La dichiarazione nel 730 di immobili resi unità di fatto non è, a mio parere così ovvia, come dimostra anche il fatto che ho ricevuto diverse soluzioni contattando alcuni commercialisti.
Nulla viene indicato nelle istruzioni allegate per la compilazione del 730 sebbene, penso, non sia una situazione così rara: spesso due alloggi adiacenti vengono uniti come prima casa anche per non avere la spesa dell’IMU. Inoltre può essere che uno venga, come è stato nel mio caso, ereditato recentemente: ovviamente devono essere state fatte le dovute variazioni docfa su ambedue le u.i. perché possano essere viste come unità di fatto ai fini fiscali. Per maggiori dettagli su cosa siano le unità di fatto tra immobili puoi vedere, ad esempio, questo sito. Infatti, da un punto di vista catastale, ciascuna parte di alloggio continua ad avere assegnata una sua rendita, anche se è indicato sia nel quadro D (come nota che si tratta di porzione unità di fatto – con riferimento all’altra parte di alloggio – , rendita attribuita alla porzione ai soli fini fiscali) sia nella cartina in fondo (dove compare tratteggiata la parte restante dell’alloggio, con il riferimento ad altro atto catastale relativo all’altra parte di alloggio).
Risulta infatti non consentito avere due righi del quadro B, relativo ai redditi dei fabbricati, con un codice di Utilizzo1 (prima casa) e con giorni di possesso complessivamente >365 giorni. Le cose si complicano poi ulteriormente quando uno delle due parti di alloggio ha una pertinenza, ad esempio un box.
Quadro B: Reddito dei fabbricati
La soluzione che ho adottato, suggeritami da una commercialista, è stata la seguente:
SOLUZIONE 1
Codifica di Utilizzo 1 (prima casa) su una delle parti di alloggio, mentre per la seconda parte codifica di Utilizzo 2 con associato 1 nella colonna relativa ai Casi particolari IMU, ad indicare che è esente da IMU.
Questa è probabilmente la soluzione più semplice perché non richiede alcun calcolo e consente anche di vedere distinti i valori catastali delle due parti di alloggio. Per ciascuna parte si può agevolmente indicare il numero di giorni di possesso e la percentuale associata. Infatti sia i giorni sia la percentuale di possesso possono essere differenti per ciascuna parte di alloggio, come nel caso in cui una parte sia al 50% del marito e al 50% della moglie per 365 giorni, mentre l’altra ereditata da uno dei coniugi lo sia al 100% per uno solo e per un numero di giorni inferiori a 365 (e.g. dalla data di decesso fino a fine anno).
SOLUZIONE 2
Alternativamente mi era stata anche suggerita un’altra soluzione da un forum di un commercialista che offre un servizio davvero encomiabile, rispondendo ai quesiti posti dai visitatori del sito, gratuitamente … e per di più nel giro di poche ore!
Questa soluzione richiede un minimo di calcolo, ma potrebbe essere ancora più corretta formalmente.
Calcolo della rendita complessiva (rc3) ai fini fiscali, quale somma delle due rendite rc3 = rc1 + rc2.
Calcolo della % di possesso complessiva come proporzione: ad esempio, nel caso che la parte con rc1 sia al 50% mentre la parte rc2 sia al 100%: (rc1*50+rc2*100) / (rc3) = … %
Se i giorni di utilizzo delle due parti dell’alloggio sono 365, basta un solo rigo con codifica di Utilizzo 1 , e non esiste nessun problema anche nell’indicare un eventuale immobile pertinenziale (e.g. box) con la codifica 5 relativa ad uno delle parti di alloggio per un numero di giorni minore o uguale a 365.
Se invece, è il primo anno di dichiarazione, ed una delle due parti di alloggio è di possesso per un numero di giorni <365, risulta necessario inserire due righe, entrambe con codice di Utilizzo1, in cui:
Una con la Rendita rc1 relativa alla parte di alloggio pregresso, per un numero di giorni da inizio anno fino alla data in cui è avvenuta l’unificazione con l’altro alloggio, e con la percentuale di utilizzo pregressa (e.g. 50% qualora sia condiviso con la consorte).
L’altra con una rendite rc3, somma delle due rendite, per un numero di giorni dalla data in cui è avvenuta l’unificazione con l’altro fino alla al termine dell’anno.
Anche in questo caso non esiste nessun problema nell’indicare un eventuale immobile pertinenziale (e.g. box) con la codifica 5 relativa ad uno delle parti di alloggio per un numero di giorni minore o uguale a 365, in quanto non supera il numero di giorni indicati complessivamente come prima casa.
Si noti che NON è possibile applicare una qualche proporzione per il calcolo dei giorni di possesso, analogamente a quanto si è fatto per il calcolo della % di possesso [e.g. (153 * 100 + 365 * 50) / (153 + 365) = (15300 + 18250) / 518 = 33550 / 518 = 64,7683%
365 * 64,7683/100 = 236 giorni] , e questo risulta anche evidente perché risulterebbe poi impossibile poi indicare un possesso di 365 giorni ad una eventuale pertinenza, in quanto risulterebbe avere associato un numero di giorni maggiore della prima casa (e.g. che nel caso di esempio, avrebbe solo indicato 236 giorni).
Non tutti sanno che chi ha un abbonamento alla linea fissa con TIM (e.g. TIM SMART,TIM CONNECT) ha la possibilità di utilizzare TIMVISIONcompresa nel prezzo e quindi senza alcun costo aggiuntivo! … ma forse sono ancor più quelli che lo sanno ma non la sfruttano perché non sanno come fare, magari perché non hanno una smart TV di ultima generazione che include già l’app omonima.
Tuttavia questo post è indirizzato non solo a loro, ma anche a chi desidera cambiare la TV e desideri sceglierne una intrinsecamente in grado di utilizzare TIMVISION.
NOTA: il post, anche se datato come creazione iniziale, cerco di mantenerlo aggiornato nel tempo e quindi presenta sempre nuove informazioni 🙂 Vedi quindi anche gli aggiornamenti subito dopo l’indice!!
P.S. 15/12/2020 – Proprio ieri sera accedendo a TIMVISION dal mio Smart TV abilitato, mi è comparsa la seguente scritta che notifica che da quel momento sono cambiate, questa volta in meglio, le restrizioni che erano state applicate all’inizio 2020. “Una sorpresa per te – Da oggi puoi guardare TIMVISION su tutti i dispositivi (fino a 2 in contemporanea): SmartTV, Smartphone, Tablet, PC, TIMVISION Box, Chromecast, Firestick TV, Apple TV, Xbox One. Su Mobile puoi scaricare i contenuti e guardarli offline. E su rete mobile TIM non consumi Giga!“
Popup apparsa il 15/12/2020 che notifica che da quel momento sono cambiate, questa volta in meglio, le restrizioni applicate all’inizio 2020
Direi una ottima revisione di quella regola assurda e molto limitativa (e sembra mal gestita) che avevano introdotto e che limitava la visione a un solo dispositivo con possibilità di cambiarlo solo una volta al mese. Una scelta quindi corretta quella di rivedere e modificare radicalmente quel peggioramento delle condizioni di contratto scelto in modo unilaterale e forse dettato non solo da problematiche tecniche (per limitarne l’uso illimitato), ma anche probabilmente per invogliare la clientela ad aderire a TIMVISION PLUS (che di fatto manteneva le condizioni a cui inizialmente un cliente di TIM FIBRA aveva aderito). Si riporta così l’offerta inclusa in un abbonamento a linea fissa TIM a una condizione che direi ora nuovamente accettabile e consona!
NOTA: se ti compare impostato il PARENT CONTROL per vedere dei film contrassegnati con il bollino rosso, nonostante tu non abbia mai impostato tale restrizione, prova a inserire tutti 1 … sembrerebbe che tale sia la codifica di default inserita talvolta dal sistema in automatico!
P.S 29/3/2020 – Probabilmente è già da qualche mese (dal 30 settembre 2019), ma me ne sono accorto solo ora. Non solo è possibile vede8re TIMVISION con un solo dispositivo alla volta, come un tempo pubblicizzato, ma esiste un vincolo di poter cambiare il dispositivo con cui vederlo solo dopo 1 mese da quando il precedente viene registrato (anche se poi dalla scritta in rosso sembrerebbe che sono sufficienti “solo” 15 giorni)! Questo vincolo è davvero fastidioso e immotivato anche da un punto di vista tecnico. Come evidenziato anche in un thread del forum della Community TIM, dove sono presenti diversi post che manifestano malcontento della clientela, sembrerebbe per di più una variazione unilaterale delle condizioni di contratto senza alcun avviso. E’ vero che quella è una community e non un forum, ma spero bene che qualcuno del marketing TIM comunque segua i post qui inoltrati dalla clientela, o che almeno l’amministratore della community provveda a segnalare loro quando ci sono evidenti (e giuste) manifestazioni di malcontento espresso da più clienti… e si provveda di conseguenza!! Meglio avere qualche cliente in più che si abbona a TIMVISION PLUS … o rischiare di perdere dei clienti malcontenti?
Comunque ho notato che su un Amazon Fire Stick dove avevo già precedentemente registrato a TIMVISION, il funzionamento è differente, cioè posso vedere un film sia sul mio Smart TV Samsung (attualmente quello che risulta registrato) sia su quel Fire Stick, ovviamente solo uno alla volta, ma senza il vincolo di dover aspettare un mese per poterlo usare sull’altro: dal momento che l’app sul Fire Stick è specifica su quello store Amazon, mi aspetto che nella prossima release la limitazione venga introdotta anche lì come ho già sperimentato avviene sulla versione presente ora sul Play Store per gli Smartphone. … o forse su quella chiavetta specifica non è avvenuto l’aggiornamento di quell’app. Strano comunque che quella limitazione del tempo necessario al cambiamento del device dipenda, sembra, anche dal client e non solo dal server che gestisce il servizio e gli utenti.
Incongruenza tra la descrizione dell’offerta che indica1 mese e la data indicata alla quale potrei cambiare device su cui vedere TIMVISION (15 giorni)
Sicuramente la variazione delle condizioni è stata introdotta esclusivamente per cercare di far spostare la clientela su TIMVISION PLUS, ad un costo di 5€ in più … che oltre a non avere grandi limitazioni sui device che lo utilizzano contemporaneamente (al massimo possono essere 6), consente i vantaggio elencati nella seguente schermata che propone appunto l’upgrade dell’abbonamento:
Dai post nella Community mi sembra sia stata un’operazione azzardata di marketing non proprio utile per mantenere una clientela fidelizzata e felice dell’operatore scelto. Per di più in questo periodo di “iostoacasa“, in cui da diversi fronti piovono offerte e servizi per agevolare la quarantena a casa degli italiani, la scelta di mantenere questa limitazione commerciale e non certo tecnica, mi sembra personalmente molto inopportuna.
Spero che il marketing TIM provveda al più presto a modificare queste condizioni davvero troppo limitanti e imposte unilateralmente: non sarebbe stato sufficiente impedire la visione a più dispositivi simultaneamente?
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P.S. 7/9/2019 – ATTENZIONE – I giga inclusi o meno e/o la possibilità di vedere tutti i palinsesti (o solo alcuni) dipende dal tipo di abbonamento con il fisso che uno ha con TIM o delle opzioni che uno ha eventualmente sull’abbonamento cellulare. Queste condizioni possono variare nel tempo per cui meglio controllare direttamente sul sito TIMVISION nella sezione quanto costa (https://www.timvision.it/page/offerta). Attualmente si legge:
“Se non hai un’offerta sulla linea TIM di casa che già include TIMVISION, puoi attivare subito la promozione “Primo mese gratis” con la quale potrai avere TIMVISION PLUS, senza alcun vincolo a 5€ al mese. L’offerta è disponibile anche per i clienti di altri operatori. Scarica l’app TIMVISION per accedere al catalogo da smartphone e tablet. Se sei un cliente con linea di casa TIM SUPER: Hai TIMVISION già incluso. Puoi vedere una selezione di contenuti di intrattenimento sul tuo dispositivo preferito. Scopri qui come attivare il servizio dalla linea di casa. Se hai scelto anche l’opzione TIMVISION PLUS, hai accesso al catalogo completo dei contenuti dove e quando vuoi, su tutti i tuoi dispositivi anche in contemporanea e senza interruzioni pubblicitarie. Non consumi Giga in mobilità su rete TIM e vedi anche off line grazie al Download&Play. Scopri qui come attivare il servizio dalla linea di casa. Se sei un cliente con linea di casa TIM SMART o TIM CONNECT hai TIMVISION incluso. Scopri qui come attivare il servizio dalla linea di casa. Vedi il catalogo completo dove e quando vuoi. Hai incluse in prova fino al 30 settembre 2019: Visione in contemporanea su più dispositivi, Visione offline con il Download&Play, Nessun consumo dati su rete mobile TIM”.
Quindi, chi come me ha una linea fissa con quella che un tempo era TUTTOFIBRA, ora TIM SMART, ha TIMVISION incluso, ma solo fino al 30 settembre 2019 ha la possibilità di visione in contemporanea su più dispositivi, visione offline e nessun consumo dati su rete mobile TIM. Dopo, se qualcuno è già connesso a TIMVISION con il proprio account e si cerca di vedere un film con un secondo dispositivo, compare un avvertimeto che segnala che già un altro dispositivo lo sta usando ed è quindi necessario disconnetteri per usufruirne con quest’altro.
Ovviamente se vedi TIMVISION con il telefonino, se ti connetterai ad un qualsiasi Wi-Fi, i Giga non si consumeranno anche dopo il 30 settembre 2019.
NOTA: stranamente chi ha un contratto TIM business, seppure con fibra e seppur sia gestito come utente in qualche modo privilegiato, NON ha incluso TIMVISION …
____ 15/9/2018
Si noti che stranamente su https://www.tim.it/promo-skamitalia fino al 14/9 venivano invece indicati 2 mesi gratis (sempre per chi non ha TIMVISION già incluso) anziché 1 mese come indicato in https://www.timvision.it/page/offerta per cui era più conveniente premere il pulsante attualmente presente in quel primo link! Ora invece hanno “uniformato” l’offerta ad 1 mese gratis: viene inoltre specificato che “puoi usufruire del primo mese Gratis di TIMVISION PLUS solo una volta per la stessa linea“. ___
Anche sul sitotim.itsono specificati in dettaglio costi e condizioni. Attualmente viene indicato “Ti registri la prima volta dal tuo smartphone e lo vedi sul tuo device preferito (Smart TV e Consolle compatibili, PC, tablet e Chromecast)” ed il primo mese di prova è gratis. Ovviamente anche la chiavetta Fire TV Stick di Amazon è utilizzabile essendo analoga al Chromecast di Google ed avendo entrambi, nei rispettivi store, l’app ufficiale TIMVISION installabile sul device.
Utile anche vedere la sezione Assistenza-> Scopri il serviziopresente sul sito di TIMVISION.: sono specificate le condizioni sia per i clienti TIM (con linea di casa TIM SUPER; con linea di casa TIM SMART/TIM CONNECT; con linea mobile TIM) sia per coloro che non siano clienti TIM.
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Registrazione in TIMVISION _________________________________________________
Il palinsesto è molto vasto e non ha nulla da invidiare a quello di altri analoghi servizi a pagamento più blasonati (anche l’economico NETFLIX costa comunque circa 14€ al mese!).
Per usufruire del servizio è sufficiente registrarsi a timvision.it collegandosi solo la prima volta dalla propria linea di casa TIM, ad esempio collegando il proprio PC/smartphone al suo Wi-Fi o immagino anche utilizzando direttamente l’app sul TV. La procedura è anche descritta in dettaglio sia in questa pagina della community WeTIM e sia su questa del forum dedicato a TIMVISION (P.S. 1/9/2019 Ho notato che quella pagina non risulta più presente, ma si può fare riferimento ad un altro articolo: TIMVISION: tutto quello che c’è da sapere). In pratica, la registrazione prevede di inserire un proprio indirizzo e-mail, creare una password ed accettare i termini e condizioni del servizio, dopo averne presa visione. Io ho utilizzato la mia email alice.it ed in quel caso esiste un link specifico nel form di registrazione, così come nel caso si scelga di mettere la propria email tim.it se uno ne possiede una. NOTA: la password che scegli deve essere di 8-24 caratteri, con almeno un carattere minuscolo, un numero ed un carattere speciale tra .@$!? OK, OK potevano richiederla con vincoli più semplici, è vero, ma ce la puoi comunque fare! 😉.
Effettuata tale registrazione, viene mostrata una popup di conferma ed si riceve una email con il riepilogo dei dati con cui uno si è registrato al servizio: questi dati servono per potersi autenticare e vedere TIMVISION anche su altri dispositivi e non necessariamente quando si è collegati alla propria linea fissa TIM. Ad esempio, collegando il proprio PC ad una linea Wi-Fi qualsiasi (anche non TIM) con sufficiente banda, potrai vederti i film TIMVISION tramite l’app omonima, autenticandoti con il tuo utente ovunque tu sia in Italia.
Si noti poi che l’uso di chiavette (e.g. Fire TV Stick, Chromecast, dongle Wireless Display receiver) costituisce un agevole mezzo utilizzabile ovunque anche in vacanza: basta infatti collegare la chiavetta al WiFi generato eventualmente dal proprio telefonino attivando la sua funzionalità di tethering, per poter vedere film su un qualsiasi TV (e.g. in un albergo o in una casa delle vacanze) dove non ci sia a disposizione una linea telefonica fissa ma solo quella mobile 4G.
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Modalità di utilizzo e forum _________________________________________________
Se si lancia l’app Android su alcuni dispositivi (e.g. Fire Stick Amazon) vengono indicate le tre modalità con cui si può accedere al servizio: in particolare per accedere con il proprio account TIMVISION, viene suggerita la eventuale necessità di una registrazione (se non già effettuata) sul sito http://www.timvision.it o dall’app TIMVISION per smartphone e tablet.
SI noti che al primo accesso può essere richiesto l’inserimento (e la conferma) di un PIN di quattro cifre (scelto dall’utente agendo sulla tastiera a destra) che renderà sicuro l’eventuale acquisto di film a pagamento: conviene quindi segnarsi bene quello scelto in modo da poter effettuare in futuro anche acquisti che verranno accreditati direttamente sulla bolletta telefonica se si è utenti TIM.
P.S. Nella sezione Come fare di WeTIM si legge: “…. Accedere con Download&Play, in promozione fino al 31 ottobre 2018, su smartphone&tablet per guardare i contenuti dove non c’è copertura di rete e possibilità di fruire del servizio anche dall’estero (Paesi UE).”
La funzionalità di Download&Play che è anch’essa compresa nell’abbonamento, ma risulta almeno per ora disponibile solo su smartphone Android e forse iOS: è presente un apposito pulsante Scarica a lato di quello di Guarda. Su diversi film c’è infatti un’icona che indica che quel contenuto risulta anche scaricabile in locale (tuttavia non è un link per attivare il download – anche se sarebbe costato poco renderlo tale come alternativa – ma per scaricare il film si deve appunto premere quel pulsante Scarica indicato precedentemente!).
Icona di download presente in alcuni film: tale funzionalità risulta attualmente non ancora disponibile da Web o da app del Store Microsoft
Accedendo da Web, cioè dal sito TIMvision.it tramite un qualsiasi browser, la funzionalità di download invece non risulta attualmente disponibile: magari lo sarà in futuro, spero! Nell’app presente sul Windows Store sembra che sarà invece disponibile a breve tale funzionalità di download che quindi risulterà così utilizzabile anche da tablet/PC oltre che da tutti i dispositivi Windows 10 (e.g. smartphone Windows 10 Mobile).
Si parla poi anche di usufruire del servizio dall’estero nei Paesi UE: io ho provato dalla Francia e non sono riuscito ad utilizzare TIMvision … dopo essermi informato ho appreso che tale nuova utile possibilità dovrebbe tuttavia essere disponibile a breve (i.e. autunno 2018).
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Perciò, registrandosi con la propria utenza, si può vedere TIMVISION anche andando da un amico o quando si è in vacanza collegandosi ad Internet con una qualsiasi connessione con sufficiente banda. Attualmente non esiste neppure un limite di streaming contemporanei, anche se in futuro tale limitazione potrebbe essere attivata: diversamente NETFLIX prevede un massimo di soli 3 collegamenti contemporanei associati ad un singolo abbonamento.
Inoltre tutti gli utenti che hanno una sim TIM sul proprio smartphone, possono vedere TIMVISION, tramite l’omonima app, senza per questo avere scaricati i propri Giga a disposizione: il (notevole) traffico dati di quell’app non viene infatti conteggiato … e questo può essere sicuramente un buon motivo per scegliere (almeno a parità di prezzo) questo operatore rispetto ad altri!
Si noti, per di più, che un abbonato a TIMVISION (e.g. chiunque abbia una linea fissa in fibra TIM) attualmente può utilizzare tale servizio su un massimo di 10 device,accedendo con il suo account con una qualsiasi tipologia di dispositivo (e.g. smart TV, smartphone, tablet, PC): la gestione dei device registrati è possibile dalla sezione Gestisci profilo del sito dove si può eventualmente disassociarne alcuni non più usati.
Accesso alla sezione di gestione del proprio profilo utente
Sezione Gestisci il profilo (1) – Linee associate
Sezione Gestisci il profilo (2) – Dispositivi collegati
La ricerca dei film può essere fatta in diversi modi, anche puntualmente ricercandone il titolo o, cliccando su CINEMA e scegliendo il genere di film desiderato dal catalogo. Esistono poi altre sezioni (SERIE TV, INTRATTENIMENTO, BAMBINI, SPORT, A NOLEGGIO). Ovviamente quelli a noleggio hanno un costo che è differente a seconda se si desidera vederli entro le successive 24 ore, o le si vuole vedere per sempre, avendoli sempre disponibili nel proprio catalogo di film acquistati. Si noto che tutti i film la cui visione richiede un pagamento (e sono davvero minoranza) risultano chiaramente identificabili fin da subito in quanto la locandina presenta in alto a destra un triangolo arancione con il simbolo dell’euro (i.e. € ):
I pochi film a pagamento sono ben evidenziati dalla presenza nella locandina di un triangolo arancione con il simbolo dell’euro (i.e. € ).
Esistono diverse modalità che consentono di utilizzare questo servizio generalmente compreso nel prezzo del canone, ad esempio l’utilizzo di un qualsiasi PC/tablet tramite l’omonima app o dal browser, di un decoder TIMBOX fornito da TIM con un canone mensile (gratuito solo inizialmente per un tempo limitato), di uno smartphone collegato al WiFi di casa o ovunque se ha una SIM TIM, oppure utilizzando Chromecast, la chiavetta prodotta da Google che si può connettere ad una porta HDMI del TV per renderlo “smart“. Ma esistono anche ulteriori modalità che elencherò nel seguito.
Si noti che ciascuna modalità può richiedere un’app sviluppata con una tecnologia differente per cui alcune funzionalità specifiche potrebbero non essere ancora implementate su qualche dispositivo. E’ questo il caso della possibilità di attivare i sottotitoli che attualmente (22/1/2019) non è presente nell’app presente sullo Store di Microsoft (dove risulta possibile solo modificare la lingua), mentre è disponibile generalmente nelle versioni Android. Ovviamente la possibilità di selezionare sia la lingua sia i sottotitoli dipende poi anche dallo specifico film selezionato. Per accedere al menù che consente di visualizzare queste eventuali opzioni, è necessario innanzitutto lanciare il film e poi cliccare sull’icona in basso a destra che compare sotto la barra del tempo (precisamente a sinistra dell’indicazione del tempo di riproduzione corrente). Personalmente non trovo particolarmente intuitiva la procedura da seguire e preferisco la scelta di Netflix che presenta le opzioni di riproduzione prima della visione del film: tuttavia, una volta appresa, è comunque agevole utilizzarla e può risultare anzi più comoda se si desidera modificare le opzioni durante la visione (seppure questa sia una ipotesi non frequente).
Icona che consente di visualizzare il menù delle opzioni di riproduzione (lingua, sottotitoli)
Nel seguito mostro il menù (in sovraimpressione su film) mostrato per il medesimo film, utilizzando sia l’app su tablet/PC scaricabile dallo Store di Microsoft sia da quella disponibile su dispositivi Android (e.g. Smartphone, Chromecast, Fire Stick Amazon): si noti come in una versione non risulti ancora disponibile la possibilità di selezionare dei sottotitoli. Comunque, se interessa vedere i sottotitoli utilizzando un PC/tablet Windows, risulta comunque sempre possibile utilizzare la versione di TIMVISION usufruibile tramite un browser. Si noti come eventuali testi lunghi – e.g. ITALIANO (STEREO) – possano esser mostrati con uno scroll orizzontale.
La versione dell’app su dispositivi Android consente di impostare sia la lingua sia i sottotitoli
La versione dell’app presente sullo Store di Microsoft consente attualmente solo di impostare la lingua e non i sottotitoli
La versione utilizzabile tramite un generico browser (e.g. Edge) consente comunque di impostare i sottotitoli anche da PC/tablet Windows
Sarebbe molto utile che le informazioni fornite nel post di WeTIMhttps://community.tim.it/t5/COME-FARE-PER/Registrarsi-a-Timvision-it-e-App-Mobile-Timvision-con-1-SO… fossero direttamente ed agevolmente disponibili dalla homepage di timvision.it, soprattutto la seguente informazione: “Per te che hai una offerta TIM SMART o TIM CONNECT, collegati solo la prima volta dalla linea di casa su timvision.it“. Diversi miei amici (non tecnici) che hanno la fibra TIM sul fisso, mi hanno chiesto come fare per vedere TIMVISION … perché a loro non risultava loro assolutamente chiaro come fare ad usufruirne seppure fosse stato detto che era un servizio compreso nel canone!
Sarebbe anche poi molto utile mettere, sempre nel sito TIMVISION, un forum in cui direttamente i clienti non solo possono trovare soluzioni alle loro domande ma possono anche fornire indicazioni, ad esempio, sulle marche e modelli di smart TV in cui loro stanno utilizzando il servizio. Questo servirebbe anche a TIM per avere indicazioni sulla compatibilità di questo servizio (secondo me non così ben delineata nelle indicazioni fornite ufficialmente nel sito stesso). In realtà un forum specifico su TIMVISION esiste a questo link nel portale della community WeTIM … quindi basterebbe inserire nella homepage di TIMvision un link che riporti a quello!! 🙂
Consiglio poi di andare a vedere la sezione dei MESSAGGI -> PROMO PER TE in cui sono spesso indicate offerte quali la visione alcune di Prime visioni gratuite.
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Box TV _________________________________________________
Il TIM Box fornito da TIM stessa è l’opzione migliore in quanto sicuramente supportata nel tempo. Dal momento che per default (secondo quanto viene da pensare leggendo alcuni post nel forum della Community TIM), quando si attiva una linea fissa TIM, te lo inviano se non specificato diversamente (essendo generalmente il suo uso inizialmente gratuito per alcuni mesi), conviene specificare bene all’attivazione del contratto fibra che non si vuole usufruire dell’offerta qualora non lo si desideri. Tuttavia se non l’hai specificato e se, comunque non voluto, ti arriva con un corriere, mi raccomando di non ritirarlo (per non vederti poi un addebito, una volta scaduto il periodo di prova). Conviene poi comunicarlo al 187 e magari inviargli anche un fax (800000187) per avere qualcosa nero su bianco, sebbene già con il non ritiro si dovrebbe annullare il tutto. Analogo discorso (qualora non lo desideriate e non l’abbiate esplicitamente richiesto) se ricevete una email che vi ringrazia di aver richiesto il TIM BOX: subito una mail in risposta ed una comunicazione al 187, evitando così fin da subito di riceverlo a casa per posta e dover rifiutare di ritirarlo (rischiando che lo ritiri un vicino premuroso!!).
In teoria alcuni box di costruzione asiatica sono una sua alternativa ma, almeno fino a qualche tempo fa (per esperienza di amici che ne avevano acquistati e provati alcuni) risultano in genere poco affidabili sia come durata nel tempo sia come funzionalità fornite. Generalmente non consentono di vedere i film con TIMVISION (seppure consentano di installare una sua app, da quella si riesce a vedere solo il suo palinsesto ma poi non i film). Se qualcuno ha da indicare marca e modello di alcuni provati e funzionanti al riguardo, può segnalarlo commentando tale post.
P.S. 1/9/2019 – Ho notato ora, vedendo i prodotti di Xiaomi che il loro Mi Box S (TV Box 4K Ultra HD Media Player) dovrebbe supportare bene la visione di TIMVISION, secondo quando indicato anche da alcuni commenti presenti su Amazon.it (e.g. “… ha la certificazione Google Widevine di LV1 che permette la visione di contenuti in HD Netflix e Timvision, inoltre con la suddetta certificazione è possibile visionare Raiplay e Mediaset online … Il sistema nonostante i soli 2 GB di RAM è molto reattivo, non rallenta mai a differenza di altri da me provati e poi restituiti“). D’altra parte, tra le caratteristiche viene indicato che ha “Chromecast built-in“, per cui si sa per certo che la chiavetta di Google supporta da tempo anche l’app in oggetto. Tuttavia se il vostro obiettivo è unicamente solo quello di vedere TIMVISION (e magari anche NETFLIX e RAIplay), sicuramente l’utilizzo di chiavette TV (e.g. Chromecast, Fire TV Stick) risulta una soluzione più economica e meno ingombrante!
========================================= PC connesso via cavo HDMI ad un display esterno/TV o tramite la funzionalità continuum (presente in tutti i dispositivi Windows 10) _________________________________________________
Se vuoi vedere il film su un monitor più grande di quello del PC, puoi sempre collegarlo con un cavo HDMI ad monitor esterno o ad un TV (anche non smart, basta che abbia un connettore HDMI) utilizzandolo come display. Basterà impostare sul PC di utilizzare quel secondo display e lanciare l’app TIMVISION a tutto schermo, per vedere il film su quel monitor/TV.
Collegando il PC, con un cavo HDMI, ad un TV/monitor esterno, si può vedere il film su un display di dimensioni maggiori
Qualora si utilizzi uno smartphone Windows 10 Mobile, o comunque un dispositivo con connessione USB-C, sarà sufficiente utilizzare un adattatore USB-C HDMI per collegare sempre via cavo il dispositivo al display esterno/TV: si noti che in questo caso è necessario avere lo smartphone ben carico in quanto, a differenza dell’uso di una dock apposita, quel collegamento USB HDMI non consente di ricaricarlo durate la visione del video in quanto la presa USB-C è già utilizzata per la connessione del video che non fornisce alimentazione provenendo dal TV.
Per effettuare un mirroring via caso di uno smartphone con porta USB-C, si possono utilizzare diversi HUB USB Type C come il recente hub 7-in-1 di dodocool che, oltre a funzionare con continuum con i cellulari Windows 10 Mobile, risulta essere compatibile anche con la modalità Proiezione di Huawei P20: tale modalità, proprio come il Continuum di Windows 10 Mobile, trasforma il Huawei P20 in un piccolo PC tascabile non appena collegato, tramite HDMI, a una TV o un monitor. Personalmente non l’ho provato, ma questa recensione dettagliata di WindowsBlogItalia penso non lasci dubbi!
Infine, per remotizzare in modo wireless il video di un PC (o anche di uno smartphone) su un TV/monitor esterno, si può poi anche usare la funzionalità Continuum presente in tutti i dispositivi Windows 10. In questo caso, utilizzando anche uno smartphone Windows 10 Mobile, si riesce anche a mantenerlo in carica durante la visione del film. Il collegamento senza fili può essere effettuato, ad esempio, utilizzando un Wireless Display Receiver se il TV non supporta già lo standard Miracast e quindi non supporta già nativamente quel tipo di connessione. In campagna, dove non ho il telefono fisso, utilizzo questa modalità per vedere TIMVISION, collegando con Continuum il mio cellulare Windows 10 Mobile (Lumia 950xl), ma lo potrei fare anche con un tablet/PC Windows 10. Infatti l’app TIMVISION è stata sviluppata su Windows 10 come UWP (Universal Windows Platform) per cui gira su tutti i dispositivi Windows 10 e funziona anche nella modalità Continuum, tipica di quel sistema operativo multipiattaforma, adattandosi alla dimensione/definizione del display utilizzato. Al contrario l’app NETFLIX non è una UWP, ma è stata sviluppata con modalità tradizionali: ne esiste perciò una versione differente per smartphone e per PC, … e non funziona in modalità continuum (risulta infatti disattivata la tile quando si è in tale modalità).
Nel seguito mostro un esempio di utilizzo di un dongle Wireless Display receiver e come effettuare il collegamento di un dispositivo Windows 10 come client per una visualizzazione con continuum. Nel caso mostrato d’esempio, il dispositivo collegato è uno smartphone Windows 10 Mobile ma la modalità è analoga con qualsiasi dispositivo Windows 10 perciò anche su un PC/tablet, come indicato anche in dettaglio nella pagina relativa al prodotto ScreenBean Mini 2 che redirige alla pagina di istruzioni specifica del dispositivo con cui si sta navigando, essendo presumibilmente quello con cui si desidera effettuare la connessione. Quelle indicate in quel link sono istruzioni abbastanza generali, valide perciò qualsiasi sia la marca del dongle. Sostanzialmente si tratta di lanciare l’app Continuum se si è su smartphone Windows 10 Mobile o l’app Connect (presente anche come tile nell‘action centre) se si è su PC/tablet Windows 10.
Istruzioni per connettere un PC/tablet al TV
Istruzioni per collegare lo smartphone Windows 10 Mobile al TV
Connessione del PC/tablet tramite il Connect
Due esempi di Wireless Display receiver per un collegamento miracast
Collegamento del dongle ad un ingresso HDMI del TV
Visualizzazione del receiver che fornisce il link alle istruzione su come connettere un client
Connessione wireless al dongle da smartphone Windows 10 Mobile
Visualizzazione sul TV del display dello smartphone Windows 10 Mobile tramite la funzionalità Continuum che rende l’interazione analoga a quella che sia avrebbe su un PC
Ricerca nella pagina di Start della tile relativa all’app TIMVISION (si noti che la tile di NETFLIX è disabilitata con Continuum perché, diversamente dalle app di TIM, non è stata sviluppata come UWP
Analogamente si può trovare/ricercare l’app TIMVISION tra l’elenco di tutte le app
Dopo essersi connesso al dongle, lo smartphone Windows 10 Mobile fornisce una modalità di interazione tipo touchpad
Lanciando l’app TIMVISION interagendo con il monitor/TV, si può interagire normalmente e vedere il film desiderato (1)
Lanciando l’app TIMVISION interagendo con il monitor/TV, si può interagire normalmente e vedere il film desiderato (2)
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Smart TV compatibili _________________________________________________
La modalità più agevole per vedere TIMVISION, senza ingombri e nessun costo aggiuntivo, è sicuramente quella di utilizzare direttamente unosmart TV idoneo. Tuttavia è necessario fare attenzione, in quanto non tutti i nuovi TV, seppure “smart”, risultano idonei a vedere TIMVISION: alcuni funzionano solo per alcuni provider più diffusi (e.g. NETFLIX). Una possibile alternativa all’uso di un smart TV, se hai un televisore che ancora funziona bene, è poi quella di acquistare un lettore Blu-ray capace di estendere le funzionalità del TV rendendolo quindi “smart”, con accessibili (tramite tale lettore) delle app preinstallate specifiche (e.g. YouTube, Facebook, TIMVISION, NETFLIX) … ma anche in questo caso non tutte le marche sono idonee all’utilizzo di TIMVISION. Ad esempio con gli Smart TV Sharp Aquos non li supportano nativamente (attualmente si deve usare una chiavetta Google/Amazon): a tale riguardo, vedere una risposta di un cliente Amazon.
Su quali siano i TV/lettori Blu-ray idonei, le informazioni che si trovano ricercando in Rete non sono del tutto chiare ed esaustive.
Nella pagina di help del sito TIM viene detto “TIMVISION è attualmente disponibile su Smart TV e lettori Blu-Ray Samsung (modelli 2010-2016) ed LG (modelli 2012-2016), e Android TV Sony dotati di accesso ad Internet e collegati ad una linea ADSL/Fibra“.
Pagina di descrizione del prodotto TIMVISION, nel sito TIM
Viene da chiedersi: ma allora i modelli successivi al 2016 dei TV, neppure quelli di quelle marche, non sono più idonei? … e cosa dire poi dei recenti Android smart TV della Philips??
Andando invece nella pagina di help specifica del sito di TIMVISION, la descrizione sulla idoneità risulta più completa anche se non del tutto allineata con quanto precedentemente indicato relativamente le date dei modelli: “TIMVISION è disponibile su Smart TV Samsung (modelli 2014 e successivi), Smart TV LG (con sistema WEBOS) e Smart TV Android. Cerca TIMVISION tra le app disponibili sulla tua TV e se sei già abbonato TIMVISION o sei cliente TIM SMART, accedi subito. Se invece non sei abbonato a TIMVISION, puoi richiedere l’abbonamento comodamente dall’app“.
