La telematica al servizio del malato oncologico terminale

Ogni tanto capita di dover mettere mano a vecchie cartelle di backup … soprattutto quando capita di dover sostituire un HD in un NAS in quanto identificato come corrotto!! 😦
Scriverò poi un post specifico su questa triste esperienza che per fortuna non ha comportato perdite particolari … seppure non sia riuscito a salvare proprio tutto, come avrei immaginato dal momento che da sempre ho impostato il mio WD MyBook Duo con una configurazione RAID 1 (mirroring)!

Tra i tanti file assai vecchi che ho ritrovato, scorrendo nelle directory, ne ho trovati alcuni che, seppur molto datati, potrebbero ancora fornire qualche informazione utile … e comunque meritano di essere pubblicati su questo mio blog anche solo per un mio ricordo!
In questo post riporto quindi il testo di alcuni miei articoli che erano stati pubblicati nel ’98 e ’99 sul giornale “La voce dell’ANAPACA” di quella associazione di volontariato con la quale ho collaborato per alcuni anni.
Seppur siano passati più di 20 anni dalla loro pubblicazione e le tecnologie si siano evolute moltissimo (gli smartphone come li conosciamo oggigiorno arriveranno quasi un decennio più tardi, sebbene incominciassero già allora a esserci quelli che allora erano chiamati WebPhone o i cosiddetti Handheld PC [HPC] – evoluzione delle agendine elettroniche – con possibilità di connessione verso server remoti o a Internet), non sempre i servizi sanitari hanno seguito un analogo miglioramento per cui, magari alcune indicazioni ipotizzate come utili potrebbero essere ancora valide tutt’oggi.

Insomma, si tratta comunque di articoli che ci ricordano come i miglioramenti tecnologici non sempre vengano applicati con la solerzia dovuta, per cercare di risolvere problematiche urgenti quali quelle relative alla gestione di un malato terminale.

In fondo a questo post, inserisco anche altri due miei articoli apparsi successivamente (2001) sul medesimo periodico:

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La telemedicina e l’assistenza domiciliare al malato oncologico terminale

da “La voce dell’ANAPACA” (aprile ’98)

In questo articolo, e in altri successivi che appariranno nei prossimi numeri, esamineremo alcune delle problematiche presenti nel fornire un servizio di assistenza domiciliare a malati oncologici terminali. É ormai assodato che la degenza domestica comporta indubbi vantaggi non solo per il paziente, che si trova in un luogo familiare in grado di offrirgli la migliore “qualità di vita“, ma anche per l’amministrazione in quanto i suoi costi sono inferiori rispetto all’ospedalizzazione.

In Italia vi è stata, fino ad oggi, una scarsa attenzione su questi temi da parte delle autorità sanitarie. Le attuali esperienze derivano principalmente da associazioni/fondazioni no-profit nate negli anni ‘80/’90: queste assicurano gratuitamente, grazie a propri fondi derivanti da donazioni e sovvenzioni/convenzioni pubbliche, la presenza di un’équipe multidisciplinare di operatori. La loro attività si esplica spesso nell’ambito cittadino o comunque in un contesto territoriale molto limitato.

La validità di questo tipo d’assistenza domiciliare è dimostrata sia dalla sua sempre maggiore diffusione sia dall’aumento delle richieste da parte dei cittadini che purtroppo non riescono ad essere ovunque soddisfatte.

Il dato più sconcertante è perciò il seguente: la possibilità di usufruire del servizio da parte di un malato dipende dal proprio domicilio perché le associazioni operano solo in certe città o zone, anche come conseguenza dei vincoli territoriali imposti da alcune sovvenzioni che esse ricevono. La più nota tra le organizzazioni di questo tipo che opera a Torino è la Fondazione Faro.

Negli ultimi tempi si è attivata, questa volta a livello istituzionale e pubblico, l’A.D.I. (Assistenza Domiciliare Integrata) che offre a casa del paziente un servizio generale di assistenza, quindi non rivolto specificamente ai malati oncologici.

Tra i diversi attori che ruotano attorno al paziente domiciliare, esiste sempre più la necessità d’interazione e di scambio d’informazioni, di condivisione delle scelte terapeutiche ed assistenziali.

