Il passato del parco Michelotti e dello zoo di Torino: quale il suo futuro?

Più di 5 anni fa avevo scritto un post relativo a quello che era stato lo zoo di Torino al parco Michelotti, evidenziando già allora lo stato di estremo degrado in cui versava tutta la zona che percorre la riva destra del Po, tra il ponte di p.zza Vittorio e quello di c.so Regina, sebbene si tratti di una vasta area prossima al centro storico di Torino.

Pochi giorni fa ho poi scritto un altro post che documenta lo stato attuale del parco con ulteriori foto, scattate recentemente durante un sopraluogo compiuto da cittadini/associazioni e Comune: in quel post ho voluto sottolineare alcuni segnali positivi che lasciano ben sperare in una auspicabile rinascita pubblica di quel luogo caro a molti cittadini.

In questo nuovo post intendo invece fornire ulteriori informazioni sul passato del parco Michelotti: forse solo scoprendone meglio il suo passato si può pensare ad un suo futuro migliore! In queste mie ricerche ho scoperto infatti particolari e foto inaspettate, alcune forse già precedentemente viste di sfuggita su qualche libro, ma non con la dovuta attenzione. Ho quindi pensato di raccogliere in questo post tutte le informazioni raccolte, per chi fosse interessato a meditare sul futuro di questo parco e magari volesse approfondire ulteriormente quanto da me trovato non solo su Internet ma anche su libri e su gruppi Facebook (quelli che hanno a cuore le sorti di quel parco o che forniscono fotografie d’epoca di Torino quali Torino Piemonte Antiche Immagini; fondazionetorinomusei.it, museotorino).

Ovviamente qualsiasi contributo anche fotografico è molto gradito!! … non avete che da scrivermi.

Zona dell’ex zoo: tra Ponte Vittorio Emanuele I e ponte Regina Margherita. Evidenziata nella mappa anche la chiesa della Madonna del Pilone

Parco Michelotti si estende ben oltre la zona dell’ex zoo, arrivando fino al ponte di Sassi

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Il parco Michelotti prima dello zoo

Per chi come me è nato quando parco Michelotti e zoo erano sinonimi, sembra quasi che quel posto sia stato da sempre destinato a quell’uso. Non è così: prima del 1955, quel parco era ben tutt’altro e lo mostra bene questa immagine del 1951 dove si vedono famiglie che si recavano in quel bosco in corso Casale, a pochi passi dalla città, per fare “merenda”…

Ci sono addirittura cartoline del parco a ricordo di una gita di piacere su vetturelle tirate da asinelli!

Andando ancor più a ritroso nel tempo, si ritrovano foto del canale Michelotti, derivato dal Po e sfociante nel medesimo. Scorreva a fianco della sua sponda destra nel tratto compreso tra il ponte Vittorio Emanuele I e la Madonna del Pilone. Era stato progettato per alimentare il Mulino della catena che si trovava appunto alla Madonna del Pilone: ideato dall’ingegnare idraulico Ignazio Michelotti, la sua realizzazione fu portata a termine nel 1816 dal figlio architetto. Il parco Michelotti, chiamato così dal nome di quell’ingegnere idraulico, sorse quindi sul terreno che separava quel canale dal fiume Po: era lungo circa 3Km e vasto circa 35000mq.
Dopo l’abbattimento di quel mulino, tale canale non ebbe più una funzione specifica e quindi venne eliminato negli anni ’30, riempendolo con le macerie provenienti dalla demolizione dei palazzi della vecchia via Roma. Una volta coperto questo canale, la zona calpestabile del parco risultò assai maggiore e questo consentì un suo ulteriore sviluppo. Fu costruito addirittura un teatro omonimo che poteva contenere ben 1000 persone: successivamente quel teatro fu abbattuto in quanto il parco avrebbe dovuto ospitare quello che fu lo zoo di Torino.

Si ritrovano diverse immagini del canale Michelotti:

Dal sito MuseoTorino, viene mostrata anche la diga e le opere di derivazione di canale, “significativa testimonianza storica e tecnologica ottocentesca. La diga Michelotti, proposta negli ultimi anni dell’Impero napoleonico in sostituzione della diga dei Molini per alimentare il canale dei molini della Madonna del Pilone, fu realizzata nel 1816-1817 da Ignazio Michelotti, da cui prese il nome. Comprende una calata d’imbarco in sponda sinistra, il muro scaricatore in sponda destra adiacenti alla derivazione del canale (eliminato a partire dal 1935). La diga fu poi rialzata e rafforzata nel 1881 e nuovamente nel 1910 per agevolare la navigazione fluviale sul Po in occasione dell’Esposizione del 1911. A tale epoca risale l’attuale paratoia, prodotta dalle fonderie Fauser di Novara.”