Dal momento che ci sono comunque incongruenze evidenti tra quanto dichiarato nelle due pagine evidenziate, ho preferito chiedere chiarimenti, tramite Messanger, dal sito Facebook di TIM: mi hanno prontamente risposto fornendomi una terza versione relativamente alla idoneità di quei dispositivi: “Le Smart TV di Samsung ed LG successive al 2016 sono idonee al servizio Tim Vision mentre non sono compatibili le TV Philips “. … ma leggi tutto il post fino alla fine prima di prendere decisioni affrettate! 😉
Volendo acquistare un nuovo TV non volevo avere sorprese, ma avrei preferito orientarmi su un dispositivo Android piuttosto che su uno con un O.S. proprietario, come avviene nel caso dei Samsung ed LG. Ho quindi domandato esplicitamente quali fossero gli Smart TV Android che supportano il servizio TIMVISION. Mi è stata fornita la seguente risposta che meglio specifica, come evidenziato in grassetto, come il supporto di TIMVISION avviene sugli Smart TV Android: “TIMVISION è disponibile e accessibile sui Decoder TIM, Smart TV Samsung (modelli 2014 e successivi), Smart TV LG (WebOS) e Smart TV Android da app TIMVISION. Per maggiori info e dettagli, puoi consultare il sito www.timvision.it“. A questo punto sono rimasto ancora più confuso!! A parte l’utile precisazione evidenziata in grassetto, quelle indicazioni le avevo già trovate nella pagina di help specifica del sito di TIMVISION, … e la risposta fornisce indicazioni troppo generiche riguardo a quelle che vengono indicate genericamente come “Smart TV Android“: da una parte si parla solo di “Android TV Sony“, poi, nella prima risposta, mi viene detto che “non sono compatibili le TV Philips“, sebbene siano anche quelle con sistema operativo Android. Basta quindi solo scaricare nei TV Philips l’app TIMVISION e poi questa può essere utilizzata anche con quei dispositivi oppure (come spesso avviene con certi TV box cinesi), seppure si possa installare dal Play Store, una volta in esecuzione si riesce solo navigare nella sezione di programmazione dei film, ma non a vedere i film?
Ho ottenuto quindi le seguenti ulteriori delucidazioni: “Il servizio TIMVISION è disponibile e accessibile sui Decoder TIM, Smart TV Samsung modelli 2014 e successivi, Smart TV LG modelli dal 2013 e successivi e Smart TV Android compatibili con l’applicazione TIMVISION. Su PC – Sistemi Operativi compatibili (versioni minime): Windows (Vista), Macintosh OS X (10.4.11). Browsers compatibili (version minime): MS Internet Explorer (10.+), MS Edge (25+), Firefox (33+), Chrome (39+), Safari (7.0+). Player : Microsoft Silverlight (5.1+ installato sul tuo PC e Adobe Flash Player (last) . E’ importante che siano le ultime versioni disponibili. Smartphone e Tablet Android e Windows Phone 8 con App dedicata Iphone e i-Pad. In mobilità da sim TIM il traffico Internet è incluso su apn wap.tim.it e ibox.tim.it“.
Resta comunque il problema di sapere quali sono gli “Smart TV Android compatibili con l’app TIMVISION“!
Solo insistendo ancora ho ricevuto successivamente questa risposta definitiva e chiarificatrice: “Il televisore deve essere Android e puoi scegliere qualsiasi marca/modello“.
D’altra parte anche leggendo commenti di alcuni clienti Amazon che hanno acquistato recenti modelli di Smart TV Philips, che hanno OS Android, confermano la loro idoneità alla visione di TIMVISION, così come di RaiPlay … per quanto affidabili possano essere le loro risposte:
Risposta: Si RaiPlay è già installato, come netflix e youtyube. Non tutte le applicazioni sono disponibili, però mi sembra che stiano allargando il numero. Ad esempio amazon prime video ora è disponibile.
Penso sarebbe assai utile avere, in qualche forum TIM / TIMVISION, una visibilità diretta dell’esperienza dei clienti di TIMVISION, anche relativamente alla compatibilità di marche e modelli TV, a comprovare la sua compatibilità diffusa di usufruirne un po’ ovunque!
Purtroppo poco è servito invece contattare il servizio clienti Philips che sono stati assai cauti nella risposta, utilizzando il tempo condizionale che, nel dubbio, non mi invoglierebbe all’acquisto: “La tv indicata, essendo dotata di sistema operativo Android, dovrebbe essere predisposta dell’App Tim Vision“, con di seguito le indicazioni su come eventualmente aggiornare il firmware del TV…
Risposta del Customer Care Philips
Ho quindi chiesto loro maggiori informazioni … ma non mi sembra mi abbiano fornito una risposta appropriata usando dei condizionali: ciò non mi quindi invogliato a considerare quella marca nel mio acquisto 😉
Alla fine ho poi preso un TV Samsung UE65LS003AUXZT (43″) ‘The Frame‘ dove TIMVISION non risulta preinstallato, ma si può comunque agevolmente installare dal suo store, così come molte altre applicazioni come, ad esempio, RAIPlay: … e poi l’idea del televisore quadro l’ho trovata davvero originale e bella! 😉
Ho poi appreso che le app sviluppate da Samsung per i propri dispositivi sono realizzate con il framework DOTNET Core … e penso che sia una garanzia della loro portabilità anche nel futuro 🙂
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Chiavetta Fire TV Stick di Amazon _________________________________________________
Innanzitutto conviene verificare che il Fire TV Stick sia aggiornato ed eventualmente forzare tale procedura andando su La mia Fire TV (un tempo era chiamato Dispositivo) -> Informazioni -> Aggiornamento di sistema.
Nota che, per vedere un video quale quelli proposti dall’app TIM VISION, puoi anche utilizzare la chiavetta Fire TV Stick anche con un qualsiasi monitor per PC (che abbia ovviamente un attacco HDMI) e non c’è necessità di avere necessariamente un TV.
_______________ P.S. 12/06/2019
Finalmente l’app TIMVISION è presente ufficialmente nello Store di Amazon Fire Stick. Qualora tu abbia installato manualmente l’apk di qualche versione non ancora ufficiale dell’app, conviene (dopo averne verificato la versione) disinstallarla per poi reinstallare l’app prendendola direttamente dallo Store Amazon. In questo modo ci si assicura che eventuali futuri suoi aggiornamenti siano effettuati in modo automatico.
Sicuramente l’uso di chiavette quali il Fire TV Stick costituisce un agevole mezzo utilizzabile ovunque anche in vacanza: basta infatti collegare la chiavetta al WiFi generato dal propio telefonino attivando la sua funzionalità di tethering, per poter vedre film su un qualsiasi TV, anche in un albergo.
NOTA: per poter installare qualsiasi app aggiuntiva (anche se gratuita) dallo Store di Amazon dal Fire TV Stick (e quindi anche quella di TIMVISION), devi avere registrato un metodo di pagamento di default sul sito di Amazon. Diversamente quando sul televisore fai click sull’icona di installazione per l’app trovata nello Store di Amazon, questa non si scarica e viene mostrata una finestra di popup che appunto avverte della mancanza di una forma di pagamento di default (anche se l’app è gratuita come lo è TIMVISION!). Risulta perciò necessario andare con il PC sul sito Amazon, accedere nella sezione relativa al proprio account, entrare nella cartella Opzioni di pagamento e quindi scegliere una forma di pagamento di default tra quelle elencate (e.g. una delle carte di credito ch hai registrato per gli acquisti):
Nota infine che le credenziali da fornire una volta lanciata per la prima volta la app TIMVISION sul televisore, sono ovviamente quelle relative alla registrazione che uno ha fatto sul sito TIMVISION (vedi spiegazioni all’inizio del post) e non quelle di Amazon.
La sezione in cui è stata inserita l’app TIMVISION non è così agevole da trovare come dovrebbe … ed anch’io ne ho aperte diverse prima di trovarla! La sezione non è “Movies & TV“, la prima visitata in quanto sembrerebbe la più indicata, bensí Intrattenimento. Anche aggiornando il Fire TV Stick all’ultima versione [O.S. 5.2.7.0 (639566220)] quella categoria continua ad esserci e al suo interno permane TIMVISION … Si noti che purtroppo sembra non esista una funzionalità di ricerca accedendo all’App Store Amazon da Fire TV Stick … per cui si deve necessariamente andarla a cercare una specifica app entrando dentro la specifica categoria in cui è stata inserita 😦
Categoria Intrattenimento in cui si trova l’app TIMVISION (1)
Categoria Intrattenimento in cui si trova l’app TIMVISION (2)
… anche se qualcuno nel forum della community TIM si lamenta che quella categoria non l’ha sebbene la versione del S.O. del Fire TV Stick sia la medesima! Si noti, dalla immagine seguente, che l’ordinamento è differente e manchino diverse categorie quali Giochi, Podcast, Motivi, Libri e fumetti, Immobili, Informazioni utili sulle città … oltre che, appunto, Intrattenimento!!
Categorie (ridotte) visualizzate da alcuni Fire TV Stick, secondo quanto indicato da alcuni partecipanti del sito della Community TIM
Ho provato a farmi telefonare dal servizio clienti Amazon per capire quel problema sulla mancanza di categorie (ed in particolare di quella Intrattenimento in cui c’è TIMVISION) riscontrato da alcune persone. Queste hanno evidenziato non solo un ordinamento delle categorie che è differente dal mio, ma soprattuttola mancanza di diverse di loro (e.g. Podcast, Motivi, Libri e fumetti, Informazioni utili sulle città … oltre che, appunto, Intrattenimento). L’operatore mi ha detto che ciò è molto strano ed ipotizzava un possibile problema di malfunzionamento della chiavetta o della sua memoria. Mi ha suggerito innanzituitto di effettuare il reset della chiavetta per riportarla nelle condizioni iniziali di fabbrica. Ho visto che tale reset si può effettuare in due modi:
Da menu: Impostazioni -> Dispositivo -> Ripristina i valori di fabbrica – Reset;
Da telecomando: premendo e tenendo premuti contemporaneamente i tasti Indietro e Destra fin quando non appare la schermata di reset a cui si deve ovviamente acconsentire.
Se anche dopo il reset la situazione delle categorie non cambia, mi ha detto che è necessario che proprio l’utente che ha acquistato la chiavetta Fire TV Stick con quella anomalia (quindi non io) contatti personalmente il servizio clienti Amazon con il suo account, in modo che possano vedere la versione specifica (e relativo numero seriale) del prodotto acquistato ed operare con eventualmente il supporto dei loro sviluppatori. Invito quindi a seguire tale procedura a tutti coloro che riscontrassero quella anomalia … e poi magari lasciare un commento al post 😉
Ho provato anche a ricontattarli, per sentire una seconda versione di un diverso operatore, questa volta per chat … e così rimaneva nero su bianco 🙂 Riporto le parti salienti della chat:
09:57 AM MESTLuca: Enzo tutta la visualizzazione della Fire TV dipende da diverse applicazioni, anche non visibili. Nel senso che sono applicazioni di sistema che fanno parte del software. Quindi gli aggiornamenti modificano anche la visualizzazione. Ora gli aggiornamenti non vengono diffusi tutti contemporaneamente per tutte le Fire TV, quindi questa volta la sua potrebbe avere aggiornamenti in ritardo.
09:54 AM MESTLuca: Ripeto a scanso di equivoci che non ho possibilità di vedere la Fire Tv della tua Amica, quindi non ho modo di fare dei paragoni. Per capirci: qualcosa nella Fire TV della tu amica potrebbe essere diverso dal tuo per mille motivi.
10:00 AM MESTEnzo Contini: Podcast, Motivi, Libri e fumetti, Immobili, Informazioni utili sulle città … oltre che, appunto, Intrattenimento, mi confermi che dovrebbero vedersi su TUTTI i FireTV Stick? 10:02 AM MESTLuca: Enzo al momento quelle sono categorie visibili sul sistema della Fire TV.
10:07 AM MEST Enzo Contini: … comunque personalmente non riesco a capire, perchè le categorie mancanti io le ho da sempre (da più di un anno) … Ok grazie 10:07 AM MEST Luca: Pensiamo anche Enzo che la Fire TV della tua amica potrebbe avere altri problemi. Non vedendola e non sapendone niente è difficile capire quale sia il problema. Dille di chiamarci con il suo account che verifichiamo lo stato del suo Fire TV Stick
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Comunque si può trovare ed installare sul Fire TV Stick l’app TIMVISION anche andando con un PC sul sito Amazon e cercando “timvision” su Tutte le categorie (ENG: All departmants] o su quella opportuna: purtroppo la navigazione è un po’ differente a seconda se si usa Amazon.com (in inglese). [ENG: categoria Fire TV Apps (All Models)] [ENG: Your Account -> Fire TV Apps] o Amazon.it (in italiano) [IT: categoria App e Giochi] [IT: Il mio account -> Contenuti digitali e dispositivi – Applicazioni ed altro – Applicazioni per tablet Fire].
[IT: Il mio account -> Contenuti digitali e dispositivi – Applicazioni ed altro – Applicazioni per tablet Fire]
App TIMVISION ricercandola da PC sul sito di Amazon
Comunque ho visto che anche su PC, dal sito Amazon, una volta trovata l’app TIMVISION ed andando nella sua pagina specifica di descrizione, la si può acquistate (a gratis) e poi, premendo il pulsante Deliver, si può far sì che venga “consegnata” al device indicato nella combo soprastante (i.e. la tua Fire TV Stick): immagino che in quel modo, la prima volta che si utilizzerà il proprio Fire TV Stick, quell’app verrà automaticamente scaricata/installata (analogamente a quanto avviene quando si acquista un ebook sul Amazon e poi uno lo se lo ritrova sul proprio Kindle).
Dal sito Amazon è possibile acquistare (gratis) l’app TIMVISION e anche richiedere di installarla sul proprio Fire TV Stick
_______________ 20/8/2019
Qualcuno sul forum segnala di avere avuto problemi nel primo accesso a TIMVISION dopo avere installato l’app sul Fire TV Stick. L’autenticazione l’aveva fatta scegliendo l’opzione di accesso tramite linea fissa TIM: dopo avere fatto questa scelta, gli venivano chieste le credenziali, ma poi una volta cliccato avanti, gli si apriva per qualche secondo la home di TIMVISION ma poi gli venivano richieste le credenziali … entrando così in un loop infinito. Il problema di questo primo accesso si è risolto non scegliendo di effettuare l’autenticazione tramite “la tua linea fissa”. Tuttavia, dal momento che, per via della scelta iniziale, in automatico l’app TIMVISION ora si connetteva alla rete fissa di casa (appena si apriva l’app, in automatico, senza richiedere più se si desiderava collegarsi alla rete di casa, andava subito alla richiesta delle credenziali di accesso), la cosa più agevole da fare è stata quella di disinstallare l’app, installarla nuovamente e, alla prima apertura, non selezionare di l’opzione di collegare TIMVISION alla rete fissa, ma quella di accederci tramite account: per far funzionare correttamente il tutto è bastato quindi poi inserire le credenziali generate precedentemente tramite accesso a TIMVISION da un altro dispositivo. Consiglio quindi di utilizzare la medesima procedura se vi incappate nel medesimo problema!
_______________ P.S. 20/12/2018 A breve ci sarà una versione ufficiale dell’app TIM Vision che funziona sul Fire Stick di Amazon. Attualmente è una beta in prova ma è solo questione di poco tempo per vederla comparirà verosimilmente nello Store di Amazon e magari, se faranno un accordo tra aziende, anche tra quelle preferite proposte. Così è stato per RaiPlay …
_______________ P.S. 24/12/2018 Nota: avendo io ora uno Smart TV, non ho provato personalmente la procedura seguente sul Fire TV Stick. Si tratta comunque di una procedura che ora sembra funzionare, ma domani chissà… 😦 Si rimane in attesa di un supporto ufficiale e supportato.
Da un nuovo post forum della Community TIM di Lucapepe si legge: “Oggi ho aggiornato, tramite Aptoide TV, da Kodi 18 beta 5 a rc01 uscita pochi giorni fa. Ho fatto per sicurezza anche un aggiornamento del plugin (anche se la versione installata aveva un numero di release pari all’ultimo disponibile ), ho riavviato Kodi e ora finalmente non crasha più“.
Nuv conferma: “L’aggiornamento a Kodi 18.0 RC1 tramite Aptoide TV e senza reinstallare l’add-on di TimVision che già avevo, v. 1.0.24) TIMvision magicamente funziona!
Probabilmente la 18 RC1 funziona in generale, tuttavia, a beneficio degli altri che effettueranno lo stesso intervento magari nei prossimi mesi con il rischio che la versione di Kodi presente oggi su Aptoide TV venga modificata, la versione sicuramente funzionante è quella compilata il 21 Novembre 2018.
5/8/2018 Purtroppo l’ho provata e non funziona più!! Sempre da quel forum, anche la persona che l’aveva suggerito, indica che da qualche giorno (probabilmente per via di qualche modifica lato servizio) anche quella versione non funziona più e l’app rimane in loop. Temo che sarà necessario aspettare un supporto ufficiale da parte di TIM anche per questo dispositivo, così come lo è per l’analoga Chromecast … Conviene comunque ogni tanto visitare quel forum su WeTIM per vedere se qualcuno indica qualche ulteriore soluzione … e semmai avvertitemi con un commento a questo post! 😉
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La chiavetta Fire TV Stick di Amazon NON consente di default di vedere TIMVISION, almeno attualmente (P.S.12/06/2019 – Finalmente l’app TIMvision è presente ufficialmente nello Store di Amazon Fire Stick), non comparendo tra i programmi elencati ed installabili: esiste infatti attualmente un contenzioso tra Amazon e Google che impedisce di scaricare direttamente le app dal Google Play Store. Tuttavia si possono provare alcune strade alternative per avere l’app TIMVISION sul Fire TV Stick. Io attualmente ho provato a farlo tramite una installazione da smartphone Android, utilizzando l’app (non ufficiale) app2fire che richiede di avere sul proprio cellulare Android sia quell’app sia l’app che vuoi installare sul Fire TV Stick, ad esempio TIMVISION). Avendo un telefono Android del 2014 con la vecchia versione 4 di Android (non sono un fan di quel sistema operativo :-)), non mi è stato possibile installare l’ultima versione di TIMVISION che richiede versioni più recenti di quel Sistema Operativo: con quella vecchia versione, lanciando l’app TIMVISION compare un popup di avvertimento, che avverte: “Il dispositivo non supporta i Google Play Services” … che effettivamente non compaiono come presenti su quel device. Anche installandoli, sempre tramite l’app app2fire, TIMVISION continua a fornire lo stesso errore. Analogamente, anche l’app RAIPLAY, quando l’ho installata dal mio vecchio cellulare Android tramite l’app app2fire, non funziona su quella chiavetta TV: una volta lanciata, rimane sullo screenshot iniziale. Esistono comunque guide che descrivono come installare comunque sul Fire TV Stick l’ultimo apk disponibile nel Play Store (e.g. come installare Sky Go su Amazon Fire TV Stick, Rai Play e TIMVISION, come continuare a guardare YouTube). Per scaricarmi perciò l’apk dell’ultima versione Android di TIMVISION sul proprio PC, per poi successivamente installarlo sul Fire TV Stick, si può utilizzare il metodo descritto in questo video, utilizzando il sito APK Downloader: attualmente, come dirò in dettaglio nel seguito, neppure questa procedura mi ha consentito di avere quell’app funzionante sulla chiavetta, ma lo era e forse lo sarà nuovamente in futuro in passato, per cui nel seguito la descriverò comunque. La procedura richiede che, una volta ricercata con il PC l’app TIM VISION nel Google Play Store, si copi l’URL di quella pagina (e.g. https://play.google.com/store/apps/details?id=it.telecomitalia.cubovision ) e la si inserisca nel form di un sito che consenta il download degli apk (e.g. APK Downloader) per scaricare il file di installazione di quell’app. Premendo il tasto di Invio in quel form, si giunge ad una successiva pagina dove, premendo il tasto DOWNLOAD APK FILE, si attiva la procedura di download sul PC della versione più recente di quel file (i.e. it.telecomitalia.cubovision_8xxx.apk). NOTA: se il file scaricato ha come estensione .zip, rinominarla in .apk
Copia il link della pagina del Google Play Store relativa all’app TIM VISION
Incolla l’URL di TIM VISION nel sito APK Downloader e premi il tasto Invia
Premendo DOWNLOAD APK FILE, viene iniziata la procedura per scaricare il file di installazione apk: talvolta può dare errore … ed è necessario riprovare, magari in un altro momento … ma funziona! 😉
Per quindi installare sul Fire TV Stick quell’apk scaricato sul proprio PC Windows, eseguire i seguenti passi indicati anche in questa guida:
Dalla Fire TV Stick recarsi in Impostazioni > La mia Fire TV (un tempo era chiamato Dispositivo) > Opzioni Sviluppatore;
Impostare la voce acceso su sia Debug ADB sia Applicazioni da fonti sconosciute;
Attivare in Opzioni Sviluppatore l’opzione per installare Applicazioni da fonti sconosciute
Collegare il Fire TV Stick al PC tramite il suo cavo MicroUSB ed aspettare che Windows riconosca quel dispositivo collegato che viene indicato in This PC come MTP USB Device (NOTA: infatti tale cavo non serve solo per alimentarlo, ma permette anche di vederlo come una normale periferica usandolo per collegarlo ad una porta USB di un PC);
Collegando il Fire TV Stick al PC tramite il suo cavo MicroUSB, viene indicato in This PC come una normale periferica MTP USB Device
Copiare l’APK dell’app TIM VISION nel Fire TV Stick, ad esempio nella sua sottocartella dedicata ai download (MTP USB Device\Memoria interna\Download);
Dalla pagina Home di Fire TV Stick selezionare Categorie > Utility;
Scaricare ES File Explorer e avviarlo: si tratta di un’app che consente di esplorare tutta la memoria del dispositivo e che serve.
Seleziona, con quel File Explorer, Locale > Memoria interna e navigare poi nella directory in cui è stato messo l’apk che si desidera installare(e.g. la directory Download).
Selezionare quindi il file .apk precedentemente copiato e premere il tasto centrale del telecomando del Fire Stick Amazon per iniziare la procedura di installazione di quell’app. Ovviamente alla popup che compare è necessario selezionare il pulsante Installa.
Per poi vedere visualizzata tale app tra i preferiti, è sufficiente scorrere la prima riga della Home del Fire Stick (relativa appunto a Le tue app e giochi), premere il pulsante Visualizza Tutto e quindi selezionare quell’app (probabilmente si trova in fondo essendo stata appena installata).NOTA: come già sottolineato, attualmente (versione 8041 di TIMVISION) non funziona più sul dispositivo Fire TV Stick e fornisce un generico avvertimento bloccante (“Una nuova versione è disponibile. E’ necessario aggiornare per continuare a fruire dei contenuti“).Lo sarà a breve nel futuro come lo è stato nel recente passato, per cui conviene riprovare questa procedura con i nuovi futuri apk rilasciati sul Play Store: nei prossimi mesi verrà probabilmente pubblicata nel Play Store una versione compatibile anche con il Fire TV Stick. Si noti che attualmente esiste una versione di TIMVISION anche su Aptoide TV (vedi il metodo spiegato successivamente per installare RaiPlay), ma si tratta attualmente di una versione vecchia che richiede ancora i Google Play Services non presenti nel dispositivo, per cui a maggior ragione, anche lei non funziona una volta installata: anche in questo caso, nel futuro potrebbe esserci qui una versione compatibile …
Versione di TIMVISION che si trova attualmente su Aptoide TV (attualmente non funzionante sul Fire TV Stick)
Ci sono poi anche altri Store dove risulta possibile scaricare un’app TIM Vision non ufficiale per dispositivi Android (ad esempio su Apkpure) ma anche qui possono funzionare per un certo periodo ma non è detto che lo siano sempre con i successivi aggiornamenti della piattaforma. Come si legge in questo articolo, per provare ad installare quella versione unofficial basta andare a ricercare Impostazioni > Dispositivo > Opzioni Sviluppatore , consentire queste due voci: Debug ADB e Applicazioni da fonti sconosciute, scaricare (dal proprio dispositivo smartphone/tablet) l’apk presente su Apkpure ed installarlo, per poi (dalla Home di Amazon Fire Stick) recarsi nella cartella Le Tue Applicazioni e successivamente su Visualizza Tutto per cercare l’applicazione TIM Vision appena installata e avviarla.
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Chiavetta ChromeCast di Google _________________________________________________
Personalmente non ho avuto modo di provare TIMVISION utilizzando la chiavetta ChromeCast di Google ma il discorso è analogo a quanto visto per l’analoga chiavetta Fire TV Stick di Amazon. Tale app è presente nello Store di Google da molto tempo e quindi, una volta installata agendo sull’interfaccia resa disponibile sul monitor del TV, i servizi offerti da TIMVISION risultano tutti accessibili.
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Proiettore Video con S.O. Android _________________________________________________
Diversi sono i proiettori che forniscono la possibilità di installare applicazioni Android. Ad esempio, io ho il proiettore XGIMI H2 che presenta tra le app preinstallate anche l’app dello store Aptoide che mostra tuttavia solo una decina di app testate e presenti in quello store. Le altre devono invece essere scaricate da PC e poi installate, una volta trasferite sul proiettore: ovviamente per quelle non è garantita la completa compatibilità su quel dispositivo specifico.
Ho visto comunque che sullo store Aptoide esiste TIMVISION (ovviamente non ufficiale essendo quello uno Store parallelo e quindi non certo supportata), ma non ho ancora provato a scaricarlo e provarlo su quel proiettore. Anche nel caso di questo proiettore esiste la possibilità di installare apk reperiti su Internet e scaricati sul proprio PC. La procedura di come fare viene mostrata, per quel proiettore, in questo video su YouTube: sostanzialmente dopo avere scaricato il file, si cambia sul PC il nome del suo suffisso da apk ad apk.1 (e.g. nell’esempio del video diventa LikeTV V1.10.apk.1 riferendosi all’installazione dell’apk per l’app LikeTV); quindi, operando dal File Manager, lo si seleziona e lo si apre come Others ed indicando open with -> Package installer. Una volta eseguito poi l’apk ed installata quell’app, quella comparirà nella Homepage del dispositivo.
Attualmente non ho ancora provato tuttavia ad installarlo su quel proiettore …
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Raiplay su Fire TV Stick _________________________________________________
P.S. 12/2018 – RaiPlay è ora disponibile direttamente dallo Store di Amazon per cui adesso è più agevole e conveniente installarlo da lì 🙂 __________________
Relativamente a RaiPlay, la cui installazione utilizzando app2stick con il mio Android obsoleto non mi ha funzionato, nel seguito viene fornito un metodo alternativo invece funzionante:
Abilitare il Fire TV Stick ad accettare app da fonti sconosciute, recandosi in Impostazioni > Dispositivo > Opzioni Sviluppatore; ed impostando la voce acceso su Debug ADB e Applicazioni da fonti sconosciute.
Dalla Home del Fire TV Stick selezionare Categorie > Utility;
Premendo il tasto Install, procedere all’installazione di Aptoide TV (versione ottimizzata per Set Top Box e Smart TV di Aptoide, market alternativo per Android che consente di scaricare moltissime applicazioni, tra cui Kodi, browser come Firefox, applicazioni di streaming musicale come Spotify e tante altre app non direttamente scaricabili dal Google Play Store).
Ora è possibile lanciare l’app Aptoide TV, store alternativo di app Android, e ricercare in esso (con la sua funzionalità di ricerca, realizzata dell’icona lente di ingrandimento) l’app RaiPlay per poi installarla.
Puoi vedere anche questo video tutorial se hai ancora dubbi!
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Link di interesse _________________________________________________
Nel seguente post riporto alcuni articoli che fanno riferimento al parco Michelotti ed in particolare alle vicende del giardino zoologico, dalla sua nascita nel 1955 alla sua chiusura nel 1987. Ho trovato assai utile leggere questi articoli giornalistici per comprenderne la storia del parco … e anche solo lo stile stesso con cui sono stati scritti forniscono già di per sé delle indicazioni rilevanti sul modo di pensare di quei decenni. Spesso, infatti, gli articoli sono ironici verso gli animali e tendono ad evidenziare come fossero tenuti bene, con controlli medici continuativi ecc… eppure, chissà come mai, ogni tanto ce ne scappava uno morto!
La maggior parte delle informazioni presenti nel post sono desunte da articoli del quotidiano La Stampa. Sono partito da un articolo (Trent’anni fa chiudeva per sempre lo zoo di Torino), presente nel sito di quel quotidiano, che riporta una mini cronistoria dello zoo, integrandolo con informazioni presenti sia nell’interessante post Il giardino zoologico di Torino al Parco Michelottidel blog baldung.blogspot.it di fosforo sia nel post Il giardino zoologico di Torino de “La bottega del ciabattino“, sia da ricerche da me stesso effettuate nel bellissimo archivio storico de La Stampa dove sono state digitalizzate tutte le testate del giornale dalle sue origini (1867) fino al gennaio 2006: peccato che non abbiano proseguito ad inserire anche i numeri degli anni successivi, dove sicuramente sarebbe poi stato anche più facile, essendo il giornale già in forma digitale.
Ovviamente in quell’archivio di decine di anni sono moltissimi gli articoli relativi al parco Michelotti ed allo zoo in particolare … ma è già troppo tempo che tengo questo port privato ed è penso ora di pubblicarlo comunque: per ora ne ho riportati solo alcuni articoli, proponendomi nel tempo di inserirne ulteriori, dopo averli ricercati e letti 😉
Nel dicembre 1950viene presentato al Consiglio Comunale il progetto dell’ing. Manfredi per un giardino zoologico al Valentino, ampliato e accompagnato da un plastico degli impianti. In un primo tempo erano state individuate come aree da utilizzarsi per l’impianto dello zoo il nuovo parco della Pellerina e poi il parco pubblico Leone Ginzburg. A quest’ultimo progetto si era opposta la Soprintendenza ai Monumenti per il Piemonte, a causa della vicinanza col Monte dei Cappuccini e della Gran Madre, venne scelto quindi il vicino Parco Michelotti, più defilato e meno frequentato dalla borghesia torinese. L’idea del giardino zoologico, venne ai fratelli Arduino e Sandro Terni, cacciatori e grandi esperti di animali. I Terni, avevano rilevato il negozio di animali dei fratelli Molinar (grandi cacciatori di animali feroci) in piazza Castello e nutrivano adesso questo grandioso progetto.
15/01/1955 Dopo la decisione presa dal Comune, si cerca un giardino per la sede dello Zoo. Il parere del soprintendente ai Monumenti e alle Belle Arti: non guastare il panorama caratteristico, il Monte dei Cappuccini. Non v’è dubbio che una delle decisioni più simpatiche e popolari prese di recente dall’amministrazione civica sia stata quella di dotare Torino d’un giardino zoologico, accettando una nota proposta privata. Cosi poco pittoresca è la vita contemporanea in una grande città, così tediose e monotone sono le giornate malgrado il tumulto delle cose e dei casi straordinari — anzi, proprio per questo, perché nulla v’è di più malinconico del non potersi più stupire, nel male e nel bene —, che l’idea degli elefanti e delle tigri, degli orsi e dei pitoni, delle scimmie e dei marabù sulle rive del Po, ridestò in tutti, grandi e piccini, fantasie liete, colorite di esotismo. Benvenute dunque le belve, quando giungeranno in questa nordica e nebbiosa Torino. Dove ospitarle, dove crear loro, così la dimora, l’illusione della selva, del deserto, del fiume questa scelta, il Municipio l’ha fatta. Tra i vari luoghi che la città offre, sulla sponda del Po, a ponente di corso Moncalieri e a breve distanza dalla Gran Madre di Dio, fra la villetta della Società canottieri «Esperia» ed il grande edificio del Centro ricreativo Fiat, si stende un terreno lievemente ondulato di forse trecento metri per ottanta, con qualche albero annoso, sistemato con decoro a zone erbose, vialetti, giovani alberelli, con al centro un piazzale per giochi sportivi. E’ il Giardino Leone Ginzburg, nome caro alla memoria di tutti gli spiriti liberi e colti. I nostri padri coscritti hanno detto: Ecco il luogo ideale; il puma riudirà il mormorio delle correnti amazzonie, il giaguaro risognerà l’agguato dell’alligatore. Hanno dimenticato un particolare: che proprio sopra il Giardino Ginzburg, al di là del Corso Moncalieri. s’alza boscosa — precisiamo, in via di rimboschimento — la costa del Monte dei Cappuccini; e che questa deliziosa, impareggiabile, e tanto caratteristica architettura torinese, per metà naturale e per metà creazione dell’uomo, offre la sua visuale più bella e completa, serena, armoniosa, col nitido poliedro della chiesa del Vittozzi e il lungo fianco del convento, dal nobile ingresso di corso Cairoli, sull’opposta riva del nostro caro fiume. A questa incantevole e stampa antica bavarese serve di ben composta base, raccolta e amena, appunto il Giardino Ginzburg, ultimo lembo di terra, su codesta sponda, libero ancora d’intruse presenze di fabbricati. Perché di fabbricati, quantunque di ridotte dimensioni, necessiterà pure il nuovo giardino zoologico; gli elefanti, ad esempio, vogliono una loro casa, esigono <casette> le più freddolose fiere; poi ci saranno rocce artificiali, gabbie, steccati, reti, pali e piloni. Sappiamo che l’architetto Manfredi, incaricato di studiare la sistemazione, ha fatto miracoli, da quell’intelligente progettista che è; ma sappiamo anche che non si tengono leoni e tigri come conigli; e allora addio al fianco aprico del nostro bel Monte, già guastato da quello stupido piazzaletto-fontana. Proprio è obbligatorio, a Torino, alterare i più tipici aspetti locali? Si effettuerà la minaccia all’antica Bastita, il famoso <castelletto del Po>, cui il giovane duca Carlo Emanuele, dopo averlo comprato dai conti Scaravelli, ascendeva nel 1583 — con il corteo recante la gran croce di legno — per donarlo ai Padri Cappuccini? Di questo proposito è impensierito il soprintendente ai monumenti prof. Chierici, cui spetta anche la tutela del paesaggio torinese. Come non esserlo? Basta immaginarne le conseguenze; e con lui è d’accordo il prof. Giorgio Rosi, ispettore centrale della Direzione Antichità e Belle Arti. Si dirà: i soliti guastafeste, coi loro bastoni da gettar nelle ruote d’ogni idea accolta con favore. Nessuna festa da guastare: basta non guastare, invece, e irrimediabilmente, uno dei pochi panorami caratteristici che restano a Torino. Chi penserebbe, a Parigi, di toccare i dintorni del Pont Neuf, di disturbare la quiete della Pointe du Vert-Galant? La vera civiltà, che è sempre gusto e cultura, è fatta anche di queste minuzie. Allora, niente giardino zoologico? Manco per sogno. Ci sono altri luoghi: il Parco Michelotti, ad esempio, nei pressi del ponte Regina Margherita. Nessuno più di noi strenuo difensore del Valentino; ma, scelto bene il punto, le belve ci potrebbero stare. Poi c’è la zona, che sarà tutta giardinata, di corso Polonia. Lontana? L’elefante Annone di papa Leone X era la mascotte del popolo romano. Il popolo torinese non farà una passeggiata per vedere il suo elefante?
02/03/1955 Le partenze di Arduino e Sandro Terni per una spedizione nelle foreste Caccia per lo «Zoo». Il serraglio di Torino sarà il più moderno d’Europa. Per la costruzione del giardino zoologico, pronto secondo le previsioni entro luglio di quest’anno, i tecnici devono risolvere sempre nuovi problemi. Approvato il progetto che l’8 marzo sarà presentato al Consiglio Comunale, discussa la sistemazione, iniziate le prime delimitazioni sul terreno del parco Michelotti, si comincia orai a parlare degli animali. Una popolazione di 2000 unità non è facile da riunire tenendo conto delle migliaia di chilometri che separano il luogo di nascita di leoni e leopardi da quello dei pinguini o degli orsi polari. Ma gli organizzatori non si spaventano delle distanze, nè delle difficoltà. Fra meno di un mese cacciatori ed esperti partiranno da Torino per i quattro angoli del mondo. Primo fra tutti, come è naturale, sarà Arduino Terni, l’uomo che da parecchi lustri vive cercando e allevando, con l’amore del collezionista, animali di ogni latitudine ed è stato uno dei migliori collaboratori dei fratelli Molinar nel nome da quali continua a lavorare. <Non posso dirvi nulla per ora dello Zoo di Torino — ci ha detto stamane nel suo ufficio di via Goldoni — una cosa è certa: sarà fra i più belli e quasi certamente uno dei più moderni d’Europa. Poche gabbie, molta libertà per gli animali: questo è il nostro motto>. Terni sta preparando qualche grossa sorpresa per lo zoo di Torino. Fra pochissimo tempo andrà in Birmania a raggiungere il figlio Sandro diciottenne, partito anch’egli alla caccia di elefanti. Oltre ai grossi pachidermi arriveranno sulle rive dei Po dall’Oriente tigri malesiane, orsi, serpenti dalle lunghe schiene striate. E, forse, il rinoceronte indiano. <Sono animali ormai rarissimi, quasi introvabili — racconta Terni — un tempo gli indigeni li uccidevano senza pietà per prendere il loro unico corno da cui traevano una sottilissima polvere inebriante. Nel ’52 ho partecipato ad una battuta di caccia contro questo strano rinoceronte. Un’avventura piena di emozioni. Abbiamo impiegato un mese e mezzo per portare l’enorme bestione pesante 22 quintali, in una fossa pantanosa di dove si poteva farlo entrare, senza ferirlo, in gabbia. Il nuovo giardino sarà ricco anche di belve feroci: un collaboratore di Arduino Terni sta girando, in questo momento, le foreste dell’Africa equatoriale per catturare leoni, tigri, pantere, puma, ippopotami. Fenicotteri palmipedi, rapaci, uccelli tropicali, serpenti saranno presenti, come in ogni zoo che sia degno dir questo nome, anche nel giardino di Torino. Poiché noi vogliamo accontentare i gusti del pubblico ci porteremo anche numerose scimmie, orsi e foche, gli animali più amati dai visitatori, i veri incontrastati divi degli zoo di tutto il mondo.>
03/06/1955 Arrivano le belve. A Parco Michelotti si lavora alacremente per portare a termine la costruzione di gabbie, recinti, fontane. Gli animali saranno ospitati provvisoriamente allo zoo di Milano.