Questo comporta, ad esempio, l’uso di strumenti di lavoro comuni, quali una cartella clinica a disposizione di tutti gli operatori dell’équipe (oltre che del malato e dei suoi familiari), l’integrazione tra quanto può essere fornito dal Servizio sanitario nazionale (anche in termini di presidi sanitari) e quanto messo a disposizione da associazioni o fondazioni.

Le nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni possono essere sfruttate per migliorare questo tipo di assistenza, risolvendo alcune delle difficoltà imputabili principalmente al fatto che l’operatore opera sul territorio, cioè al di fuori di una struttura sanitaria in grado di offrirgli prontamente servizi ed informazioni.

Con il termine “telemedicina” si intende un’applicazione della “telematica” (tra-smissione di informazioni a distanza) al settore medico.

Spetta al medico stesso sperimentare sul campo i servizi offerti da nuovi sistemi, analizzandone i benefici e decidendone, quindi, il loro effettivo utilizzo nella routine. Le telecomunicazioni non possono sicuramente sostituire i collaboratori sanitari soprattutto nella loro attività di relazione con il paziente, ma possono aiutare l’integrazione tra i diversi servizi sanitari contribuendo in tal modo a dirigere le attenzioni maggiori verso la clinica e il paziente stesso.

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo sviluppo e disponibilità sul mercato di piattaforme munite di microprocessore ed in grado di adempiere, almeno parzialmente a funzionalità che, fino ad allora, erano proprie solo dei Personal Computer. Sono disponibili sul mercato già oggi terminali con caratteristiche particolarmente indicate per realizzare nuovi servizi utili, in un contesto di assistenza domiciliare, sia agli operatori sanitari sia ai pazienti stessi.

In particolare, gli Handheld PC (HPC), evoluzione delle agendine elettroniche, risultano molto leggeri e di dimensioni estremamente ridotte pur mantenendo sufficienti funzionalità, quale la possibilità di connessione, tramite la rete telefonica, verso server remoti o a Internet. I WebPhone sono invece l’evoluzione del telefono; oltre a potersi sostituire al telefono domestico permettono d’inviare e ricevere E-mail e di collegarsi a Internet.

Anche il fattore psicologico gioca a favore di questi nuovi dispositivi che assomigliano più a delle rubriche elettroniche o a dei telefoni, piuttosto che a veri e propri elaboratori. Anche quelle fasce della popolazione e quelle categorie di professionisti generalmente restie all’utilizzo dei mezzi informatici possono ora agevolmente adoperare questi dispositivi per le finalità di loro interesse.

Nel prossimo articolo esamineremo in maggiore dettaglio le possibili applicazioni concrete di questi strumenti.

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La telematica al servizio degli operatori sanitari

da “La voce dell’ANAPACA” (dicembre ’98)

Abbiamo visto, nell’articolo apparso nel precedente numero, che l’assistenza a domicilio per il malato oncologico terminale comporta l’attivazione di una equipe multidisciplinare che collabori con il medico di medicina generale, nel rispetto della volontà del malato e con una particolare attenzione ai problemi familiari, valorizzando infine il ruolo del no-profit e del volontariato. Si era evidenziato pure come l’utilizzo delle nuove tecnologie telematiche possa contribuire a un miglioramento di questo tipo d’assistenza. I vantaggi dell’uso delle tecnologie informatiche possono interessare sia i pazienti e i suoi familiari, sia gli operatori sanitari: nel seguito ci concentreremo solo su questi ultimi.

Da tempo alcuni sistemi di telemedicina consentono di controllare a distanza lo stato di un paziente. Esistono, infatti, dispositivi in grado di fornire in forma elettronica i parametri da loro misurati: collegati ad un sistema di telecomunicazioni consentono di controllare a distanza alcuni parametri, vitali (es. pressione arteriosa) o di conoscere l’esito di esami strumentali (es. elettrocardiogramma). Addirittura, alcune pompe d’infusione per fleboclisi possono essere regolate a distanza. Tutto questo consente un più pronto intervento da parte del medico per un’eventuale modifica della terapia. Si noti che, quando si è interessati a soli segnali biomedici e non ad immagini, la rete telefonica tradizionale (quella presente a casa del paziente) è sufficiente per ottenere una loro ricezione anche in tempo reale.