Diga Michelotti

Ancora oggi rimane una minima traccia di quel canale dei mulini (costruzione: 1775 – 1816) e si legge nell’archivio fotografico di MuseoTorino che era “solo uno dei numerosi corsi d’acqua artificiali che assicuravano energia meccanica a mulini e industrie torinesi nel corso dell’Ottocento e che caratterizzavano l’aspetto della città. Ora scomparso, ne rimangono alcune tracce nel tessuto urbano”.
Il canale, oggi non più esistente, deve il suo nome all’architetto Ignazio Maria Lorenzo Michelotti (1764-1846). Prendeva origine sulla sponda destra del Po, a valle del ponte di piazza Vittorio, e continuava il suo corso parallelo al fiume per poi rigettarvisi all’altezza della chiesa della Madonna del Pilone. La decisione di costruire un canale (in piemontese bealera) per fornire energia idraulica sulla riva destra del Po risale alla seconda metà del Settecento. Il primo mulino era pronto nel 1779, ma la realizzazione del canale incontrò diverse difficoltà tecniche, legate alla portata e alla larghezza del fiume ed alla necessità di tener conto delle esigenze della navigazione fluviale, allora molto diffusa. Michelotti risolse la questione con la costruzione di una diga ad arco sul Po, per assicurare una portata costante al corso d’acqua. Il canale fu così inaugurato nel 1816 e da quel momento diede energia a diversi impianti produttivi e una diramazione irrigua. Venuta meno la sua funzione, il canale venne smantellato e interrato negli anni Trenta del Novecento, lasciando però tracce nella conformazione del parco Michelotti”.

Nella scheda dedicata ad Ignazio Michelotti, presente in MuseoTorino, si legge: “In Ingegnere idraulico, costruttore del canale omonimo soppresso nel 1936. Fu socio dell’Accademia delle Scienze dal 1791″.

La chiusa di canale Michelotti (2010)

Nel sito Facebook Torino Piemonte Grup Antiche Immagini si possono poi trovare altre immagini interessanti come questa relativa alle lavandaie sul Po che operavano anche in corrispondenza dei murazzi, dall’altro lato del fiume. Si legge: “Dal fiume salivano canti popolari, risate, baruffe, erano le lavandaie che per un lungo tratto del Po, dal ponte Umberto fino oltre ponte Regina Margherita, inginocchiate sulle rive lavavano i panni dei clienti e li stendevano ad asciugare. Il bucato veniva recapitato ogni lunedì’ con il carro a cavalli. Alla fine degli anni venti le lavandaie si sono trasferite alla Barca, Bertolla, San Mauro”.

La seguente immagine del 1951 appartiene all’archivio Chiambretta, attualmente gestito dall’archivio storico della città di Torino:

Diversi sono poi gli scatti dell’archivio Gabinio Mario, resi consultabili dal sito fondazionetorinomusei.it:

Chiesa della Madonna del Pilone

 




Ho poi trovato la seguente bella immagine di zingara con animali, ripresa molto probabilmente altrove, ma ve la propongo ugualmente per la spontaneità di questa foto, seppur risulti mossa!

Vi invito poi a vedere il bel video Parco Michelotti: un Bosco in città. Guadandolo mi ha fatto pensare alla seguente frase di una canzone del disco Darwin del Banco del Mutuo Soccorso: “prova a pensare un po’ diverso“.
Da quel video ho appreso che nel 1850 furono realizzati, in quel parco, il viale dei platani e poi quello di Ginkgo biloba. Nel recente periodo di cosiddetto abbandono di quel territorio, è aumentata la biodiversità: semi, trasportati dai più vari vettori, hanno radicato nuova vegetazione ed insieme è stato attirata una molteplicità di nuova microfauna […]

 

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La ménagerie di casa Savoia a Palazzo reale

Già nell’ ‘800 i Savoia, seguendo la moda dell’orientalismo e dell’esotico proprio di molte corti europee quali simbolo di prestigio e potere, tenevano diversi animali esotici nei giardini del Palazzo Reale: c’erano grandi voliere, a forma di pagoda, e gabbie con inferriate, destinate alle belve. Esiste un interessante articolo di Fulvio Peirone sul numero cartaceo di Torino Storia del gennaio 2016 e di cui c’è traccia anche su Internet (Corso San Maurizio, lo Zoo di Casa Savoia: venne smantellato dal Comune ) dove si legge:
Il 9 gennaio 1878 moriva a Roma Vittorio Emanuele II; il 23 aprile il sindaco di Torino Luigi Ferraris comunicò la volontà del nuovo sovrano Umberto I «di donare al Municipio la collezione di animali viventi coi relativi materiali costituenti il suo giardino zoologico». I torinesi però non accettarono il dono: lo Zoo sarebbe costato troppo e venne smantellato nel 1886.
Lo Zoo – allestito in prossimità dell’attuale corso San Maurizio, proprio sotto i bastioni – era fornito di grandi voliere a forma di pagoda, casotti muniti di una zona coperta e una all’aperto, gabbie con inferriate destinate alle belve, ampie vetrate con impianto di riscaldamento che rendevano, se non confortevoli, senz’altro meno drammatiche di un tempo le condizioni di vita degli animali. L’ingresso al pubblico era gratuito.
La discussione del Consiglio Comunale sul dono del Re si tenne nella primavera del 1879. Vennero presi in esame i costi di gestione che la Commissione incaricata di valutarne l’impatto economico stimò in 67.000 lire per l’esecuzione di «opere iniziali» e 73.000 annue per le spese «di mantenimento». Si decise di nominare «un Comitato, con l’incarico di fare il Programma per la costituzione di una Società, la quale provvedesse alla conservazione del Giardino zoologico, nell’attuale località e per un periodo da 10 a 15 anni». Non durò tanto: lo Zoo, chiuso ai visitatori nel 1883 e definitivamente smantellato tre anni dopo, cedette il posto al maneggio reale, mentre gli avveniristici ricoveri degli animali furono trasformati in serre.