18/07/1955 Arrivano i primi ospiti. Leoncini e scimmie entrano nel giardino zoologico. Il Sindaco in visita al cantiere.
02/09/1955 La firma per lo Zoo. A mezzogiorno è stato firmato l’atto di nascita dello Zoo di Torino. Il signor Terni, amministratore della ditta Molinar, si e recato dal Sindaco e in sua presenza ha siglato la convenzione. Il giardino zoologico, uno dei più piccoli e più belli d’Europa, sarà aperto alla fine di settembre. Le scolaresche avranno ingresso libero, il prezzo del biglietti sarà di 100 lire per gli adulti e 50 lire per militari e ragazzi.
Il 20/10/1955 alla presenza del Sindaco Avv. Peyron, il giardino zoologico viene inaugurato.
Alcune centinaia di bestie d’ogni specie e d’ogni regione, I vigili del fuoco alla caccia di un pellicano fuggito nella notte.
I vigili del fuoco alla caccia di un pellicano fuggito nella notte. Da oggi pomeriggio Torino avrà un suo zoo: un pizzico di jungla nel Parco Michelotti, una delle zone più suggestive del lungo Po. Sarà uno zoo modesto nelle proporzioni, ma il più moderno di tutta Europa. Stamane arriveranno gli ultimi ritardatari: un orso bruno, regalo dello zoo di Vienna, decine di uccelli esotici e numerose scimmie. Poi il Parco sarà al completo, pronto per la cerimonia inaugurale che si svolgerà alle ore 16 con la presenza del Sindaco avv. Peyron e di altre autorità. Lo zoo (il progetto è opera dell’ing. Gabriele Manfredi) si vale di una costruzione geniale che unisce alla razionalità degli impianti, una moderna eleganza di linee: le gabbie, le vasche, le abitazioni notturne, le isole degli anfibi hanno fisionomie del tutto diverse da quelle che hanno sempre caratterizzato tali impianti. Le recinzioni, nel limite del possibile, sono ridotte al minimo, grazie anche a particolari accorgimenti i quali, mentre non consentono alcuna possibilità di fuga agli animali, danno al pubblico la impressione di vederli nella loro vita di libertà. Il terreno è variamente movimentato e i sinuosi tracciati muovendosi anche in altezza offrono una prospettiva sempre varia. Le bestie che popolano questa minuscola loro città sono alcune centinaia. Le specie rappresentate sono numerosissime, ma mancano i rettili e i pachidermi che potranno essere ospitati dallo zoo quando le possibilità finanziarie (l’opera fino ad ora è costata 80 milioni) permetteranno di realizzare anche la seconda parte del progetto la quale comprende la casa per i pachidermi, la voliera magica per gli uccelli tropicali e il terrarium per i rettili. Fra gli animali ospiti dello zoo sono un bisonte europeo regalato al sindaco di Torino dal collega di Roma, tre orsi lavatori offerti dallo zoo di Monaco, tre cervi dello zoo di Basilea, un leopardo mandato in regalo dallo zoo di Colonia. L’elenco degli altri presenti sarebbe lunghissimo; ne citeremo alcuni a caso: cinque leoni, due puma, due leopardi, dieci canguri, due lama, due tigri, una pantera nera, due orsi polari, tre cervi, un elefante, quattro otarie, quattro pellicani, cinque zebre, cento palmipedi, dodici pinguini, quattro struzzi, centinaia di scimmie e centinaia di uccelli delle specie più rare e dai colori più sgargianti. Il giardino sarà diretto dal signor Arduino Terni, un veterano nel campo zoologico, che ha al suo attivo vent’anni di Asia dedicati alla cattura e alla raccolta degli animali esotici. Un altro personaggio importantissimo per la città zoologica è il veterinario, che terrà sotto controllo tutti gli animali. Già in questi giorni ne ha due in cura: un’otaria e un pellicano. L’otaria, che è della famiglia delle foche, ha sofferto durante il lungo viaggio di trasferimento dai mari del Nord a Torino: è rimasta circa 33 ore senza potersi tuffare nell’acqua e questa astinenza le ha procurato disturbi che si sono palesati al suo arrivo con inappetenza e con il desiderio di rimanere nella tana anziché godere della magnifica piscina azzurra a disposizione sua e delle compagne. Adesso ogni mattina il veterinario fa all’otaria ammalata una iniezione e imbottisce di pillole una delle tante sardine che le sono destinate per pasto. Il pellicano è malato per una brutta avventura che egli stesso ha voluto vivere. Appena giunto allo zoo, approfittando del fatto che il suo recinto non era ancora ultimato, riusciva a fuggire e si rifugiava nel Po, sotto il ponte Regina, dove rimaneva per tutta la notte. L’indomani mattina, quando i pompieri, in barca, cercavano di vaticinarglisi, riusciva ad allontanarsi nuovamente. Più tardi veniva raggiunto e catturato; ma aveva un’ala colpita da una scarica di pallini tiratagli evidentemente da un cacciatore poco scrupoloso. Nel giardino zoologico un ampio settore è dedicato alle scimmie. Nelle giornate estive o comunque non fredde le scimmie potranno stare all’aperto in un’ampia isola al centro di un pozzo di cemento di una ventina di metri di diametro e profondo circa tre. Ai visitatori, che seguendo un percorso in salita si affacceranno alla sommità del pozzo, gli agili animali daranno lo spettacolo dei loro giochi: l’isola è infatti una specie di luna park, con ruota della fortuna, giostra, sbarra e altalena. Un’altra originale costruzione all’interno dello zoo è quella della « casa dei leoni e delle tigri, la quale fa spicco per i quattro alti coni di cemento e vetro che sovrastano le gabbie e alla cui sommità sono installati gli aeratori. I coni di vetro daranno luce di giorno nelle gabbie e di notte, illuminati, saranno visibili dall’altre Po. Il quadro scenografico del giardino è completato, oltreché dalle rocce che delimitano i settori degli orsi e delle otarie, dalle piantagioni che, quando raggiungeranno il loro pieno vigore, daranno un aspetto di vera jungla all’insieme dello zoo. Ai fanciulli che con impazienza aspettano l’apertura del giardino sarà riservata una sorpresa: essi dovranno rispondere a un referendum per dare il nome all’unico elefante dello zoo che é arrivato al Michelotti nella mattinata di ieri dalla Birmania.
piccola giungla in riva al Po. Inaugurato sotto la pioggia lo zoo del Parco Michelotti. Un incidente prima della cerimonia: crolla un platano sulla «casa» del bisonte – Subbuglio tra le belve mentre accorre la Celere Presenti le autorità cittadine, tra cui il Sindaco, il Prefetto, il Presidente della • Provincia e 11 Questore è stato inaugurato ieri pomeriggio lo Zoo del Parco Michelotti, dedicato alla memoria di Guido ed Augusto Molinar. Sotto una pioggia fredda e insistente il tradizionale nastro è stato tagliato dalle ( vedove dei due fratelli, signore Gemma e Marluccia. II. Sindaco ha pronunciato il discorso d’occasione, rievocando le difficoltà a cui lo zoo è andato Incontro prima di potere essere aperto, e ha elogiato l’opera, del progettista, ing. Manfredi e del presidente della società Molinar Arduino- Terni, Autorità e invitati (un folto gruppo tra cui erano numerosi 1 bambini), nonostante la pioggia hanno compiuto un’attenta visita a tutti i recinti. Nell’interno della « casa dei leoni » sormontata da quattro svelti coni in vetrocemento ha pronunciato un discorso il . prof. Chigi, dell’Università di Bologna, che ha illustrato la funzione dei giardini zoologici e ha rievocato l’illustre tradizione di Torino nel settore degli studi di storia naturale. Il discorso è stato punteggiato dai ruggiti dei leoni e dai miagola dei puma. Per il battesimo dello zoo sono arrivate adesioni da ministri e sottosegretari (Romita, Badini Confalonieri, Bovetti) ed i calorosi auguri delle direzioni dei principali giardini zoologici europei da Vincennes a Berlino, da Schoenbrunn a Praga, da Krefeld a Wassenaar a Londra. L’inaugurazione si è svolta in un clima di serenità e di festa, nonostante il maltempo. Ma poco prima, verso lo 13,30, un singolare incidente aveva gettato l’allarmo in tutto lo zoo. Protagonista dell’incidente: un grosso bisonte dall’aspetto minaccioso, un magnifico esemplare donato al sindaco Peyron dal sindaco di Roma Rebecchini. Il bisonte era arrivato a Torino racchiuso in una solida gabbia, accompagnato da un apposito custode, Leonardo Pacifici. Non era ancora pronta la sua « casa ». Perciò il bestione, soffiando e muggendo, doveva trascorrere alcuni giorni sempre nella prigione. Di quando in quando tentava le sbarre a colpi di corna, insofferente di restare cosi a lungo in una cassa di pochi metri quadrati. Finalmente, ieri a mezzogiorno, la « casa » era ultimata. La gabbia veniva aperta e il bisonte, pazzo di gioia, schizzava fuori come un cataclisma e cominciava a galoppare nella nuova abitazione. Dopo di che, stanco e soddisfatto, si adagiava al suolo e si concedeva un riposo. Ad un tratto il bestione udiva un fracasso spaventoso e si risvegliava bruscamente. Mentre si rizzava sulle zampo la casa gli crollava addosso. Cos’era accaduto? Un platano, le cui radici erano state probabilmente intaccate dai recenti lavori per lo zoo, appesantito dalla violenta pioggia, si era inclinato ed era poi precipitato sopra la stalla del bisonte, schiacciandola. Il bisonte (il cui nome è Romolo) sopportava con disinvoltura il peso di una casa sulle spalle, cacciava due o tre formidabili muggiti, si scuoteva dal dorso le macerie e usciva all’aperto, in libertà, battendo con forza gli zoccoli contro il terreno, colto da un accesso di furore. La sua apparizione terrorizzava i presenti, fra cui vi erano funzionari che stavano esaminando le attrezzature dello Zoo e davano le ultime disposizioni. Tutti fuggivano, mentre Romolo si divertiva a scorrazzare qua e là, sferrandosi a corse vertiginose, con l’aspetto di una locomotiva abbandonata a se stessa senza freni. In un attimo l’Intero zoo era in subbuglio. I leoni ruggivano, le tigri balzavano nella gabbia, le scimmie stridevano. Qualcuno s’attaccava al telefono e invocavo l’intervento della Celere: ma evidentemente, nella confusione, aveva scambiato il bisonte per una tigre. Cosi dalla Questura partiva a velocità elevatissima una camionetta della Celere carica di agenti armati di mitra e di pistola e preparati ad un’operazione di caccia grossa, Fortunatamente tutto si risolveva in bene. Non erano necessarie le armi, bastava che il guardiano Leonardo Pacifici si avvicinasse al bisonte e gli dicesse in romanesco « Romoletto, chetati ». Subito l’animale si calmava, si lasciava catturare docilmente.
Lotta intestina fra gli ospiti dello Zoo al Parco Michelotti. L’elefante Sabè evade per annientare uno struzzo. Il pachiderma reso furiose dalle beccate del suo vicino di prigionia – Per vendicarsi sfonda un muro, afferra con la proboscide il pennuto e lo scaraventa lontano – La vittima, già reduce da un pericoloso incidente, ricoverata in grave stato. Lo struzzo aggredito dall’elefante ha dovuto essere medicato da due veterinari dello zoo.
La legge della giungla vive anche fra gli animali in cattività, (proprio come per i «capponi di Benno» di cui parlano i Promessi Sposi). Sovente, anziché fare fronte comune contro l’uomo che li tiene in prigionia, gli animali trovano modo di rendersi ancor più dura la vita l’uno con l’altro, litigando e tormentandosi. Al primo posto nella scala della litigiosità stanno le scimmie, pettegole e bizzarre, sempre pronte a tirarsi reciprocamente la coda, a rubarsi noccioline e banane; mentre all’estremo opposto stanno gli animali cosiddetti feroci, che invece passano la maggior parte del tempo a slogarsi le mandibole in fenomenali sbadigli. Nel giusto mezzo stanno gli elefanti, per lo più bonaccioni, ma talvolta facili agli scatti di collera: ed il pachidermico Sabé, che appartiene al giardino zoologico del parco Michelotti fin dalla sua fondazione, è un esempio caratteristico dell’incostanza del carattere di questi bestioni. Ne ha fatto le spese uno struzzo, suo vicino di casa, il quale però, come vedremo, ha la sua parte di colpe. Sabé non è di dimensioni molto voluminose; è poco più di un cucciolo, per la verità un cucciolo di dieci o dodici quintali che crescerà con il tempo. E forse certo il suo comportamento è dovuto proprio alla giovane età: un elefante giocherellone, per il quale lo scherzo preferito consiste nell’acciuffare il berretto del custode, quando questi passi a distanza di proboscide, ed a scaraventarlo per aria. Il suo esempio è stato seguito da un simpatico struzzo sudafricano, che abita, con alcuni colleghi, il recinto vicino. Uno struzzo anonimo (solo le bestie grosse, o le fiere, ricevono un loro appellativo), che deve avere però un vecchio rancore contro il pachiderma. Sta di fatto che il pennuto non trovava di meglio, per far passare le lunghe ore di prigionia; che infliggere formidabili beccate a Sabé, ogni volta che questo gli presentava le vistose tersa, pronto però ad allontanarsi, assumendo l’atteggiamento più innocente dei mondo non appena quello, infuriato, si voltava. Ma gli elefanti, nonostante i loro occhi siano piccolissimi, hanno la vista più acuta e rapida di quanto si creda: e Sabé aveva potuto individuare l’autore degli scherzi che, poco per volta, andavano riducendoli la pur dura pelle delle parti posteriori ad una schiumarola. Cosicché ieri ha deciso che era giunta l’ora della vendetta. Il suo furore, a lungo represso, si è scatenato in conseguenza di una beccata più penetrante del solito: allora Sabé ha perso la testa, proprio come succede agli uomini e si è lanciato con tutto il suo peso, pari ad una tonnellata, contro il muretto che divide il suo recinto da quello degli struzzi. Il muretto non ha resistito all’impeto di quella vera e propria catapulta ed è volato per aria come se fosse di cartone. A questo punto il panico si è diffuso fra gli struzzi; il pennuto colpevole, in particolar modo, ha sentito che l’ora di pagare il fio delle gravi colpe stava avvicinandosi a grandi passi, ed è corso a rifugiarsi starnazzando, agitando le corte ali, nell’angolo più lontano. Ma l’elefante l’aveva già individuato. Trascurando gli altri che se ne stavano in un solo mucchio, tremebondi, si è lanciato contro Vauiore delle boccate, l’ha afferrato con la proboscide per il collo e l’ha sollevato da terra come se fosso un fuscello. Cosi l’ha tenuto, in segno di dominio, per qualche istante, poi, facendolo volteggiare, l’ha scaraventato ad alcuni metri di distanza. C’era da temere che Sabé, gustata la voluttà della vendetta, continuasse all’impazzata a seminare il terrore fra la popolazione dello zoo, ma non è stato cosi. Sabé ha lanciato alcuni barriti di vittoria, ha galoppato pesantemente dentro il recinto, poi, come è arrivato il guardiano, si è lasciato con docilità acchiappare per la proboscide (che è il suo punto debole) e, mediante il compenso di una dozzina di zuccherini, è stato riportato a casa sua. Frattanto il povero pennuto se ne stava accovacciato a terra, con il collo disteso fra l’erba senza riuscire più ad alzarsi. Ha dovuto essere sollevalo di peso e portato all’infermeria del parco. Qui l’ha visitato il Veterinario. Sembra assai malconcio: ha riportato diversi traumi interni, ed e stata ricoverato in osservazione. Probabilmente la lezione gli è bastata e d’ora innanzi manterrà un contegno più rispettoso. E’ questa la seconda brutta avventura che gli capita per essere troppo sbarazzino: già quando l’avevano portato allo zoo, un mese addietro, aveva tentato la fuga in corso Casale ma, scivolando sul terreno lastricato, era finito lungo e disteso, lussandosi una zampa. La vita per gli animali e forse più dura fra la civiltà che non nelle savane dell’Africa meridionale.
06/03/1957 Addentato da un orso un guardiano dello zoo. Guaribile in 12 giorni.
17/08/1958 Cinque scimmie fuggono dallo zoo e dagli alberi bombardano i passanti.
28/02/1962 Bloccano il traffico in Borgo Po ventitré scimmie evase dallo Zoo.
27/07/1968 StampaSera Cleopatra, un gorilla dello Zoo, ha vinto una Fiat «500». L’altro ieri una signora, recatasi al Parco Michelotti, gli ha offerto un’acqua brillante acquistata in un chiosco. Mentre l’animale beveva avidamente, la donna. Gemma Bedello, abitante in corso Regio Parco 4, ha raccolto il tappo: dentro era indicato il premio, una Fiat «500». Naturalmente l’auto andrà alla Bedello, una vedova sui cinquant’anni. « Sono felice — ha detto — Era tanto tempo che desideravo acquistare un’auto assai utile per il mio lavoro. Stavo già mettendo i soldi da parte. Cleopatra, alla quale sono molto affezionata, mi ha portato fortuna».
29/01/1971 I leoni dello zoo se ne vanno. Previsto il trasferimento di una parte del giardino zoologico a Stupinigi Lo zoo del Parco Michelotti ospita attualmente 117 mammiferi, 739 uccelli, 114 rettili e 1353 pesci su una superficie quadrata di 50.000 metri. Uno zoo medio ormai insufficiente per una metropoli quale vuole essere Torino. Per questo il sindaco si è preoccupato di trovare una nuova sistemazione nel parco di Stupinigi. Qui sarà possibile aumentare il numero degli animali con nuove specie e creare un moderno parco zoologico in cui siano abolite le sbarre e gli animali possano vivere in un ambiente naturale e non più completamente ricostruito. E’ un nuovo orientamento già adottato in alcune capitali europee, più piacevole per i visitatori che possono unire alla visita l’occasione per una scampagnata. Ci sarà anche, sia pure in miniatura, la possibilità di un safari fotografico. Un progetto in questo senso è già stato preparato e verrà consegnato nei prossimi giorni ai competenti uffici comunali. Nel Parco Michelotti resteranno soltanto gli impianti fissi con l’acquario, che è ancora considerato fra i più moderni e completi d’Europa, una parte degli uccelli e degli animali più domestici. Verrebbe cosi ridotto lo zoo del Parco Michelotti e l’area lasciata libera diventerebbe verde pubblico con la costruzione di aiuole e fontane per il gioco dei bambini. Questa soluzione accontenterebbe tutti: chi asserisce che lo zoo del Parco Michelotti rappresenta un’attrattiva nel centro della città e coloro (sono la maggioranza) che sostengono la necessità di dare alla città un grande giardino zoologico capace di aumentare ancora il richiamo che gli animali esercitano sulla popolazione e sul turismo. Quando sarà realizzato il progetto? Impossibile dirlo. I problemi sono molti. Oltre al reperimento dell’area dietro il castello di Stupinigi sulla strada per Piossasco, è necessario creare tutti i servizi primari (acqua, luce, telefono), costruire gli edifici per il ricovero degli animali, le abitazioni dei guardiani, i recinti e creare l’habitat per le singole specie della fauna da ospitare. Il piano di massima è già pronto e, se approvato, potrà dare l’avvio al progetto esecutivo. Un’iniziativa che può contare a Torino su tecnici preparatissimi come Terni e Molinari.
L’ippopotamo dello zoo ucciso da una bambola E’ un esemplare femmina di 17 anni, proveniente dalla Somalia – Da qualche giorno non mangiava più e deperiva – Ieri la morte – All’autopsia trovata una testa di bambola (probabilmente lanciata da una bambina) che aveva bloccato lo stomaco. E’ morta Abal, l’Ippopotamo femmina del Giardino Zoologico. Ha cominciato a deperire, a rifiutare il cibo e nel fiore degli anni (ne aveva 17, che corrispondono più o meno ai trent’anni degli esseri umani) si è spenta. Un male incomprensibile che ha fatto dannare gli esperti che cercavano di curarlo. Ieri l’autopsia eseguita dal servizio veterinario del Comune, ha chiarito tutto. Qualcuno ha gettato nelle fauci sempre spalancate di Abal una bambola e la grossa testa di gomma e plastica ha bloccato lo stomaco dell’ippopotamo e l’ha ucciso. Forse Abal, che era venuta dalla lontana Somalia una quindicina di anni fa, quando lo zoo di Torino era ancora modesto: è stata uccisa per un gesto d’affetto. Una bambina, irresistibilmente attratta dalle enormi mascelle aperte, non avendo nient’altro a portata di mano da gettare all’animale, ha sacrificato la sua bambola. « E’ l’ipotesi più probabile — dice il direttore dei Giardino Zoologico. Anche se lo stesso fascino lo subiscono gli adulti. Vedono gli ippopotami grandi e grossi, credono che non soffrano nulla e gettano dentro la loro bocca tutto quello che gli capita e non si rendono conto che possono farli stare tanto male, possono uccidere, come è capitato ad Abel». Anni fa, allo zoo di Milano, morì un ippopotamo in analoghe circostanze: l’arma del delitto allora fu una palla da tennis. Abal, come abbiamo detto, era giovane, pesava una ventina di quintali, era di indole buona, si era perfettamente acclimatata. Valeva circa un milione e mezzo e, come tutti gli altri animali, era sotto costante controllo medico. Dapprima si è pensato che soffrisse di indigestione, la malattia che colpisce di più gli ippopotami che sono molto golosi. Abal ha lasciato vedovo Toro, l’ippopotamo maschio che era arrivato con lei.
18/02/1978 I molti problemi e i moltissimi progetti del Parco Michelotti Lo zoo (in letargo) aspetta finanziamenti. Al parco Michelotti, il giardino zoologico si prepara ad uscire dal letargo invernale. Proprio in questi giorni il cigno nero, «fingendo» di essere ancora in Australia, cova le sue uova tra la neve invece che in mezzo alla sabbia rovente. Intanto, mentre i procioni — ultimi arrivati — sono praticamente ambientati, si finisce di preparare la gabbia destinata ai nuovi caprioli. «Ma le novità più importanti sono altre, e riguarderanno pesci e rettili — anticipa il vicedirettore Giusto Benedetti —. Uno zoo moderno ha scopi di divulgazione naturalistica, ricerca scientifica, conservazione di specie rare, didattica. Siamo piccoli, abbiamo pensato fosse meglio restringere gli obiettivi a quest’ultimo settore, visto anche che qui arrivano più di 150 mila scolari ogni anno. Da tutto ciò, le attuali ristrutturazioni». Da maggio, la piccola sala superiore fino a ieri destinata ad una serie di acquari apparirà completamente diversa. «Tre vasche mediterranee illustreranno la vita che si svolge ai diversi livelli di profondità. In più, accanto ad alcuni esempi di acquari “giusti” e di acquari “sbagliati”, verranno esposti modelli illustrativi delle varie fasi della riproduzione, delle leggi genetiche e di un ecosistema: dei rapporti e degli equilibri, cioè, che caratterizzano un determinato ambiente». Al piano sottostante, invece, due esperimenti portati avanti con il gruppo biomarino FIAS (Federazione attività subacquee) di Torino, in primo, già in allestimento e che verrà probabilmente completato entro la tarda primavera, consiste (ed è il primo tentativo del genere realizzato in Italia), nella riproduzione artificiale di una biocenosi mediterranea. «In parole povere, si tratta di mettere insieme tutti gli organismi che vivono in natura in un certo habitat (nel caso specifico, nelle acque costiere della Liguria), e di portarli ad un equilibrio di completa autosufficienza: con il pesce grande che mangia il pesce piccolo; con il pesce piccolo che si garantisce la sopravvivenza aumentando le sue capacità riproduttive, e così via. Si tratta, ovviamente, di un’esperienza che esige un lungo rodaggio». A farne le spese, per ora, sono stati soprattutto i paguri, decimati senza pietà. Già a maggio, però, si spera che anemoni e cefaletti, oloturie e stelle marine, pesci-ago, «gallinelle» e spirografi avranno raggiunto un ragionevole patto di coabitazione. Secondo esperimento (questa volta a tempi necessariamente più lunghi) quello relativo ad un nuovo, grande «paludario». Ospiterà libellule e rane, bisce e ramarri, piante palustri e uccelli acquataci. Per completarlo, bisognerà Lezione col leopardo aspettare circa un anno. «Nel frattempo — sottolinea il direttore Terni — ci auguriamo di poter proseguire su questa strada grazie anche ad appoggi esterni di cui fino ad ora siamo sempre stati costretti a fare a meno. Questo zoo, com’è noto, dipende da una società privata che in passato poteva contare su introiti legati all’importazione ed al commercio di animali selvatici. Ora però il vento è cambiato: i paesi importatori hanno chiuso le frontiere, non possiamo più sostenere da soli un onere finanziario tanto grande. Di conseguenza speriamo che il Comune, il quale da tempo dimostra di aver capito che uno zoo non è un baraccone da fiera ma può diventare un istituto culturale con tutte le carte in regola, ci offra in futuro qualcosa in più della sua amicizia». Un omaggio, a dire il vero, è già stato offerto parecchi anni fa. Fu l’arrivo del professore di scienze Ernesto Sbarsi, dislocato qui appunto dal Comune come «guida» per le scolaresche e come responsabile delle attività culturali abbinate al settore della didattica. Tocca a questo insegnante spiegare a decine di migliaia di ragazzi i segreti dello zoo: il buon carattere della iena, i getti di sabbia con cui si difende la lince, l’indole da «maschio latino» del ghepardo il quale, quasi per far loro rabbia, si accoppia solo se in presenza di altri maschi. E tocca ancora a lui, furibondo con le enciclopedie naturalistiche italiane («Testi orribili, pieni di foto ma anche di errori mostruosi»), respingere per carenza di tempo e di personale, almeno un trentesimo delle visite di scolaresche, almeno il 90% delle insegnanti alla ricerca di una consulenza «che è ovviamente gratuita, come l’ingresso offerto a tutte le scuole della città». Appunto a Torino, patrocinato dall’istituto di antropologia, si terrà a maggio il secondo congresso nazionale dei musei scientifici naturalistici. Intanto (mentre nei giorni scorsi i giornali di mezzo mondo hanno annunciato la «clamorosa scoperta», in Nuova Zelanda, di alcuni gabbiani «Magenta Petrel» che si ritenevano scomparsi da secoli e di cui l’unico esemplare (imbalsamato) che si conosca, è ospitato nel museo zoologico torinese) si fanno sempre più concrete le voci che anticipano un grande, completo Museo delle Scienze in programma su iniziativa della Regione. Dice il prof. Sbarsi: «I ragazzi ai quali “spiego lo zoo” non sono certo quelli che hanno buttato 33 chili di pietre nella vasca delle otarie o che cercano di accecare gli animali in gabbia, sono convinto che la strada per quella coscienza naturalistica e quel rispetto verso l’ambiente che in Italia ci sono sempre mancati passi anche di qui».
23/06/1980 StampaSera Gabbiani al parco Michelotti
Gabbiani al parco Michelotti Sempre più folta la nursery dello zoo. Dopo cinque macachi, due squali, un cervo porcino, un amotrago, tre gerbilli, sei procioni e due turachi, nei giorni scorsi sono nati due gabbiani ibridi soffici come pulcini. Il padre è un gabbiano reale grigio chiaro e bianco;…
Ipotesi di chiusura. I tempi sono mutati. L’importazione di animali esotici ha subito severe restrizioni, segnando la fine di un business lucroso, la sensibilità ecologica verso il mondo animale si è affinata e l’animale dietro le sbarre non suscita più curiosità ma pena. Il giardino zoologico cittadino è economicamente in grave perdita e allo scadere della convenzione con la Ditta Molinar, risulta improponibile per le casse comunali l’accollarsi di un deficit così oneroso così come il riscatto di animali di cui non si sa più cosa fare …
8/07/1985 Duemila firme per chiuderlo. Una formale richiesta è stata inviata al sindaco da parte dell’Associazione radicale ecologista affinché il contratto di gestione del giardino zoologico, affidata a una società privata, non venga rinnovato alla scadenza del 31 dicembre. Contemporaneamente si chiede che sia avviata la procedura per smantellare l’attuale struttura». L’associazione ambientalista, con sede in via Garibaldi 13, aveva precisato che la prima preoccupazione doveva essere rivolta agli animali «prigionieri» dello zoo: «Non possono più tornare nel loro ambiente naturale, quindi dovranno essere ospitati, fino alla loro naturale estinzione, in zone protette». Un problema non da poco.
10/12/1985 Si riunisce la commissione che deciderà la sua sorte: ultimi giorni per lo zoo. Entro fine mese scade la convenzione tra il Comune e la ditta che lo gestisce. Tre ipotesi: ristrutturazione dell’impianto (la meno probabile), trasferimento o totale abolizione. Molti auspicano un territorio ampio e senza gabbie, che ospiti solo animali di queste latitudini Ore contate per lo zoo? Ne discuterà giovedì la Commissione consiliare costituita nell’ottobre scorso dalla Giunta municipale con l’obiettivo di giungere rapidamente ad una decisione. La convenzione fra i1 Comune e la ditta Molinar, che da trent’anni gestisce i1 Giardino zoologico, scade infatti i1 31 dicembre mentre l’impianto, che conta ogni anno circa 320.000 visitatori, è in cattive condizioni e necessita di interventi radicali. Si è dunque alla vigilia di scelte importanti, con tre soluzioni possibili: rinnovo della convenzione (che dovrà prevedere vasti lavori di ristrutturazione), trasferimento dell’impianto in altra sede oppure abolizione dello zoo. L’ipotesi del rinnovo è, al momento, la meno probabile. Quasi tutte le forze politiche sono d’accordo che l’area del parco Michelotti venga destinata ad altro uso. Il piano regolatore prevede che debba diventare un parco pubblico. Ampio credito trova invece, l’ipotesi del trasferimento, ma non mancano vigorose pressioni per la chiusura totale. «Sarebbe un atto di civiltà — spiega l’assessore al verde Marziano Marzano — un modo per scrollarsi di dosso retaggi che risalgono all’impero romano, rinvigoriti dopo il colonialismo, ma ora fuori dei tempi. Lo zoo, come è concepito attualmente, non va bene. Violenze ai danni degli animali sono incontestabili. Basti pensare a predatori e predati costretti a vivere a contatto di vista e di odori. I bambini avrebbero poco da perdere: lo zoo offre loro un’immagine distorta della realtà. Non va tenuto aperto solo per il fatto che si vendono molti biglietti». C’è già una precisa idea sul riutilizzo dell’area: potrebbe, nascere un parco naturalistico con le strutture murarie già esistenti usate per ospitare piante rare ed un cinematografo, inserito nel normale contesto della programmazione ma specializzato nella programmazione di pellicole a tema ecologico. L’ingegner Luigi Momo, presidente del quartiere Borgo Po, ribadisce la volontà di trovare un’alternativa all’attuale soluzione. Lo zoo non può essere mantenuto nella sua attuale collocazione. Sull’utilizzo dell’area si pronuncerà il Consiglio di Circoscrizione: un parco, magari con qualche struttura sportiva, sembra però la soluzione migliore. Primo ad aver richiesto fermamente l’abolizione dello zoo fu, oltre due anni fa, il consigliere de Sergio Galotti: «E’ una struttura anacronistica — ribadisce ora — che costringe gli animali a vivere in situazioni allucinanti e costituisce uno spettacolo diseducativo ed incivile per le giovani generazioni». Per il prof. Giusto Benedetti, direttore scientifico dello zoo, «che la convenzione venga o meno rinnovata è relativo: in caso negativo sarà la città di Torino a farsi carico dell’impianto. Una chiusura è comunque improponibile, piuttosto può essere sensato un trasferimento. Il giardino zoologico adesso è allo stretto: tre ettari sono pochi, l’ideale sarebbero una quarantina. Potremmo cosi creare recinti più ampi e zone per l’allevamento. Dove potrebbe nascere un nuovo zoo? Si è parlato di Stupinigi, della Mandria e delle Voliere. Le soluzioni più praticabili sono forse le prime due, ma è un problema che andrà analizzato nei dettagli». Oggetto di studio dovrà essere anche la gestione economica dell’Impianto se è vero, come sostiene il dottor Sodaro, responsabile amministrativo della Molinar, «che l’anno scorso il giardino zoologico ha chiuso con un rosso di quasi trenta milioni».
16/07/1986 Una settimana decisiva per il Consiglio comunale, mentre procede la verifica fra i cinque partiti di maggioranza. Nei prossimi giorni in Sala rossa si dovrà discutere la delibera che abolisce il giardino zoologico di parco Michelotti, ma proroga la situazione così com’è fino al 31 marzo 1987. «E allo scadere della concessione, si avrà l’ennesima proroga», avevano paventato i due consiglieri abolizionisti, lo stesso Marzano e Gaiotti, che si erano dimessi dalla commissione che doveva trovare un’alternativa perché in disaccordo. «Eravamo contrari alla proroga di nove mesi per la gestione Molinar, ma è passata a maggioranza. E poi quella commissione è di parte, il suo presidente è sostenitore dello zoo». Come gli altri comuni cittadini che avevano raccolto 33 mila firme per tenerlo in piedi.
17 /01/1987 Stampa Sera
PER LO ZOO LA REGIONE CHE FA? Interrogazione urgente in Consiglio regionale. L’ha presentata ieri il consigliere verde civico Angelo Pezzana. Oggetto, lo zoo di Parco Michelotti. «In relazione alle notizie circa un coinvolgimento dell’ente regionale nella soluzione del problema zoo — scrive Pezzana — …
Il Consiglio comunale ha liquidato, ieri sera, la vicenda-zoo: L’ordine del giorno approvato è, però, una scatola chiusa, sul contenuto della quale i consiglieri non si sono pronunciati e non hanno discusso pubblicamente. E’ risultato evidente che le decisioni sono state prese in corridoio e che le pubbliche dichiarazioni, stando alle quali i consiglieri erano liberi di votare secondo coscienza e sganciati da logiche di partito, non corrisponde alla realtà. Non trova-ancora risposta ufficiale uno degli interrogativi principali: Parco Michelotti sarà chiuso o no? L’ordine del giorno approvato prevede la chiusura al pubblico entro 11 31 marzo. Ciò non vuol dire, però, che verrà smantellato. Anzi, il Comune dovrebbe acquisire l’acquarlo-rettilario ed alcuni animali della ditta Molinar. Questa parte superstite, che si avvarrà della collaborazione del personale già esistente, sarà potenziata. L’ordine del giorno parla di una «struttura che dovrà comprendere ricostruzioni di ambienti fluviali con relativa fauna e flora, laboratorio didattico e centro audiovisivi, spazi espositivi, punti di osservazione dell’ecosistema fluviale». Questo zoo fluviale si svilupperà in parte nel Parco Michelotti ed in parte nel Parco delle Vallere. Quando si parla di chiudere al pubblico Parco Michelotti, si parla, presumibilmente, di un tatto temporaneo, in attesa che una commissione di esperti traduca in L’elefante lascerà, Insieme a gli altri animali (rettili e pesci esclusi), parco Michelotti termini concreti i programmi del Comune. All’acquisizione del rettilario si sono opposti i pochi protezionisti ai quali si sono affiancati 1 missini, con una dichiarazione di voto del consigliere Antinoro, che si è pronunciato contro la maggioranza. Si parla da anni di un progetto di legge dell’onorevole Zanone, che dovrebbe regolamentare la vita degli animali in cattività. Questo progetto di legge, annunciato come innovativo, sembra che si stia allineando sempre più sulle posizioni conservatrici. Si parla di stanziamenti di parecchi miliardi per la realizzazione di giardini zoologici che assolvano alle funzioni didattiche, conservative delle specie e di ricerca scientifica. Ciò spiegherebbe la tenacia con cui tanti consiglieri hanno sostenuto la validità di queste funzioni che, oggi, non sono più sostenibili. Da un animale in gabbia si può imparare solo che gli animali non devono essere tenuti in gabbia. Salvare le specie in estinzione attraverso i giardini zoologici equivale a svuotare il mare col cucchiaio. Come ha dichiarato il consigliere Alfieri, sostenitore dello zoo, si estinguono duecento specie all’anno. Uno zoo può specializzarsi nel salvataggio di una sola specie, ai fini della distruzione della natura ha poco significato, tranne che per gli esperti pagati per far sopravvivere quella specie. In sostanza una parte dello zoo esistente oggi sarà salvata per non chiudere definitivamente il discorso in attesa che la legge Zanone passi in Parlamento e che distribuisca la sua pioggia di miliardi, come è accaduto per gli stadi calcistici. Questo zoo del futuro sarà realizzato, secondo gli intenti del Comune, da un ente autonomo al quale sono chiamati a partecipare Regione, Provincia, Università, associazioni conservazionistiche ed ‘altre istanze pubbliche e private*. Molte associazioni si sono portate, in questi ultimi anni, su posizioni conservatrici, allineandosi con quelle istituzioni pubbliche che non hanno mai fatto nulla per arrestare il degrado ambientale e lo sterminio degli ‘ animali. All’opposizione sono rimasti soltanto l’Ente nazionale per la protezione degli animali ed un Comitato cittadino per la chiusura dello zoo, ma i giochi, ormai, erano fatti. Cosimo Mancini
Al Circolo della stampa Confronto sullo zoo Con il comitato che si batte per la chiusura TORINO — Opinioni a confronto sullo zoo, questa sera, ore 21, al Circolo della stampa, corso Stati Uniti 27. Il comitato, che si sta battendo per evitare ulteriori sofferenze agli animali, ha organizzato un pubblico dl- OGGI L’ULTIMA BATTAGLIA DELLE ARANCE A Ivrea oggi alle 14 ultima battaglia delle arance sulle piazze e dai balconi. É’ anche previsto l’arrivo dei carri allegorici e dei gruppi folk dell’Eporediese.^ In Municipio, ore 17,30, premiazione delle squadre di arancieri a piedi e sui carri. Alle 20, una delle cerimonie più suggestive, l’abbinamento degli scurii. Anche questo pomeriggio è attesa una folla record, finora si sono già superate le centomila presenze battito per sentire il polso della città e dei suoi amministratori, a meno di 30 giorni dalla data fissata (11 prossimo 31 marzo) per la chiusura del giardino zoologico di parco Michelotti. ‘ Dopo l’Introduzione del presidente del comitato, Allegra Agnelli, Interverranno i professori Luigi Firpo e Gianni Vattimo. Moderatore, 11 prof. Franco Monti. Una targa d’argento sarà inoltre consegnata al direttore di Stampa Sera, Michele Torre, per la sensibilità dimostrata dal quotidiano sul problema zoo. Al confronto sono stati Invitati tutti 1 pubblici amministratori, soprattutto 11 sindaco. L’incontro era stato Infatti organizzato in previsione che questa sera non vi fosse li Consiglio comunale. Ma, all’ultimo momento, quando gli inviti erano già arrivati a destinazione, – la giunta ha convocato l’assemblea In seduta straordinaria per discutere di Usi e della questione morale. Cardetti quindi, alle 31, sarà impegnato a Palazzo Civico ed ha delegato a partecipare al dibattito l’assessore all’Ecologia Ouazzone, già presidente della sottocommissione municipale che si è occupata dei problemi sorti dopo la decisione di non riconfermare la convenzione con la ditta Molinar, che per anni ha gestito lo zoo.