Tuttavia, il contributo maggiore che la telematica può offrire anche in questo settore consiste, a mio parere, nel rendere più agevole l’integrazione e la comunicazione tra i diversi attori che concorrono a realizzare il servizio d’assistenza domiciliare. Si tratta di persone e di enti quali gli operatori sanitari, le strutture S.S.N., le sedi di associazioni di volontariato, gli specialisti contattati all’occorrenza, i familiari del paziente, il medico di medicina generale.

Infatti, per favorire la diffusione di questo tipo di assistenza, non basta “semplicemente” creare e diffondere la presenza di quelle équipe multidisciplinari di cui sopra. Risulta necessario agevolarle nel loro ruolo, rendendo più semplici e veloci tutte quelle funzioni e procedure che devono essere svolte abitualmente. Solo in questo modo è possibile una loro espansione in termini numerici, pur mantenendo immutata la semplicità ed efficienza presente in alcune delle iniziative di limitate dimensioni, attualmente esistenti. Fin quando la struttura d’assistenza rimane confinata a poche decine di operatori, soprattutto quando selezionati adeguatamente e fortemente motivati, la gestione delle relazioni tra i componenti di una équipe o lo scambio di esperienze può essere efficiente ed adeguato anche senza il supporto di particolari mezzi informatici/telematici, sebbene questi risulterebbero comunque utili.

Diverso è il discorso quando si cerca di coprire zone territoriali più vaste, proponendosi di garantire un buon livello medio d’assistenza indipendente dal domicilio del paziente. Lo scambio di esperienze ed il dialogo tra diverse équipe che si trovano a dover affrontare problematiche analoghe, anche se su realtà territoriali differenti, non può che accrescere le conoscenze reciproche ed apportare miglioramenti sia nelle procedure adottate sia nella sperimentazione di nuovi protocolli. La telematica può dunque essere realmente d’ausilio a quest’integrazione da un punto di vista operativo, consentendo inoltre un’agevole rielaborazione delle informazioni anche a scopo di ricerca.

Vediamo ora alcuni esempi concreti di servizi che possono essere offerti all’operatore sanitario, accedendo a un sistema informatico mediante terminali collegati a una rete di telecomunicazioni (es. linea telefonica presente a casa del paziente, GSM del cellulare del medico):

  • Scambio di opinioni, osservazioni e richieste tra i componenti dell’equipe assegnata al paziente, agevolando anche il rapporto e la collaborazione con personale di associazioni ed enti di tipo differente.
  • Accessibilità, da qualsiasi luogo, alle informazioni d’utilità, quali i dati contenuti nella cartella clinica del paziente, la disponibilità/ordine di farmaci, i referti degli esami.
  • Richiesta, direttamente dal domicilio del paziente, di una visita di uno specialista, con la possibilità di conoscere i suoi impegni pregressi e di “inoltrare” la richiesta per un suo intervento.
  • Notifica, verso l’opportuna sede amministrativa, dell’avvenuta prestazione da parte dell’operatore sanitario.
  • Gestione dei turni del personale che effettua le visite a domicilio, tenendo conto sia delle sue esigenze sia dei ritmi dei diversi pazienti, pur cercando naturalmente di mantenere continuativi, nei limiti delle possibilità, i rapporti tra paziente e medico/infermiere.
  • Ottimizzazione del percorso di visita, gestendo l’agenda personale di ciascun operatore.
  • Coordinamento con le strutture sanitarie e in particolare con quelle d’emergenza (es. ospedali, pronto soccorso).

Attualmente alcune associazioni (come la Fondazione Gigi Ghirotti) utilizzano già software specifici per gestire malati oncologici terminali, che forniscono, ad esempio, schede di valutazione dei sintomi ed in particolare del dolore, così come la possibilità d’inserire annotazioni sulla terapia in corso e sulle sue variazioni nel tempo.

In generale si può dire che esiste la possibilità d’integrare in un’unica piattaforma anche più servizi tra quelli elencati.

