardo … ma l’eco della paura che queste immagini si lasciano dietro, con il mormorio che precede e segue, è di natura analoga“.
  • All’inizio pochi casi, qua e là, nel territorio ed alle voci lontane di ciò che avveniva altrove, il popolo ha prima minimizzato, sottovalutando le prime avvisaglie d’allarme: «Ma […] ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. […] sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo».
  •  La necessità di trovare un paziente zero: «Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso» possiamo leggere. L’autore ricorda che «nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati».
  • Trovare una categoria sulla quale far ricadere la colpa di quanto avvenuto, non appena ci si convince che il problema è reale. Ne I promessi sposi questa categoria era quella dell’untore e contro di essi si scatenò spesso l’ira popolare e si dette anche corso a persecuzioni giudiziarie. Nel XXXII si legge infatti; «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali e irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: […] le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». E quindi: «Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta». Gli untori nell’Italia di oggi non sono piu le persone che impiastrano i muri con sostanze appiccicose e unte bensì quanti decidono di uscire di casa per correre magari in un parco, pur rispettando tutte le dovute indicazioni di distanza tra le persone o che si siedono da sole su una panchina. Quindi ora ci sono persone affacciate ai balconi che osservano attente per scoprire chi  secondo loro, “infrange la legge”, con tanto di delazioni e fotografie e pubblicate su Facebook, per consegnare alla gogna pubblica il colpevole di turno.

Per intanto, questa sera ho rivisto con mia figlia (sotto suo suggerimento) il Diario di Anna Frank, datato bel film in bianco e nero che mostra come per mesi, otto persone siano riuscite a vivere in pochi metri di una soffitta, senza poter far rumore (quindi senza muoversi e parlare) per tutta la giornata lavorativa (8÷18), senza potersi affacciare neppure ad una finestra o avere una qualche forma di svago, quale la TV o lo smartphone dei tempi nostri. In quelle ore si leggeva, si pensava, si collaborava seppur con qualche difficoltà ed incomprensione. Insomma, quella raccontata da Anna Frank è una grande lezione di vera umanità e capacità di adattamento (anche con un buon utilizzo del tempo nonostante le notevoli limitazioni)  … che ben si differenzia dai plateali schiamazzi di alcuni flashmob dei giorni nostri! Anche la paura (di essere scoperti, deportati e probabilmente morire in un capo di concentramento) si percepisce limitata da una forza interiore ben maggiore di quella che ho constatato in conoscenti che ho ultimamente sentito telefonicamente, letteralmente terrorizzati ed impietriti da un virus che attualmente sta mietendo vittime in una percentuale veramente minima della popolazione. Insomma altra storia, altri tempi.

Per intanto almeno un lato positivo della attuale situazione si può dedurre dalle analisi delle immagini da satellite effettuate dall’ESA. 🙄

Coronavirus: l’ESA mostra la drastica riduzione dell’inquinamento in Italia

Può anche essere interessante sentire questo commento rispetto alle scelte attuali del Regno Unito:

P.S. 21/04/2030

Sembra che anche le scelte di Regno Unito e USA siano cambiate oggi e si sia deciso di optare per la scelta di Cina ed Italia. La politica degli sbruffoni è durata poco ..

Puoi seguire l’evolversi dell’epidemia Stato per Stato in tempo reale con il servizio fornito da Microsoft tramite il suo motore di ricerca: https://www.bing.com/covid. Per saperne di più visita il mio post apposito.

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ANNESSO – Le dieci regole per il controllo sociale, Noam Chomsky

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti (forvianti )
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su se stessa.

Noam Chomsky

Coloro che necessitano del nuovo PDF relativo all’autocertificazione, possono scaricarla cliccando su questo link

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Informazioni su Enzo Contini

Electronic engineer
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3 risposte a I flash mob ai tempi del coronavirus

  1. Anonimo ha detto:

    Enzo hai fatto un bel lavoro di assemblaggio informativo se pure molto a tesi. Purtroppo però con alcune gravi inesattezze o leggerezze. Ridurre la ipotesi di origine del virus ai pipistrelli quasi a una ridicola bugia per nascondere altri di scopi significa svalutare l’opinione della maggior parte dei virologi mondiali. Svalutare l’approccio della Germania come crudele strategia dettata da opportunismo economico significa non tener conto che il loro tasso di morienza è dello 0,3% mentre da noi è all’8% dei contagiati con tutte le direttive di blocco totale che abbiamo fatto e che ci porterà in miseria! Solo per dire hai messo troppa informazione orientata in modo poco oggettivo.
    Un caro saluto
    Mario Chiusano

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    • Enzo Contini ha detto:

      Si Mario, sicuramente hai ragione. Tuttavia penso più utile evidenziare le tesi che pongono dei sensati quesiti ed esprimono i dovuti dubbi, piuttosto che prendere acriticamente per buone “le verità della televisione” senza farsi le dovute domande. Troppo spesso (e.g. la tragedia di Ustica) le verità più comode per lo “status quo” non si rivelano poi le più vere.
      Direi che lasciar strada a più ipotesi sia ragionevole ed opportuno, mentre sia per la stampa ufficiale sia per la TV sembrano invece avere ormai tutto chiaro … quando invece restano molti punti interrogativi sia sulle origini/diffusione del virus sia sulle eventuali responsabilità dei sistemi sanitari dei governi. Trovarci così impreparati (come lo siamo stati non solo noi come Italia, ma anche gli alti Paesi Occidentali) sa davvero dell’incredibile, visti i pregressi avvisi e segnali di avvertimento (e.g. Ebola) e la pericolosità (oltre l’elevata probabilità che si verificasse) che un evento di questo tipo ha sia sulla salute sia sull’economia di una Nazione. In Giappone che sanno di essere soggetti a terremoti, la popolazione è opportunamente preparata così come la società. Una prevenzione analoga si sarebbe potuta e dovuta fare anche relativamente ad epidemie. Nessuno aveva neppure in casa delle mascherine protettive ed ora risultano da tempo introvabili ovunque e scarseggiano pure nelle strutture ospedaliere. Sarebbe bastato avvertire per tempo la popolazione di acquistarne qualcuna per ogni evenienza o, ancor meglio, stoccarne un quantitativo da distribuire alla popolazione in caso di epidemie.
      Sicuramente di queste mancanze ci sono delle responsabilità evidenti, a mio parere.

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  2. Pingback: Coronavirus? … forse è il caso di sdrammatizzare un po’ per contrastare il panico collettivo che si sta creando!! | Enzo Contini Blog

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