22/03/1987 Parte il conto alla rovescia. Zoo, ultimi sei giorni al parco Michelotti, domenica la chiusura. Rimangono 6 giorni alla chiusura dello zoo che era stato aperto 31 aa fa (1956): dice il direttore: «Ricordo quando, il 20 ottobre 1955, i giornali con orgoglio lo chiamavano La città zoologica e lodavano il progetto avveniristico dell’ing. Gabriele Manfredi …» Si è già iniziato il trasferimento degli animali. Domani una partenza massiccia, mercoledì tocca ai rinoceronti. Gli animali (quelli ancora nelle gabbie) verranno trasferiti In altri parchi. Rimarranno solo i rettili e i pesci. Adesso nella grande vasca in cemento sono rimaste sei scimmie. Le altre, con corvi e gru, sono partite per un parco di Stresa. La prossima settimana le partenze proseguiranno. Lunedì sarà la volta delle tigri, mercoledì dei rinoceronti (destinazione Olanda). Oli ultimi a lasciare il Parco Michelotti saranno gli elefanti. Per la maggior parte di loro il destino non sarebbe cambiato, in quanto si sarebbero poi ritrovati dietro ad altre sbarre in gabbie diverse.
18/04/1987 Lo zoo è chiuso da tre settimane e tutti gli animali commerciabili sono stati venduti dal proprietario, la ditta Molinar. Anche l’acquario e il rettilario, che sembrava interessassero il Comune, sono stati svuotati. Sono rimaste quattro tartarughe e un paio di serpenti di piccole dimensioni. A questi si aggiungono alcuni volatili, molti dei quali vivono liberi negli stagni del parco. Unico animale sul destino del quale non risulta siano state prese decisioni è la giraffa. Un Paese africano aveva dato la disponibilità ad accogliere l’ultimo animale dello zoo.
Lo zoo o meglio l’ex-zoo di parco Michelotti in corso Casale, dal primo luglio al 3 settembre ospiterà «Hic sunt leones» una mostra patrocinata da Arci Nova e Città di Torino di 23 artisti contemporanei. La mostra metterà a confronto «vecchie» e giovani generazioni dell’arte …
21/07/1989 TorinoSette ALL’EX ZOO ALL’EX ZOO Artistici ruggiti di vecchi e giovani leoni dell’ex zoo di Torino, per la prima volta, vengono presentate opere di artisti noti e di giovani. Entrando, nello stagno che una volta era degli aironi si è sistemata Nunzia Plescia con una scultura bianca in vetroresina. Un fischio acuto attira l’attenzione …
22/08/1989 Dopo «Hic sunt leones», quale futuro per l’ex zoo? ì progetti del Comune sulla destinazione dell’area in riva al Po Butterfly a Parco Michelotti
Ma gli animali che fine hanno fatto? Scrivono: «Che fine hanno fatto gli animali dello zoo di Torino?». La risposta è in tre pagine dattiloscritte conservate negli archivi del Comune; ed è una risposta che non può raccontare storie di libertà riconquistata: uscire dalla gabbia, tornare nell’habitat naturale, avrebbe significato per molti di loro andare incontro a morte certa. Ormai incapaci di cacciare, se mai lo sono stati, finirebbero per soccombere nella lotta per la sopravvivenza. Ma vediamo dove sono andati a finire. Ricordate i due elefanti indiani? Tra gli ultimi a sloggiare, sono ospiti dello zoo di Berlino Ovest; i tre ippopotami hanno preso la strada della Francia, presso una società specializzata nelle vendite agli zoo; i felini (a parte due leoni che vivono a Verona) popolano il parco faunistico «Le Cornelle», presso Bergamo: due giaguari, altrettanti puma, un leopardo, una pantera nera, un ghepardo. Con loro, anche zebre, procioni, civette, canguri, emù, cervi. Dodici macachi sono finiti a Villa Pallavicino, presso Novara, e altri sei a Firenze. Ventisei fenicotteri vivono a Santa Margherita di Pula, presso Cagliari, insieme a 5 pinguini, 7 fagiani e 12 anitre. La giraffa che nessuno voleva è ora a Lubiana, in Jugoslavia; da quelle parti, a Zagabria, hanno messo su casa anche i due rinoceronti bianchi. Solo per le tigri, dunque, non c’è stato niente da fare.
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Una casa per le farfalle dove viveva l’elefante Sta per calare la tela su «Hic sunt leones», la rassegna di arte povera ospitata per due mesi nei grandi spazi disegnati dall’ex zoo di corso Casale. C’è un bilancio culturale, e positivo. Ma la mostra ha anche altri meriti, primo fra tutti aver riaperto il dibattito sul futuro di un’area troppo preziosa per essere abbandonata. C’è polemica intorno alla città morta degli animali. Da due anni si attende una risposta sul suo domani, resa più difficile dagli ultimi ospiti che ancora la popolano: due tigri che nessuno vuole, tre scimmie troppo vecchie per essere trasferite, uccelli rapaci in cura o convalescenza. Chi ha visitato la mostra non ha potuto fare a meno di rincontrarli. E ha scritto a «Specchio dei tempi»: «Volete vedere due tigri rinchiuse in una specie di ripostiglio, nel più totale isolamento?». Un altro lettore: «Lo zoo è ormai fatiscente e per giunta popolato di notte da drogati e trafficanti». Tutto vero. Ci sono stati piccoli incendi, vandalismi, i custodi hanno trovato siringhe, polizia e carabinieri sono stati costretti a sloggiare decine di «pensionanti» abusivi. L’assessore Gianfranco Guazzone (de) non nasconde i problemi: «E’ innegabile che la situazione sia difficile. Ma non voglio sentir parlare di immobilismo del Comune. Stiamo lavorando per restituire dignità a quella zona, inserendola in un progetto che riguarda l’intero parco Michelotti». Lo zoo, aperto a metà degli Anni Cinquanta e ampliato nel 1959 con alcune delle costruzioni più significative, è chiuso dal 1987. Trasferiti quasi tutti gli animali, i custodi (riuniti in cooperativa) si occupano dell’acquario e dei pochi esemplari rimasti a Torino. La gente ci va soltanto in occasione di mostre o grazie a permessi speciali rilasciati di tanto in tanto alle scolaresche. Nel frattempo, una commissione di dieci specialisti ha elaborato un progetto di larga massima per il riutilizzo dell’area. Qualche esempio: laboratorio e sala didattica dove c’erano elefanti e giraffe; un bar al posto delle gabbie dei felini, la clinica per animali feriti invece delle scimmie. Sono immaginate piste ciclabili, piastre giochi, campo di calcio, la risistemazione delle aree verdi e delle sponde fluviali. Tra le ipotesi più suggestive, la creazione di una «Casa delle farfalle» che potrebbe sorgere a Est della ex casa degli elefanti. Una «butterfly house» in stile inglese, ricavata in una serra di quattrocento metri quadrati. Al suo interno, sarebbe ricostruito l’ambiente naturale delle farfalle, compresi piccoli laghi o torrentelli artificiali. Il successo dell’iniziativa appare scontato: le 80 case impiantate in Inghilterra hanno attirato oltre 600 mila visitatori in un anno. Partendo da questo studio, il lavoro è proseguito su due filoni. Cinque gruppi di studenti, finanziati da altrettante borse di studio comunali (2 milioni) e coordinati dal professor Camillo Vellano, stanno realizzando tesi di laurea sul riutilizzo dell’ex zoo. Nel frattempo un pool di docenti del Politecnico, guidati da Luciano Re, sta elaborando un progetto complessivo sul parco Michelotti. I primi documenti sono già pronti e questa fase, salvo inconvenienti, dovrebbe essere completata entro il 1989. Da questo momento, però, cominceranno altri guai. In Comune si prevede che un progetto complessivo non costerà meno di dieci miliardi. Dove trovarli? «Questo è il vero problema» ammette Guazzone. E aggiunge: «I bilanci sono sempre più magri, i mutui più difficili da contrarre. Insomma, o troviamo qualche sponsor o c’è il rischio di andare fuori tempo massimo». Lettere sono già partite verso Regione e Provincia, «ma anche loro non nuotano certo nell’oro». Restano i privati: «Chiudemmo lo zoo, primi e finora unici in Italia, su loro richiesta, per dare una dimostrazione di civiltà. Adesso, però, chiediamo un aiuto concreto». E’ l’unico modo, affermano a Palazzo civico, per arrestare il degrado della città morta.
Sere allo zoo Sere allo zoo L’estate di Caie Chantant Café Chantant, terza edizione Continua all’ex zoo-Parco Michelotti la tradizione di Café Chantant che da tre anni propone i suoi spettacoli e le sue sfilate di moda. Alle deliziose serate del piano-bar della domenica, lunedì, martedì e mercoledì, questa settimana seguiranno giovedì 22 «Romanze da salotto piemontesi e non» con il soprano Susy Picchio ed il pianista Antonello Gatta; venerdì 23 «Profumo francese», rassegna di canzoni e poesie francesi con Laura Carlini; prima dello spettacolo verrà presentata la raffinata sfilata dello Studio-Costume di Torino; sabato 24 la compagnia Dedrio propone «Parlami d’amore Manu» con Luciana Littizzetto. Il ristorante ed il bar propongono i loro piatti e servizi nella deliziosa atmosfera di un parco naturale della sponda destra del fiume Po, finalmente recuperato ai cittadini. Il successo di Café Chantant, proposto da tre anni dall’assessorato al Commercio ed Artigianato e quest’anno anche dall’assessorato al Lavoro e dalla Confesercenti e sempre dallo stesso gruppo «Futura Sistemi Pubblicitari» e dalla presentatrice Maria Grazia Regis, si è arricchito con la collaborazione dell’Ente Teatro Amatoriale Italiano, che ha curato la programmazione.
Una giornata di festa per i bambini in esplorazione tra le liane di Tarzan Ed ecco la mappa che domani inquadrerà la domenica autunnale, imbevuta d’oro e di rame, dedicata al diciassettesimo «Giro della Collina». Il ritrovo in piazza Zara a partire dalle 8, in attesa della partenza in programma alle 9,30. Due le sezioni in cui saranno suddivisi i concorrenti. Da un parte quella competitiva, valevole quale prova di campionato regionale su strada Amatori Fidai e debitamente riservata ai campionissimi della giornata. E dall’altra quella non competitiva che avrà per protagonista il solito, simpaticissimo esercito di sportivi della domenica. Senza problemi se le tre ore regolamentari del «tempo massimo» verranno sforate da qualche pausa fuori programma. La cornice giusta per ribadire che il recupero collettivo del patrimonio verde torinese è anche un modo – il più persuasivo e gratificante – per far crescere la città. Un’intera domenica di «gioco-festa-animazione» domani al parco Michelotti, nell’area dell’ex zoo, a cura della Circoscrizione San Salvario-Borgo Po in collaborazione con l’Arciragazzi. «Vengo anch’io nei giardini sul Po» il titolo dell’incontro, caratterizzato da una sottolineata ed attualissima intonazione naturalistica «per far conoscere una zona dimenticata ma ricca di fascino che in futuro potrà trasformarsi stabilmente in una sede di gioco per i ragazzi» del quartiere. Invitati in massa a partecipare al prossimo rendez-vous festivo con tanta allegria e di un buon pranzo al sacco. In programma, sotto la guida di animatori patentati: una caccia al tesoro scandita dai messaggi lasciati dagli animali che furono ospiti dello zoo, gare di orientamento naturalistico, esplorazioni, costruzione di capanne e animazione con un gruppo teatrale guidato da Tarzan insieme alla sua inseparabile scimmia Cita. In esposizione la mostra fotografica «Cuori verdi per la città» realizzata da Urbafor.
16/02/1996 PARCO MICHELOTTI – Tutti i giorni in riva al Po è aperta la fiera del gioco. Nonostante il freddo invernale, continuano le attività ludiche del Parco Giò di corso Casale (ex area zoo, vicino al Parco Michelotti). Il viaggio culturale può condurre in terre lontane o, appena dietro l’angolo di casa …
Dalla pubblicazione Alulah Taibel (1892-1984) a remarkable ornithologist, aviculturist and zoo-biologist (Spartaco Gippoliti) si legge l’abstract dell’articolo scaricabile gratuitamente: Alulah Taibel (1892-1984): un rimarchevole orni-tologo, avicoltore e biologo di zoo. Alulah Taibel è stato uno zoologo italiano di origine austriaco-yemenita. Terminata la sua carriera militare dopo la Prima Guerra Mondiale e laureatosi in Scienze Naturali a Bologna nel 1925, è stato direttore della Stazione di Pollicoltura di Rovigo e direttore scientifico del Giardino Zoologico di Torino. Mentre la sua interessante ma poco conosciuta, esperienza bellica è stata oggetto di una recente monografia, la sua opera scientifica non è stata mai motivo di discussione dopo la sua scomparsa. Nel presente contributo la sua attività scientifica è sinteticamente illustrata e si presenta l’elenco completo delle sue pubblicazioni scientifiche.
Alulah Taibel al Giardino Zoologico di Torino. / Alulah Taibel at the Turin Zoo. (Foto / Photo: Archivio Terni)
Riporto la traduzione dell’articolo:
Un libro di recente pubblicazione, Alula Taibel, ardito e naturalista (Bollini & Bragatto, 2019) tratta della complicata personalità di Alulah Taibel (o Alula M. Taibel e talvolta anche Taibell), figura unica nel mondo ornitologico italiano. Alula Antonio Taibel (dal suo certificato di nascita ufficiale) nato a Copparo (Ferrara) l’8 gennaio 1892 da Gondisalvo Taibel e Giuditta Tagliaferri. Per comprendere l’etimologia del suo nome e la storia della famiglia Taibel, i lettori sono invitati a consultare il libro citato (Bollini & Bragatto, 2019). Nel presente contributo, è stata fatta la scelta di usare Alulah perché questo era chiaramente il desiderio di Taibel “di concordare con la formulazione yemenita”. Inoltre, ha aggiunto una “M.” a suo nome che non ha alcun supporto ufficiale nei documenti disponibili, ma dovrebbe significare “Mohamed” e segnala la sua accettazione della religione musulmana, come riportato da alcune testimonianze. Invece di concentrare il suo interesse verso l’avifauna italiana, Alulah è stato influenzato dal suo mentore Alessandro Ghigi a perseguire studi sistematici sull’avifauna mondiale attraverso attività avicole ed esperimenti di allevamento (Benazzi, 1984). Riprese gli studi di Storia Naturale all’Università di Bologna nel 1923, dopo essere stato uno dei militari italiani più decorati durante la guerra italo-turca in Libia (1911) e la prima guerra mondiale. Si laureò in Storia Naturale nel 1925. Nonostante questo risultato successivo (allora aveva 33 anni) fu un ricercatore particolarmente produttivo che pubblicava ancora bene nei suoi ottant’anni. Inoltre, le abilità di Taibel includevano spedizioni sul campo e la preparazione e la gestione di esemplari sia viventi che museali, come evidenziato dalla sua spedizione in Guatemala nel 1932. Questo naturalista di prim’ordine si è anche laureato in veterinaria nel 1932 ed è diventato in seguito una figura di spicco del mondo zoo in Italia (Gippoliti & Violani, 2009). Nel 1924 iniziò a lavorare nella Stazione Avicola Sperimentale di Rovigo sotto la direzione di Ghigi. Qui iniziò anche ad allevare un certo numero di uccelli e mammiferi esotici. Nel 1936-1937 fu consulente zoologo al Giardino Zoologico di Roma e nel 1938-1939 fu in India con il commerciante di animali Arduino Terni. Nel 1939 non poté accedere a una cattedra di genetica perché gli mancava l’appartenenza al partito fascista. Nello stesso anno, Taibel fu inviato in Etiopia, allora sotto occupazione italiana, per catturare il mitico nyala di montagna Tragelaphus buxtoni per il Giardino Zoologico di Roma. Quando fu superato lì all’inizio della seconda guerra mondiale, riprese il suo servizio militare come colonnello e dopo essere sopravvissuto a un serio combattimento con etiopi irregolari, fu catturato dall’esercito inglese e fatto prigioniero di guerra in India. Tornato in Italia nel 1946, riprese la sua attività di direttore della Stazione Avicola di Rovigo. Nel 1953 trascorre due mesi in Centrafrica sempre associato ad una spedizione di cattura con i fratelli Molinar, famosa agenzia di commercio di animali con sede a Torino. Dal 1955 Taibel assunse anche la direzione scientifica degli zoo di Torino e Milano, entrambi gestiti dalla famiglia Molinar all’epoca associata ad Arduino Terni. Era certamente l’uomo giusto al posto giusto (cfr Gippoliti & Kitchener, 2007). Tra il 1955 e il 1958 ha prodotto un bollettino scientifico dei due zoo ‘Zoo – Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino’ che rimangono ancora un esperimento unico in Italia. Qui pubblicò una ricchezza di articoli che trattavano principalmente di allevamento e sistematica dei cracidi, il suo oggetto di indagine preferito. In altri articoli Taibel ha rivisto i suoi esperimenti di ibridazione tra i membri dei diversi generi Crax, Mitu, Pauxi e Penelope e sulla base della loro inter-fecondità ha proposto di trattare tutti questi cracidi come membri di un genere unico, Crax, con una superspecie e quattro specie riconosciute seguendo il concetto di specie biologica di Mayr (Taibel, 1954). Risultati simili ottenne con altri generi, e sebbene non si allontanasse dall’ortodossia di Mayr, notò che alcune “specie” cracide sembravano morfologicamente e geograficamente il risultato dell’ibridazione tra altre due specie. Durante tali esperimenti ha studiato come la consanguineità potrebbe portare allo sviluppo di anomalie letali, come una tibia sagomata (Taibel, 1971), ben prima che questo problema diventasse una delle principali preoccupazioni negli zoo e nella conservazione della fauna selvatica (Ralls & Ballou, 1983). Nello zoo di Torino Taibel progettò una serie di voliere per continuare la ricerca sul suo argomento preferito. Sebbene alcuni dei suoi progetti non siano mai stati pienamente realizzati, come una stazione di ricerca fuori dalla vista pubblica, è stato responsabile di una “Sezione Sperimentale” fino al 1964 ed è stato il pianificatore scientifico dell’apprezzatissimo Acquario-Rettilerio realizzato dall’architetto Venturelli nel 1960. Taibel progettò una serie di ordinate espositive secondo criteri biogeografici ed ecologici (Taibel, 1962), uno stile espositivo che sarebbe diventato più comune negli anni successivi. In questo periodo fu istituito nello Zoo nel 1962 un importante centro primatologico, diretto dall’Antropologo Brunetto Chiarelli dell’Università di Torino. Sebbene gli uccelli fossero il suo primo interesse, non dimenticò totalmente i mammiferi. Tra i suoi studi sui mammiferi in cattività vale la pena ricordare i suoi articoli sull’Antilope cervicapra semi-libera a Rovigo (Taibel, 1937) e una dettagliata descrizione morfologica e anatomica dei neonati di capibara (Taibel, 1950). Sebbene fosse principalmente un allevatore e zoo-uomo, Taibel era un naturalista e ricercatore completo ben consapevole dell’importanza delle collezioni di storia naturale conservate nei musei pubblici. Le sue collezioni del Guatemala del 1932 furono depositate presso il Museo Zoologico dell’Università di Bologna e sei nuove specie di aracnidi furono descritte da Di Caporiacco. Esemplari di uccelli e mammiferi furono successivamente trasferiti nel vicino Laboratorio di Caccia di Ozzano Emilia (ora Museo Zoologico ISPRA). La sua perseveranza scientifica è ampiamente dimostrata dalla pubblicazione dei risultati mammiferi della spedizione in Guatemala nel 1977, quando aveva 85 anni (Taibel, 1977)! Una collezione ornitologica Taibel è stata inoltre donata al Museo civico di Zoologia di Roma e attende ancora la catalogazione. Tra i suoi ultimi lavori, ha anche pubblicato un libro per bambini nel 1979, Leggende di Uccelli. Gli articoli di Taibel ebbero una diffusione limitata in Italia (non sorprendentemente, considerando l’attuale enfasi sugli studi ornitologici locali) ma – sebbene scritti in italiano – alcuni sono ancora citati nella letteratura internazionale. È il caso di un articolo che tratta della relazione filetica del pavone del Congo (Kimball et al., 1997) o di un altro articolo che tratta di alcuni misteriosi taxa cracidi (Joseph et al., 1999). Essendo Taibel un prolifico scrittore e ricercatore, è considerato utile fornire qui un elenco di tutti gli articoli scientifici prodotti da lui e a noi noti. Spesso questi articoli sono stati pubblicati su riviste non facili da trovare anche in Italia e si spera che il presente sforzo possa essere utile agli scienziati stranieri che lavorano sugli stessi temi che Taibel ha studiato con tanta dedizione per più di mezzo secolo. L’intera collezione di carte di Taibel è depositata nella biblioteca dell’ex Laboratorio di Caccia (ora Museo Zoologico ISPRA) di Ozzano Emilia (Bologna).
Quell’articolo contiene, tra l’altro, anche una ricca bibliografia delle molteplice opere scritte da Alulah Taibel che riporto nel seguito affinchè non vengano perse:
Taibel A. M., 1926 – La Stazione sperimentale di Pollicoltura di Rovigo. L’Italia Agricola,novembre 1926: 299-332.
Taibel A. M., 1926 – Le migliori razze di galline. L’Italia Agricola, novembre 1926: 3-16.
Giacomini E. & Taibel A. M., 1927 – Sulle modificazioni del piumaggio causate dalla tiroide. Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale, 2 (5): 4-27.
Giacomini E. & Taibel A. M., 1927 – Gli effetti della tiroide sulla muta e sulla deposizione delle galline. Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale, 2 (5): 28-36.
Giacomini E. & Taibel A., 1927 – Gli effetti della tiroide sulla muta e sulla deposizione delle galline. Rendiconti delle Sessioni della Reale Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, marzo 1927: 460-463.
Giacomini E. & Taibel A. M., 1927 – Sulle modificazioni del piumaggio causate dalla tiroide e particolarmente su quelle presunte sessuali nei polli ipertiroidizzati. Rendiconti delle Sessioni della Reale Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, marzo 1927: 465-468.
Ghigi A. & Taibel A. M., 1927 – Récherches sur l’hérédité de la couleur et d’autres caractères chez les canards. Report of Proceedings of III International Poultry Congress, Ottawa.
Ghigi A. & Taibel A. M., 1927 – Resultats obtenus par le croisement des races Indian Game et Italienne Blanche. Report of Proceedings of III International Poultry Congress, Ottawa.
Taibel A. M., 1927 – Augmentation de poids des poussins proportionellement à la qualité de Hydrates de carbone dans leur ration complete par de la farine de chrysalide du ver à soi. Report of Proceedings of III International Poultry Congress, Ottawa.
Taibel A. M., 1928 – Influenza della tiroide sul piumaggio della quaglia. Rivista di biologia, 10 (3-4): 4-18.
Taibel A. M., 1928 – Risveglio artificiale di istinti tipicamente femminili nei maschi di taluni uccelli. Atti della Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, (6) 7: 2-10.
Taibel A. M., 1928 – L’eredità mendeliana dell’albinismo in Phasianus colchicus. Rivista di Biologia, 10 (5-6): 4-9.
Taibel A. M., 1929 – Anomalie nel becco degli uccelli. Natura (Milano) 20: 4-8.
Taibel A. M., 1929 – Recensione critica del lavoro di Masauji Hachisuka: Variationns among birds. The Ornit. Soc. of Japan, 1928. Rivista di biologia, 11 (3-4): 2-3.
Taibel A. M., 1929 – Osservazioni di genetica su Fringillidi. Nota I. Natura (Milano), 20: 66-68.
Taibel A. M., 1929 – Osservazioni di genetica su Fringillidi. Nota II. Natura (Milano), 20: 140-151.
Taibel A. M., 1930 – Fattori multipli in due tipi antagonistici di cresta nei polli. Bollettino di Zoologia, 1 (1): 21-25.
Taibel A. M., 1930 – Arrenoidia di una femmina Gennaeus lineatus Vigors, in seguito ad involuzione ovarica. Rivista di biologia, 12 (1-2): 3-15.
Taibel A. M., 1930 – Ricerche sulla eredità di alcuni fattori nelle anatre domestiche. Pubblicazione della Stazione Sperimentale di Pollicoltura di Rovigo, 5: 5-36.
Taibel A. M., 1930 – Modificazioni insorgenti nelle penne del gallo in seguito alla emasculazione. Pubblicazione della Stazione Sperimentale di Pollicoltura di Rovigo, 6: 5-15.
Taibel A. M., 1930 – Come viene risolto il problema della pulizia del nido in talune specie di uccelli a prole inetta. Natura, 21: 1-7.
Taibel A. M., 1930 – Ibridi artificiali interspecifici nel genere Streptopelia. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 69: 1-24.
Taibel A. M., 1930 – Selection of egg-laying stock from the crossing of pure leghorn stock with local Italian breeds. IV International Poultry Congress, London: 72-77.
Taibel A. M., 1930 – Sul cavallo di Rodi. Bollettino di Zoologia, 1 (4): 128-130.
Taibel A. M., 1930 – La gonomonarrenia negli ibridi Streptopelia turtur (L.) x Streptopelia decaocto (Friv.). Rivista di biologia, 12: 3-15.
Taibel A. M., 1930 – Un ibrido di tipo eccezionale nell’incrocio di due varietà di polli di razza italiana. Bollettino di Zoologia, 1 (6): 285289.
Taibel A. M., 1931 – Eredità legata al sesso in varietà e specie del genere Streptopelia Bp. Archivio ZoologicoItaliano, 16: 384-392.
Taibel A. M., 1931 – Eredità di caratteri legati al sesso in alcune varietà e specie di tortore del genere Streptopelia Bp. Archivio ZoologicoItaliano, 17: 103-121.
Taibel A. M., 1931 – IV Congresso Mondiale di Avicultura. Rivista di biologia, 13 (1-3): 1-6.
Taibel A. M., 1931 – Arrenoidia parziale di una gallina domestica senza scomparsa della attività ovarica. Rivista di biologia, 13 (1-3): 3-15.
Taibel A. M., 1931 – Alcune osservazioni intorno ai maiali dell’Isola di Piscopi, Rivista di biologia, 8: 3-13.
Taibel A. M., 1931 – L’allevamento delle Volturine. Rivista di Avicoltura, 1 (6): 4-14.
Taibel A. M., 1932 – Risultati di incrocio Columba domestica x Columba guinea. Zeitschrift für induktive Abstammungs- und Vererbungslehre, 61 (2): 301-312.
Taibel A. M., 1932 – L’istinto delle cure parentali di ibridi Phasianus x Gallus completamente sterili. Rivista di biologia, 14 (1-2): 3-11.
Taibel A. M., 1932 – A proposito della cattura di un beccacino col ciuffo. Rivista Italiana di Ornitologia, (2) 3: 2-3.
Taibel A. M., 1933 – L’istinto migratorio carattere mendeliano recessivo in Streptopelia. Natura, 24: 51-53.
Taibel A. M., 1933 – Alla ricerca del Tacchino ocellato. Rivista di Avicoltura, 3: 3-14.
Taibel A. M., 1933 – Interpretazione del fenomeno della comparsa di eccezioni alla regola della eredità legata al sesso in alcune specie di uccelli. Archivio ZoologicoItaliano, 19: 467-479.
Taibel A. M., 1933 – Valore genetico del colore grigio-azzurro del piumaggio del tacchino domestico. Rivista di Avicoltura, 3 (3): 1-5.
Taibel A. M., 1933 – Osservazioni sulla fecondità delle galline comuni romagnole. Rivista di Avicoltura, 3 (10): 1-4.
Taibel A. M., 1934 – Esperimento di bursafabriciectomia in Gallus domesticus. Atti V Congresso Mondiale Pollicoltura, Roma: 5-19.
Taibel A. M., 1934 – Contributo alla sistematica della famiglia Columbidae. Rivista di biologia, 16 (1): 3-16.
Taibel A. M., 1934 – Il tacchino ocellato di Guatemala. Rivista Italiana di Ornitologia, (2) 4: 103-112.
Taibel A. M., 1934 – Quadro sintomatologico somato-psichico proprio della gravidanza e del puerperio in femmine non fecondate. Contributo all’ipotesi di un contributo del sistema nervoso nella determinazione del parto. Rivista di biologia, 17 (2): 3-11.
Taibel A. M., 1934 – Le razze locali alla XI Mostra animali da cortile di Padova. Rivista di Avicoltura, 4: 3-9
Taibel A. M., 1935 – Contributo alla casistica dello studio delle neoplasie negli uccelli. Rivista di Avicoltura, 5: 1-4.
Taibel A. M., 1935 – Osservazione intorno ai gruppi di galline per il concorso deposizione uova. Italia Agricola, 72 (3): 3-16.
Taibel A. M., 1935 – Appunti ornitologici (Zoologia generale). Rivista Italiana di Ornitologia, (2) 5: 1-8.
Taibel A. M., 1935 – Risultati d’incrocio Columba picazuro x Columba domestica. Bollettino di Zoologia, 6 (1-2): 171-186.
Taibel A. M., 1935 – Appunti ornitologici (Genetica). Rivista Italiana di Ornitologia, II-5 (1): 203-212.
Taibel A. M., 1935 – Esperimento di bursafabriciectomia in Gallus domesticus. Rivista di biologia, 18 (3): 439-443.
Taibel A. M., 1935 – Duplicità degli uccelli. Rivista di biologia, 19 (1): 3-16.
Taibel A. M., 1935 – Lo sprone nelle galline. Rivista di Avicoltura, 5 (4): 205-207.
Taibel A. M., 1936 – Sprone e sesso. Rivista di biologia, 21 (1): 3-23.
Taibel A. M., 1936 – Recensione critica del lavoro faraone e tacchini di Ghigi A. Rivista di biologia, 20 (2): 1-3.
Taibel A. M. & Levi G., 1936 – Un caso di persistenza dell’ovidutto destro in Phasianus colchicus. Bollettino di Zoologia, 7 (4): 137-143.
Taibel A. M., 1937 – Ibridi Trichoglossus ornatus x T. novae-hollandiae. Rivista Italiana di Ornitologia, II-7 (1): 1-12.
Taibel A. M., 1937 – Recensione critica del lavoro Monografia dei fagiani di Ghigi A. Rivista di Biologia, 23 (3): 1-3.
Taibel A. M., 1937 – L’antilope cervicapra: osservazioni sul gruppo in allevamento presso la Stazione sperimentale di Avicoltura di Rovigo. Rassegna Faunistica, 4: 3-19.
Taibel A. M., 1937 – Anomalie nel colorito del mantello in alcuni Mammiferi del Giardino Zoologico di Roma. Bollettino di Zoologia, 8: 211-217.
Taibel A. M., 1937 – Sulla ricostruzione della razza Valdarno e sulla sua selezione. Rivista di Avicoltura, 10: 3-7.
Taibel A. M., 1938 – Effetto della bursectomia sul timo in Gallus domesticus. Rivista di biologia, 24: 3-11.
Taibel A. M., 1938 – Terre cotte zoomorfiche precolombiane. Natura, 29: 1-8.
Taibel A. M., 1938 – Appunti ornitologici (Teratologia). Rivista Italiana di Ornitologia, II-8 (2): 46-65.
Taibel A. M., 1938 – Ulteriori osservazioni sulla selezione di galline comuni Romagnole. Rivista di Avicoltura, 6: 3-11.
Taibel A. M., 1938 – Sur l’elevage en captivite du Tinamus major robustus Sclater and Salvin. In: Proceedings of the IX International Ornithological Congress. J. Delacour (ed.). Le cerf, Rouen: 373379.
Taibel A. M., 1938 – Le cure parentali in Crax globicera Lin. Rivista di Avicoltura, 12: 3-7.
Taibel A. M., 1938 – Ricerche di ibridismo nel genere Anas L. Atti III Riunione Società Italiana di Genetica e di Eugenetica, Bologna, sett. 1938: 3-5.
Taibel A. M., 1939 – Ibridi artificiali interspecifici nel genere Streptopelia Bp. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 78: 3-31.
Taibel A. M., 1939 – Notizie sull’allevamento in cattività di Tinamus major robustus Sclater. Rivista Italiana di Ornitologia, 9: 1-31.
Taibel A. M., 1939 – Lucknow: mercato di fagiani del Nepal. Rivista di Avicoltura, 5: 3-5.
Taibel A. M., 1939 – Un caso di poliuroptilia (timoniere soprannumerarie) in Crax globicera globicera-. Bollettino di Zoologia, 10 (3-4): 191-195.
Taibel A. M., 1939 – Nuova mutazione somatic in Pavo cristatus L. Bollettino di Zoologia, 10 (3-4): 181- 189.
Taibel A. M., 1940 – Osservazioni sulla riproduzione in cattività di Crax globicera globicera Linneus. Rivista Italiana di Ornitologia, 10: 93-126.
Taibel A. M., 1941 – Il timo nei polli bursectomizzati. Rivista di biologia, 31: 3-18.
Taibel A. M., 1945 – On experiments in albinism with chital Axis axis. Journal of the Bombay Natural History Society, 45: 417-419.
Taibel A. M., 1947 – Esperimento di bursa-timectomia in Gallus gallus domesticus L. Rivista di Biologia, 39: 1-26.
Taibel A. M., 1947 – Sterilità degli ibridi Columba rufina pallidicrissa x C. livia gaddi. Rivista Italiana di Ornitologia, 17: 147-150.
Taibel A. M., 1947 – Prime osservazioni sulla trasmissibilità della poliuroptilia in talune specie del genere Crax L. Bollettino di Zoologia, 16: 1-7.
Taibel A. M., 1948 – Ulteriori osservazioni sull’esplicazione delle cure parentali negli uccelli del genere Crax L. Rivista Italiana di Ornitologia, 18: 3-7.
Taibel A. M., 1948 – Di una anomalia anatomica negli arti di un Capibara, Bollettino di Zoologia, 15: 111-114.
Taibel A. M., 1948 – Osservazioni biologiche sopra tre giovani esemplari di Niala di Monte Tragelaphus buxtoni Lidd.) allevati per la prima volta in cattività. Bollettino di Zoologia, 15: 123-144.
Taibel A. M., 1949 – Una nuova razza di faraona domestica (Numidia meleagris L.) apparsa per mutazione. Scientia Genetica, 3: 172182.
Taibel A. M., 1949 – Sensibilità emotiva in Gallus gallus domesticus L. nella espressione mimica e vocale. Rivista Italiana di Ornitologia, 19: 53-68.
Taibel A. M., 1949 – Influenza della asportazione della cresta e dei bargigli sul peso dei testicoli e sulla spermatogenesi. Annali della Sperimentazione Agraria, n.s., 3: 327-342.
Taibel A. M., 1949 – Recensione critica del lavoro “problemi biologici della sessualità” di M. Benazzi. Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale, 33: 1-11.
Taibel A. M., 1949 – Ibridi artificiali interspecifici nel genere Streptopelia Bp. Nota III. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 88: 171- 190.
Taibel A. M., 1949 – Inusitata ubicazione di un nido di Turdus merula (L.). Rivista Italiana di Ornitologia, 19: 167- 171.
Taibel A. M., 1949 – Nuovi risultati d’incrocio diretto e reciproco fra Columba livia domestica e Columba guinea. Archivio ZoologicoItaliano, 34: 431-476.
Taibel A. M., 1949 – Su alcuni ibridi intergenerici Mitu x Crax. Bollettino di Zoologia, 16: 71-78.
Taibel A. M., 1949 – Un caso di poliuroptilia in Mitu mitu L. Bollettino di Zoologia, 16: 95-96.
Taibel A. M., 1950 – Osservazioni su alcuni neonati di capibara (Hydrochoerus hydrochoeris). Cesalpinia, gennaio: 29-47.
Taibel A. M., 1950 – Esperimenti ibridologici tra specie del genera Crax L. Cesalpinia, maggio: 49-93.
Taibel A. M., 1950 – Genesi della specie Crax viridirostris Sclater, alla luce della sperimentazione ibrido logica. Bollettino di Zoologia, 17 (4): 543-547.
Taibel A. M., 1951 – Un caso di assenza congenita delle remiganti primarie e secondarie in una gallina della razza New Hampshire. Annali della Sperimentazione Agraria, 5 (5): 1095-1099.