L’utilizzo, come terminali, degli Handheld PC (dispositivi evoluzione delle agende elettroniche, descritti nel precedente numero) risulterebbe, talvolta, particolarmente indicato, in quanto consentirebbe di rendere agevolmente trasportabile il supporto informatico necessario, esigenza particolarmente sentita soprattutto per chi opera sul territorio.

Nel prossimo numero ci occuperemo dei possibili servizi ipotizzabili orientati questa volta al paziente ed ai suoi familiari, con l’intento principale di ridurre il più possibile le incombenze a loro carico, prime tra tutte quelle burocratiche ed organizzative, difficoltose da gestire soprattutto in una situazione psicologica spesso già compromessa.

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La telematica al servizio del malato oncologico terminale

da “La voce dell’ANAPACA” (settembre ’99)

In due precedenti articoli (sett. ‘98, dic. ‘98) sono già state evidenziate alcune delle potenzialità di un utilizzo di nuove tecnologie telematiche in un contesto d’assistenza domiciliare per malati oncologici terminali. In particolare si sono esaminati alcuni possibili dispositivi che risultano convenientemente utilizzabili e, successivamente, si sono individuati alcuni servizi specifici che potrebbero essere offerti agli operatori sanitari.

Si vogliono ora esaminare alcuni dei possibili servizi riferiti in modo diretto al paziente oncologico terminale ed alla sua famiglia, anche se quelli già indicati influirebbero positivamente ma indirettamente nel suo processo di cura, migliorando infatti l’efficienza del personale sanitario ed i contatti tra i membri di un’équipe.

I potenziali servizi individuati sono elencati nel seguito e la loro introduzione può essere agevolata dall’utilizzo come terminale di un Web-phone (vedere articolo settembre ’98), sostituibile al telefono del paziente, in quanto questo semplifica la modalità di un loro accesso direttamente da domicilio: 

  • Agevolazione delle pratiche burocratiche che trovano spesso i familiari impreparati sia da un punto di vista psicologico sia di tempo (es. richiesta dell’invalidità civile e dell’assegno d’accompagnamento, sussidi sanitari presso strutture convenzionate). Attualmente alcuni sussidi sanitari sono forniti in “prestito d’uso” dal S.S.N.: tuttavia, le modalità di richiesta e i tempi di rilascio/reso non sono congrui all’urgenza richiesta da questa forma d’assistenza. Le associazioni/fondazioni spesso cercano di sopperire a queste disfunzioni fornendo temporaneamente tale materiale, prelevandolo da loro piccoli magazzini, frutto sostanzialmente di donazioni. È ovvio che se realmente si desidera diffondere ulteriormente un discorso d’assistenza domiciliare, meccanismi burocratici lunghi e comunque difficilmente controllabili, non risultano più accettabili. Qualora la richiesta di questi sussidi avvenisse elettronicamente, eventualmente dal domicilio stesso del paziente [da parte di un medico, di un famigliare o dello stesso assistito], si avrebbe non solo una più agevole e veloce loro fornitura ma, quando questi non risultassero più necessari, il loro ritiro risulterebbe più trasparente e immediato, consentendone un pronto riutilizzo da parte di altri pazienti o di altre strutture sanitarie.
  • Richiesta e fornitura di medicinali da parte delle farmacie. Attualmente, questi vengono forniti dal S.S.N., con cadenza generalmente trimestrale, su richiesta particolareggiata del medico di medicina generale effettuata in base sia a un elenco di prodotti resi disponibili in relazione all’accertato livello d’invalidità del paziente, sia alle effettive sue necessità. Attualmente sono i familiari stessi che si devono preoccupare di ordinare il tutto periodicamente in una farmacia e di ritirare questo materiale, spesso molto voluminoso, in un momento successivo. Sicuramente più agevole risulterebbe un inoltro diretto della richiesta, da parte del medico, verso la farmacia più vicina al paziente o, comunque, verso quella in grado di fornire un servizio di consegna a domicilio di tutto il materiale ordinato. L’individuazione dei prodotti potrebbe essere effettuata mediante una loro selezione da apposite liste disponibili in rete, opportunamente già filtrate sulla base dell’accertato grado d’invalidità del paziente. Inoltre, questi dati potrebbero essere aggiornati agevolmente dal S.S.N. agendo semplicemente sul contenuto di alcune tabelle di una banca dati.
  • Visione sempre aggiornata del personale reperibile durante le ore notturne e i giorni festivi, con un’indicazione dei corrispettivi numeri telefonici. Si potrebbe anche consentire un inoltro automatico della richiesta di contatto telefonico, non rendendo visibile all’assistito il numero effettivamente utilizzato, eventualmente modificabile dall’operatore sanitario stesso.
  • Servizio videotelefonico teso principalmente a fornire un’assistenza di tipo psicologico e/o d’urgenza: il suo utilizzo può essere particolarmente utile nei momenti critici e/o di crisi del paziente o dei suoi familiari.
  • Fornitura alla famiglia del paziente, qualora lo richieda, di un elenco di persone disponibili a effettuare un’assistenza non infermieristica supplementare. Questo tipo d’assistenza, indispensabile per assicurare un’adeguata pulizia personale del paziente, è altrettanto importante rispetto a quella sanitaria.
  • Inoltro automatizzato di una richiesta di collaborazione da parte d’associazioni di volontariato, in cui siano specificati sia la zona di residenza del paziente sia le principali problematiche d’affrontare.