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L’elefante indiano Friz

I Savoia non erano nuovi ad interessarsi di animali esotici:  già nel 1827, un elefante indiano maschio arrivò a Torino come singolare dono a  Carlo Felice, re dei Savoia, da parte del viceré d’Egitto Mohamed Ali.
Fu chiamato Fritz ed accolto in uno spazio ricavato dall’ex scuderia della Palazzina di caccia di Stupinigi, la residenza dei Savoia appena fuori Torino: si trattava di uno spazio interamente recintato, la Ménagerie. Con  tale francesismo si era solito denominare il luogo dove si trovava una collezione di animali in cattività, spesso esotici, tenuti per farne mostra, precursore del moderno giardino zoologico; quel termine fu usato per la prima volta nella Francia del XVII secolo e fu in seguito usato principalmente per riferirsi appunto a collezioni di animali tenute da reali o aristocratici.
Si racconta che tutti amarono quell’animale fin dal primo giorno sia per il carattere mite sia per la simpatia suscitata da quella stazza enorme e per le sue caratteristiche da ballerino: durante la permanenza a corte venne infatti utilizzato soprattutto per intrattenere i visitatori con spettacoli, balletti e passeggiate nel parco.
All’arrivo del pachiderma, Franco Andrea Bonelli, professore di Zoologia e direttore del Regio Museo di Zoologia dell’Università di Torino, prescrisse per lui un apposito “menu” che prevedeva 50 pani al giorno con 24 cavoli verza oppure 4 libbre di burro con 16 libbre di riso (libbra piemontese=0,368 kg). Si racconta che gli venissero anche servite una o due pinte di vino e persino del tabacco. Le castagne, capaci di procurargli un’indigestione, vennero utilizzate solo come premio speciale. Inoltre, una volta al mese,  dopo essere stato lavato, Fritz veniva unto con il burro perché la sua pelle non si seccasse. A sua disposizione c’era poi anche un cortile con una vasca circolare munita di scivolo.

Insomma, quale elefante poteva apparentemente stare meglio di lui? 😦


Il pachiderma fu oggetto di grande interesse anche da parte degli artisti di corte: appena giunto a Stupinigi fu ritratto dal vivo dalla pittrice Sofia Giordano e la litografia, stampata nel laboratorio di Felice Festa, ebbe larga diffusione. Nel 1835 Enrico Gonin dipinse l’elefante attorniato da una folla di curiosi durante una parata: Fritz ebbe persino l’onore di essere immortalato in un dagherrotipo, primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (tuttavia non riproducibili), l’unico in Italia con un soggetto animale. Casimiro Roddi, chef della Ménagerie, Giuseppe Genè e Filippo de Filippi, che si avvicendarono alla direzione del Museo Zoologico torinese, registrarono con cura notizie e informazioni sui suoi comportamenti, la sua alimentazione (spesso inadeguata) e le cure mediche.
Dopo 25 anni si presenza a corte, l’elefante impazzì e, si dice, incominciò a distruggere ciò che lo circondava (alcuni segni sono ancora visibili sulle parti in legno). In verità, il suo destino incominciò probabilmente a cambiare radicalmente con l’ascesa al trono sabaudo di Vittorio Emanuele II che non digerì mai gli altissimi costi per il suo mantenimento e probabilmente non aspettava che un pretesto per potersene sbarazzare. L’occasione arrivò nel 1852 quando Fritz, caduto in depressione per la morte del custode storico a cui si era affezionato, uccise con colpo di proboscide il nuovo guardano e sfasciò il proprio recinto. Vittorio Emanuele II ne ordinò quindi la soppressione, che avvenne l’8 novembre 1852 mediante asfissia con l’ossido di carbonio. Tassidermizzato, fu donato al Museo Zoologico dell’Università di Torino che già dalla prima metà del ‘700 ospitava diversi animali quali era stato riservato quel processo di perenne testimonianza della ferocità dell’uomo. Il pachiderma è tuttora conservato nel Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino accanto alle altre raccolte storiche costituite appunto fin dalla prima metà del Settecento: purtroppo, come ho già avuto modo di parlarne in un altro mio post, questo bel museo da sempre molto attivo anche nelle proposte estemporanee, è chiuso da tempo in attesa di una fantomatica ristrutturazione ed adeguamento degli impianti!

Museo di scienze naturali di Torino

Nel 2015 nel castello di Stupinigi si è tenuta l’esposizione “Un elefante a corte” che ricostruiva il “serraglio di animali esotici” che animava il grande parco retrostante nella prima metà dell’Ottocento, riportando alla luce aneddoti dimenticati della storia di quella Palazzina di Caccia. Protagonista dell’evento era appunto la ricostruzione a grandezza naturale di Fritz: quella mostra era stata allestita dall’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con la collaborazione della Scuola Tecnica San Carlo ed intendeva ricreare l’atmosfera degli anni dell’Orientalismo grazie ad esemplari naturalizzati come leone, canguro e struzzo (provenienti dalle collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino) stampe d’epoca, dipinti, sculture e contributi audiovisivi. Il materiale archivistico e gli esemplari naturalistici esposti provenivano principalmente dalle collezioni prestigiose del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, degli storici Musei di Zoologia e Anatomia comparata e della Fondazione Ordine Mauriziano, che fu proprietario della Palazzina di caccia di Stupinigi, sin dalla sua costruzione nel 1729.