Taibel A. M., 1951 – Prole inetta e prole precoce negli uccelli. Etologia, sistematica, filogenesi. Cesalpinia, 1-88.
Taibel A. M., 1951 – Action dévirilisant des oestrogènes synthétiques. IX Congrès Mondial d’Aviculture, Paris.
Taibel A. M., 1951 – La tortora dal collare orientale – Streptopelia d. decaocto (Friv.) – avvistata anche nel Polesine – accertata nidificazione a Rovigo. Rivista Italiana di Ornitologia, 21: 137-150.
Taibel A. M., 1951 – Streptopelia risoria, S. decaocto, S. douraca, S. roseogrisea. Chiarificazioni sulla nomenclatura e sulla sistematica. Bollettino di Zoologia, 18: 4-6.
Taibel A. M. & Ghiara F., 1951 – Insorgenza di alcuni caratteri ginoidi in un gallo di razza livornese bianca sottoposto a trattamento di estrogeno sintetico (dietilstilbestrolo). Annali della Sperimentazione Agraria, 5 (4): 895-900.
Taibel A. M., 1953 – Nuova varietà di colore del piumaggio dell’anatra muschiata Cairina moschata domestica L. ottenuta per mutazione. Annali della Sperimentazione Agraria, 7 (6): 1-5.
Taibel A. M., 1953 – Osservazioni sulla riproduzione e allevamento in cattività di Penelope superciliaris superciliaris Temminck e Ortalis garrula garrula (Humboldt). Rivista Italiana di Ornitologia, 23: 85-122.
Taibel A. M., 1953 – Comportamento genetico del nuovo carattere ‘bar’ nell’anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.). Annali della Sperimentazione Agraria, 7 (7): 1-18.
Taibel A. M., 1954 – Il piumaggio ‘grigio-ardesia-azzurrastro’ dell’anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.) e suo valore genetico. Creazione della varietà ‘grigio-perla’ per mutazione. Annali della Sperimentazione Agraria, 8 (1): 1-7.
Taibel A. M., 1954 – Osservazioni sulla esplicazione delle cure parentali negli uccelli dei generi Penelope e Ortalis. Natura, 45: 1-14.
Taibel A. M., 1954 – A group of plumage factors in the Muscovy duck (Cairina moschata domestica L.). X World’s Poultry Congress, Edinburgh, 2.
Taibel A. M., 1954 – Sistematica e Ibridologia. Generi, Specie, Sottospecie, Razze biologiche nella Sottofamiglia Cracinae. Bollettino di Zoologia, 21 (2): 261-272.
Taibel A. M., 1954 – Notizie sulla riproduzione in cattività del Colombo dal collare bianco (Columba albitorques Rüppell). Rivista Italiana di Ornitologia, 24: 195-203.
Taibel A. M., 1955 – Su taluni ibridi o rari o nuovi alla scienza ibridologica. Rivista Italiana di Ornitologia, 25: 1-28.
Taibel A. M., 1955 – Gli uccelli del Guatemala con speciale riguardo alla regione del Petèn raccolti dal maggio al settembre 1932. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 94: 15-84.
Taibel A. M., 1955 – Compiti e finalità di uno Zoo moderno. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 1: 15-20.
Taibel A. M., 1955 – Sistematica del gruppo Cracinae – Nota prima. Considerazioni intorno alla presunta specie Crax pinima Pelz. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 1: 21-32.
Taibel A. M., 1955 – La pecora di Soay – osservazioni sul gruppo in allevamento alla Stazione Sperimentale di Avicultura di Rovigo. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 1: 41-66.
Taibel A. M., 1955 – Torino ha avuto il primo giardino zoologico italiano. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 1: 98-108.
Taibel A. M., 1955 – Perché vengono emanate leggi protettive sugli uccelli se poi non debbono venire osservate? Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 1: 125.
Taibel A. M., 1956 – Osservazioni sulla ‘muta’ del pinguino reale (Aptenodytes patagonica) allo Zoo di Torino. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 2: 79-80.
Taibel A. M., 1956 – Risultati di incroci e reincroci fra Columbia livia domestica e C. albitorques. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino,2 (3), 55-74; 99.
Taibel A. M., 1956 – La morte di una femmina di Crace globuloso (Crax globicera) all’età di 24 anni e 4 mesi. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 2: 86-89.
Taibel A. M., 1956 – Recensione critica a L’amico degli animali racconta… di Angelo Lombardi. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 2 (4): 1-6.
Taibel A. M., 1956 – Nuove mutazioni, causa di nuove varietà, nel corredo cromosomico dell’anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.). Annali della Sperimentazione Agraria, 10 (6): 1-12.
Taibel A. M., 1957 – Osservazioni sulla riproduzione e allevamento in cattività di Penelope superciliaris superciliaris Temminck e Ortalis garrula garrula (Humboldt). Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 3: 16-41.
Taibel A. M., 1957 – Sistematica del gruppo Cracinae. Nota seconda. Considerazioni critiche all’ordinamento sistematico-tassonomico di J.L. Peters. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 3: 65-78.
Taibel A. M., 1957 – Descrizione dell’ibrido maschile Crax fasciolata Spix x Crax alberti Fraser. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 3: 94-125.
Taibel A. M., 1957 – Alcuni dati ponderali su una cucciolata di Coati (Nasua nasua) nati allo Zoo di Milano e due cucciolate di Procioni (Procyon lotor) nati allo Zoo di Torino. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 3: 146-147.
Taibel A. M., 1957 – Analisi di un primo gruppo di fattori del corredo cromosomico dell’anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.). Atti III Riunione AGI (Associazione Genetica Italiana): 3-7.
Taibel A. M., 1958 – Protezione della natura e Giardini Zoologici. Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 4: 27-33.
Taibel A. M., 1958 – Presenza di un carattere “concordo sessuale” interessante il colore del mantello nel Coati (Nasua nasua). Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 4: 34-42.
Taibel A. M., 1958 – Osservazioni su un allevamento in cattività di Oca lombardella (Anser albifrons). Zoo Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 4: 1-7.
Taibel A. M., 1958 – Esperimenti ibridologici tra specie del genere Crax L. Memoria seconda. Ibridi Crax globicera x C. alberti F2 ed ibridi di reincrocio. Zoo. Bollettino dei Giardini Zoologici di Milano e Torino, 4: 127- 177.
Taibel A. M., 1958 – Un nuovo fattore di ripartizione causa della “pezzatura bianca al capo e al terzo superiore del collo” nel corredo cromosomico dell’anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.). Annali della Sperimentazione Agraria, 10 (6): 537-553.
Taibel A. M., 1959 – Considerazioni sistematico-genetiche sulle famiglie Equidae e Ursidae. Bollettino di Zoologia, 26 (2): 483-504.
Taibel A. M., 1961 – Due nuove varietà di colore nel piumaggio dell’Anatra muschiata (Cairina moschata domestica L.) sorte per mutazione. Bollettino di Zoologia, 28 (2): 561-568.
Taibel A. M., 1961 – Analogie fisio-etologiche nel settore riproduttivo tra Afropavo Chapin e Penelope Merrem. Natura, 5, 57-64.
Taibel A. M., 1961 – Esperimento ibridologico tra specie e generi distinti Mitu e Crax. Nota prima: ibridi di prima generazione. Archivio ZoologicoItaliano, 46: 181-226.
Taibel A. M., 1961 – Esperimento ibridologico tra specie e generi distinti Mitu e Crax. Nota seconda: Ibridi di seconda generazione e ibridi di re incrocio. Archivio ZoologicoItaliano, 46: 291-324.
Mainardi D. & Taibel A. M., 1962 – Studio immunogenetico sulle parentele filogenetiche nell’ordine dei Galliformi. Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere (Rendiconti di Scienze) B, 95: 131140.
Mainardi D. & Taibel A. M., 1962 – Filogenesi dei Galliformi. Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere (Rendiconti di Scienze) B, 96: 118-130.
Taibel A. M., 1962 – Sistematica del gruppo “Cracinae”. Bollettino di Zoologia, 29: 1, 35-47.
Taibel A. M., 1962 – Ricordo di Augusto Molinar. Giardino Zoologico (Roma),4 (1): 30-31.
Taibel A. M., 1962 – L’Acquario-Rettilario dello Zoo di Torino. Natura e Montagna, (3): 133-138.
Taibel A. M., 1962 – Lo Zoo di Napoli. Natura e Montagna, (4): 182185.
Taibel A. M., 1962 – Considerazioni critiche su un presunto ibrido tra il Tacchino (Meleagris gallopavo) e la Faraona (Numida meleagris). Natura, 53: 57-68
Taibel A. M., 1962 – Ulteriori osservazioni sulla trasmissibilità della “poliuroptilia” in talune specie dei generi Crax e Mitu. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 101: 167-180.
Taibel A. M., 1963 – Anche negli accurati lavori morfo-isto-citologici riguardanti gli Uccelli è necessario non venga trascurata la esattezza della terminologia sistematica. Rivista Italiana di Ornitologia, 33: 40- 42.
Taibel A. M., Mainardi D. & Grilletto R., 1963 – Riconoscimento, mediante analisi immunogenetica, delle specie parentali di un presunto ibrido Ara chloroptera x Ara macao, e sua descrizione. Nuova Veterinaria, 39: 381-385.
Taibel A. M., 1964 – Ibridi Crax globicera × Crax faciolata F1 e considerazioni critiche intorno alle forme Crax hecki Reichenow Crax chapmani Nelson, Crax incommoda Sclater e Crax gryai OgilvieGrant. Archivio ZoologicoItaliano, 49: 1-25.
Taibel A. M., 1964 – Esperimenti ibridologici tra specie del genere Penelope Merr. Nota seconda. Notizie sulla fertilità degli ibridi F1 P. purpurascens x P. superciliaris; P. purpurascens x P. pileata; P. pileata x P. superciliaris. Rivista Italiana di Ornitologia, 34: 199212.
Taibel A. M., 1965 – Sistematica della famiglia “Cracidae”. Archivio ZoologicoItaliano, 50: 163-231.
Taibel A. M., 1966 – Una nuova varietà di colore – avorio – nel piumaggio della Tortora dal collare domestica (Streptopelia risoria L.) e suo comportamento genetico. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 105 (2), 158-174.
Taibel A. M., 1966 – Descrizione di un ibrido femminile ‘fertile’ Crax alberti × Crax nigra F. Galliformes) ottenuto alla “Ménagerie du Jardin des Plantes” di Parigi. Bollettino di Zoologia, 33: 160.
Taibel A. M., 1967 – Sistematica della famiglia Cracidae. Nota terza. Nuove considerazioni intorno al genere Penelope Merr. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 106: 115-145.
Taibel A. M., 1967 – Problemi di sistematica biologica nell’ambito della famiglia Cracidae (Galliformes). Accademia Nazionale dei Lincei, Rendiconti. Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, (VII) 12: 948-954.
Taibel A. M. & Calderisi A., 1967 – Ricerche sulla pigmentazione delle gonadi in uccelli appartenenti alla famiglia Cracidae (Galliformes).
Rivista Italiana di Ornitologia, 37: 241-250.
Taibel A. M. & Grilletto R., 1967 – Atavistic polydactyla in the forelimb of a lama (Lama glama) (Artiodactyla, Tylopoda). Der Zoologischer Garten NF, 33: 174-181.
Taibel A. M., 1968 – Riproduzione ed allevamento del Colombo imperiale verde delle Isole Nicobar (Ducula aenea nicobarica) realizzato per la prima volta in Italia. Rivista Italiana di Ornitologia, 38: 150- 168.
Taibel A. M., 1968 – Considerazioni critiche su un “presunto” ibrido Coturnix coturnix japonica maschio e Gallus gallus femmina. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 107: 175-180.
Taibel A. M., 1969 – Osservazioni sulla riproduzione e allevamento di Pipile jacutinga (Spix) (Cracidae – Galliformes) realizzata per la prima volta con esemplari in cattività. Annali Museo Civico di Storia Naturale Giacomo Doria, 76-77: 33-52.
Taibel A. M., 1969 – Riproduzione e allevamento in cattività di Mitu mitu (Linneo) (Galliformes, Cracidae) ottenuti per la prima volta anche in ltalia. Ricerche di Zoologia applicata alla caccia, 45: 1-26.
Taibel A. M., 1969 – Trasferimento del «fattore di diluizione» dalla Tortora dal collare (Streptopelia risoria) – varietà «avorio» – alla Tortora luttuosa (Streptopeliadecipiens)con creazione di una nuova varietà di colore. Natura, 60 (1): 32-40.
Taibel A. M., 1969 – Precisazioni anatomo-fisio-etologiche su Nothocrax urumutum – Galliformes-Cracidae in seguito ad osservazioni su uccelli tenuti in cattività. Rivista Italiana di Ornitologia, 39: 3848.
Taibel A. M., 1971 – Tibie piegate ad “angolo”, mutazione condizionata da un fattore “letale” in Crax e in Mitu (Galliformes – Cracidae). Natura, 62: 197-209.
Taibel A. M., 1972 – Esperimenti ibridologici tra specie del genere Penelope Merr. Nota terza. Ibrido P. pileata x P. argyrotis e suoi derivati dall’accoppiamento con P. superciliaris. Rivista Italiana di Ornitologia, 42: 277-300.
Taibel A. M., 1972 – Descrizione di un ibrido femminile “fertile” Crax alberti X Crax nigra F1 ottenuto alla “Ménagerie du Jardin des Plantes” di Parigi (Galliformes). Natura, 63: 127-150.
Taibel A. M., 1972 – Tortore ornamentali e da voliera. Edagricole, Bologna.
Taibel A. M. & Grilletto R., 1972 – Esperimento ibridologico nel genere Cygnus Bechstein. Ibridi F1 Cygnus melanocoriphus (Molina) x C. olor (Gmelin). Atti Accademia Nazionale dei Lincei, 53 (5): 471-476.
Taibel A. M., 1973 – Scuotimento e tremolio del capo, costume comune a molti Cracidae (Galliformes) interpretato come conseguenza di determinati stimoli emotivi. Natura, 64: 139-146.
Taibel A. M., 1973 – Esperimenti ibridologici tra specie del genere Penelope (Galliformes, Cracidae): Nota quarta. Controllata fertilità in entrambi i sessi degli ibridi trispecifici (Penelope pileata x P. argyrotis) x Penelope superciliaris. Rivista Italiana di Ornitologia, 43: 650-658.
Taibel A. M., 1973 – Notizie biologiche sulla famiglia Cracidae (Galliformes). Nota seconda: il pulcino. Neonato e stadi immediatamente successivi. Supplemento alle Ricerche di Biologia della Selvaggina, 5 (5): 71-173.
Taibel A. M., 1973 – Considerazioni critiche sulle recenti osservazioni di C. Vaurie sull’ordinamento sistematico e alla nomenclatura seguite da J.L. Peters per la sottofamiglia Cracinae (Galliformes). Annali del Museo Civico di Storia Naturale Giacomo Doria, 79: 330-372.
Taibel A. M., 1974 – Esperimenti ibridologici nel genere Ortalis Merr. (Galliformes, Cracidae): ibridi fertili Ortalis guttata x O. canicollis. Rivista Italiana di Ornitologia, 44: 250-271.
Taibel A. M., 1974 – Recensione di Curassows and related birds di J. Delacour and D. Amadon. Rivista Italiana di Ornitologia, 44: 222-223.
Taibel A. M., 1975 – La “giogaia” del Tacchino di boscaglia (Alectura lathami J.E. Gray – Galliformes Megapodiidae) rappresenta un organo di recettività del senso termico e quindi utilizzato come regolatore della temperatura che si sviluppa nel nido-incubatrice? Rivista Italiana di Ornitologia, 45: 335- 341.
Taibel A. M., 1975 – Concordanze e divergenze nei due lavori di Vaurie e di Delacour & Amadon sulla famiglia Cracidae (Galliformes). Discussioni e conclusioni personali. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 116: 126-152.
Taibel A. M., 1976 – Caratteristiche e peculiarità anatomiche nei vari membri della famiglia Cracidae. Ricerche di Biologia della Selvaggina, 7: 677-726.
Taibel A. M., 1977 – Mammiferi del Guatemala, con speciale riguardo alla regione del Petèn, raccolti dal maggio al settembre 1932. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 118: 379-403.
Taibel A. M., 1977 – Una nuova varietà di colore – ardesia-pallido – nel piumaggio del Cigno nero (Cygnus atratus ) sorta per mutazione fattoriale. Rivista Italiana di Ornitologia, 47: 282286.
Taibel A. M., 1979 – Leggende di uccelli. Buti, La grafica pisana, Pisa.
Taibel A. M., 1980 – Esperimento ibridologico fra specie di due generi distinti: Penelope (Merrem) e Ortalis (Merrem). Ibrido tetra specifico-digenerico [(Penelope pileata x P. argyrotis) x Penelope superciliaris] x Ortalis canicollis (Galliformes Cracidae). Rivista Italiana di Ornitologia, 50: 35-49.
Benazzi M., 1984 – Ricordo di Alulah Taibel (1892-1984). Bollettino di Zoologia, 51: 271-272.
Bollini G. & Bragatto D., 2019 – Dal Podgora alle Ambe, dal Carso al Guatemala: la vita avventurosa di Alula Taibel, “ardito” e naturalista. [Autoprodotto].
Gippoliti S, & Kitchener A.C., 2007 – The Italian zoological gardens and their role in mammal systematic studies, conservation biology and museum collections. Hystrix Italian Journal of Mammalogy, 18: 173-184.
Gippoliti S. & Violani C., 2009 – Collezioni animali viventi e collezioni museali in Italia: un’opportunità persa? Museologia Scientifica Memorie, 4: 131-136.
Joseph L., Slikas B., Rankin-Baransky K., Bazartseren B., Alpers D.,
Gilbert A.E., 1999 – DNA evidence concerning the identities of Crax viridirostris Sclater, 1875, and C. estudilloi Allen, 1977. Ornitologia Neotropical, 10: 129-144.
Kimball R. T., Braun E. L. & Ligon J. D., 1997 – Resolution of the phylogenetic position of the Congo peafowl, Afropavo congensis: a biogeographic and evolutionary enigma. Proceedings of the Royal Society London B, 264: 1517-1523.
Ralls K. & Ballou J., 1983 – Extinction: Lessons from zoos. In: Genetics and Conservation: a reference for managing wild animal and plant populations. C.M. Schonewald-Cox, S.M. Chambers, B. MacBryde & L. Thomas (eds.). Benjamin/Cummings, Menlo Park, CA.: 164-184.
Taibel A. M., 1937 – L’antilope cervicapra: osservazioni sul gruppo in allevamento presso la Stazione sperimentale di Avicoltura di Rovigo. Rassegna Faunistica, 4: 3-19.
Taibel A. M., 1950 – Osservazioni su alcuni neonati di capibara (Hydrochoerus hydrochoeris). Cesalpinia, gennaio: 29-47.
Taibel A. M., 1954 – Sistematica e Ibridologia. Generi, specie, sottospecie, razze biologiche nella Sottofamiglia Cracinae. BolIettino di Zoologia, 21(2): 261-272.
Taibel A. M., 1962 – L’Acquario-Rettilario dello Zoo di Torino. Natura e Montagna, 2: 133-138.
Taibel A. M., 1971 – “Tibie piegate ad angolo”, mutazione condizionata da un fattore “letale” in Crax e in Mitu (Galliformes – Cracidae). Natura, 62 (2): 197-209.
Taibel A. M., 1977 – Mammiferi del Guatemala, con speciale riguardo alla regione del Petèn, raccolti dal maggio al settembre 1932. Atti Società italiana di Scienze Naturali, 118 (3-4): 379-403.
Si trova poi agevolmente su Internet anche la seguente pubblicazione citata nell’articolo stesso: L’ardito naturalista – Dal Podgora alle Ambe, dal Carso al Guatemala: la vita avventurosa di Alula Taibel (Giacomo Bollini e Donato Bragatto) che ancora ora si può acquistare online! Si legge: Alula Taibel, un nome che ricorre spesso fra gli storici e gli appassionati di Grande Guerra e arditismo, spesso citato in pubblicazioni d’epoca come ufficiale pluridecorato del Regio Esercito, comandante di un reparto d’assalto. Sono queste le basi della ricerca che ha portato alla scoperta della storia di un uomo straordinario poliedrico e completamente immerso nel “secolo breve” e nel “Novecento senza pace”. Alula Taibel si rivela così un uomo di altri tempi: soldato valoroso di tre guerre, ma pacifista, poi naturalista stimato e apprezzato in tutto il mondo, protagonista di spedizioni zoologiche dal sapore antico, ma anche un attivista politico promotore di una campagna contro l’uso delle armi atomiche nel secondo dopoguerra. Una storia tutta da scoprire che ci porta dalle trincee della Grande Guerra ai deserti libici, dalle ambe abissine alla giungla del Guatemala, dai campi di prigionia inglesi in India all’ambiente accademico italiano. Una vicenda italiana che attraversa il ‘900, rappresentandone la sua complessità.
It may happen that a post you wrote in WordPress is modified by error!
It happened to me: this morning when I went to see a two years old post of mine, I did not find anymore an information I was sure I wrote. May be it happened to you too, but don’t worry! You can recover any previous version of a post you saved, even after years and the procedure is very easy 😉
First check that, in Screen settings, it is checked the Revision checkbox:
Screen settings button
Revision checkbox
Then you can notice that there is a Revision item on the Publish right section, with the number of revisions that post has and a Scroll link that allows you to see all of them:
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You can find the list of all revisions also at the botton of the edit page, in the Revision section where you can select one of them too:
List of all revisions at the botton of the edit page
Talvolta può risultare utile e/o dilettevole vedere foto antiche o leggere articoli di molti anni fa che danno un’immediata sensazione di come i tempi siano cambiati nel tempo: al di là dei contenuti degli articoli, è la stessa forma con cui sono scritti che spesso stupisce!
Di interesse sono anche alcuni forum quali quello di Torino sparita, presente nel sito skyscrapercity.com, dove di possono trovare antiche cartoline ed immagini inserite anche da privati e per questo difficilmente reperibili altrove. In quel medesimo sito esiste poi anche un forum su Torino, utile se si cercano informazioni sulla città e foto più recenti. Ovviamente trovare una foto si uno specifico posto in un forum non è particolarmente agevole, ma a tale scopo può comunque venire incontro la possibilità di effettuare una ricerca su del testo digitato che accompagna ciascun post:
Esistono poi anche ulteriori fonti consultabili, anche se forse meno agevolmente.
Interessantissimo è il sito atlanteditorino dove esiste anche una sezione di fotografie anche storiche: ad esempio si possono reperire diverse immagini della incredibile Galleria Nazionale (di cui non conoscevo neppure l’esistenza), andata persa in quella orribile opera di distruzione operata per far spazio a via Roma. Viene da domandarsi come certe opere di distruzione si siano potute operare ancora solo un secolo fa!! Seppure siano di foto a bassa risoluzione risultano davvero uniche!
Album presente nel sito atlanteditorino, relativo alla distrutta Galleria Nazionale di Torino
Purtroppo non mi sembra esistere nel sito una funzione specifica per ricercare l’immagine di un particolare luogo di interesse per cui penso l’unica strada è quella di utilizzare le funzionalità di ricerca generali presenti in ogni browser, una volta che si è andati sulla sua pagina specifica delle fotografie. Aiuta comunque andare sulla seguente mappa che mostra i posti in cui ci sono foto relative all’inizio ‘900 e quest’altra per le foto precedenti della seconda metà dell’800.
Mappa che mostra i posti in cui ci sono foto relative all’inizio ‘900
Ad esempio, la Fondazione Torino Musei fornisce l’accesso all’archivio fotografico Gabinio: le immagini non ad alta definizione vengono rilasciate gratuitamente come OpenData in diversi formati (XML, CSV, XLS, XLSX, JSON). Oltre all’archivio del Fondo Gabinio, sono disponibili, su quel medesimo sito, anche dataset su Palazzo Madama, GAM e MAO. Si legge che sono presenti i “dataset relativi agli elenchi e alle schede anagrafiche di tutte le opere corredate di fotografia presenti nei cataloghi informatizzati dei musei” e che questi “dati sono aggiornati annualmente” niente male!
Scaricando, ad esempio il file contenente gli OpenData in formato json, generalmente quello più utilizzato quando il contenuto deve essere inviato e processato da una applicazione client, si ottiene un file con i seguenti dati strutturati su cui si possono agevolmente effettuare, tramite la funzionalità di Cerca dell’editor, delle ricerche su termini specifici (e.g. ricerca sul termine Michelotti), in modo da individuare le immagine di interesse: in particolare, associata a ciascuna immagine è indicata l’URL da utilizzare per scaricarla (e.g. http://93.62.170.226/foto/gabinio/001B1.jpg), oltre ad altre informazioni interessanti quale ed esempio la sua presunta datazione.
Anche MuseoTorino fornice delle API che consentono a tutti gli utenti, enti o organizzazioni pubbliche e private, di usare i dati presenti sul loro sito: la procedura per sapere come sono fatte e come quindi poterle utilizzare non è esplicitato nel sito, ma è sufficiente contattarli via email, come indicato, per scoprire la collocazione del file pdf contenente le informazioni necessarie. Si tratta anche in questo caso di Opendata, quindi utilizzabili senza particolari restrizioni. Personalmente ne sto valutando l’utilizzo, magari anche solo utilizzando un client generico come l’add-on RESTclient di Firefox, Postman di Chrome o il Microsoft.Rest.ClientRuntime. Si può comunque accedere ai contenuti anche semplicemente utilizzando la sezione Il museo dove si può filtrare la ricerca in base alla cronologia, al tema ed alle categorie.
Sezione Il museo del sito MuseoTorino dove si può filtrare la ricerca in base alla cronologia, al tema ed alle categorie.
Interessante è poi la rivista Torino Storiache ha sia un sito sia un account Facebook dove si possono reperire informazioni utili anche senza dover necessariamente acquistare la rivista che può fornire ovviamente maggiori dettagli, per cui può valer la pena averla o consultarla in qualche biblioteca civica.
Anche i motori di ricerca possono agevolmente venirci in aiuto nel ricercare immagini ed archivi. Ad esempio ricercando archivio storico chiambretta si trovano diverse immagini di quell’archivio e, ad esempio dall’articolo Torino, un museo del cinema fatto in casa, si apprende come si tratti di una raccolta privata di un appassionato, donata alla città di Torino.
Certo di non essere stato esaustivo e ben conscio che molte ancora sarebbero le fonti da citare, indico solo ulteriori link interessanti:
archivio-foto-vecchie , sito spartano ma interessante, con foto storiche di Passatore
L’iniziativa dell‘Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea che lancia «Mi ricordo», la microstoria del Piemonte narrata dai Super 8.
Mi ricordo– microstoria del Piemonte narrata dai Super 8.
Non si può poi non indicare come enorme fonte di informazione il bellissimo archivio storico de La Stampadove è presente la digitalizzazione delle testate del giornale dalle sue origini (1867) fino al gennaio 2006: peccato che non abbiano proseguito poi nei successivi anni, dove sicuramente sarebbe anche stato più agevole l’archiviazione, essendo il giornale sicuramente già in forma digitale.
Da quell’archivio si possono agevolmente scaricare sia le pagine in pdf di ciascun quotidiano, sia effettuare il riconoscimento dei caratteri ed averne il testo in formato .txt: ovviamente se un articolo è composto da più colonne, si devono ricercare le diverse parti e ricomporre opportunamente il contenuto (che può essere infatti intervallato dal testo di altri articoli): insomma un lavoro non immediato ma possibile!
Dalla pagina di presentazione di quel progetto si legge:
“Quasi 150 anni di storia, 1.761.000 pagine, oltre 5 milioni di articoli di giornale e 4,5 milioni di immagini tra fotografie e negativi. Questi sono solo alcuni dei numeri che danno la dimensione dell’Archivio Storico de La Stampa. Si tratta di un progetto di grande portata culturale il cui scopo è quello di creare una Biblioteca Digitale dell’Informazione Giornalistica accessibile liberamente al pubblico italiano e internazionale. […] Oggetto della digitalizzazione sono tutte le edizioni quotidiane delle testate che si sono succedute nel tempo, dalla Gazzetta Piemontese, il primo nome con cui esordì il quotidiano nel 9 febbraio 1867, a La Nuova Stampa e Stampa Sera, fino ad arrivare alla sua denominazione attuale, La Stampa. Le pagine di giornale sono state acquisite dalla copia su microfilm. Dall’immagine di ogni pagina, utilizzando software di riconoscimento testuale tra i più avanzati, è stato digitalizzato il testo e sono stati individuati gli articoli codificati in XML per consentirne la lettura, il trasferimento e la copia. […] E’ possibile accedere via web, all’URL http://www.archiviolastampa.it, all’intero archivio in modo rapido e flessibile e effettuare ricerche per data o per parole contenute nel testo degli articoli. Inoltre si può visualizzare la riproduzione delle pagine del giornale per leggerle e sfogliarle come dal vero, navigando attraverso l’intera raccolta in modo da poter accedere a qualsiasi informazione si cerchi. […] Il progetto rientra nel programma della Biblioteca Digitale Piemontese in coordinamento con la Biblioteca Digitale Italiana, che è impegnata a salvare gli archivi storici di pubblicazioni presenti sul territorio, consentendo al Piemonte di dotarsi di una Biblioteca digitale dell’informazione giornalistica“.
Nel seguito alcune informazioni che possono risultare utili per eseguire delle ricerche in quell’archivio.
Nel form di filtraggio della ricerca, sembra debba essere inserita una data precisa nel formato gg/mm/aaaa sia per la data di inizio sia per la data di fine: inserendo solo l’anno, non restituisce errore ma non sono presenti risultati. Inoltre è necessario avere un po’ di pazienza in quanto quel sito non è dei più veloci per cui è talvolta necessario attendere (anche qualche minuto) per ottenere l’informazione desiderata: in particolare, quando si richiede di scaricare il file di una pagina specifica, compare subito il popup di verifica che non si è un bot … ma l’immagine del codice da leggere si può caricare dopo molto più tempo, per cui uno rimane un po’ spiazzato se non lo sa!!
Ricerca nell’archivio storico del quotidiano La Stampa (dal 1867 al 2006)
Risultati ottenuti ricercando i termini Michelotti e zoo
Per ottenere il pdf della pagina o il testo in .txt, premere i rispettivi pulsanti presenti nel pannello a destra
Se si scarica il pdf, questo contiene l’immagine della pagina trovata che si può ingrandire a piacere per poterla leggere direttamente. Se invece si seleziona il download del testo, viene scaricato un file .txt derivato dall’OCR di quella immagine, … senza “a capo” e formattazione, con in più ovvi errori di riconoscimento del testo. Se si desidera quindi ricercare il testo di un articolo particolare, è quindi necessario utilizzare la funzionalità Cerca dell’editor utilizzato e copiare le parti di testo che possono essere anche non continuative qualora l’articolo sia in più colonne … e dopo rileggere il tutto per correggere le parti di testo non riconosciute correttamente, magari utilizzando l’immagine originale scaricata in pdf.
File .txt con il testo derivato dall’OCR del testo presente nell’immagine della pagina di quotidiano
Dopo aver inserito il capta per verificare che non sei un robot, viene scaricato il file richiesto (NOTA: può essere necessario attendere molto per vedere caricata l’immagine con il codice da trascrivere)
Anche i motori di ricerca possono ovviamente essere utilizzati per reperire foto, anche se difficilmente si trovano subito i risultati voluti … ma talvolta le immagini presentate sono davvero interessati e provenienti da chissà quale sito diversamente trovabile! … e vale la pena effettuare una ricerca con più motori di ricerca almeno i principali cioè Googlee Bing, perché i risultati ottenuti saranno sicuramente differenti.
Se si desidera poi cercare di abbellire una foto antica, riportandola , ovviamente è possibile effettuarlo con un buon programma di fotoritocco (e.g. Photoshop, Affinity Photo) ma anche utilizzando tool online.
Segnalo il sitohttps://colourise.sgche consente gratuitamente di provare a “colorare” automaticamente una foto originariamente in bianco e nero … con risultati talvolta incredibili!
Se si vuole poi essere avvertiti ogni qual volta viene pubblicata qualche informazione sul web relativa ad un certo argomento (o che faccia riferimento alla propria email o nominativo), è possibile utilizzare il servizio Alertsdi Google. Questo interessante servizio gratuito consente appunto di indicare una o più stringhe ed essere avvertiti, via email, quando il motore di ricerca rileva qualche nuovo riferimento su web ad essi relativi.
Registrazione/gestione di una parola (o stringa) su cui ricevere un alert via email quando viene pubblicata su web
Email con il link contenente il nuovo articolo pubblicato su web e contenente la parola/frase desiderata
Ci sarebbe ancora molto da dire … ma per intanto pubblico questo post, rimasto privato in quanto incompleto forse per troppo tempo, riservandomi di integrarlo a breve!
Ovviamente se avete suggerimenti di altri archivi storici fotografici di interesse fatemeli sapere commentando il post!
Più di 5 anni fa avevo scritto un post relativo a quello che era stato lo zoo di Torino al parco Michelotti, evidenziando già allora lo stato di estremo degrado in cui versava tutta la zona che percorre la riva destra del Po, tra il ponte di p.zza Vittorio e quello di c.so Regina, sebbene si tratti di una vasta area prossima al centro storico di Torino.
Pochi giorni fa ho poi scritto un altro post che documenta lo stato attuale del parco con ulteriori foto, scattate recentemente durante un sopraluogo compiuto da cittadini/associazioni e Comune: in quel post ho voluto sottolineare alcuni segnali positivi che lasciano ben sperare in una auspicabile rinascita pubblica di quel luogo caro a molti cittadini.
In questo nuovo post intendo invece fornire ulteriori informazioni sul passato del parco Michelotti: forse solo scoprendone meglio il suo passato si può pensare ad un suo futuro migliore! In queste mie ricerche ho scoperto infatti particolari e foto inaspettate, alcune forse già precedentemente viste di sfuggita su qualche libro, ma non con la dovuta attenzione. Ho quindi pensato di raccogliere in questo post tutte le informazioni raccolte, per chi fosse interessato a meditare sul futuro di questo parco e magari volesse approfondire ulteriormente quanto da me trovato non solo su Internet ma anche su libri e su gruppi Facebook (quelli che hanno a cuore le sorti di quel parco o che forniscono fotografie d’epoca di Torino quali Torino Piemonte Antiche Immagini; fondazionetorinomusei.it, museotorino).
Ovviamente qualsiasi contributo anche fotografico è molto gradito!! … non avete che da scrivermi.
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Tra il 1955 e il 1987 il parco fu sede del giardino zoologico della città. Per chi come me è nato quando parco Michelotti e zoo erano sinonimi, sembra quasi che quel posto fosse stato da sempre destinato a quell’uso, ma non è così: prima del 1955, quel parco era ben tutt’altro e lo mostra bene questa immagine del 1951 dove si vedono famiglie che si recavano in quel bosco in corso Casale, a pochi passi dalla città, per fare “merenda”…
Ci sono addirittura cartoline del parco a ricordo di una gita di piacere su vetturelle tirate da asinelli!
Andando ancor più a ritroso nel tempo, si ritrovano foto del canale Michelotti, derivato dal Po e sfociante nel medesimo. Scorreva a fianco della sua sponda destra nel tratto compreso tra il ponte Vittorio Emanuele I e la Madonna del Pilone. Era stato progettato per fornire energia a diversi impianti produttivi presenti nella zona, in particolare per alimentare il Mulino della catena che si trovava appunto alla Madonna del Pilone: ideato dall’ingegnare idraulico Ignazio Michelotti (1764 -1846), la sua realizzazione fu portata a termine nel 1816 dal figlio architetto. Il parco Michelotti, chiamato così dal nome di quell’ingegnere idraulico, sorse quindi sul terreno che separava quel canale dal fiume Po: era lungo circa 3 Km e vasto circa 35000 mq.
Perciò, sino alla metà degli anni ’30 del Novecento, il parco era attraversato dall’omonimo canale realizzato nel 1816 da da quell’ingegnere idraulico. Dopo l’abbattimento di quel mulino, tale canale non ebbe più una funzione specifica e quindi venne eliminato negli anni ’30, riempendolo con le macerie provenienti dalla demolizione dei palazzi della vecchia via Roma. Una volta coperto questo canale, la zona calpestabile del parco risultò assai maggiore e questo consentì un suo ulteriore sviluppo. Il parco venne così ampliato e nel 1936 vi fu aperta una piccola città del divertimento, chiamata Torinopoli, con teatro, cinema e numerose attrazioni.
In particolare fu costruito un teatro omonimo: Umberto Fiandra nel dopoguerra aveva conservato la gestione sia del cinema Romano sia di questo Parco Michelotti (estivo) che poteva contenere ben 1000 persone. Successivamente quel teatro fu abbattuto in quanto il parco avrebbe dovuto ospitare quello che fu lo zoo di Torino.