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Il movimento “hospice”: le sue origini e la sua filosofia

da “La voce dell’ANAPACA” (aprile ’99)

In generale, il termine hospice è utilizzato per indicare una filosofia ed uno stile di cura, più che un luogo ben preciso: esso si basa sul principio che prioritaria è la “qualità di vita” residua del paziente in fase terminale, senza per questo accelerare o posporre la sua morte. Questa filosofia si affianca e supera quella, spesso oggi dominante, che invece si basa principalmente sull’aspettativa di vita residua.

Perciò, l’hospice enfatizza le cure palliative rispetto a quelle curative, la qualità della vita residua rispetto alla sua quantità, riportando la fase terminale della vita a un periodo importante dell’esistenza di un individuo e preoccupandosi d’integrare le cure mediche con supporti di tipo psicologico e spirituale. Perciò viene rivolta un’attenzione particolare al controllo dei sintomi durante l’evolversi della neoplasia, oltre a offrire un intervento psicosociale, rivolto principalmente al paziente sebbene coinvolga, talvolta, anche i suoi familiari.

Questo tipo d’assistenza è indicato per quei pazienti dei quali si preveda una sopravvivenza inferiore ai sei mesi e per i quali non esistono più terapie curative efficaci: naturalmente è possibile, qualora le condizioni cliniche migliorino o si rendano disponibili nuovi ritrovati della medicina, ritornare ai trattamenti medici tradizionali, con un eventuale uso di terapie più aggressive. Poiché le esigenze di ciascun paziente sono uniche, l’hospice tende a offrire piani individualizzati di cura, utilizzando appunto equipe interdisciplinari pensate all’occorrenza.

Sebbene la maggior parte dei pazienti terminali che sceglie questo tipo di gestione della malattia sia seguito al proprio domicilio, si stanno diffondendo sempre più dei centri studiati per accoglierli, qualora non risulti possibile o auspicabile (per motivi sociali, medici o psicologici) offrire quel tipo di assistenza presso la loro casa. Infatti troppo spesso nella nostra società la gestione a domicilio di malati cronici, benché auspicabile, non risulta realistica anche solo a causa degli impegni lavorativi dei familiari. Con il termine hospice s’intende perciò indicare queste strutture residenziali specifiche: la terminologia inglese viene mantenuta anche in italiano, in quanto la sua traduzione letterale (ricovero, ospizio) male focalizzerebbe il reale spirito di queste iniziative, richiamando viceversa sensazioni di abbandono. D’altra parte, il termine utilizzato è etimologicamente corretto, derivando, infatti, dalla parola latina hospitium che significa appunto “ospitalità”. Già dai tempi medioevali esso indicava un luogo dove sia i viaggiatori / pellegrini, sia i malati, feriti o morenti, potevano trovare riposo e conforto. In generale, oggigiorno, le strutture hospice hanno caratteristiche tali da offrire almeno a un familiare la possibilità di restare vicino al paziente anche durante la notte, non presentando alcuna restrizione alle sue possibilità di visita e d’assistenza continua. Inoltre, dispongono sia di aree comuni in cui possano esserci incontri tra i pazienti, volontari, familiari, sia di spazi aperti per consentire momenti di deambulazione e di svago ai malati meno gravi.