Ricostruzione, a grandezza naturale, di Fritz alla Palazzina di caccia di Stupinigi

Su una pagina dell’attuale sito dell’Accademia delle Scienze di Torino viene narrato il contributo di serragli, menagerie e giardini zoologici, fornendo una visione dei medesimi come utili al progresso della scienza! Leggendo questo articolo di questo sito della prestigiosa accademia, risulta a me evidente che chi l’ha scritto/approvato abbia una ancora una visione assai ottocentesca di quello che è lo studio e la ricerca, biologica, veterinaria: permane evidente in quel testo la convinzione che, per studiare gli animali, questi debbano essere portati in cattività in un luogo vicino al ricercatore (e non il viceversa, come mi sembra sia oramai assodato da decenni). Si parla addirittura di “miopia emozionale di alcuni che non avevano capito il significato di questo tipo di istituzioni, relativamente alla decisione nel 1987 di chiusura dello zoo di Torino. Mi limito quindi ad un no comment, riportando integralmente quanto attualmente pubblicato in quel sito istituzionale:
Un capitolo a parte della biologia animale è costituito dal contributo fornito prima dai Serragli e dalle Menagerie del Piemonte, e poi dai Giardini zoologici torinesi. Serragli, Menagerie e Giardini zoologici sono i tre vocaboli con cui dall’antichità a oggi si usano indicare i luoghi in cui sono nutriti ed allevati animali destinati principalmente alla caccia o all’esposizione.
Nei primi dell’Ottocento in Piemonte, con la restaurazione, nacquero e si svilupparono le Menagerie di Stupinigi e Racconigi e, più tardi, dopo la metà del secolo, il Giardino di acclimatazione della Regia Mandria e il Giardino zoologico reale di Torino. Tra la Menageria di Stupinigi e gli zoologi universitari torinesi (Bonelli, Gené e De Filippi) ci furono stretti rapporti. Tanto che si può affermare che se dal punto di vista della scienza veterinaria la Menageria di Stupinigi non rappresentò un campo di ricerca particolarmente fiorente, la biologia animale ne trasse invece indubbi vantaggi. Non solo la zoologia, ma anche l’anatomia comparata, ricavarono importanti informazioni dallo studio di animali presenti a Stupinigi. Basti ricordare il caso dell’elefante “Fritz”, donato a Carlo Felice dal viceré d’Egitto, che visse 25 anni circa presso la palazzina di caccia di quel castello. Quando morì sul suo cadavere furono compiuti studi scientifici: De Filippi e il Marchese Corti si occuperanno di indagini istologiche e quest’ultimo compì sulla retina di quell’animale osservazioni di altissimo livello. Il Marchese Corti a quell’epoca era già noto per aver scoperto la fine e complessa architettura dell’organo umano dell’udito.
In questo periodo vanno anche ricordate l’opera pratica e le lezioni teoriche di alcuni tassidermisti, fra i quali Francesco Comba. A lui si devono alcuni degli esemplari più belli ancora oggi conservati nel Museo storico di Zoologia. Fra essi si annovera proprio l’elefante Friz di cui si è detto. D’altra parte già il Bonelli aveva elaborato un progetto di Giardino Zoologico “moderno” con chiara funzione scientifica. Il progetto purtroppo non è giunto fino a noi.
Anche il Giardino zoologico Reale di Torino fu costantemente in rapporto con il personale scientifico universitario. Oltre al De Filippi, sarà Michele Lessona, succedutogli nella Direzione del Museo di Zoologia, a mantenere questi rapporti. Dopo di lui anche Lorenzo Camerano, assistente al museo fin dal 1878, si avvarrà di materiale fornito dal Giardino zoologico per i suoi studi scientifici. Fra gli altri si possono ricordare quelli di anatomia comparata condotti su un elefante africano e pubblicati nel 1881 sulla importante rivista tedesca «Zoologischer Anzeiger» di Lipsia. Dal primo gennaio di quell’anno iniziò il definitivo smantellamento del Giardino zoologico Reale di Torino.
Nei decenni successivi fiorirono o si consolidarono a Torino molte iniziative in materia di Giardini zoologici non di proprietà reale, ma il loro contributo scientifico fu modesto. Si deve attendere il 1955 per assistere all’inaugurazione di una nuova e moderna struttura, il Giardino zoologico di Parco Michelotti che riannoderà i legami con le istituzioni scientifiche, offrendo una valida collaborazione in molti campi, tra i quali quello della primatologia. Forse per la miopia emozionale di alcuni che non avevano mai capito il significato di questo tipo di istituzioni, il Giardino fu di fatto chiuso a metà degli anni Ottanta e un articolato progetto di una sua trasformazione in senso moderno promosso dal Comune di Torino nel 1987 fu rapidamente affossato”.