Da un sito non più esistente ma ancora parzialmente visibile grazie a web.archive.org, si legge: La vicinanza di Borgo Po alla collina torinese e al centro della città ha permesso al parco di caratterizzarsi come luogo di svago, riposo e di villeggiatura; ma Borgo Po deve la sua nascita e la sua crescita economica alle attività che si sono insediate sulle rive degli attuali giardini per sfruttare le acque del fiume e che hanno vissuto per lungo tempo. La presenza di due mulini a pontoni ancorati alla riva con catene metalliche , frequentati dai torinesi e dagli abitanti dei territori circostanti, qualifica l’intera area come centro funzionale ed economico della città. Nel 1776 i mulini subiscono un arresto per motivi di siccità del fiume e per la difficile navigabilità a causa del forte dislivello della diga, la città cerca quindi di riattivarli per risollevare le sorti dell’economia e della disoccupazione. Già durante la dominazione napoleonica Michelotti propone di abbattere la difettosa diga di Madonna del Pilone e di impiantarne una nuova in prossimità del ponte in costruzione (attuale ponte Vittorio Emanuele I) aprendo, inoltre, un lungo canale del Borgo Po fino ai mulini del pilone. Michelotti progetta la diga a valle del ponte e non a monte, per evitare con il moto ondoso di intaccare le fondazioni del ponte. Il progetto prevede di aprire un passo nella diga per consentire la navigazione sulla sponda sinistra, di formare un canale all’imbocco di Borgo Po fino al piazzale della chiesa della Madonna del Pilone e di spostare alcuni tratti della strada di Casale. I lavori cominciano nel 1816 e nel 1817 l’opera viene collaudata. Il terrapieno che attualmente forma il parco Michelotti, in quegli anni, è caratterizzato da una sottile striscia di terra che tra il 1817 e il 1819 viene trasformata in passeggiata delimitata da due file di platani. Il canale viene soppresso all’inizio del 1935 , in concomitanza con i lavori di ricostruzione di via Roma, quando, con i materiali di scarico provenienti dalle demolizioni in atto si riempie il canale. Già nel 1927 il salto d’acqua dell’antico mulino può considerarsi inattivo e la sua soppressione è maggiormente motivata se si considera che il vecchio e profondo fossato, con le sue ripe e cupe sponde, popolato da topi, nonostante la lussureggiante vegetazione che lo circonda, assomiglia più a un condotto scoperto che a un pittoresco corso d’acqua. Dell’opera dell’ingegnere Michelotti oggi rimane solo la diga, limite fisico per la navigazione, ma fondamentale per la salvaguardia del ponte napoleonico, funzione che peraltro le era stata conferita sin dall’origine della sua progettazione.
Relativamente poi alla vegetazione presente nel parco, si leggono ancora informazioni intererssanti che ho riportato in un altro post in modo che anche quelle non vadano perse!
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Si ritrovano diverse immagini del canale Michelotti:
Dal sito MuseoTorino, viene mostrata anche la diga e le opere di derivazione di canale, “significativa testimonianza storica e tecnologica ottocentesca. La diga Michelotti, proposta negli ultimi anni dell’Impero napoleonico in sostituzione della diga dei Molini per alimentare il canale dei molini della Madonna del Pilone, fu realizzata nel 1816-1817 da Ignazio Michelotti, da cui prese il nome. Comprende una calata d’imbarco in sponda sinistra, il muro scaricatore in sponda destra adiacenti alla derivazione del canale (eliminato a partire dal 1935). La diga fu poi rialzata e rafforzata nel 1881 e nuovamente nel 1910 per agevolare la navigazione fluviale sul Po in occasione dell’Esposizione del 1911. A tale epoca risale l’attuale paratoia, prodotta dalle fonderie Fauser di Novara.”
Diga Michelotti
Ancora oggi rimane una minima traccia di quel canale dei mulini (costruzione: 1775 – 1816) e si legge nell’archivio fotografico di MuseoTorino che era “solo uno dei numerosi corsi d’acqua artificiali che assicuravano energia meccanica a mulini e industrie torinesi nel corso dell’Ottocento e che caratterizzavano l’aspetto della città. Ora scomparso, ne rimangono alcune tracce nel tessuto urbano”. “Il canale, oggi non più esistente, deve il suo nome all’architetto Ignazio Maria Lorenzo Michelotti (1764-1846). Prendeva origine sulla sponda destra del Po, a valle del ponte di piazza Vittorio, e continuava il suo corso parallelo al fiume per poi rigettarvisi all’altezza della chiesa della Madonna del Pilone. La decisione di costruire un canale (in piemontese bealera) per fornire energia idraulica sulla riva destra del Po risale alla seconda metà del Settecento. Il primo mulino era pronto nel 1779, ma la realizzazione del canale incontrò diverse difficoltà tecniche, legate alla portata e alla larghezza del fiume ed alla necessità di tener conto delle esigenze della navigazione fluviale, allora molto diffusa. Michelotti risolse la questione con la costruzione di una diga ad arco sul Po, per assicurare una portata costante al corso d’acqua. Il canale fu così inaugurato nel 1816 e da quel momento diede energia a diversi impianti produttivi e una diramazione irrigua. Venuta meno la sua funzione, il canale venne smantellato e interrato negli anni Trenta del Novecento, lasciando però tracce nella conformazione del parco Michelotti”.
Nella scheda dedicata ad Ignazio Michelotti, presente in MuseoTorino, si legge: “In Ingegnere idraulico, costruttore del canale omonimo soppresso nel 1936. Fu socio dell’Accademia delle Scienze dal 1791″.
La chiusa di canale Michelotti (2010)
Nel sito Facebook Torino Piemonte Grup Antiche Immagini si possono poi trovare altre immagini interessanti come questa relativa alle lavandaie sul Po che operavano anche in corrispondenza dei murazzi, dall’altro lato del fiume. Si legge: “Dal fiume salivano canti popolari, risate, baruffe, erano le lavandaie che per un lungo tratto del Po, dal ponte Umberto fino oltre ponte Regina Margherita, inginocchiate sulle rive lavavano i panni dei clienti e li stendevano ad asciugare. Il bucato veniva recapitato ogni lunedì’ con il carro a cavalli. Alla fine degli anni venti le lavandaie si sono trasferite alla Barca, Bertolla, San Mauro”.
Diversi sono poi gli scatti dell’archivio Gabinio Mario, resi consultabili dal sito fondazionetorinomusei.it:
Chiesa della Madonna del Pilone
Ho poi trovato la seguente bella immagine di zingara con animali, ripresa molto probabilmente altrove, ma ve la propongo ugualmente per la spontaneità di questa foto, seppur risulti mossa!
Vi invito poi a vedere il bel video Parco Michelotti: un Bosco in città. Guadandolo mi ha fatto pensare alla seguente frase di una canzone del disco Darwin del Banco del Mutuo Soccorso: “prova a pensare un po’ diverso“. Da quel video ho appreso che nel 1850 furono realizzati, in quel parco, il viale dei platani e poi quello di Ginkgo biloba. Nel recente periodo di cosiddetto abbandono di quel territorio, è aumentata la biodiversità: semi, trasportati dai più vari vettori, hanno radicato nuova vegetazione ed insieme è stato attirata una molteplicità di nuova microfauna […]
Già nell’ ‘800 i Savoia, seguendo la moda dell’orientalismo e dell’esotico proprio di molte corti europee quali simbolo di prestigio e potere, tenevano diversi animali esotici nei giardini del Palazzo Reale: c’erano grandi voliere, a forma di pagoda, e gabbie con inferriate, destinate alle belve. Esiste un interessante articolo di Fulvio Peirone sul numero cartaceo di Torino Storia del gennaio 2016 e di cui c’è traccia anche su Internet (Corso San Maurizio, lo Zoo di Casa Savoia: venne smantellato dal Comune ) dove si legge: Il 9 gennaio 1878 moriva a Roma Vittorio Emanuele II; il 23 aprile il sindaco di Torino Luigi Ferraris comunicò la volontà del nuovo sovrano Umberto I «di donare al Municipio la collezione di animali viventi coi relativi materiali costituenti il suo giardino zoologico». I torinesi però non accettarono il dono: lo Zoo sarebbe costato troppo e venne smantellato nel 1886. Lo Zoo – allestito in prossimità dell’attuale corso San Maurizio, proprio sotto i bastioni – era fornito di grandi voliere a forma di pagoda, casotti muniti di una zona coperta e una all’aperto, gabbie con inferriate destinate alle belve, ampie vetrate con impianto di riscaldamento che rendevano, se non confortevoli, senz’altro meno drammatiche di un tempo le condizioni di vita degli animali. L’ingresso al pubblico era gratuito. La discussione del Consiglio Comunale sul dono del Re si tenne nella primavera del 1879. Vennero presi in esame i costi di gestione che la Commissione incaricata di valutarne l’impatto economico stimò in 67.000 lire per l’esecuzione di «opere iniziali» e 73.000 annue per le spese «di mantenimento». Si decise di nominare «un Comitato, con l’incarico di fare il Programma per la costituzione di una Società, la quale provvedesse alla conservazione del Giardino zoologico, nell’attuale località e per un periodo da 10 a 15 anni». Non durò tanto: lo Zoo, chiuso ai visitatori nel 1883 e definitivamente smantellato tre anni dopo, cedette il posto al maneggio reale, mentre gli avveniristici ricoveri degli animali furono trasformati in serre.
I Savoia non erano nuovi ad interessarsi di animali esotici: già nel 1827, un elefante indiano maschio arrivò a Torino come singolare dono a Carlo Felice, re dei Savoia, da parte del viceré d’Egitto Mohamed Ali. Fu chiamato Fritz ed accolto in uno spazio ricavato dall’ex scuderia della Palazzina di caccia di Stupinigi, la residenza dei Savoia appena fuori Torino: si trattava di uno spazio interamente recintato, la Ménagerie. Con tale francesismo si era solito denominare il luogo dove si trovava una collezione di animali in cattività, spesso esotici, tenuti per farne mostra, precursore del moderno giardino zoologico; quel termine fu usato per la prima volta nella Francia del XVII secolo e fu in seguito usato principalmente per riferirsi appunto a collezioni di animali tenute da reali o aristocratici. Si racconta che tutti amarono quell’animale fin dal primo giorno sia per il carattere mite sia per la simpatia suscitata da quella stazza enorme e per le sue caratteristiche da ballerino: durante la permanenza a corte venne infatti utilizzato soprattutto per intrattenere i visitatori con spettacoli, balletti e passeggiate nel parco. All’arrivo del pachiderma, Franco Andrea Bonelli, professore di Zoologia e direttore del Regio Museo di Zoologia dell’Università di Torino, prescrisse per lui un apposito “menu” che prevedeva 50 pani al giorno con 24 cavoli verza oppure 4 libbre di burro con 16 libbre di riso (libbra piemontese=0,368 kg). Si racconta che gli venissero anche servite una o due pinte di vino e persino del tabacco. Le castagne, capaci di procurargli un’indigestione, vennero utilizzate solo come premio speciale. Inoltre, una volta al mese, dopo essere stato lavato, Fritz veniva unto con il burro perché la sua pelle non si seccasse. A sua disposizione c’era poi anche un cortile con una vasca circolare munita di scivolo.
Insomma, quale elefante poteva apparentemente stare meglio di lui? 😦
Il pachiderma fu oggetto di grande interesse anche da parte degli artisti di corte: appena giunto a Stupinigi fu ritratto dal vivo dalla pittrice Sofia Giordano e la litografia, stampata nel laboratorio di Felice Festa, ebbe larga diffusione. Nel 1835 Enrico Gonin dipinse l’elefante attorniato da una folla di curiosi durante una parata: Fritz ebbe persino l’onore di essere immortalato in un dagherrotipo, primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini (tuttavia non riproducibili), l’unico in Italia con un soggetto animale. Casimiro Roddi, chef della Ménagerie, Giuseppe Genè e Filippo de Filippi, che si avvicendarono alla direzione del Museo Zoologico torinese, registrarono con cura notizie e informazioni sui suoi comportamenti, la sua alimentazione (spesso inadeguata) e le cure mediche. Dopo 25 anni si presenza a corte, l’elefante impazzì e, si dice, incominciò a distruggere ciò che lo circondava (alcuni segni sono ancora visibili sulle parti in legno). In verità, il suo destino incominciò probabilmente a cambiare radicalmente con l’ascesa al trono sabaudo di Vittorio Emanuele II che non digerì mai gli altissimi costi per il suo mantenimento e probabilmente non aspettava che un pretesto per potersene sbarazzare. L’occasione arrivò nel 1852 quando Fritz, caduto in depressione per la morte del custode storico a cui si era affezionato, uccise con colpo di proboscide il nuovo guardano e sfasciò il proprio recinto. Vittorio Emanuele II ne ordinò quindi la soppressione, che avvenne l’8 novembre 1852 mediante asfissia con l’ossido di carbonio. Tassidermizzato, fu donato al Museo Zoologico dell’Università di Torino che già dalla prima metà del ‘700 ospitava diversi animali quali era stato riservato quel processo di perenne testimonianza della ferocità dell’uomo. Il pachiderma è tuttora conservato nel Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino accanto alle altre raccolte storiche costituite appunto fin dalla prima metà del Settecento: purtroppo, come ho già avuto modo di parlarne in un altro mio post, questo bel museo da sempre molto attivo anche nelle proposte estemporanee, è chiuso da tempo in attesa di una fantomatica ristrutturazione ed adeguamento degli impianti!
Museo di scienze naturali di Torino
Nel 2015 nel castello di Stupinigi si è tenuta l’esposizione “Un elefante a corte” che ricostruiva il “serraglio di animali esotici” che animava il grande parco retrostante nella prima metà dell’Ottocento, riportando alla luce aneddoti dimenticati della storia di quella Palazzina di Caccia. Protagonista dell’evento era appunto la ricostruzione a grandezza naturale di Fritz: quella mostra era stata allestita dall’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino con la collaborazione della Scuola Tecnica San Carlo ed intendeva ricreare l’atmosfera degli anni dell’Orientalismo grazie ad esemplari naturalizzati come leone, canguro e struzzo (provenienti dalle collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino) stampe d’epoca, dipinti, sculture e contributi audiovisivi. Il materiale archivistico e gli esemplari naturalistici esposti provenivano principalmente dalle collezioni prestigiose del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, degli storici Musei di Zoologia e Anatomia comparata e della Fondazione Ordine Mauriziano, che fu proprietario della Palazzina di caccia di Stupinigi, sin dalla sua costruzione nel 1729.
Ricostruzione, a grandezza naturale, di Fritz alla Palazzina di caccia di Stupinigi
Su una pagina dell’attuale sito dell’Accademia delle Scienze di Torino viene narrato il contributo di serragli, menagerie e giardini zoologici, fornendo una visione dei medesimi come utili al progresso della scienza! Leggendo questo articolo di questo sito della prestigiosa accademia, risulta a me evidente che chi l’ha scritto/approvato abbia una ancora una visione assai ottocentesca di quello che è lo studio e la ricerca, biologica, veterinaria: permane evidente in quel testo la convinzione che, per studiare gli animali, questi debbano essere portati in cattività in un luogo vicino al ricercatore (e non il viceversa, come mi sembra sia oramai assodato da decenni). Si parla addirittura di “miopia emozionale di alcuni che non avevano capito il significato di questo tipo di istituzioni“, relativamente alla decisione nel 1987 di chiusura dello zoo di Torino. Mi limito quindi ad un no comment, riportando integralmente quanto attualmente pubblicato in quel sito istituzionale: Un capitolo a parte della biologia animale è costituito dal contributo fornito prima dai Serragli e dalle Menagerie del Piemonte, e poi dai Giardini zoologici torinesi. Serragli, Menagerie e Giardini zoologici sono i tre vocaboli con cui dall’antichità a oggi si usano indicare i luoghi in cui sono nutriti ed allevati animali destinati principalmente alla caccia o all’esposizione. Nei primi dell’Ottocento in Piemonte, con la restaurazione, nacquero e si svilupparono le Menagerie di Stupinigi e Racconigi e, più tardi, dopo la metà del secolo, il Giardino di acclimatazione della Regia Mandria e il Giardino zoologico reale di Torino. Tra la Menageria di Stupinigi e gli zoologi universitari torinesi (Bonelli, Gené e De Filippi) ci furono stretti rapporti. Tanto che si può affermare che se dal punto di vista della scienza veterinaria la Menageria di Stupinigi non rappresentò un campo di ricerca particolarmente fiorente, la biologia animale ne trasse invece indubbi vantaggi. Non solo la zoologia, ma anche l’anatomia comparata, ricavarono importanti informazioni dallo studio di animali presenti a Stupinigi. Basti ricordare il caso dell’elefante “Fritz”, donato a Carlo Felice dal viceré d’Egitto, che visse 25 anni circa presso la palazzina di caccia di quel castello. Quando morì sul suo cadavere furono compiuti studi scientifici: De Filippi e il Marchese Corti si occuperanno di indagini istologiche e quest’ultimo compì sulla retina di quell’animale osservazioni di altissimo livello. Il Marchese Corti a quell’epoca era già noto per aver scoperto la fine e complessa architettura dell’organo umano dell’udito. In questo periodo vanno anche ricordate l’opera pratica e le lezioni teoriche di alcuni tassidermisti, fra i quali Francesco Comba. A lui si devono alcuni degli esemplari più belli ancora oggi conservati nel Museo storico di Zoologia. Fra essi si annovera proprio l’elefante Friz di cui si è detto. D’altra parte già il Bonelli aveva elaborato un progetto di Giardino Zoologico “moderno” con chiara funzione scientifica. Il progetto purtroppo non è giunto fino a noi. Anche il Giardino zoologico Reale di Torino fu costantemente in rapporto con il personale scientifico universitario. Oltre al De Filippi, sarà Michele Lessona, succedutogli nella Direzione del Museo di Zoologia, a mantenere questi rapporti. Dopo di lui anche Lorenzo Camerano, assistente al museo fin dal 1878, si avvarrà di materiale fornito dal Giardino zoologico per i suoi studi scientifici. Fra gli altri si possono ricordare quelli di anatomia comparata condotti su un elefante africano e pubblicati nel 1881 sulla importante rivista tedesca «Zoologischer Anzeiger» di Lipsia. Dal primo gennaio di quell’anno iniziò il definitivo smantellamento del Giardino zoologico Reale di Torino. Nei decenni successivi fiorirono o si consolidarono a Torino molte iniziative in materia di Giardini zoologici non di proprietà reale, ma il loro contributo scientifico fu modesto. Si deve attendere il 1955 per assistere all’inaugurazione di una nuova e moderna struttura, il Giardino zoologico di Parco Michelotti che riannoderà i legami con le istituzioni scientifiche, offrendo una valida collaborazione in molti campi, tra i quali quello della primatologia. Forse per la miopia emozionale di alcuni che non avevano mai capito il significato di questo tipo di istituzioni, il Giardino fu di fatto chiuso a metà degli anni Ottanta e un articolato progetto di una sua trasformazione in senso moderno promosso dal Comune di Torino nel 1987 fu rapidamente affossato”.
Nel medesimo profilo Facebook, è presente una nota su Stupinigi il primo vero Giardino Zoologico italiano, tratto da “Storia e vicende della Reale Palazzina” Blue Editoriale Torino 1999, dove risulta a me evidente sia la crudeltà delle battute di caccia reali, che avvenivano a cadenza bisettimanale, sia lo stato innaturale in cui molti degli animali esotici si venivano a trovare, al punto da dover essere curati con terapie empiriche, per poi inevitabilmente comunque morire: anche in questo testo ci sono passi che lasciano almeno intravvedere l’utilità di queste pratiche per lo sviluppo della scienza. Nuovamente riporto parte dello scritto, senza ulteriori commenti: “Lo sviluppo notevole del complesso e la modernità di gestione, in rapporto all’epoca, di questa raccolta di animali viventi caratterizzò in modo tale la struttura, che quello di Stupinigi è considerato a ragione il primo vero Giardino Zoologico italiano. Definiti come serragli o menagerie (dal francese antico Mènagerie) i Giardini zoologici non erano rari, nell’Ottocento, presso le residenze reali europee. Fra i più noti si possono ricordare quelli di Versailles, della Malmaison di Schoenbrunn, del Regio Parco presso Torino, ecc. L’inizio dell’attività di allevamento di animali nel territorio di Stupinigi risale alla fine del Settecento, prima della Rivoluzione francese, quando presso la Menagerie venivano fatti crescere i cervi destinati alle caccie reali che, fin dal seicento, si svolgevano nei boschi della Magistrale Commenda. […] La caccia consisteva nel lungo inseguimento, da parte dei cacciatori e dei cani, dell’animale selezionato e di quello solo, cercando di evitare le astuzie che la preda metteva in atto per cercare di sfuggire, fino a quando questa veniva raggiunta. Era questo l’eccitante momento dell’hallaly che precedeva la morte del cervo e la successiva curée, quando alcune parti dell’animale vengono date in pasto ai cani come premio delle loro fatiche. […] Alla Restaurazione, per riorganizzare le caccie reali fu necessario provvedere alla costruzione di un apposito “serraglio” per il loro allevamento che, fu poi definitivamente stabilito presso la cascina “Vicomanino”, dove più tardi verrà costruita anche una fagianeria. […] La progressiva scarsità della selvaggina faceva sì che i cervi cacciati sovente non venivano uccisi, ma rimessi nel recinto, curati ed utilizzati nuovamente, qualche anno dopo, per una nuova battuta. Contemporaneamente allo sviluppo dell’attività venatoria si andò via via sviluppando presso Stupinigi anche l’allevamento di animali esotici, destinati però al semplice diletto della Corte e del pubblico che, pur non numeroso, aveva tuttavia accesso ai recinti ed alle gabbie. Come la caccia, anche la gestione degli animali del Serraglio era affidata all’autorità del Gran Cacciatore, una delle più importanti cariche di Corte. […] Con tutta probabilità gli inizi della Menagerie di Stupinigi vanno fatti risalire al 1815, con l’arrivo dalla Sardegna di alcuni mufloni, cui si aggiungono un camoscio e delle gazzelle, che vengono sistemati presso il canile a croce del Birago di Borgaro, o in altri locali di volta in volta resisi liberi. Tuttavia, solamente a partire dagli anni venti dell’Ottocento il Serraglio vedrà l’arrivo di animali rari ed interessanti. Anche in relazione a quest’ultimo fatto, si rende necessario poter disporre di locali adeguati per il mantenimento e l’ostensione degli animali. Per la sua buona esposizione, viene scelta e destinata a questo scopo un’intera ala del Podere San Carlo, che, tuttavia, si rivela, in breve tempo, insufficiente. Si provvede pertanto alla costruzione, presso lo stesso podere, di una nuova manica, sempre curvilinea, rivolta a levante in modo da poter sfruttare, anche in questo caso, le migliori condizioni climatiche, soprattutto durante l’inverno. All’interno della nuova struttura, in pietre e mattoni a vista verso Torino, perfettamente arricciata verso la Palazzina, sono ricavati una quindicina di locali che serviranno da gabbie per gli animali che via via giungeranno a Stupinigi. Altri lavori riguardano parti preesistenti del Podere San Carlo, in modo da creare una struttura omogenea attorno alla corte dell’edificio, che viene riadattata, spianandola e completandola con una vasca. Più tardi nello stesso cortile viene fatta costruire una volière, il cui corpo centrale è di pianta ottagonale con due lati sporgenti di pianta quadrata, racchiudente un albero al centro. Agli angoli della struttura sono sistemate sei piccole colonne con capitelli moreschi. I lati sporgenti sono dotati ciascuno di tre finestre di stile moresco racchiuse da cornici rettangolari con colonnette agli angoli fissi simili a quelle del corpo principale. Questi due corpi rettangolari sono coperti da cupole in legno foderate di latta al centro delle quali si erge un pilastrino recante una sfera e la mezzaluna. La sfera è in ottone lucente, il piedistallo e la mezzaluna sono di latta. L’intera struttura è colorita ed è circondata da un marciapiede di piastrelle di Luserna. […] Nel 1825 arriva a Stupinigi un bel gruppo di canguri, animali con tutta probabilità mai visti prima dai torinesi, per i quali vengono allestiti appositi locali, riscaldabili mediante stufe. Tuttavia, sfortunatamente, i canguri non riusciranno mai ad adattarsi del tutto al clima freddo ed umido della zona e, nonostante le assidue cure, moriranno tutti durante un rigido inverno, non senza peraltro essersi riprodotti. Ma non sono solo i canguri a rappresentare delle rarità. Infatti, tra il 1820 e il 1852, anno della definitiva chiusura della Ménagerie, soggiornano a Stupinigi, fra gli altri: cervi e cerve; cervi sardi; daini, nelle varie razze albina, inglese e sarda; stambecchi; caprioli; capre nubiane; capre del Sennhar; tragelafi; capre del Tibet; camosci alpini; montoni di Barberia; mufloni sardi; montoni d’Egitto a quattro corna; cinghiali sardi; serva1 leoni di Barberia; linci; leopardi; puma; giaguari; ocelot; manguste; canguri; dromedari; orsi bruni; iene; lupi; sciacalli; gazzelle; bradipi; varie specie di scimmie; foche; pellicani; struzzi; avvoltoi; aquile; varie specie di pappagalli; fagiani dorati; fagiani argentati; varie specie di anitre; marabù; pavoni; polli sultani; varie specie di piccioni e tortore; gru; tinami; penelopi; boa; testuggini e molte altre interessanti specie. La loro presenza passerebbe tuttavia quasi inosservata, se alcuni esemplari ad esse appartenenti non fossero ancora oggi conservati nelle ricchissime collezioni del Museo di Zoologia dell’Università di Torino. Fra questi inoltre alcuni vanno riferiti ad entità estinte come il piccione migratore d’America e il leone di Barberia. Il piccione migratore viveva nell’America settentrionale, attraversandola regolarmente in stormi di milioni di individui. Venne sterminato a causa della caccia, del progressivo e continuo disboscamento e del basso tasso riproduttivo. L’ultimo esemplare allo stato libero fu ucciso nel 1900, mentre nel 1914, allo zoo di Cincinnati, scomparve l’ultimo individuo allevato in cattività. Il leone di Barberia invece viveva nel Nordafrica, nella fascia compresa tra il Marocco e l’Egitto. La sua scomparsa è dovuta alla caccia spietata cui era sottoposto, soprattutto per difendere il bestiame domestico che veniva allevato negli stessi territori. L’ultimo esemplare morì nel 1922. Sono inoltre disponibili due rari opuscoli scritti dallo chef de la Mènagerie Casimiro Roddi, intitolati rispettivamente “Des animaux de la Ménagerie royale deStupinis” , pubblicato nel 1833 dall’Imprimerie Royale di Torino e “Elenco degli animali del Real Serraglio di Stupinigi con alcuni cenni sopra i medesimi” uscito nel 1842 per i tipi dei Fratelli Castellazzo, ed un manoscritto del 1837 circa, sempre opera del Roddi, dal titolo: “Relazione d’alcune malattie accadute a vari animali della Real Menageria di Stupinigi non che del metodo praticato per curarle”. […] l problema del freddo più sopra indicato per i canguri, sembra in molti casi essere il problema più spinoso che il Roddi deve affrontare nella gestione degli animali della Ménagerie. In particolare gli animali provenienti da regioni tropicali mal si adattano al clima della zona ed è necessario ricoverarli durante l’inverno all’interno di stalle scaldate in parte dal calore animale proveniente dalle bovine stabulate, in parte da stufe tenute alla massima temperatura possibile, in parte ancora da accorgimenti particolari, avvolgendoli in coperte, paglia o cotone. I prodotti farmaceutici, forniti dallo “speziale” di Moncalieri, risultano gli stessi utilizzati per gli animali domestici; stesso discorso si può fare per quanto riguarda i metodi impiegati, anche se ne risulta assai più complicata, difficile e rischiosa l’applicazione, trattandosi di esemplari selvatici. Per lo più vengono impiegati decotti di malva e di manna, crema di tartaro, fiori di zolfo, come purganti e rinfrescanti; come avviene per gli uomini, anche agli animali vengono imposti i miracolosi salassi. Molto sovente si ricorre a quantità variabili di vino di diverse qualità, talvolta pregiate, o a sistemi, probabilmente efficaci, ma sbalorditivi. Ad esempio, ad un camoscio affetto da contrazioni spastiche dell’addome si somministra cassia disciolta nel decotto di malva con l’aggiunta di conserva di ginepro stemperata nel vino. L’appetito dell’animale viene infine stuzzicato lavandogli la bocca con un miscuglio di aceto, olio, pepe, sale ed aglio. Bisogna peraltro sottolineare che la presenza di tante rare specie desta un particolare interesse, non solo da parte dell’ambiente accademico veterinario, ma anche di quello delle Scienze Naturali. I direttori del Museo di Zoologia dell’Università di Torino, nell’ordine Franco Andrea Bonelli (1784-1830), Giuseppe Gené (1800-1847) e Filippo De Filippi (1814-1867), si recano sovente a Stupinigi per studiare gli animali ivi presenti e per fornire suggerimenti sul loro allevamento. Da questo continuo rapporto tra scienza e pratica deriva una serie di interessanti lavori scientifici che portano contributi nuovi alla conoscenza della Biologia animale e che mettono bene in risalto l’interesse della Casa regnante per il progresso delle scienze nell’ambito dello Stato Sardo. Questi lavori sono in genere di Zoologia pura, come la descrizione di nuove specie per la scienza, ad esempio una iena o una pecora, o come la scoperta di un particolare organo che permette, secondo l’autore, di distinguere le pecore dalle capre, oppure emendando altri errori veri o presunti nell’anatomia o nella fisiologia degli animali.”
Per trovare altri dettagli su Friz e sulla sua triste storia, puoi vedere i seguenti link da cui ho dedotto quanto precedentemente indicato:
Nel seguito riporto alcune foto degli animali presenti nello zoo di Torino, immortalati da fotografi dell’epoca, non sempre professionisti: queste immagini riescono bene a dare un’idea di quello zoo e consentono di mantenere nel tempo il suo ricordo.
Experimenta e mostre estemporanee (e.g. dinosauri)
Non ho visto l’ultima versione del 2006di Experimenta a parco Michelotti, successiva alle molteplici realizzate nel parco di Villa Gualino, ma almeno una edizione in quel parco me la ricordo bene essendo andato con mia figlia ancora in età prescolare: la piattaforma ruotante, per sperimentare la forza centrifuga, la bicicletta con sovrappeso che si muoveva lungo un filo, i filmati in 3D in realtà sensoriale aumentata da poltrone mobili, profumi e aria compressa …
Successivamente forse non era più Experimenta, ma ricordo la presenza nel parco anche ponti tibetani, sezioni didattiche sulle capacità radar dei pipistrelli, i percorsi di free-climbing per bambini …
Nel 2012parco Michelotti era stato poi sede del progetto ‘Street Art Museum’, descritto in dettaglio in un mio post precedente.
Dal 2012, a gestire il patrimonio di Experimenta dovrebbe essere il Museo di Scienze Naturali di Torino, come già avevo indicato nel mio precedente post Quando riaprirà il bel museo regionale di scienze naturali di Torino?. Ora esiste anche un sito ufficiale di Experimenta , sebbene le attività di questi ultimi anni non siano state, secondo me, molto pubblicizzate: io non ero a venuto a conoscenza, prima di queste mie recenti ricerche! Anche su Wikipedia viene indicato che Experimenta era una mostra scientifica interattiva, a cadenza annuale, che si è svolta Torino dal 1985 al 2006!! Nulla sul suo presente … magari chi gestisce quella mostra potrebbe aggiornare quel testo … 😉
Del 2007 è infatti l’articolo Il Parco Michelotti dopo Experimenta. In quell’articolo viene detto: “La lunga parentesi di Experimenta – ha spiegato l’assessore – ha contribuito a tutelare l’area, anche se di fatto questa veniva resa non liberamente disponibile al pubblico. Ora, si tratta di progettare il recupero del parco – delle zone più belle e panoramiche della città – alla sua vocazione naturale. Un’area dedicata ai bambini e all’ambiente, questa la filosofia della prima ipotesi di progetto (master plan) presentata in Commissione. La zona verde che un tempo ospitava lo Zoo, compresa tra corso Casale e il Po nel tratto fra i ponti di piazza Vittorio Veneto e di corso Regina Margherita, vedrebbe ridisegnata tutta la viabilità ciclopedonale interna. La porzione più vicina al ponte di piazza Vittorio sarebbe dedicata alle attività per l’infanzia. Più oltre, la “zona culturale” (con la biblioteca Geisser e lo spazio teatrale), con una piazza verde attrezzata per spettacoli e iniziative varie. E ancora, spazi per il noleggio di imbarcazioni, per sostare e mangiare all’aperto e per il parco museale ecofluviale. Il tutto, con una fascia di parcheggi alberati parallela al corso Casale. Un Parco Michelotti aperto a tutti, una terrazza verde da 27mila metri quadrati affacciata su un fiume che ne ridiventa il protagonista. I tempi non saranno brevi (2010). Il progetto dovrà essere approvato dalla Giunta e poi inserito nel piano triennale delle opere pubbliche. La realizzazione del nuovo volto del Parco Michelotti avrebbe un costo approssimativo di un milione di euro. L’assessore Tricarico ha annunciato in Commissione che, per evitare che, dopo il trasferimento di Experimenta, la zona subisca usi impropri o occupazioni abusive, sarà emesso nei prossimi giorni un bando per affidare ad un soggetto unico – per sei mesi e in via sperimentale – la gestione dell’area, con l’offerta di uno spazio organizzato e di un programma di attività diversificato“.
Dell’Experimenta del 2006 rimane consultabile da Internet il catalogo: Experimenta ’06 catalogo.
Dal sito www.experimenta.to.itsi apprende che il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino ha presentato la versione 2018, nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro, nel 2018 a Rivoli presso l’I.I.S.S. “Oscar Romero” – Viale Papa Giovanni XXIII 25 – Rivoli (TO) – dall’8 febbraio al 15 aprile 2018 … evento, secondo me, per nulla pubblicizzato a dovere!
Nel 2014 aveva organizzato invece una mostra sui dinosauri, di cui rimangono traccia alcune foto agevolmente reperibili da Internet:
Proteste contro la privatizzazione del parco e la gestione da parte di Zoom
Questi sono solo alcuni dei link su cui si possono trovare particolari della protesta che ha portato il Comune a fare un passo indietro per cercare di intervenire sulle sorti del Parco Michelotti in modo differente.
Partito l’intervento di pulizia dell’ex zoo del parco Michelotti: l’obiettivo è riaprire entro la fine di marzo la prima porzione dell’area (17/1/2018): “E’ partito oggi, mercoledì 17 gennaio, l’intervento di pulizia dell’ex zoo del parco Michelotti, chiuso da quasi 31 anni. Intorno alle 8 di mattina gli operai di Amiat, accompagnati dai tecnici del Comune e scortati dagli agenti di Polizia Municipale di zona, hanno aperto il cancello del parco Giò e hanno iniziato la manutenzione. Armati di cesoie, tagliaerba e sacchetti, stanno rimuovendo l’erba incolta, tagliando le piante infestanti, portando via le foglie secche. Poi dovranno rimuovere i cumuli di rifiuti, centinaia di cartacce e bottigliette che invadono l’area. Nella vecchia biglietteria era insediato un senzatetto, che è stato fatto allontanare. Nelle prossime settimane si procederà al ripristino di recinzioni esterne e muratura dei wc pubblici. Infine si eseguirà la potatura e messa in sicurezza degli alberi. L’obiettivo è riaprire entro la fine di marzo la prima porzione dell’area: sicuramente il Parco Giò (3 mila metri quadri), area giochi che si trova all’interno dell’ex zoo (30 mila metri quadri). Ma si proverà a sbloccare anche la porzione accanto, verso la Gran Madre, restituendo ai cittadini – nella versione più ottimistica – un’area di 10 mila metri quadri. Gli operai, oggi, stanno lavorando anche qui”.
Inevitabili sono i pericoli di incendio nei locali del parco abbandonato a se stesso, privi di qualsiasi sistema di sicurezza, essendo diventato inoltre dimora di senzatetto, con fornelli e quant’altro …
La Biblioteca Civica intitolata ad Alberto Geisser, prima sede decentrata della Biblioteca civica centrale, fu inaugurata nel 1975. È situata all’interno del Parco Michelotti, in un edificio del 1953 e conserva un patrimonio di oltre 48.000 opere.
La storia dell’edificio, adibito ancora attualmente a biblioteca civica , è molto legata alla storia del parco Michelotti e al suo zoo, come traspare dalla seguente descrizione presente nel sito museotorino. Personalmente sono iscritto da tempo alla sua newsletter in quanto è una biblioteca assai attiva in attività culturali sia per grandi sia per i più piccoli.
“La palazzina rientrava nel nuovo assetto assunto dal Parco all’inizio degli anni Cinquanta, fino ad allora utilizzato come giardino pubblico con attività legate al gioco delle bocce, alla balneazione del Po e per spettacoli teatrali, dal 1910 nel “Teatro Parco Michelotti” con 1000 posti di Umberto Fiandra.
Il termine della concessione data al signor Fiandra cambiò il panorama del Parco. Nel 1948 la S.I.S (Società di Incoraggiamento Sportivo) fece richiesta di costruire un edificio con destinazione bocciodromo e birreria; un ulteriore spazio venne concesso nel 1951 quando l’Associazione Provinciale dei Macellai chiese al Comune di poter edificare una propria sede; successivamente 1955 iniziarono i primi passi per la creazione del giardino zoologico, ampliato nel 1957 sull’area del teatro. Il progetto della sede sportiva dell’Associazione del 1953 si deve a tre giovani architetti, Amedeo Clavarino, Renato Ferrero, Bruno Foà; le opere in cemento armato progettate e dirette dall’ing. Giorgio Gheorghieff.
L’edificio, completato nel 1954, è collocato nella parte centrale del parco, vicino all’ingresso. Ad esclusione delle opere eseguite nel 1984 per la messa in sicurezza dell’edificio, l’ascensore esterno collocato in un corpo completamente vetrato su un lato dell’edificio e il soppalco, la struttura della palazzina è sostanzialmente quella progettata nel 1953. E’ costituita da un corpo lineare sviluppato su due livelli, uno seminterrato, finito ad intonaco con rivestimento lapideo e musivo, caratterizzato da ampie finestre “a nastro”, terrazzi e tetti pensili di altezze diverse. Nel prospetto principale è inserita un’ampia rampa d’accesso. […] Caratteristico è l’inserimento dell’elemento artistico come consuetudine, nelle nuove architetture di quegli anni, della collaborazione tra architetti e artisti. Nel 1960, alla scadenza della convenzione, la palazzina passò di proprietà alla Città di Torino, ma il circolo dall’Associazione Macellai, fruendo di una proroga, continuò ad occuparne i locali fino al 1965.