Sono perciò strutture caratterizzate da pochi letti, bassa tecnologia, assistenza infermieristica di alta qualità, dove particolare attenzione viene data al comfort del malato, ai suoi sintomi e alla sua “qualità di vita”. Si noti che, talvolta, anche per i malati terminali seguiti a domicilio può presentarsi la necessità temporanea di un ricovero presso queste strutture per effettuare, ad esempio, accertamenti o interventi terapeutici.

Sebbene, come abbiamo visto, esistano esperienze ben più remote, il primo hospice moderno risale al 1967 e fa riferimento al St. Christopher’s Hospice, vicino Londra, fondato da Dame Cicely Saunders, un medico che credeva fermamente che “guarire una persona non significa sempre curare una malattia”.

Negli anni ‘60 il movimento hospice si basa principalmente su aspetti etici, sociali e culturali per i quali un paziente che non abbia prospettive di guarigione possiede comunque ancora dei diritti.

Il primo hospice negli U.S.A. risale al 1974 a Branford, Connecticut e, da allora, questo tipo d’assistenza è diventato sempre più parte integrante del sistema sanitario di quella nazione: lo dimostra anche la presenza di molteplici siti Internet a tale riguardo. Attualmente infatti, esistono più di 2000 programmi di hospice negli U.S.A. dove si è stimato che, già nel 1995, 390.000 pazienti siano stati gestiti con questa filosofia di cura.

Negli anni ’90, un particolare impulso alla loro diffusione è imputabile indubbiamente ai risultati di alcuni studi economici che hanno evidenziato come, anche da quel punto di vista, la gestione di questi pazienti risulti vantaggioso rispetto al ricovero in una comune corsia d’ospedale.

Le diverse scelte effettuate in molti paesi del mondo relativamente agli hospice, fanno riferimento a uno dei due principali modelli residenziali esistenti, cioè a quello inglese e a quello canadese.

Il modello tipicamente inglese sceglie l’autonomia dagli ospedali, utilizzando come propria sede edifici d’abitazione privata spesso immersi nel verde, e cercando inoltre di ricreare e conservare gli aspetti quotidiani e familiari della vita del malato qui ricoverato.

Il modello canadese, seguendo le scelte effettuate originariamente dal St. Victoria Hospital di Montreal, propone la realizzazione di strutture adeguate all’interno (o nelle vicinanze) di ospedali/case di cura, in modo da poter conciliare l’aspetto umano e psicologico, proprio delle cure palliative, con la potenziale disponibilità delle risorse tecnologiche più avanzate.

In genere, si tratta comunque sempre di reparti a bassa tecnologia, aperti a parenti e amici, dove il malato può portare con sé oggetti e abitudini.

In un prossimo numero analizzeremo in dettaglio l’attuale situazione italiana.

Frattanto, per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente l’argomento, segnaliamo sia il libro “Il movimento Hospice in Italia: un decennio a fianco del malato e del morente” di Salvatore Nicoscìa (edizione C.E.L.I.) sia i link relativi agli Hospice in Italia e all’estero.

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Seminario su “Comunicazione e ascolto”: un invito a partecipare

da “La voce dell’ANAPACA” (aprile 2001)

Con quest’articolo desidero riproporre alcuni pensieri derivati da alcuni appunti presi lo scorso anno al seminario “Comunicazione e ascolto“, destinato a volontari Anapaca e Avo, e indirizzato alla sperimentazione e alla razionalizzazione dei molteplici aspetti della comunicazione umana, con un approfondimento particolare alla relazione d’aiuto verso il malato. Si tratta, secondo me, di un momento di formazione importante che da due anni viene organizzato dalla dr.ssa E. Solinghi (consulente di psicologia e pedagogia) e che mi auguro venga riproposto anche quest’anno: spero, infine, che la lettura di questo seppur breve articolo sappia incuriosire altri volontari, invogliandoli a partecipare alle future edizioni del seminario.