In un sito Facebook su Stupinigi, c’è una sezione di foto che vi invito a vedere: in particolare ci sono album relativi a Managerie Fagianerie e Serragli a Vicomanino ed a Fritz “Il viaggio a corte”, da cui ho tratto i seguenti scatti secondo me più significativi:


Nel medesimo profilo Facebook, è presente una nota su Stupinigi il primo vero Giardino Zoologico italiano, tratto da “Storia e vicende della Reale Palazzina” Blue Editoriale Torino 1999, dove risulta a me evidente sia la crudeltà delle battute di caccia reali, che avvenivano a cadenza bisettimanale, sia lo stato innaturale in cui molti degli animali esotici si venivano a trovare, al punto da dover essere curati con terapie empiriche, per poi inevitabilmente comunque morire: anche in questo testo ci sono passi che lasciano almeno intravvedere l’utilità di queste pratiche per lo sviluppo della scienza. Nuovamente riporto parte dello scritto, senza ulteriori commenti: “Lo sviluppo notevole del complesso e la modernità di gestione, in rapporto all’epoca, di questa raccolta di animali viventi caratterizzò in modo tale la struttura, che quello di Stupinigi è considerato a ragione il primo vero Giardino Zoologico italiano.
Definiti come serragli o menagerie (dal francese antico Mènagerie) i Giardini zoologici non erano rari, nell’Ottocento, presso le residenze reali europee. Fra i più noti si possono ricordare quelli di Versailles, della Malmaison di Schoenbrunn, del Regio Parco presso Torino, ecc.
L’inizio dell’attività di allevamento di animali nel territorio di Stupinigi risale alla fine del Settecento, prima della Rivoluzione francese, quando presso la Menagerie venivano fatti crescere i cervi destinati alle caccie reali che, fin dal seicento, si svolgevano nei boschi della Magistrale Commenda. […] La caccia consisteva nel lungo inseguimento, da parte dei cacciatori e dei cani, dell’animale selezionato e di quello solo, cercando di evitare le astuzie che la preda metteva in atto per cercare di sfuggire, fino a quando questa veniva raggiunta. Era questo l’eccitante momento dell’hallaly che precedeva la morte del cervo e la successiva curée, quando alcune parti dell’animale vengono date in pasto ai cani come premio delle loro fatiche. […] Alla Restaurazione, per riorganizzare le caccie reali fu necessario provvedere alla costruzione di un apposito “serraglio” per il loro allevamento che, fu poi definitivamente stabilito presso la cascina “Vicomanino”, dove più tardi verrà costruita anche una fagianeria. […] La progressiva scarsità della selvaggina faceva sì che i cervi cacciati sovente non venivano uccisi, ma rimessi nel recinto, curati ed utilizzati nuovamente, qualche anno dopo, per una nuova battuta.
Contemporaneamente allo sviluppo dell’attività venatoria si andò via via sviluppando presso Stupinigi anche l’allevamento di animali esotici, destinati però al semplice diletto della Corte e del pubblico che, pur non numeroso, aveva tuttavia accesso ai recinti ed alle gabbie.
Come la caccia, anche la gestione degli animali del Serraglio era affidata all’autorità del Gran Cacciatore, una delle più importanti cariche di Corte. […] Con tutta probabilità gli inizi della Menagerie di Stupinigi vanno fatti risalire al 1815, con l’arrivo dalla Sardegna di alcuni mufloni, cui si aggiungono un camoscio e delle gazzelle, che vengono sistemati presso il canile a croce del Birago di Borgaro, o in altri locali di volta in volta resisi liberi.
Tuttavia, solamente a partire dagli anni venti dell’Ottocento il Serraglio vedrà l’arrivo di animali rari ed interessanti. Anche in relazione a quest’ultimo fatto, si rende necessario poter disporre di locali adeguati per il mantenimento e l’ostensione degli animali. Per la sua buona esposizione, viene scelta e destinata a questo scopo un’intera ala del Podere San Carlo, che, tuttavia, si rivela, in breve tempo, insufficiente. Si provvede pertanto alla costruzione, presso lo stesso podere, di una nuova manica, sempre curvilinea, rivolta a levante in modo da poter sfruttare, anche in questo caso, le migliori condizioni climatiche, soprattutto durante l’inverno.
All’interno della nuova struttura, in pietre e mattoni a vista verso Torino, perfettamente arricciata verso la Palazzina, sono ricavati una quindicina di locali che serviranno da gabbie per gli animali che via via giungeranno a Stupinigi. Altri lavori riguardano parti preesistenti del Podere San Carlo, in modo da creare una struttura omogenea attorno alla corte dell’edificio, che viene riadattata, spianandola e completandola con una vasca.
Più tardi nello stesso cortile viene fatta costruire una volière, il cui corpo centrale è di pianta ottagonale con due lati sporgenti di pianta quadrata, racchiudente un albero al centro. Agli angoli della struttura sono sistemate sei piccole colonne con capitelli moreschi. I lati sporgenti sono dotati ciascuno di tre finestre di stile moresco racchiuse da cornici rettangolari con colonnette agli angoli fissi simili a quelle del corpo principale. Questi due corpi rettangolari sono coperti da cupole in legno foderate di latta al centro delle quali si erge un pilastrino recante una sfera e la mezzaluna. La sfera è in ottone lucente, il piedistallo e la mezzaluna sono di latta. L’intera struttura è colorita ed è circondata da un marciapiede di piastrelle di Luserna. […] Nel 1825 arriva a Stupinigi un bel gruppo di canguri, animali con tutta probabilità mai visti prima dai