La società Terni-Molinar (che gestiva lo zoo) da anni chiedeva al Comune di concedergli l’edificio; già nel 1956 ritenendo che dovesse essere annesso allo zoo, aveva proposto un nuovo uso della palazzina da destinare in parte a biblioteca, sala di lettura e aula per conferenze, in parte da riadattare ad acquario-rettilario, ultimo progetto questo che venne poi realizzato nel 1960 nel nuovo edificio commissionato all’architetto Ezio Venturelli. In un primo momento, nel 1965, l’Amministrazione pensò di concedere l’edificio all’Istituto di Genetica, quindi nel 1968 Arduino Terni, direttore dello zoo, chiese nuovamente al Sindaco l’assegnazione della palazzina da utilizzare per le attività didattiche e di laboratorio annesse allo zoo. Nel 1969 la Città concesse al signor Terni, fino al 1985, un’area di ca 1.100 mq ai lati della palazzina escludendo però il fabbricato che passò all’Istituto di Antropologia dell’Università con la formazione del Centro di Primatologia e Osservatorio di genetica animale. In coincidenza con le prime voci di dissenso nei riguardi dell’organizzazione e della metodologia dei giardini zoologici, la palazzina cambiò nuovamente destinazione ospitando, dal 1975, la prima Biblioteca Civica decentrata della Città dedicata al filantropo torinese Alberto Geisser.
Il dipinto murale, posto all’interno della palazzina nel Parco Michelotti, attuale sede della biblioteca Geisser, fu eseguito dal pittore Giacomo Soffiantino per decorare il salone della allora appena terminata sede sportiva dell’Associazione Provinciale dei Macellai”.
Nel sito SOS Gai, Breve storia del Parco Michelotti di Torino, viene mostrata una fotografia d’epoca relativa al teatro all’aperto Teatro Fiandra che nel dopoguerra era ospitato nel Parco Michelotti: “Il parco Michelotti, tra la Gran Madre ed il ponte di corso Regina, fu intensamente fruito come area ricreativa pubblica (prima e dopo la copertura del canale) fino a questo secondo dopoguerra, ospitando anche un teatro all’aperto (Teatro Fiandra), in corrispondenza dell’edificio denominato poi Acquario-Rettilario, attivo fino agli anni ’50 allorché fu deciso di installare in quest’area, nella porzione verso il Po di circa 32.000 mq, lo “Zoo di Torino”, proposto e gestito dalla Ditta Molinar“.
Teatro Fiandra al parco Michelotti in una cartolina d’epoca
Di questo piccolo teatro all’aperto è difficile trovare informazioni anche ricercando su Internet dove invece si trovano immagini di molti altri teatri, anche di quelli ora non più esistenti o completamente ricostruiti dopo bombardamenti o incendi: una interessante carrellata di immagini si può visionare sulla sezione atlanteditorino dedicata ai teatri cittadini.
È pronta a riaprire l’ex casa degli Ippopotami, nella parte più a nord di Parco Michelotti che tornerà nella disponibilità dei cittadini, per una superficie complessiva di 3600 metri quadri. L’appuntamento, alla presenza dell’assessore al Verde pubblico Alberto Unia, è per sabato 26 ottobre quando, dopo circa un anno di lavori e un investimento di 88 mila euro, quest’area sarà riaperta al pubblico, andando ad aggiungersi alla parte di parco già fruibile. Fra gli interventi, il controllo della stabilità di tutti gli alberi, il taglio di quelli compromessi e la potatura degli altri, una nuova viabilità interna, un impianto di illuminazione riqualificato. “La restituzione alla città del parco Michelotti – sottolinea Unia – è il risultato di un percorso che ha consentito a tutti i cittadini interessati alla sorte dell’ex zoo di partecipare attivamente all’opera di riqualificazione. Un percorso che sarà da esempio e rappresenterà un modello partecipativo di intervento virtuoso da applicare in contesti simili”. Intanto, proseguono gli interventi nella parte restante del parco ed è stata pubblicata una manifestazione d’interesse per il recupero e l’utilizzo del Rettilario.
Uno step importante per la riqualificazione del parco è la demolizione delle strutture presenti e abbandonate: in corso valutazioni su cosa tenere in piedi e cosa buttare giù========================================
Uno step importante per la riqualificazione del parco è la demolizione delle strutture presenti e abbandonate: in corso valutazioni su cosa tenere in piedi e cosa buttare giù.
Confermata la spesa iniziale di 500 mila euro per l’abbattimento degli edifici, ad eccezione del Rettilario. Unia: “Difficile mantenere strutture così, ma creeremo un percorso documentaristico”
Il parco Michelotti tornerà fruibile nel 2021. E’ questa la mission del Comune per la struttura che un tempo ospitava lo zoo di Torino. Questa mattina un sopralluogo della commissione Ambiente, presieduta da Federico Mensio, insieme ai consiglieri della Circoscrizione 8 ed all’assessore Alberto Unia, ha consentito di fare il punto della situazione. E di calcolare anche l’impegno di spesa che occorrerà investire per riqualificare l’area di corso Casale
TUTTE LE STRUTTURE SARANNO DEMOLITE Proprio l’esponente della giunta Appendino ha spiegato che l’obiettivo è quello di demolire tutte le strutture presenti, fatta eccezione per l’ex rettilario, sul quale esistono vincoli della Soprintendenza legati alla facciata e che è già stato messo a bando dalla Città.
LAVORI PER MEZZO MILIONE DI EURO …
IN UN’AREA LA STORIA DEL PARCO … possibilità che in una zona specifica del parco torinese, venga ricostruita la storia dello zoo Michelotti.
ADDIO AI CELEBRI MURALES … la loro memoria, a partire dalla celebre Tigre, non sarà perduta essendo conservata all’interno di un libro fotografico realizzato dalla Città nel 2013.
Ho notato che, anche tra colleghi, non tutti sono a conoscenza dell’offerta oggetto di questo post, attualmente presente per chi abbia l’operatore TIM sia per il fisso sia per il mobile: i dettagli li puoi trovare a questo link.
In sostanza, se sia sul telefono fisso sia sul cellulare lo stesso titolare ha TIM, vengono aggiunti GRATUITAMENTE 5GB in più mensilmente sulla sim di quel telefonino. Unico requisito ulteriore è che sia attivato il servizio TIM Ricarica Automatica che comunque risulta molto comodo per non trovarsi inaspettatamente senza credito.
Se poi, come me, hai sul fisso l’offerta TIM Smart, cioè la Smart Fibra con associata la opzione Smart Mobile, cioè una sim per il proprio cellulare (che si paga contestualmente all’abbonamento del fisso), non è ovviamente necessario attivare nulla di più (i.e. la TIM Ricarica Automatica) e basta che ti rechi in un qualsiasi negozio TIM per richiedere GRATUITAMENTE i 5GB in più ogni mese, da ora in poi. Dovrai fornire semplicemente i numeri del tuo telefono fisso e del cellulare e l’operatore del negozio attiverà l’offerta in pochi minuti senza alcuna spesa.
Dopo avere fatto questa semplice richiesta, ora sul telefonino (con la sim datami con l’opzione Smart Mobile) ho 5GB in aggiunta ai 2GB iniziali, che erano effettivamente un po’ scarsi per un uso non sporadico del traffico dati : ora con 7GB non ci sono più grosse limitazioni anche se non si è connessi ad un WiFi!!
Più di 5 anni fa avevo scritto un post relativo a quello che era stato lo zoo di Torino al parco Michelotti, evidenziando già allora lo stato di estremo degrado in cui versava tutta quella zona che percorre la riva destra del Po, tra il ponte di piazza Vittorio e quello di c.so Regina, sebbene si tratti di una vasta area prossima al centro storico di Torino. Grazie a quel post sono venuto a sapere, da una gentile attivista del gruppo Facebook Assemblea Michelotti che mi ha contattato sui social, della presenza di incontri tra Comune e organizzazioni territoriali (o anche semplici cittadini interessati) per confrontarsi e discutere sulle possibilità di recupero di quella parte di territorio abbandonato da troppo tempo. Ho voluto quindi partecipare anch’io ad uno di questi incontri pubblici che si è tenuto lo scorso mese presso la Casa dell’Ambiente di c.so Moncalieri, sebbene non sia proprio della mia zona, essendo io comunque legato affettivamente anche a quella parte di Torino, da sempre la mia città di residenza. Inoltre, confrontarsi con la cittadinanza e con le associazioni, instaurare un dialogo costruttivo per trovare soluzioni concrete e realizzabili con il budget a disposizione, mi è sembrata da sempre la via più giusta e percorribile, da parte di una amministrazione, per cercare di dare un volto ed una finalità migliore ad un territorio pubblico. Per intanto, sono venuto a conoscenza che, dopo un’opportuna potatura di alberi e pulizia generale, a giugno incomincerà già ad essere riaperta al pubblico la piccola parte del parco dove sono presenti i giochi per bambini … un primo segno di rinascita, seppur piccolo come i bambini la utilizzeranno! Durante quell’incontro preserale, ho sicuramente apprezzato il clima di collaborazione propositiva da parte sia dei rappresentanti del Comune sia, soprattutto, delle molte persone che stavano partecipando in modo disinteressato per dare anche loro un contributo affinché quel bel parco fosse restituito ai cittadini per finalità pubbliche e socialmente utili. Ovviamente le posizioni e le proposte dei partecipanti (almeno una trentina) erano state le più svariate, sia a livello di attività e finalità di quel territorio, sia come suggerimenti sulle priorità dei potenziali interventi: da chi avrebbe preferito lasciare alla sola Natura il compito di rigenerare quel parco, a chi proponeva le più svariate attività sociali con la partecipazione attiva dell’uomo, pur nel rispetto dell’ambiente, magari con un possibile riferimento alla sua storia passata. Non ho sentito per fortuna proposte di utilizzo improprio di quel luogo, quali discoteche, pub o quant’altro necessariamente non avrebbe potuto che deteriorarlo con il tempo. Neppure si è più parlato poi dell’iniziale idea di ricostituire lì uno zoo, seppur con animali da fattoria, come ipotizzato tempo fa con la partecipazione di Zoom, idea sinceramente non eccelsa … anche se forse addirittura preferibile, a mio punto di vedere, rispetto al degrado attuale. Mi hanno comunque fatto riflettere le posizioni di chi proponeva di lasciare alla Natura quell’area, limitandosi a renderla visitabile come fosse un museo naturale cittadino. Infatti, più volte, in questi ultimi anni, mi sono soffermato con piacere ad osservare tratti della fossa tra via Sempione e via Gottardo, dove un tempo transitava il treno, a pochi chilometri di distanza dal parco Michelotti: ora è un bosco bellissimo pieno di alberi, liane, animali … solo alcuni cumuli di immondizia disturbano profondamente l’estasi di uno sguardo. Si può veramente affermare, senza timore di essere smentiti, che quando la Natura prende il sopravvento, il paesaggio non può che cambiare in meglio! Ben ricordo il treno a vapore che, seppur sporadicamente, ancora negli anni ’60 transitava su quel binari, ora divelti: quel tratto ferroviario tra la stazione Vanchiglia e le fabbriche Fiat di via Cigna, richiamava sempre l’attenzione di noi bambini della Barriera che, al passaggio della locomotiva, ci affacciavamo alla ringhiera di uno dei ponti, immergendoci poi nel fumo grigio della ciminiera … Ora che c’è questa specie di foresta amazzonica cittadina, quasi mi spiace pensare che, chissà quando, la costruzione della seconda linea di Metro distruggerà quello che in poche decine di anni la natura ha saputo riprendersi e ripristinare!!
Foresta amazzonica a Torino: ex ferrovia tra via Sempione e via Gottardo (1)
Foresta amazzonica a Torino: ex ferrovia tra via Sempione e via Gottardo (2)
Se sei interessato al Parco Michelotti, possono forse interessarti anche i seguenti post:
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Ritornando all’incontro pubblico con il Comune per le sorti del parco Michelotti, in quella circostanza si era poi deciso di dare la possibilità ai cittadini interessati di effettuare un sopraluogo sul posto dai cancelli serrati da tempo e quindi inaccessibile … seppure in più punti siano presenti varchi per entrarci illegalmente! In quella occasione, ho scattato molte fotografie cercando di immortalare la situazione ad oggi, in quanto presto, molto di quello che si vede, scomparirà per far posto a qualcos’altro … Troppi sono stati gli scatti per poterli inserire tutti in questo post, per cui nel seguito potete vederne solo una selezione, rimandandovi al mio album flickr su Torino per vederli tutti! Alcune foto intendono testimoniare l’area boschiva ed i suoi sentieri, altre gli edifici esistenti ed in particolare quello splendido che ospitava il rettilario, progettato da Venturelli: alcuni interni mostrano lo stato di degrado ed il loro utilizzo improprio. Molte si soffermano infine sui murales realizzati principalmente nel 2012 con il progetto di riqualificazione urbana SAM Street Art Museum, progetto curato da Border Land. Molte di quelle costruzioni, in buona parte decadenti, e molti di quei murales, scrostati e deturpati, scompariranno presto e proprio per questo meritano di essere immortalati per mantenerne il ricordo. Durante il sopraluogo è stato detto che già un fotografo professionista aveva ripreso il tutto a dovere … ma, si sa, ogni persona ha un occhio per certi particolari che ad altri possono sfuggire, per cui spero che anche i miei scatti possano comunque avere un loro valore 😉 Segnalo inoltre il post The Lion Sleeps Tonight: Exploring the Abandoned Zoo in Turin dove ci sono alcune foto di interni da me non esplorati oltre ad informazioni relative agli autori di alcuni murales: Seacreative, Alice, Mr. Klevra, James Kalinda, Mr. Fijodor, Giorgio Bartocci … Molto interessanti sono poi le pagine Facebook diBorder Land, che aveva curato nel 2012 il progetto ‘Street Art Museum’, dove si possono trovare foto ed informazioni utili: non mancate di vedere al loro sezione di foto scattate durante la realizzazione dei murales, in cui se ne può scoprire per alcuni la genesi … Di quell’evento era sembra stato realizzato anche un book … Spettacolari sono infine i video realizzati da SAM, dove nuovamente appaiono le opere nella loro bellezza originaria. Da vedere sicuramente almeno:
Ci tengo infine a riportare nel seguito quanto scritto nella sezione La nostra storia del gruppo Facebook Assemblea Michelotti, in quanto, secondo me, fornisce una possibile chiave di lettura anche per queste mie foto seguenti, che appunto vogliono assumere il valore di ricordo nel tempo di ciò che è stato: “Assemblea Michelotti, nata per raccogliere le istanze di cittadine e cittadini di Torino contrari alla privatizzazione e snaturamento di Parco Michelotti, il 15 dicembre 2017 vede realizzato il primo obiettivo, con l’annullamento del progetto Zoom, che non solo comportava forme di sfruttamento di animali, ma sottraeva alla città un luogo centrale di grande valore per l’ambiente e per la qualità di vita di tutte le persone che vivono in Città.Il Comitato continuerà ad esistere e a seguire le sorti del Parco, che speriamo sia accessibile a tutte/i, nel rispetto della ricchezza ambientale e faunistica che lo caratterizza.La storia di Parco Michelotti incomincia nel 1823 quando una Commissione stabilì il collocamento di quattro file di alberate. Nel 1850 furono messi a dimora 164 platani su due filari per un percorso di oltre un chilometro. Nel 1910 ospitava il Teatro “Teatro Parco Michelotti” di Umberto Fiandra, con 1000 posti.Ora è un’area ampia 32.000 mq, di particolare pregio storico e ambientale, tutelata in quanto parco fluviale: 310 sono gli alberi ad alto fusto presenti e ricca è la biodiversità.Dal 2012 sono presenti nel Parco dei Murales di artisti di fama internazionale, grazie al progetto di riqualificazione urbana SAM Street Art Museum.”
There are several sites that offers services to register your URL to several search engines but I think that registering it to Google and to Bing, that are the biggest ones, is more than you need … and this can be done simply without using third party services that always ask you email and more.
Therefore to register an URL to Googlesearch engine, you can go here.
You can even ask to re-index some specific URL that possibly changed: it will take time but the position and priority it will be increased by the search engine:
Ask to re-index some URL that possibly changed to increase the priority it will be analyzed
After few click you’ll receive the following notification in both cases: “Your request was successfully submitted!”
Update 2019 – Now you have to use the Bing webmaster tools site in order to add (for free after logging into that site with your Microsoft account) sites and specific URL you want to submit/re-submit to Bing:
You may need to wait possibly few days before you new URL will be registered, after a verification done by the search engine … from then on, it can be found searching it!
Può capitare di avere una vecchia lampada ad olio, magari una fiorentina come avevo io, e desiderare di renderla riutilizzabile anche per fare luce e non solo averla come bel soprammobile!
Nel seguito mostro passo-passo le fasi necessarie per questo processo di trasformazione che, secondo me, risulta alla portata di molti: just in case, riporto quindi anche suggerimenti banali per chiunque abbia anche solo una minima dimestichezza con gli impianti elettrici 😉
… le immagini spero poi possano servire più di tante parole!
Lampada fiorentina ad olio resa a luce elettrica
La fase più complessa, che necessita magari dell’ausilio di un professionista, è filettare opportunamente i tre fori dove un tempo fuoriusciva la fiamma, in modo da poterci avvitare dei portalampada per lampadine con attacco E14 con rispettive coperture in ottone. In alternativa si potrebbero saldare, ma il risultato non penso sarebbe ottimale.
Conviene scegliere un portalampada in stile antico, perciò di metallo e ceramica che non è agevole trovare tali portalampada, in quanto non sono più prodotti e risultano forse neppure più a norma in quanto richiedono particolare attenzione nel collegamento dei fili elettrici, essendo principalmente costituiti da materiale conduttore: ovviamente, con la dovuta attenzione e una minima competenza, risultano sicuramente sicure come quelle più recenti di plastica, di più agevole utilizzo ma sicuramente più brutte e non idonee ad una lampada antica, … tanto meno per una addirittura originariamente ad olio!
Personalmente non ho trovato quei portalampada in ceramica nei negozi di Torino ma solo a Mondovì, presso L’elettrica degli amici Dario e Matteo, di cui vi invito a visitare anche il profilo su Facebook! Il cavo da utilizzare può poi essere quello trasparente a soli due fili e di sezione anche piccola (0,75mmq) … anche se ora la sezione minima a norma sarebbe 1,5mmq!! Personalmente trovo assurdo questa normativa, tanto più ora che i consumi sono bassissimi con le lampadine a led e quindi anche su sezioni minime la potenza dissipata in calore risulta essere quasi nulla se la tensione di lavoro è di 220V: utilizzate, ad esempio, questo agevole form on-line per il dimensionamento dei cavi elettrici, da cui potete dedurre che per una tensione – mono fase alternata – di 220V qualsiasi sezione va più che bene per lunghezze del cavo di pochi metri. I consumi con le nuove lampadine a led sono assai ridotti: nel mio caso ho usato tre lampadine da 4W => complessivamente un consumo di soli 12W.
Nel seguito descrivo le diverse fasi per realizzare la trasformazione.
Passo 1 – Filettare opportunamente ciascuno dei tre fori ed avvitarci la base del portalampade in metallo, utilizzando anche un’opportuna copertura in ottone.
Alternativa: anziché avvitare, saldare.
Filettare opportunamente ciascuno dei tre fori ed avvitarci il portalampade utilizzando poi un’opportuna copertura in ottone. Alternativa: saldare.
Base del portalampade avvitato e inserita opportuna copertura in ottone
Passo 2 – Effettuare un foro nella parte inferiore del ex-contenitore dell’olio, in modo da poterci far passare il filo di alimentazione.
Effettuare un foro nella parte inferiore del contenitore dell’olio, atto a far passare il filo di alimentazione.
Passo 3 – Fare passare uno spezzone di filo in ciascuno dei tre fori, fino a fare raggiungere una delle estremità all’interno del contenitore dell’olio: conviene rimanere lunghi nel tagliare tali spezzoni per non tribolare poi nel collegamento dei fili!
Analogamente far passare nel foro il filo che servirà per l’alimentazione. Per agevolare l’accesso all’ex-contenitore dell’olio, conviene utilizzare, ad esempio, una pinza da bucato per tenere sollevato il suo coperchio.
Utilizzare una molla per tenere sollevato il coperchio dell’ex-contenitore dell’olio
Passare nel foro il filo che servirà per l’alimentazione
Passo 4 – All’altra estremità avvitare al supporto della lampadina i due spezzoni di filo, facendo ben cura di avere tutti i filamenti di rame completamente sotto ciascuna vite, per evitare che possano toccare le parti esterne del portalampada, fatto di materiale conduttore e perciò con pericolo per la sicurezza.
Per fare ciò, conviene innanzitutto arrotolare tra loro tutti i filamenti (rendendoli, tra l’altro, anche più resistenti alla rottura), sagomare il tutto ad uncino da collocare poi a sinistra della vite, in modo tale che, avvitandola ed aiutandosi magari con un piccolo cacciavite per farceli rientrare, i filamenti di rame intrecciati vadano tutti sotto la stessa. Per ulteriore sicurezza, anche se non indispensabile, si può poi anche utilizzare un pezzo di scotch isolante per coprire ciascuna delle due viti.
Inserire bene la struttura di ceramica nel suo alloggiamento, tenendo conto delle scanalature presenti nella base avvitata/saldata sul lampadario.
Avvitare bene ciascuno dei due fili sotto l’apposita vite del portalampada
Eventualmente, per ulteriore sicurezza, utilizzare anche dello scotch di isolante per coprire le viti.
Inserire bene la struttura di ceramica nel suo alloggiamento, rispettando le scanalature presenti
Passo 5 – Con l’apposita forbice per elettricisti, spelare gli estremi di ciascun filo ed unire tra loro i filamenti di ciascuna coppia, sia dei cavi provenienti dai tre rami della lampada sia di quello di alimentazione proveniente dal foro realizzato nel ex-contenitore dell’olio: in tale modo si porta a ciascuna lampadina un neutro ed una fase, idonei ad una sua sua alimentazione.
Unire tra loro il filo di ciascuna coppia, dei cavi provenienti dai tre rami della lampada
Proteggere quindi ciascuno dei due avvolgimenti con un morsetto elettrico a cappellotto ed inserire il tutto ben dentro l’ex-contenitore dell’olio.
Fare attenzione ad annodare, sull’asta di ottone che sorregge la lampada, il cavo proveniente dal foro, in modo che non possa subire trazioni esterne che possano pericolosamente staccarlo dal morsetto.
Annodare, sull’asta di ottone che sorregge la lampada, il cavo proveniente dal foro, in modo che non possa subire trazioni esterne. Unire tra loro un filo di ciascuna coppia(fili provenienti dai tre rami della lampada e quello di alimentazione proveniente dal foro).
Proteggere ciascuno dei due avvolgimenti con un morsetto elettrico a cappellotto.
Inserire il tutto ben dentro l’ex-contenitore dell’olio.
Passo 6 – Montare tutti i pezzi di ciascun portalampada, avvitando sia la parte esterna sia quindi l’anello di ceramica.
Portalampada prima di montare i due pezzi restanti che lo compongono
Pezzi restanti da montare
Portalampada montata
Tutte le tre portalampade montate
Passo 7 – Montare l’interruttore. Nel seguito mostro nel dettaglio tutte le fasi di questa semplice operazione che spero possa chiarire i dubbi anche degli inesperti 😉
Qualsiasi interruttore in stile antico può andare bene, ma anche qui non è facile reperirne se non nei mercatini dell’usato o in negozi che hanno rimanenze di magazzino. Anche in questo caso, ho trovato a L’elettrica di Mondovì diverse soluzioni che mostro nelle immagini seguenti.
Tagliare uno solo dei fili nel punto in cui si desidera inserire l’interruttore
Filo tagliato dove inserire l’interruttore
Intrecciare i fili di rame per renderli più robusti alla rottura
Avvitare i due estremi negli appositi alloggiamenti del pulsante e rimontare il tutto
Interruttore a filo montato
Interruttore a filo alternativo utilizzabile
Passo 8 – Montare la spina. Anche in questo caso qualsiasi spina può andare bene, meglio ovviamente una in stile antico che si abbini all’interruttore. Alcune di queste ultime richiedono un montaggio un po’ particolare, come mostro in una delle immagini seguenti.
Spina classica, esteticamente non il massimo!
Spina in stile antico, che si abbina all’interruttore
Particolati del montaggio particolare richiesto da questa spina
Passo 9 – Montare tutti i pezzi della lampada, paralume incluso, scegliendo le lampadine più opportune. Io ho prediletto quelle a filamento LED con conformazione a fiamma e vetro opaco (E14 , dimmerabile, 40W, luce bianco caldo 2700K, 360 lumen, angolazione fascio luce 360°, classe di efficienza energetica A+ ). La scelta di averla dimmerabile è stata dettata dalla eventualità di poter un domani inserire un dimmer a parete al posto dell’interruttore che pilota la presa utilizzata dalla lampada: il costo di tali lampadine d’altra parte è ormai diventato irrisorio …
Lampada rimontata, con le lampadine a filamento led e vetro opaco
Le segnalazioni relative alla viabilità nel territorio torinese possono essere inoltrate sia tramite il form presente nel sito del Comune di Torino sia direttamente via email, indirizzandole a info.viabilitaetrasporti@comune.torino.it ed allegando eventualmente foto a bassa risoluzione in quanto quella email non accetta messaggi troppo grossi (e.g. una mia email di 6MB è stata correttamente inoltrata mentre una di 15MB mi è tornata indietro). Purtroppo spesso anche le foto scattate dai cellulari sono di default ad alta definizione e quindi di grandi dimensioni (e.g. ciascuna 6-8MB), per cui risulta necessario poi rielaborale o ricordarsi, al momento dello scatto, di modificare opportunamente le impostazioni del cellulare relativamente alle sue funzionalità fotografiche.
Le informazioni essenziali sono quelle che ho subito evidenziato qui sopra, ma se ti interessa avere ulteriori dettagli, puoi leggere anche il seguito del post!
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Purtroppo ormai ci stiamo abituando alla presenza di buche sulle strade della nostra città… e quasi non ci facciamo nemmeno più caso se non proprio quando non avvertiamo sbandamenti e colpi agli ammortizzatori 😦
Tuttavia alcune risultano assai pericolose non solo per la loro ampiezza e profondità ma anche per la loro collocazione in punti di notevole traffico e dove i veicoli transitano anche ad una velocità considerevole.
Questo è il caso, ad esempio, delle buche attualmente presenti all’uscita della superstrada Torino-Caselle verso piazza Rebaudengo.
Lo scorso sabato sera, percorrendola alla sera sotto una incessante pioggia che mi ha impedito di vederle, sono finito proprio in una di quelle ed è stato quasi un miracolo che non abbia sbandato o non sia scoppiata la gomma, vista le dimensioni della buca da me visionata e fotografata il giorno successivo. Inoltre, all’uscita di una superstrada, la velocità dei veicoli (quando non c’è coda) è in genere elevata, anche se nei limiti consentiti dall’attuale segnaletica stradale.
Buche presenti in corso Grosseto all’uscita della superstrada Torino-Caselle, verso p.zza Rebaudengo
Ho deciso quindi di cercare di segnalare la presenza di quelle buche ricercando su Internet una qualche modalità offerta dal Comune: tuttavia nel suo sito non ho trovato alcun riferimento a qualche pagina che permettesse di effettuare questo tipo di segnalazione puntuale per cui ho cercato nella sezione Contatti una qualche email. Purtroppo quelle indicate sono tutte email PEC configurate per accettare SOLO mail anch’esse certificate, per cui il mio tentativo di segnalazione tramite email è fallito miseramente ricevendo via email un tempestivo diniego nel recapito della mia missiva, non essendo PEC la mail da me utilizzata (come d’altra parte non lo è quella della stragrande maggioranza dei cittadini).
Ricercando qualche modalità al di fuori del sito del Comune di Torino mi sono imbattuto subito nel sito https://comune.info/segnala/buca-in-strada-buche che sembrava proprio fatto al caso mio: tuttavia, oltre che essere generico per tutte le città, non mi sembra funzioni correttamente in quando, dopo avere scritto tutto e segnalato esattamente sulla mappa la posizione delle buche, premendo l’apposito tasto Invia segnalazione, presente nella pagina, non viene dato alcun riscontro, … anzi quel tasto sembra addirittura non attivo! Insomma, mi sembra si tratti di un sito di prova realizzato da qualcuno allo scopo di proporre questa tipologia di servizio a potenziali municipalità interessate a pagare per usufruirne!
Non mi è rimasto che ricercare, tornando nel sito del Comune di Torino, un qualche form per inoltrare segnalazioni generiche … e l’ho trovato qui: http://www.comune.torino.it/filodir.shtml
Tra i molteplici uffici selezionabili per l’inoltro della segnalazione, sicuramente quello relativo a Info viabilità e trasporti mi è sembrato il più appropriato.
Form generico per comunicazioni da parte del cittadino, presente nel sito del Comune di Torino
Ho quindi inviato [19/03/2018 11:34] la mia segnalazione, chiedendo anche se ci fosse un qualche sistema informatico più specifico d’inoltro. Dopo poche ore [19/03/2018 15:06]mi è stato risposto gentilmente: “La ringrazio per il suo senso civico; la invito pertanto a inviare segnalazioni puntuali a questo indirizzo mail, al fine di essere maggiormente efficace e aiutarci a far si che le strade di Torino siano meno degradate“… da cui si deduce che quella da me adottata è l’unica modalità prevista di segnalazione di buche pericolose.
Invogliato quindi dalla piuttosto rapida risposta, effettuando un reply a quella email ricevuta, ho nuovamente chiesto nuovamente ed esplicitamente se proprio non esistesse alcun altro modo di segnalazione più specifico e quindi ho anche fornito, in una successiva email, anche la foto della zona con le buche, successivamente scattata.
Come già evidenziato all’inizio, per fornire subito le informazioni essenziali, le segnalazioni possono essere inoltrate sia tramite il form presente nel sito del Comune di Torino sia direttamente via email, indirizzandola a info.viabilitaetrasporti@comune.torino.it e allegando eventualmente foto a bassa risoluzione in quanto quella email non accetta messaggi troppo grossi (e.g. una mia email di 6MB è stata correttamente inoltrata mentre una di 15MB mi è tornata indietro).
Purtroppo spesso anche le foto scattate dai cellulari sono di default ad alta definizione e quindi di grandi dimensioni (e.g. ciascuna 6-8MB), per cui risulta necessario poi rielaborale o ricordarsi, al momento dello scatto, di modificare opportunamente le impostazioni del cellulare relativamente alle sue funzionalità fotografiche.
Mia prima email per la segnalazione buche
Risposta
Mia seconda email per chiarimenti (ignorata)
Mia 3 email per allegare foto delle buche (ignorata)
Ormai è passata quasi una settimana dalla mia segnalazione e nessun intervento è stato fatto a tale proposito … e nemmeno è comparsa alcuna segnalazione di pericolo o d’invito a ridurre la velocità.
Vediamo nei prossimi giorni/settimane… sperando che nel frattempo a nessuno capiti un incidente per colpa di quelle buche!
Per il momento state attenti almeno voi, semmai transitaste per quel tratto di strada!
PS [23/3/2018]: ieri sera tornando a casa dal lavoro in bici, percorrendo la pista ciclabile ai lati di corso Grosseto, ho notato che finalmente avevano asfaltato l’enorme affossamento che esisteva da anni nel bel mezzo della pista ciclabile di corso Grosseto e che già in molti avevamo segnalato: anche quello era assai pericoloso per il ciclista sprovveduto o in presenza di foglie in autunno, in quanto presente in un tratto in discesa e in corrispondenza di due pioli atti a impedire l’accesso a moto/macchine nella pista ciclabile (anche così le moto comunque la utilizzano troppo spesso). 😦
Asfaltato anche l’enorme affossamento che esisteva da anni nel bel mezzo della pista ciclabile di corso Grosseto
Mi sono detto: mica avranno contemporaneamente sistemato anche i buchi in questione nella corsia poco distante? Infatti era proprio così!!! Insomma dopo “soli” 4 giorni dalla mia segnalazione (e probabilmente di quella di altri cittadini) i buchi erano stati tappati!! … un rattoppo, ovviamente, che durerà chissà per quanto, forse nell’attesa dei lavori una qualche indicazione in più del pericolo si sarebbe dovuta mettere, … ma noi siamo già contenti così!!!
Per cui, se vedete buche pericolose in città, compilate il form presente nel sito del comune, indirizzandolo all’ufficio viabilità e trasporti ... in attesa che presto venga speriamo implementata una qualche più specifica funzionalità per questo tipo di segnalazioni che richieda un minore impegno sia per il cittadino sia per l’amministrazione.
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1/8/2018
Ho utilizzato nuovamente la email info.viabilitaetrasporti@comune.torino.it per segnalare un’altra problematica, ed ho verificato che questa semplice modalità è quella appropriata avendo ricevuto, nel giro di pochi minuti, un feedback alla richiesta a cui viene assegnato un codice identificativo e fornendo un link per seguire il suo stato di avanzamento. A distanza di poco, ho ricevuto una successiva email relativa alla presa in carico della problematica evidenziata! 😉
Segnalazione di viabilità inviata a email info.viabilitaetrasporti@comune.torino.it
Se le foto allegate superano una certa dimensione (e.g. >6MB), il mail server ricevente scarta l’email ricevuta
Feedback quasi immediato con assegnato un codice identificativo e un link per seguire il suo stato di avanzamento
Notifica di presa in carico della problematica evidenziata
In the following I will explain how to install on a new PC (or even in the same old one, if you did an OS restore) an app that you purchased some time ago and that you cannot find anymore searching in the Microsoft Store. I will took, as an example, the Adobe Photoshop Elements 15 app, but the same procedure can be adopted for whatever app.
I bought, some months ago, the Adobe Photoshop Elements 15 app from the Microsoft Store and now, that I have a new Surface, I tried to get and install it again. However, when I did a search for “Adobe Photoshop” in that Store, I could not find anymore that version: now there are available for downloading only Adobe Photoshop Express – easy photo editor, the free lite version for PC and smartphones, and the new Adobe Photoshop Elements 2018, for a not irrelevant fee (99,99, currently on offer at 69,99€)!
Adobe Photoshop Elements 15 app is no more available in the MS Store
So no way to find the old version (or an update from that version) and only the possibility to get the new 2018 version, … paying all again!!!
At first I was very disappointed because I thought that Adobe deleted from the Store the old version and so there should be no way to install it again on a new PC or even on the same one after a possible OS reinstallation! I even asked help in the forum available in the Adobe site but, at first, I received non sense answers (“It might be up to Microsoft“; “When you download a program installer it is always a good idea to save that file, and copy it to an external drive, so you will have it in the future“). I never saw a serious Company that delete one of its app from a Store, an app for a fee (especially an expensive one)!! I know that in a Store, the publication and deletion of an app is done by its owner, in that case Adobe, and there is no installer you can save (possibly even to an external drive) and there is no serial number to remember, but it is only an app association to your Microsoft account, so that app can be downloaded and installed in whatever supported device you are logged in with your Microsoft account. If the owner of the app (in this case Adobe) delete it from that Store, the user that bought it cannot install that app anymore (but if the owner of that app updates the same app, that will be updated automatically on that user PCs). So I supposed that, if Adobe deleted from the MS Store its Adobe Photoshop Elements 15 and uploaded another app instead (not updating the same old one), the owner of the old app cannot install it anymore. I did not pretend that the new 2018 version should be given for free as an update of the old one, but al least Adobe should maintain both versions in the Store, allowing who bought the old one to continue to install it on his PCs without having to buy the new version!! I well know too that Microsoft is not responsible of what the owner of an app does related to its updating or deleting from its Store: it only verify that the app respects some policy and security features … and it takes a % from each sale.
So, how could I install my Adobe Photoshop Elements 15 app I paid for an unlimited time?? I do not need the last 2018 version new features and I do not want to pay again the fee …
I started to think that Adobe people did not understood how Stores work …
But at the end I received a good suggestion that was to look at my Order history page available in the Store, looking if the Adobe Photoshop Elements 15 app was still available there.
Go to the Order historysection available in the Store
At first I did not find it in the list because I left the default last three month date filter. So, because I bought that app more months ago, I had to set that time filter to “All available elements” to finally find the older purchases.