La comunicazione è un atto complesso in cui sono implicati una pluralità di canali espressivi oltre che di significati emozionali. Si può affermare che è impossibile “non comunicare” in un incontro tra due persone. Infatti, tutte le nostre azioni (ma anche l’inattività), le parole (ma anche il silenzio) e i nostri comportamenti in generale, esprimono e trasmettono sempre qualcosa. Molte ricerche dimostrano che risultano molto più rilevanti le componenti visive (es. posture, gestualità, sguardo) e vocali (es. tono della voce, ritmo, pause) rispetto a quelle verbali (parole, scritto). Insomma, come ben sa la pubblicità, non è tanto il contenuto che conta, quanto il modo con cui viene comunicato: gli effetti visivi e vocali incidono, rispettivamente, del 55% e del 38%, rispetto al messaggio verbale a cui resta solo il 7%!!!! Queste considerazioni generali devono far riflettere qualsiasi persona in ogni sua relazione con un’altra, ma a maggior ragione il volontario quando si trova a comunicare con il malato.
Sebbene, come evidenziato, la “non comunicazione” risulti impossibile, la capacità di comunicare bene (cioè “esprimersi in modo efficace“) e di ascoltare bene (cioè “prestare effettiva attenzione a quanto viene detto”) non è qualcosa di automatico, ma al contrario richiede una particolare attenzione da parte dell’individuo. Molte sono le variabili in gioco capaci d’influire negativamente in una comunicazione: ad esempio, lo stato emotivo è sicuramente una variabile fondamentale che la può ostacolare, così come lo sono i pregiudizi. Ciascuno di noi “filtra” le informazioni che riceve, secondo propri canoni dettati, ad esempio, dal livello socio-culturale, dall’umore e da pregiudizi. Una comprensione dei principi che regolano il processo di comunicazione è perciò di notevole aiuto per migliorare il proprio rapporto con se stesso e con gli altri: come sempre, la presa di coscienza può aiutare a un arricchimento della propria vita e, quasi conseguentemente, di quella delle persone con cui ci si relaziona. É importante sperimentare e razionalizzare personalmente i molteplici aspetti della comunicazione umana, acquisendo una graduale consapevolezza della pluralità dei canali comunicativi presenti nelle relazioni umane. Ad esempio, questo ci aiuta a evitare incongruenze tra messaggi verbali e quelli non verbali, situazione sempre vissuta dall’altro in modo ambiguo e angosciante: se esiste una discrepanza tra ciò che si dice e tra come lo si presenta, le persone tenderanno a credere più al linguaggio corporeo rispetto alle parole e si perderà conseguentemente in credibilità.
La capacità d’ascolto di se stessi è un processo fondamentale nella comunicazione: è quindi importantissimo potenziarla, per sapersi poi mettere in contatto autenticamente con gli altri, nella consapevolezza delle emozioni e dei significati che sono impliciti in tutte le relazioni umane. Innanzi tutto si deve essere consapevoli dell’atteggiamento generale che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, sostanzialmente nell’ottica di riuscire a migliorare il nostro atteggiamento nei confronti della vita. La posizione esistenziale cui si deve tendere è quella in cui si “sente” OK (cioè adeguato “qui e ora“) sia se stessi sia l’altra persona con cui ci si relaziona. Ovviamente, nel corso della nostra esistenza, ci saranno momenti in cui deviamo da questa situazione ottimale, ma è proprio su questa consapevolezza del nostro atteggiamento psicologico verso noi stessi e gli altri che dobbiamo lavorare per rimanere il più a lungo possibile vicino alla posizione ottimale, consapevoli che solo così saremo felici e potremo essere portatori di serenità verso le altre persone. Le diverse tecniche di meditazione, così come la psicoterapia, aiutano appunto a prendere coscienza dei propri atteggiamenti e pensieri, focalizzando la nostra attenzione sul proprio “io” per scoprire in noi stessi come poter migliorare anche il nostro rapporto con gli altri e con la vita in generale.
La comunicazione è un flusso a doppio senso e, per questo, miglioramenti possono essere raggiunti sia nel “convertire” i pensieri che si desidera trasferire (tenendo conto dei “filtri” che immancabilmente utilizzerà l’interlocutore nella sua interpretazione) sia nel comprendere pienamente ciò che ci viene detto, sapendo cogliere il maggior numero di sfumature presenti nel processo di comunicazione, che come abbiamo già sottolineato, va ben al di là delle parole. Ad esempio, dovremmo focalizzare la nostra attenzione su quelle che gli psicologi chiamano “carezze”, cioè tutti quegli atti che implicano il riconoscimento della presenza dell’altra persona. Queste “carezze” possono sì essere in forma di reale contatto fisico, ma il più delle volte sono simboliche e sotto forma di uno sguardo, una parola, un gesto o qualsiasi altra azione che indichi all’altro “so chi sei”. Le carezze possono essere “positive” quando esprimono apprezzamento e sentimenti positivi, procurando sensazione di vitalità, di benessere e d’importanza. Possono però anche essere “negative”, quando al contrario esprimono mancanza d’attenzione, svalutazione o derisione. Volendo sintetizzare, con tutti i limiti che ciò comporta, si può dire che ognuno di noi, per migliorare la propria comunicazione con l’altro, deve innanzitutto imparare a dare carezze positive (“le mie carezze hanno valore“), accettare e chiedere carezze positive (“ho bisogno di carezze e le merito“), rifiutare carezze non adeguate o ambigue (“sono responsabile del loro valore“), auto-accarezzarsi (“amo me stesso“).