torinesi, per i quali vengono allestiti appositi locali, riscaldabili mediante stufe. Tuttavia, sfortunatamente, i canguri non riusciranno mai ad adattarsi del tutto al clima freddo ed umido della zona e, nonostante le assidue cure, moriranno tutti durante un rigido inverno, non senza peraltro essersi riprodotti. Ma non sono solo i canguri a rappresentare delle rarità. Infatti, tra il 1820 e il 1852, anno della definitiva chiusura della Ménagerie, soggiornano a Stupinigi, fra gli altri: cervi e cerve; cervi sardi; daini, nelle varie razze albina, inglese e sarda; stambecchi; caprioli; capre nubiane; capre del Sennhar; tragelafi; capre del Tibet; camosci alpini; montoni di Barberia; mufloni sardi; montoni d’Egitto a quattro corna; cinghiali sardi; serva1 leoni di Barberia; linci; leopardi; puma; giaguari; ocelot; manguste; canguri; dromedari; orsi bruni; iene; lupi; sciacalli; gazzelle; bradipi; varie specie di scimmie; foche; pellicani; struzzi; avvoltoi; aquile; varie specie di pappagalli; fagiani dorati; fagiani argentati; varie specie di anitre; marabù; pavoni; polli sultani; varie specie di piccioni e tortore; gru; tinami; penelopi; boa; testuggini e molte altre interessanti specie.
La loro presenza passerebbe tuttavia quasi inosservata, se alcuni esemplari ad esse appartenenti non fossero ancora oggi conservati nelle ricchissime collezioni del Museo di Zoologia dell’Università di Torino. Fra questi inoltre alcuni vanno riferiti ad entità estinte come il piccione migratore d’America e il leone di Barberia.
Il piccione migratore viveva nell’America settentrionale, attraversandola regolarmente in stormi di milioni di individui. Venne sterminato a causa della caccia, del progressivo e continuo disboscamento e del basso tasso riproduttivo. L’ultimo esemplare allo stato libero fu ucciso nel 1900, mentre nel 1914, allo zoo di Cincinnati, scomparve l’ultimo individuo allevato in cattività.
Il leone di Barberia invece viveva nel Nordafrica, nella fascia compresa tra il Marocco e l’Egitto. La sua scomparsa è dovuta alla caccia spietata cui era sottoposto, soprattutto per difendere il bestiame domestico che veniva allevato negli stessi territori. L’ultimo esemplare morì nel 1922.
Sono inoltre disponibili due rari opuscoli scritti dallo chef de la Mènagerie Casimiro Roddi, intitolati rispettivamente “Des animaux de la Ménagerie royale deStupinis” , pubblicato nel 1833 dall’Imprimerie Royale di Torino e “Elenco degli animali del Real Serraglio di Stupinigi con alcuni cenni sopra i medesimi” uscito nel 1842 per i tipi dei Fratelli Castellazzo, ed un manoscritto del 1837 circa, sempre opera del Roddi, dal titolo: “Relazione d’alcune malattie accadute a vari animali della Real Menageria di Stupinigi non che del metodo praticato per curarle”. […] l problema del freddo più sopra indicato per i canguri, sembra in molti casi essere il problema più spinoso che il Roddi deve affrontare nella gestione degli animali della Ménagerie. In particolare gli animali provenienti da regioni tropicali mal si adattano al clima della zona ed è necessario ricoverarli durante l’inverno all’interno di stalle scaldate in parte dal calore animale proveniente dalle bovine stabulate, in parte da stufe tenute alla massima temperatura possibile, in parte ancora da accorgimenti particolari, avvolgendoli in coperte, paglia o cotone.
I prodotti farmaceutici, forniti dallo “speziale” di Moncalieri, risultano gli stessi utilizzati per gli animali domestici; stesso discorso si può fare per quanto riguarda i metodi impiegati, anche se ne risulta assai più complicata, difficile e rischiosa l’applicazione, trattandosi di esemplari selvatici. Per lo più vengono impiegati decotti di malva e di manna, crema di tartaro, fiori di zolfo, come purganti e rinfrescanti; come avviene per gli uomini, anche agli animali vengono imposti i miracolosi salassi. Molto sovente si ricorre a quantità variabili di vino di diverse qualità, talvolta pregiate, o a sistemi, probabilmente efficaci, ma sbalorditivi. Ad esempio, ad un camoscio affetto da contrazioni spastiche dell’addome si somministra cassia disciolta nel decotto di malva con l’aggiunta di conserva di ginepro stemperata nel vino. L’appetito dell’animale viene infine stuzzicato lavandogli la bocca con un miscuglio di aceto, olio, pepe, sale ed aglio.
Bisogna peraltro sottolineare che la presenza di tante rare specie desta un particolare interesse, non solo da parte dell’ambiente accademico veterinario, ma anche di quello delle Scienze Naturali. I direttori del Museo di Zoologia dell’Università di Torino, nell’ordine Franco Andrea Bonelli (1784-1830), Giuseppe Gené (1800-1847) e Filippo De Filippi (1814-1867), si recano sovente a Stupinigi per studiare gli animali ivi presenti e per fornire suggerimenti sul loro allevamento.
Da questo continuo rapporto tra scienza e pratica deriva una serie di interessanti lavori scientifici che portano contributi nuovi alla conoscenza della Biologia animale e che mettono bene in risalto l’interesse della Casa regnante per il progresso delle scienze nell’ambito dello Stato Sardo.
Questi lavori sono in genere di Zoologia pura, come la descrizione di nuove specie per la scienza, ad esempio una iena o una pecora, o come la scoperta di un particolare organo che permette, secondo l’autore, di distinguere le pecore dalle capre, oppure emendando altri errori veri o presunti nell’anatomia o nella fisiologia degli animali.”

Per trovare altri dettagli su Friz e sulla sua triste storia, puoi vedere i seguenti link da cui ho dedotto quanto precedentemente indicato:

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Foto d’epoca dello zoo di parco Michelotti

Nel seguito riporto alcune foto degli animali presenti nello zoo di Torino, immortalati da fotografi dell’epoca, non sempre professionisti: queste immagini riescono bene a dare un’idea di quello zoo e consentono di mantenere nel tempo il suo ricordo.



















Foto dell’amico Edo Frola (1968):



Potete anche trovare informazioni in questi link:

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Experimenta e mostre estemporanee (e.g. dinosauri)

Non ho visto l’ultima versione del 2006 di Experimenta a parco Michelotti, successiva alle molteplici realizzate nel parco di Villa Gualino, ma almeno una edizione in quel parco me la ricordo bene essendo andato con mia figlia ancora in età prescolare: la piattaforma ruotante, per sperimentare la forza centrifuga, la bicicletta con sovrappeso che si muoveva lungo un filo, i filmati in 3D in realtà sensoriale aumentata da poltrone mobili, profumi e aria compressa …

Successivamente forse non era più Experimenta, ma ricordo la presenza nel parco anche ponti tibetani, sezioni didattiche sulle capacità radar dei pipistrelli, i percorsi di free-climbing per bambini …

Nel 2012 parco Michelotti era stato poi sede del progetto ‘Street Art Museum’descritto in dettaglio in un mio post precedente.

Dal 2012,  a gestire il patrimonio di Experimenta dovrebbe essere il Museo di Scienze Naturali di Torino, come già avevo indicato nel mio precedente post Quando riaprirà il bel museo regionale di scienze naturali di Torino?. Ora esiste anche un sito ufficiale di Experimenta , sebbene le attività di questi ultimi anni non siano state, secondo me, molto pubblicizzate: io non ero a venuto a conoscenza, prima di queste mie recenti ricerche! Anche su Wikipedia viene indicato che Experimenta era una mostra scientifica interattiva, a cadenza annuale, che si è svolta Torino dal 1985 al 2006!! Nulla sul suo presente … magari chi gestisce quella mostra potrebbe aggiornare quel testo … 😉

Del 2007 è infatti l’articolo Il Parco Michelotti dopo Experimenta. In quell’articolo viene detto: “La lunga parentesi di Experimenta – ha spiegato l’assessore – ha contribuito a tutelare l’area, anche se di fatto questa veniva resa non liberamente disponibile al pubblico. Ora, si tratta di progettare il recupero del parco – delle zone più belle e panoramiche della città – alla sua vocazione naturale. Un’area dedicata ai bambini e all’ambiente, questa la filosofia della prima ipotesi di progetto (master plan) presentata in Commissione. 
La zona verde che un tempo ospitava lo Zoo, compresa tra corso Casale e il Po nel tratto fra i ponti di piazza Vittorio Veneto e di corso Regina Margherita, vedrebbe ridisegnata tutta la viabilità ciclopedonale interna. La porzione più vicina al ponte di piazza Vittorio sarebbe dedicata alle attività per l’infanzia.
Più oltre, la “zona culturale” (con la biblioteca Geisser e lo spazio teatrale), con una piazza verde attrezzata per spettacoli e iniziative varie. E ancora, spazi per il noleggio di imbarcazioni, per sostare e mangiare all’aperto e per il parco museale ecofluviale. Il tutto, con una fascia di parcheggi alberati parallela al corso Casale. Un Parco Michelotti aperto a tutti, una terrazza verde da 27mila metri quadrati affacciata su un fiume che ne ridiventa il protagonista.
I tempi non saranno brevi (2010). Il progetto dovrà essere approvato dalla Giunta e poi inserito nel piano triennale delle opere pubbliche. La realizzazione del nuovo volto del Parco Michelotti avrebbe un costo approssimativo di un milione di euro.
L’assessore Tricarico ha annunciato in Commissione che, per evitare che, dopo il trasferimento di Experimenta, la zona subisca usi impropri o occupazioni abusive, sarà emesso nei prossimi giorni un bando per affidare ad un soggetto unico – per sei mesi e in via sperimentale – la gestione dell’area, con l’offerta di uno spazio organizzato e di un programma di attività diversificato“.

Dell’Experimenta del 2006 rimane consultabile da Internet il catalogo: Experimenta ’06 catalogo.

Dal sito www.experimenta.to.it si apprende che il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino ha presentato la versione 2018, nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro, nel 2018 a Rivoli presso l’I.I.S.S. “Oscar Romero” – Viale Papa Giovanni XXIII 25 – Rivoli (TO) – dall’8 febbraio al 15 aprile 2018 … evento, secondo me, per nulla pubblicizzato a dovere!