In un rapporto tra due persone è poi fondamentale migliorare le proprie capacità d’ascolto, ad esempio mantenendo il contatto visivo mentre l’interlocutore parla, convenendo e sorridendo per metterlo a proprio agio, senza interromperlo e senza distrarsi, mostrando anzi la massima attenzione. Per controllare poi che si è compreso esattamente quello che è stato detto, risulta conveniente fare domande aperte e riformulare il messaggio parafrasandolo, cercando di sintetizzare le parti razionali del discorso eliminando quelle superflue: questo processo ha il duplice scopo di mostrare il proprio interesse e d’incoraggiare l’altra persona a vedere la soluzione che va bene per lei stessa, sulla base della sintesi del suo stesso pensiero che gli viene proposto. Spesso non è conveniente contraddire ma, accogliendo l’altrui visione e opinione, è più opportuno stimolare la persona a trovare eventualmente anche altre soluzioni, lasciando perciò aperto il dialogo. Le affermazioni perentorie non favoriscono mai il dialogo ed è perciò opportuno evitare di essere rigidi o di etichettare: la consapevolezza che anche noi siamo manovrati da nostri meccanismi inconsci di difesa (es. paura) giova a questo processo di miglioramento.”

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Link

Internet difficilmente dimentica …
Ancora oggi ho visto che, solo più nella versione inglese, si riesce a trovare il sito che un tempo aveva dominio mammo.it, sulla prevenzione al tumore del seno che avevo fatto in collaborazione di alcuni medici del settore.
Era stata una bella iniziativa a cui molti avevano collaborato con passione e impegno, ciascuno mettendo a disposizione il proprio tempo e competenze. Ormai “abbandonato” a se’ stesso, senza un dominio da più di 20 anni, eccolo ancora raggiungibile su un MAPPA del sito MAMMO.IT (su tiscali.it), così come le sezioni Dicono di noi e Chi siamo … o sarebbe oggi meglio dire chi eravamo! 🙂
Era stato un sito segnalato da molte parti (e.g. 29/08/2000 – La Stampa nella rubrica di Anna Masera; 17/09/2000 – “Corriere della Sera” (Corriere Salute); 1/12/2000 – su “TorinoSette” de “La Stampa” nella rubrica di Salvatore Romagnolo; 15/01/2001 – sito della settimana su UnoNet.it).
… insomma, anche questo è un bel ricordo di cui vale la penna lasciar traccia in questo blog!

Ma le cose cambiano nel tempo: attenzione che se ora si cerca di andare nel dominio http://www.mammo.it, questo è attualmente stato registrato da malintenzionati che redirezionano a un sito di phishing che quindi è meglio chiudere subito!!

Informazioni su Enzo Contini

Electronic engineer
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