Nel 2014  aveva organizzato invece una mostra sui dinosauri, di cui rimangono traccia alcune foto agevolmente reperibili da Internet:

 

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Proteste contro la privatizzazione del parco e la gestione da parte di Zoom

Questi sono solo alcuni dei link su cui si possono trovare particolari della protesta che ha portato il Comune a fare un passo indietro per cercare di intervenire sulle sorti del Parco Michelotti in modo differente.

   

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Incendio del 2017

Inevitabili sono i pericoli di incendio nei locali del parco abbandonato a se stesso, privi di qualsiasi sistema di sicurezza, essendo diventato inoltre dimora di senzatetto, con fornelli e quant’altro …

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La biblioteca Civica Alberto Geisser

La  Biblioteca Civica intitolata ad Alberto Geisser, prima sede decentrata della Biblioteca civica centrale, fu inaugurata nel 1975. È situata all’interno del Parco Michelotti, in un edificio del 1953 e conserva un patrimonio di oltre 48.000 opere.

La storia dell’edificio, adibito ancora attualmente a biblioteca civica , è molto legata alla storia del parco Michelotti e al suo zoo, come traspare dalla seguente descrizione presente nel sito museotorino. Personalmente sono iscritto da tempo alla sua newsletter in quanto è una biblioteca assai attiva in attività culturali sia per grandi sia per i più piccoli.

“La palazzina rientrava nel nuovo assetto assunto dal Parco all’inizio degli anni Cinquanta, fino ad allora utilizzato come giardino pubblico con attività legate al gioco delle bocce, alla balneazione del Po e per spettacoli teatrali, dal 1910 nel “Teatro Parco Michelotti” con 1000 posti di Umberto Fiandra.

Il termine della concessione data al signor Fiandra cambiò il panorama del Parco. Nel 1948 la S.I.S (Società di Incoraggiamento Sportivo) fece richiesta di costruire un edificio con destinazione bocciodromo e birreria; un ulteriore spazio venne concesso nel 1951 quando l’Associazione Provinciale dei Macellai chiese al Comune di poter edificare una propria sede; successivamente 1955 iniziarono i primi passi per la creazione del giardino zoologico, ampliato nel 1957 sull’area del teatro. Il progetto della sede sportiva dell’Associazione del 1953 si deve a tre giovani architetti, Amedeo Clavarino, Renato Ferrero, Bruno Foà; le opere in cemento armato progettate e dirette dall’ing. Giorgio Gheorghieff.

L’edificio, completato nel 1954, è collocato nella parte centrale del parco, vicino all’ingresso. Ad esclusione delle opere eseguite nel 1984 per la messa in sicurezza dell’edificio, l’ascensore esterno collocato in un corpo completamente vetrato su un lato dell’edificio e il soppalco, la struttura della palazzina è sostanzialmente quella progettata nel 1953. E’ costituita da un corpo lineare sviluppato su due livelli, uno seminterrato, finito ad intonaco con rivestimento lapideo e musivo, caratterizzato da ampie finestre “a nastro”, terrazzi e tetti pensili di altezze diverse. Nel prospetto principale è inserita un’ampia rampa d’accesso. […] Caratteristico è l’inserimento dell’elemento artistico come consuetudine, nelle nuove architetture di quegli anni, della collaborazione tra architetti e artisti. Nel 1960, alla scadenza della convenzione, la palazzina passò di proprietà alla Città di Torino, ma il circolo dall’Associazione Macellai, fruendo di una proroga, continuò ad occuparne i locali fino al 1965.

La società Terni-Molinar (che gestiva lo zoo) da anni chiedeva al Comune di concedergli l’edificio; già nel 1956 ritenendo che dovesse essere annesso allo zoo, aveva proposto un nuovo uso della palazzina da destinare in parte a biblioteca, sala di lettura e aula per conferenze, in parte da riadattare ad acquario-rettilario, ultimo progetto questo che venne poi realizzato nel 1960 nel nuovo edificio commissionato all’architetto Ezio Venturelli. In un primo momento, nel 1965, l’Amministrazione pensò di concedere l’edificio all’Istituto di Genetica, quindi nel 1968 Arduino Terni, direttore dello zoo, chiese nuovamente al Sindaco l’assegnazione della palazzina da utilizzare per le attività didattiche e di laboratorio annesse allo zoo. Nel 1969 la Città concesse al signor Terni, fino al 1985, un’area di ca 1.100 mq ai lati della palazzina escludendo però il fabbricato che passò all’Istituto di Antropologia dell’Università con la formazione del Centro di Primatologia e Osservatorio di genetica animale. In coincidenza con le prime voci di dissenso nei riguardi dell’organizzazione e della metodologia dei giardini zoologici, la palazzina cambiò nuovamente destinazione ospitando, dal 1975, la prima Biblioteca Civica decentrata della Città dedicata al filantropo torinese Alberto Geisser.

Il dipinto murale, posto all’interno della palazzina nel Parco Michelotti, attuale sede della biblioteca Geisser, fu eseguito dal pittore Giacomo Soffiantino per decorare il salone della allora appena terminata sede sportiva dell’Associazione Provinciale dei Macellai”.

Informazioni su Enzo Contini

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3 risposte a Il passato del parco Michelotti e dello zoo di Torino: quale il suo futuro?

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