Set no date filter if you want to get all the purchased apps in the list, even the old ones
So, clicking on the app name, I was redirected to the page related to that app and I could finally download again 😉
Personally I think that it is not so clear what the user should do to download an app he purchased but that its owner does not want to sell anymore (e.g. because it is no more supported, like in the case I took as an example): I saw other people that asked for help in the Adobe forum for the same reason … and the new 2018 release is just being published! The Order history page available in the Store is probably not very known by users that usually search an app using the specific find feature,
May be there should be a return of also the old app versions when you do a search in the store, even though that ones could be downloaded only by the users that already bought them …
PS: I see that the desktop version have some free updates to 15.2 version BUT in the Store they did not put no new free versions so I can get only the 15.0 version one!! I noted that in the app there is not the Update voice in the Help menu as it is in the desktop version so no update can be done from that site and the app must be updated in the Store by Adobe developers!! Anyway I then noticed thet those free updates were only for MAC version (to solve a bug) and not for the Windows one that still remain the 15.0 one! 🙂
In questo post analizzerò questa “nuova” metodologia di sviluppo SW, sperando possa servire per evidenziare quelli che sono i punti a suo favore e che fanno presupporre che nei prossimi anni possa quasi sostituirsi al paradigma delle attuali app scaricate/acquistate da uno store ed installate su un proprio device. Si basa sul meglio delle tecnologie attualmente in circolazione del web da un lato e delle applicazioni native dall’altro, riducendo così un divario che sembrava epocale. In poche parole, questa tecnologia permette di trasformare un sito anche in un’app potenzialmente ricercabile ed installabile anche da uno Store, mantenendo molte delle caratteristiche proprie delle app, quali la sua possibilità di installazione in standalone al di fuori del browser: per fare ciò viene effettuato una cache nel dispositivo client (e.g. telefono) del sito o parte di esso per agevolarne l’utilizzo in termini di usabilità, con UI adaptive e responsive (cioè, capaci di adattare il layout a diverse risoluzioni e orientamenti del device, di loro natura cross-platform e, quindi, indipendenti dalla risoluzione video), e potenzialmente anche quando offline, utilizzando le funzionalità offerte da un componente chiave (e.g. Service Worker). Come lo stesso acronimo utilizzato indica, una PWA permette ad un utente di navigare normalmente quel sito web e, se lo trova interessante, può installarselo promuovendolo progressivamente da sito web ad app, in modo da poter beneficiare di alcune funzionalità proprie di un’app, che non necessariamente vogliamo abilitare di default quando visitiamo un sito web.
Per di più viene mantenuta la sua capacità di indicizzazione (SEO), propria di ogni sito, con conseguenti vantaggi di “reperibilità” e senza richiedere una installazione e successivi aggiornamenti (basta che lo sviluppatore aggiorni il sito lato server e l’utente vede automaticamente sul suo client la nuova versione). Personalmente non credo che, almeno nel breve periodo, soppianteranno del tutto le applicazioni native, seppure siano già una realtà molto interessante da considerare per certi scenari dove l’applicazione è principalmente di front-end e non richiede una grande integrazione con il sistema operativo. Perciò nell’immediato futuro probabilmente coesisteranno entrambe le modalità, ma i vantaggi economici propri dello sviluppo di PWA e le sue probabili future evoluzioni pilotate appunto dalla richiesta, fanno pensare ad una loro significativa e progressiva sempre maggior diffusione in diversi contesti. Si noti comunque che una PWA può coesistere senza alcun problema con l’equivalente app nativa, come già avviene attualmente per alcune applicazioni (e.g. Twitter). Inoltre, la maggiore potenza elaborativa dei dispositivi, anche quelli mobili, e la sempre più capillare e continua presenza di una connessione alla Rete, sono e saranno sempre più fattori che faciliteranno la diffusione delle PWA, soprattutto per quelle app che non si usano continuamente. Infatti, soprattutto per le piccole organizzazioni, realizzare e mantenere un’app nativa è costoso, ancor più se si desidera renderla disponibile su più piattaforme e anche da browser, per cui la modalità proposta dalle PWA può essere sicuramente la soluzione per loro più opportuna. Talvolta la disponibilità di un servizio viene meno se non si dispone del dispositivo adeguato: è questo ad esempio il caso di alcune soluzioni di bike-sharing che richiedono l’utilizzo unicamente di app Android o iOS, senza fornire alcuna possibilità di affitto per chi ha a disposizione un altro dispositivo mobile o un browser. Se queste applicazioni fossero state sviluppate come PWA, avrebbero consentito di superare questo possibile gap, risultando assi più “inclusive“.
Perciò, probabilmente nel prossimo futuro saranno proprio le PWA a dominare, in sinergia sia con l’intelligenza artificiale sia un hardware locale sempre più potente (non solo su smartphone ma anche su PC Windows cellulare) sia il cloud computing ed una onnipresente connessione dati ad elevata banda.
Ho recentemente sentito una presentazione in cui come sottotitolo aveva questa affermazione: “PWA is the most exiting thing that happened to the web since Ajax (2005)“. Prima dell’onda legata ad HTML5, ancora in perenne evoluzione, sviluppare applicazioni web cross-browser e cross-platform era molto complesso ed anche le potenzialità disponibili sui dispositivi mobili erano limitate per cui la navigazione su browser avveniva principalmente su desktop, magari potenziando il browser con plug-in non dettati da alcuno standard, quali Silverlight o Flash. Oggi i dispositivi più utilizzati sono gli smartphone, assi più potenti di un tempo, e le tecnologie intorno ad HTML5 e al web si sono evolute sempre più per far fronte a questa nuova esigenza, rimettendo al centro gli standard che stanno cercando di rimettere in primo piano il web, anche perché il costo di sviluppare e soprattutto mantenere entrambe le versioni di un’app è generalmente troppo elevato. Negli ultimi 5 anni le specifiche dello standard HTML5 sono state sempre più supportate da tutti i browser, tanto che oggi una direttiva di CSS o una chiamata JavaScript funzionano bene su qualsiasi browser (Chrome, Edge, Firefox, Opera o Safari) per chi il web è diventato veramente cross-platform e cross-browser.
Le WPA sono ben più che i tradizionali “web wrapper”, cioè semplici browser inseriti all’interno di una app: sebbene non siano app native, le API di Cache e di Push hanno già ampliato di molto i loro ambiti di utilizzo. Grazie al web Service Worker e al Caching hanno una maggiore integrazione con il sistema operativo (e.g. notification), consentono la sincronizzazione dei dati in background (e.g. inviare input dell’utente in un form anche in un secondo momento qualora manchi temporaneamente la connessione), ricevono aggiornamenti live e possono anche funzionare offline.
In questo post (per ora) non dirò nulla di nuovo rispetto a quanto già si può leggere in molti articoli, per cui se credi puoi andare direttamente ad approfondire ai seguenti link o in molti altri articoli che sempre più spesso escono anche sulle maggiori testate Web:
Molto interessante è anche questo video su YouTube: All you need to know about PWA, oltre ai molteplici tutorial presenti sulChannel YouTube per gli sviluppatori di Google. (e.g. Progressive Web Apps course; Getting Started With PWA; Progressive Web App tutorial – learn to build a PWA from scratch). Inoltre, esiste nel sito di Google per gli sviluppatori una sezione apposita di Get Started dove, passo-passo, viene indicato come effettuare lo sviluppo di una PWA di esempio, partendo dai suoi componenti minimali, a livello di HTML, CSS e JavaScript. In particolare, sempre in quel sito, esiste una sezione in cui viene fornito una checklist di tutte le funzionalità che una PWA deve avere, sia quelle base (Baseline Progressive Web App Checklist, verificabili automaticamente tramite un tool open-source Lighthouse) sia quelle avanzate (Exemplary Progressive Web App Checklist, il cui check si deve effettuare manualmente in quanto non ancora implementati in quel tool) che consentono di ottenere una più significativa esperienza offline, raggiungendo una interattività ancora più veloce e prestando anche attenzione ad ulteriori dettagli.
Da tempo lo sviluppo sul web ha fatto uso di tecnologie e metodologie che consentono di avere pagine dinamiche (e.g.Ajax, jQuery, responsive web design), ma solo negli ultimi anni i miglioramenti nell’HTML5, CSS3, e JavaScript, hanno reso possibile realizzare le cosiddette app ibride che imitano l’esperienza utente delle app native su mobile. Tuttavia queste ultime hanno ancora la necessità di un App Store per essere scaricate e, in quanto app, consumano spazio di memoria sul terminale utente. Inoltre, fino a poco tempo fa, le app native hanno fornito una user experience migliore, una maggiore velocità di esecuzione, caricandosi più velocemente rispetto all’uso del browser, oltre a poter fornire funzionalità che richiedono un accesso diretto all’hardware. Con le PWA il mondo del Web fa un ulteriore passo avanti … potendo funzionare anche offline e in background, potendo avere anche requisiti per poter ottenere, dal Sistema Operativo, concessioni di accesso a funzionalità presenti sul dispositivo (e.g. telecamera, come fa attualmente la PWA di Instagram). Il comportamento previsto è conforme con i requisiti del modello RAIL introdotto da Google stesso (Response, Animation, Idle, Load), cioè deve rispondere subito alla richiesta dell’utente, facendogli visualizzare un’animazione durante l’attesa, utilizzando questo momento di inattività (Idle) per immagazzinare più contenuti possibili e poi caricare il tutto in meno di un secondo.
Parlandone anche con alcuni colleghi, penso che il termine Progressive Web App (PWA) non sia ancora sufficientemente conosciuto anche dagli addetti ai lavori, seppure sia stato coniato da Frances Berriman e dallo sviluppatore Alex Russell di Google Chrome nell’ormai lontano 2015: tuttavia, qualunque tecnico si soffermi a conoscerlo, anche superficialmente, non può che condividere quelli che sono i vantaggi che un utilizzo delle PWA comporta per tutti gli attori in gioco! In alcuni articoli si parla infatti delle PWA come di una tecnologia win-win, cioè dove tutti sono i vincitori e nessuno risulta perdente … ed è proprio per questa ragione che penso, come molti altri, che avrà un sicuro futuro. Vediamo quindi nel seguito quali sono i vantaggi considerando uno per uno gli attori coinvolti.
Le ditte, soprattutto quelle piccole, troppo spesso attualmente non investono nel realizzare un’app in quanto troppo costoso è il suo sviluppo e soprattutto la sua manutenzione su più piattaforme. Per loro risulta più vantaggioso chiedere ad un Web developer di trasformare in PWA il sito che comunque generalmente la ditta possiede. Inoltre, le app PWA hanno maggiore visibilità in quanto possono essere trovata non solo cercandole negli Store ma anche tramite i motori di ricerca. Risulta plausibile che anche i sistemi di Banking online presto si appoggeranno alle PWA, in quanto tipicamente mantenere una app bancaria risulta dispendioso per via dei requirement di sicurezza e di rispetto di requisiti di legge: molto più agevole è invece mantenere semplicemente solo un sito Web nuovo, PWA-enabled, estendendo le funzionalità già presenti nei siti bancari che si collegano direttamente ai loro servizi di backend, presenti da ben prima che le app prendessero piede.
Anche per uno sviluppatore di applicazioni, il più grande vantaggio è il risparmio di costi in termini di sviluppo e di manutenzione: non deve più preoccuparsi di sviluppare e gestire la stessa app per più piattaforme o utilizzare framework per sviluppi multipiattaforma che, in generale, non risultano di facile utilizzo. Molte delle competenze proprie degli sviluppatori di siti web dinamici, possono essere inoltre riutilizzate anche in questo contesto di sviluppo. Le app PWA hanno maggiore visibilità in quanto possono essere trovata non solo cercandole negli Store ma anche tramite i motori di ricerca. Una PWA può essere condivisa fornendo semplicemente la sua URL. Una informazione contenuta in un’app nativa risulta più difficile da trovare, non potendo a tale scopo essere sfruttata la potenza dei motori di ricerca: si rischia quindi di “perdere” traffico Web. Avendo poi pubblicato la PWA anche in uno Store, lo sviluppatore può comunque ricevere dagli utilizzatori dei commenti, assai utili per eventualmente migliorare il sito associato.
Il lato negativo, tuttavia, è che la professionalità degli sviluppatori di codice nativo risulta penalizzata, in quanto per realizzare PWA quella competenza non risulta più così essenziale e quindi potrà non essere così richiesta.
L’articolo Why your web project should be a PWA elenca, in particolare, le seguenti indicazioni che in parte sintetizzano quanto già da me indicato:
Non è più necessario creare applicazioni per ciascuna delle piattaforme mobili, nessun codice separato da sviluppare e da dover gestire. Risulta relativamente più economico rispetto allo sviluppo di applicazioni native.
Funziona su tutte le piattaforme e su tutti i dispositivi, massimizzando così la sua diffusione con conseguente vantaggio commerciale.
A differenza delle sue controparti native, funzionando all’interno del browser dell’utente, non richiede un’installazione prima del suo primo utilizzo.
È notevolmente migliorata la cross-funzionalità di un’app, il passaggio tra le applicazioni è molto più veloce ed intuitivo (e.g. Instant Articles di Facebook, in-app browser per Slack). Per maggiori informazioni su Instant Articles, vedere i video tutorial presenti in Facebook Blueprint eLearning. Per informazioni sulle app collegate con Slack vederne l’elenco nell’App directory e la sezione per gli sviluppatori. Tool e servizi possono essere integrati con Slack in modo che il team può rimanere coordinato, lavorare più velocemente, mantenere le conversazioni e il contesto tutto in un unico luogo.
La user experience è unificata in quanto tutti gli utenti agiscono sull’unica ultima versione dell’app, che quindi avrà ovunque lo stesso aspetto, le medesime funzionalità, gli ultimi aggiornamenti di protezione, senza necessità di scaricarla ed installarla ad ogni modifica. Tutti gli utenti hanno perciò accesso alla stessa versione dell’app, fornendo costantemente la migliore esperienza utente, ottimizzata per l’intero parco di utenza.
Offre un grado di libertà maggiore dal sistema operativo utilizzato sulla piattaforma. Si è liberi di sviluppare una funzionalità come la si desidera, senza eventuali vincoli dettati dal sistema operativo (e.g. iOS, Android, Windows).
Tuttavia, almeno per ora le PWA hanno alcuni aspetti negativi da considerare:
Limitate capacità di integrazione con le funzionalità HW del dispositivo su cui girano (e.g. smartphone, tablet). Questo ne impedisce l’utilizzo per lo sviluppo di PWA che debbano interagire con gli accessori mobili ed i “wearable” (e.g. smartwatch, fitness tracker, auricolari wireless).
Necessità di una connessione Internet, sebbene in molti casi il Cashing e le pagine custom “offline” possano sopperire bene tale limitazione per cui molte PWA si comportano già egregiamente anche in condizioni di scarsa connettività.
È importante poi che le PWA siano presenti anche negli Store (e.g. MS Store, App Store, Google Play) per una loro categorizzazione. Microsoft si sta infatti già muovendo per inserire, anche in modo automatico, le PWA nel suo Store, effettuandone una ricerca su Web, una loro selezione e quindi una loro conversione nel formato appx proprio delle app UWP.
Ci sono solo tre requisiti tecnici per lo sviluppo di una PWA:
Deve essere eseguita utilizzando connessioni su HTTPSper garantire una connessione sicura con il server Web e conseguentemente una garanzia di sicurezza per l’utente nella sua navigazione. Questo è necessario è necessario in quanto in un sistema operativo può essere concessa ad una PWA tutta una serie di privilegi extra e quindi deve essere garantita l’origine del server che genera il codice eseguito. L’uso dell’HTTPS è comunque diventato da tempo un requisito anche per tutte le comunicazione delle app iOS
Deve esporre un manifesto (Web App Manifest) che serve ad indicare al browser quali asset dovrà scaricare per supportarne l’esecuzione in mancanza di rete, avvisando quali risorse saranno disponibili offline. Si tratta di un file JSON con informazioni sul sito a cui si deve fare riferimento nell’Header delle sue pagine Web, in modo tale che possa essere trovato sia dai motori di ricerca sia dai browser: viene inserito con “link” direttamente nella pagina principale della PWA (<link rel=”manifest” href=”/manifest.json”/> ) e contiene al proprio interno sicuramente la pagina di avvio, la splash screen e le icone relative all’app, oltre ad altre informazioni opzionali (e.g. l’orientamento con cui partire, se deve essere aperta come app o all’interno di un browser) . Il manifest consente di controllare come la PWA viene visualizzata ed avviata: ad esempio è possibile specificare le icone della schermata iniziale, la pagina da caricare quando l’app viene avviata, l’orientamento dello schermo e anche se deve essere visualizzata in una finestra indipendente o internamente al browser. Tramite il manifest, una PWA deve avvisare quali risorse saranno rese disponibili offline. Consente anche di consentirne una installazione sul proprio device.
Deve avere un Service Workerche può essere creato su misura per l’attività che intende svolgere, partendo dalle indicazioni e dagli esempi presenti nelle guide per lo sviluppo. E’ l’elemento chiave che rappresenta il meglio della rivoluzione delle PWA in quanto consente la gestione sia delle notifiche push con i suoi task in background, sia di usufruire di contenuti offline tramite un meccanismo di cache delle risorse chiave, eliminando la dipendenza dalla rete in modo da consentire un funzionamento anche offline o con reti di bassa qualità. Un service worker, che nient’altro è che un file JavaScript creato in modo opportuno, è come un proxy client-side che gestisce la cache e come rispondere alla richieste di risorse: ogni richiesta del browser viene intercettata in modo da eventualmente restituire immediatamente dati presenti nella cache locale, senza nemmeno interpellare il server che può tra l’altro risultare momentaneamente irraggiungibile. Consente ad una PWA di aprirsi in modo rapido all’avvio, anche in mancanza di rete, perché i suoi file sono stati preventivamente scaricati in locale nella cache. Inoltre può eseguire task in background, capaci di effettuare o intercettare richieste a risorse remote, inviare notifiche push o sincronizzare dati. Si noti infine che un Service Worker funziona solo in https o in localhost, per motivi di sicurezza. Grazie alla sua funzionalità di cache, il tempo di caricamento iniziale della PWA è rapido, prendendo i dati localmente, per poi eventualmente aggiornarli ad applicazione attiva. Un Service Worker si registra nel Javascript principale dell’applicazione.
Come indicato in un post di Bochicchio, le specifiche proprie delle PWA coprono le seguenti funzionalità:
Offline API: possibilità di salvare localmente i dati, per poterli riutilizzare in caso di mancanza di rete;
Web Notification API e Push API: per inviare notifiche push dall’ app;
File API: per accedere al file system, aprire e salvare file;
Drag&Drop API: per poter trascinare file dal desktop verso il client;
Media Capture and Streams API: per implementare nel browser il supporto a WebRTC, gestire flussi di audio e video e la loro manipolazione;
MediaDevices API: per accedere ai device collegati, come webcam, microfoni, schermi esterni e, in generale, all’hardware esporto;
Locale Storage API: per salvare informazioni localmente al browser e mantenere costantemente l’utente aggiornato;
Location API: per accedere alla posizione del device, attraverso il GPS o una tecnologia alternativa;
WebGL: per visualizzare e manipolare grafica 3D in piattaforme che supportano OpenGL (standard open source per rappresentare elementi in 3D);
Fullscreen API: per promuovere contenuti a tutto schermo;
Battery Status API: per accedere allo stato della batteria dell’utente.
Per l’utente finale le PWA si comportano e si mostrano con un look & feel tipico delle app native. Hanno per di più il vantaggio che non occupano necessariamente spazio in memoria per cui si possono utilizzare moltissime app PWA anche su telefoni con poca memoria, analogamente a come si può accedere ad innumerevoli siti con il suo browser: infatti, di fatto sono siti web che si possono “installare” nello smartphone con una modalità simile alle app native. Inoltre l’utente si ritrova la medesima interfaccia, indipendentemente dal dispositivo usato, del suo sistema operativo e dal tipo di browser. Può trovarle più agevolmente potendole ricercare sia da un motore di ricerca sia negli Store.
Per i grandi attori Google, Microsoft ed Apple i motivi di interesse sono probabilmente differenti ma di fatto tutti si stanno impegnando per rendere i loro browser PWA-enabled. Chrome, Opera (che ha lo stesso engine di Chrome), Firefox, supportano le PWA anche con le loro relative push notification. Per ora il browser che supporta ufficialmente maggiormente le PWA è Chrome. Con l’importante aggiornamento di Windows 10, denominato Spring Creators Update, anche Edge è diventato più compatibile con le PWA che, tra l’altro, incominciano ad essere presenti anche all’interno del MS Store: un supporto più completo di Edge si avrà poi con update autunnale. Anche Apple con il suo browser Safari si sta adeguando un po’ più lentamente avendo un proprio business nelle app presenti nel suo Store, ma non potendo comunque rimanere troppo indietro su questa tecnologia comunque promettente.
Google è stata la prima a crederci e ad implementarla nel suo browser Chrome. Alex Russell, l’ingegnere di Google Chrome, ha scritto in un articolo intitolato “Progressive Web Apps: escaping tabs without loosing our soul“, ciò che è considerato essere il ground zero per il movimento PWA: Google ha poi solidificato l’iniziativa con una sezione specifica nel portale developers.google.com, spingendo ulteriormente in avanti il concetto là espresso. Quindi, ironicamente, non è stata Microsoft il principale fautore delle PWA e questo, di primo acchito, può sorprendere in quanto Google non ha certo il problema dell’app gap. I motivi della scelta di Google sono legati ovviamente alla pubblicità ed alla indicizzazione delle informazioni: il suo modello di business è sicuramente nel Web e non nella vendita di app dal suo Store o di device Android. Quest’ultimo S.O. è stato supportato solo perché l’utente usi i Servizi Google preinstallati che operano appunto sul Web. Ciò che non interessa a Google è avere app native che inviano i dati direttamente ad un loro server, senza utilizzare le funzionalità del Web, in quanto ciò non le porta alcun vantaggio: Google è interessata invece ad un utilizzo del Web, agli analytics, al Search Engine Optimization, per i vantaggi pubblicitari che ne derivano. Un ritorno massivo al Web anche delle app non può quindi che far comodo a Google! Le PWA consentono pienamente il tracciamento e l’engagement degli utenti: tutte le pageviews provenienti dalle app PWA installate sono tracciabili in Google Analytics. Per Google i benefici derivano perciò dal fatto che le PWA sono trattate come qualsiasi sito JavaScript il che significa che quando Google “crawl” il Web, anche per le PWA possono essere utilizzate le specifiche ottimizzazione dei motori di ricerca (SEO), cioè quelle attività volte a migliorare la visibilità di un sito web sul suo motore di ricerca, migliorandone il ranking.
Microsoft ne ha compreso un suo vantaggio non da molto, dopo avere tentato diverse strade per incrementare il popolamento del suo Store. Oltre ad avere supportato sistemi di sviluppo multipiattaforma (e.g. Xamarin), creato un Desktop Bridge per la conversione a UWP di applicazioni win32 (vedereCome convertire i programmi win32 in UWP utilizzando Desktop Bridge), ora sta vedendo nelle PWA una nuova possibilità per superare il gap attuale che il MS Store ha e con quelli della concorrenza (i.e. App Store, Google Play). Perciò Microsoft incomincerà a supportare le PWA già nella prossima release primaverile di Windows 10 e ancor più in quella autunnale.
Le PWA potranno essere introdotte nel Microsoft Store tramite due meccanismi:
Gli sviluppatori le inseriscono manualmente, analogamente a quanto avviene già per le altre tipologie di app. Anche se un’app PWA-UWP può essere aggiornata in qualsiasi momento nel Windows Store, molti dei suoi contenuti sono dinamici per cui le aziende possono semplicemente apportare modifiche al backend, riducendo così il tempo di consegna ai clienti. Inoltre, per i principi su cui si basano le PWA, come il supporto per HTTPS e la presenza in uno Store che ne individua la provenienza (“siloed apps“), l’utente sa che l’applicazione è sicura.
Microsoft le aggiunge automaticamente ricercandole nel Web con un suo motore di ricerca specifico (Bing Clawler), filtrando quelle PWAs che soddisfano i requisiti tecnici e di qualità richiesti, nel rispetto dei requisiti propri del MS Store. Utilizzando un Bridge specifico, se ne effettua il wrapping in contenitori appx, convertendole in UWP, inseribili perciò nello Store in modo analogo a quando già avviene con le app native. Così facendo, queste PWA acquistano anche ulteriori funzionalità, quali le live tile, l’uso di Cortana, consentire di effettuare in-app purchase per avere funzionalità aggiuntive, avere analytics più approfonditi oltre che ampliare la discoverability del sito e per di più quell’app UWP non necessita di essere più ripubblicata in quanto tutti i futuri aggiornamenti possono essere effettuati direttamente solo agendo sul sito stesso puntato. Inoltre, in questo modo una PWA non si apre nel browser bensì gira in un suo container, comportandosi proprio come un’app nativa. Questo packaging effettuato dal Bing Crawler viene effettuato gratuitamente e non c’è alcuno scambio di denaro. Poiché non si aggiunge pubblicità per avere introiti ed essendo questi siti pubblici, Microsoft non ha neppure necessità di chiedere il permesso per questa loro pubblicazione nel suo Store: nell’app generata viene messo principalmente solo un semplice link al sito.
Già ora MS sta scandagliando il Web alla ricerca di web-app e le sta compilando come .appx in modo da poterle caricare nel suo Store, secondo quanto affermato in un post di WindowsBlogItalia: qui. In questo modo nel MS Store si potrà presto avere il debutto di app mai arrivate nel MS Store, quali quelle di Google.
Per queste app PWA presenti nello Store, non comporteranno una vera installazione che ruba memoria al dispositivo sebbene, da un punto di vista dell’utente finale, non cambi nulla: anzi … l’utente potrà riutilizzare persino dispositivi con poca memoria (e.g. quelli con soli 8GB), forse abbandonati solo perché saturi dopo l’installazione di poche app. Se si ricercano nello Store le app pubblicate (automaticamente) da Microsoft Store, si trovano diverse PWA: se la ricerca viene fatta da un PC se ne trovano attualmente 15 ma se poi lo si fa da uno smartphone Windows 10 Mobile se ne trovano 30!. … essendo PWA, quindi app che puntano in realtà a siti, questa differenza mi è risultata assai strana, ma poi ho visto che è solo imputabile a una non corretta visualizzazione dell’elenco delle app pubblicate da Microsoft Store (e.g. se si va, ad esempio, sull’app WHEC, una di quelle elencate su Windows 10 Mobile e non su PC, si vede che in realtà risulta non solo pubblicata effettivamente da Microsoft Store ma anche disponibile su tutti i device, compreso i PC: se la si ricerca puntualmente nello Store anche sul PC, infatti viene travata ed è possibile installarla!) … per cui sicuramente sono attualmente almeno 30 le app PWA pubblicate da Microsoft Store, ma probabilmente sono ancora di più …
Prime PWA pubblicate nello Store da Microsoft Store (come visibile da PC)
Prime PWA pubblicate nello Store da Microsoft Store (come visibile da smartphone)
Verifica che esistono anche altre app pubblicate da Microsoft Store e non elencate filtrando su quel pubblicatore
Le PWA in Windows 10 hanno tutti i vantaggi delle app UWP native e l’unica infrastruttura necessaria è quella fornita da un qualsiasi browser idoneo a supportarle: gestiscono le notifiche, tramite sia banners sia Action Center, funzionano anche offline, si adattano ai diversi formati e alle dimensioni dello schermo, possono essere eseguite su tutte piattaforme Windows 10, non solo i PC, ma anche su Xbox One, HoloLens etc…
Appaiono nei contesti relativi alle “app”, quali la tabella di Start e la ricerca di Cortana ed hanno accesso alla suite completa delle API WinRT, le stesse disponibili alle app UWP potendo così accedere ai dati locali dei contatti e del calendario (con permesso), la telecamera ed altro ancora.
Utilizzando il nuovo browser Edge, Project Andromeda (nome in codice del Surface Phone) potrebbe perciò consentire di avere già anche tutte le app PWA, incluso Google Maps. Infine, c’è da aspettarsi che anche Google adotti presto una medesima politica di inserimento delle PWA nel suo store , Google Play.
Si noti invece che nel caso dell’utilizzo del Desktop Bridge per convertire le applicazioni win32, le app risultanti non sono reali UWP, ma girano all’interno di quel suo container: di conseguenza, piattaforme come Xbox, Windows Phone o HoloLens non hanno tutta l’infrastruttura necessaria e il supporto alle API Win32 che, invece, consente anche ad un sistema operativo nuovo come Windows 10 di continuare a supportare applicazioni scritte 10 anni fa con tecnologie ormai legacy.
Lo step “Install” può anche essere abilitato in una app PWA attraverso il suo manifest, che fornisce al browser tutte le informazioni necessarie (e.g. l’icona per ogni tipo di dispositivo, lo splash screen, la visualizzazione portrait/landscape e se l’app sta operando autonomamente dal browser).
Il comportamento dei diversi browser relativamente all’installazione di un sito PWA come app sul proprio device è attualmente piuttosto differente.
Con Google Chrome si può già effettuarne il pin di un sito nel desktop e nella barra di Start: lo screenshot seguente mostra come farlo nel caso della PWA Twitter Lite, sebbene lo si possa fare con qualsiasi sito anche non PWA, ad esempio quello di questo blog. Questo da già un’idea di come le PWA possono essere impostate per essere visualizzate standalone, anche a tutto lo schermo, senza la tipica barra degli indirizzi ed i comandi tipici del browser, tutto a vantaggio dell’usabilità e della fruibilità del sito web.
Pin a site to desktop/Start: … -> More tools -> Add to desktop
Set Open as a window to run the site outside Chrome browser
Si noti tuttavia che l’icona associata a quell’app, quando inserita come tile, risulta quella generica di una Google app e non è specifica dell’app.
The site is pinned in the Start menu and can be added also as a live tile
Inoltre attualmente l’icona con il link al sito viene inserito nel menu di Start nella cartella Chrome Apps(e.g. C:\Users\Enzo\AppData\Roaming\Microsoft\Windows\Start Menu\Programs\Chrome Apps).
Il link al sito viene inserito nella cartella Chrome Apps (1)
Avendo indicato Open as window nella popup di Add to desktop, cliccando sull’icona di Twitter Lite presente nel menù di Start, si apre il sito in una finestra a parte, svincolata dal browser che comunque in background fornisce le funzionalità di base.
Il sito si apre in una finestra svincolate da Chrome, apparendo come fosse un’app.
Analogamente si ottiene se si effettua un Add to desktop di un qualsiasi sito anche non PWA, quale ad esempio questo blog.
Si noti che se poi uno cerca di disinstallare l’app (right click sull’icona nella lista delle applicazioni), viene subito aperta da Windows 10 automaticamente il Control Panel\Programs\Programs and Features come se si trattasse di una disinstallazione di un’applicazione win32 … ma ovviamente non risulta presente quell’app tra la lista delle app disinstallabili da quella sezione del Control Panel: evidentemente questa parte non è ancora correttamente gestita da Windows 10 nella sua attuale release ma probabilmente lo sarà presto!
Add to desktop di un qualsiasi sito anche non PWA, quale ad esempio questo blog.
Si può aprire anche esternamente al browser, similmente a quanto avviene per un’app.
Chrome inoltre cerca una serie di criteri che una PWA deve rispettare e, se li trova, mostra un banner simile a quello che vediamo navigando su un sito web che ha un’app da un dispositivo mobile, per invogliare l’utente ad installare quel sito come app attraverso l’apposito menu presente tra i settings. Infine in Chrome OS, nell’ultima build Canary, il canale di sviluppo include il supporto diretto a PWA nel sistema operativo stesso.
Safari, Opera e Firefox, seguono un approccio molto più simile a quello scelto di Chrome lasciando all’utente la libertà di installare la PWA in autonomia.
Diversamente avviene invece qualora si utilizzi Edge o Internet Explorer. Sebbene esista in entrambi la possibilità di salvare un sito nello Start, non esiste la possibilità di indicare direttamente che si apra standalone al di fuori del browser: questa possibilità viene data esclusivamente se si installa quel sito PWA dallo Store Microsoft, se ovviamente presente. Questa attuale scelta viene giustificate dal fatto che garantisce una certa sicurezza all’utente, dovendo quelle app passare da un controllo preliminare: questa è tuttavia una forzatura che snatura un po’ il concetto di PWA e, data la natura delle funzionalità offerte dalle PWA, non mi sembra una necessità.
Si noti che la funzionalità Pin this site to Start di Edge comporta l’inserimento del tile l’aggiunta del tile, propriamente valorizzato, solo tra le icone della finestra di Start ma NON tra l’elenco delle applicazioni installate. Diversamente la funzionalità Add site to Apps di Internet Explore inserisce sia il tile nella finestra di Start sia lo aggiunge nell’elenco delle app installate (ma senza presentare nel right click menu l’opzione di disinstallazione, c’è solo quella di rimozione dalla lista). Se si installa la PWA dallo Store invece tutto risulta consistente: viene inserita nella lista delle applicazioni installate (con la possibilità di disinstallazione) ed eventualmente può essere effettuato il pin del tile nella finestra di Start.
Add site to Apps in Internet Explorer
Pin this page to Start in Edge
Utilizzando esclusivamente voci dei rispettivi settings, sia in IE sia in Edge, non si ottiene una vera installazione di una PWA che attualmente può avvenire solo dallo Store
Se da Chrome si fa More tools -> Add to desktop -> Open as a Window, tutto funzione tranne il processo di disinstallazione
Con la installazione tramite Chrome l’icona del tile è generica così come la collocazione tra le applicazioni (dentro la cartella Chrome Apps). Inoltre non funziona la Uninstall(right click sulla icona nella lista delle applicazioni) che apre Control Panel\Programs\Programs and Features come se si trattasse di una applicazione win32
Già oggi, gli sviluppatori interessati a testare una PWA in Windows 10 possono già abilitare in Microsoft Edge una sua funzionalità “nascosta” che supporta la tecnologia dei Service Worker, appunto richiesta dai PWA.
Si può effettuare questa abilitazione è sufficiente navigare inabout: flags, per visualizzare alcune opzioni in preview, specialmente utili agli sviluppatori.
In particolare, scorrendo in basso nell’area di anteprima standard, è possibile attivare l’opzione “Abilita i processi di lavoro dei servizi“, vale a dire i Service Worker.
In realtà questa abilitazione non fornisce ancora, per ora, le funzionalità di notifica ed altro previsto dalle PWA, ma semplicemente consente ad uno sviluppatore di testare una sua PWA affinché possa essere pronta per una sua sottomissione nel Microsoft Store tra poche settimane/giorni …
Navigando in about: flags, nell’area di anteprima standard si può attivare l’opzione “Abilita i processi di lavoro dei servizi“, vale a dire i Service Worker
Essendo il browser Edge una UWP, la medesima funzionalità relativa all’URL about:flagsesiste anche sugli altri device Windows 10, quale Windows 10 Mobile, dove risulta avere addirittura più checkbox relative a funzionalità attivabili: anche qui si può notare una sezione dedicata ai Service Workers, Push Notifications, Background Sync, Cache Storage).
about:flags settings page in Edge for Windows 10 Mobile (1)
about:flags settings page in Edge for Windows 10 Mobile (2)
about:flags settings page in Edge for Windows 10 Mobile (3)
about:flags settings page in Edge for Windows 10 Mobile (4)
Non c’è più bisogno necessariamente di interagire con l’interfaccia utente del browser Web, ma basta installare la PWA dallo Store, analogamente a quanto avviene per qualsiasi altre UWP.
Già ora dal browser Edge, nel caso si richieda per un sito qualsiasi il Pin this page to Start, questa viene inserita con una opportuna icona (e.g. nel caso di un blog di WordPress è l’icona del profilo dell’utente): tuttavia per ora cliccando su quella icona viene aperto il sito internamente ad Edge e non è ancora possibile svincolarlo in una window a parte, come invece è già ora possibile con Chrome selezionando l’apposita checkbox.
Pin this page to Start con il browser Edge (1)
Pin this page to Start con il browser Edge (2)
Pin this page to Start con il browser Edge (3)
… solo Apple ha tardato a prendere una sua decisione in merito alle PWA, in quanto confidava nelle sue app e del suo App Store, essendo stata lei la prima a promuovere questa tipologia di diffusione delle applicazioni. Ma avere Samsung, Google e Microsoft che implementano tale funzionalità che consente un più agevole singolo punto di contatto con il mondo consumer, ha fatto propendere anche lei ad accettare tale metodologia: perciò recentemente (febbraio 2018) ha dichiarato che il supporto per le PWA ci sarà presto in iOS 11.3 e macOS 10.13.4 perciò entro la fine di dell’anno, sebbene già ad ottobre 2017 c’erano stati segnali positivi (e.g. Work on Web App Manifest in WebKit has Begun). Per il momento tuttavia la loro implementazione ha attualmente le seguenti limitazioni, alcune ragionevoli, altre ancora limitanti:
Limite di 50Mb di cache.
Il sistema operativo iOS può decidere di liberare automaticamente la cache dopo “qualche settimana”.
Non sono implementati né il background sync né le push notification (implementate da Apple in modo proprietario).
Aggiungere l’icona shortcut sulla pagina è possibile ma per nulla agevole.
Si noti che, anche se un browser specifico attualmente non supporta tutte le features previste da una PWA, vale a dire non supporta i Service Worker e/o i Web App Manifest, ciò non significa che un sito sviluppato con quella tecnologia non possa essere navigato utilizzandolo, … anzi, magari anche solo con quello ha performance migliori a quelle che si ottenevano con il precedente sito, sviluppato con tecnologie più tradizionali ed ora soppiantato: vuole solo dire che la PWA non può magari ricevere push notification, essere inserita automaticamente nella schermata di Start/Home e funzionare anche offline. Comunque, anche ora persino in ambito Apple, in attesa di nuove versione del browser Safari, anche sulla versione attuale è comunque sempre possibile aggiungere manualmente l’installazione di un sito nella homescreen (e.g. utilizzando ember-web-app) ed anche implementare le notifiche push di OS X dal sito Web o effettuando un wrapping della PWA in un’applicazione nativa per ottenere l’approvazione iniziale per le notifiche; il funzionamento anche offline risulta invece difficilmente percorribile senza uno specifico supporto del browser.
Come giustamente viene evidenziato qui, “A Progressive Web App done right doesn’t leave anyone out“.
Effettuando ricerche su Internet, ho trovato il sito pwa.rocks, progetto opensource presente su GitHub (List of Progressive Web Apps), che racchiude un elenco di icone relative ad alcune PWA esistenti, suddividendole per categoria e consentendo a chiunque di suggerirne una ulteriore, previa autenticazione in GitHub ed tramite un inserimento manuale del codice indicato, da specializzare per puntare anche ad un ulteriore sito nuovo: insomma non certo una procedura agevole quanto una agevole pubblicazione in uno Store! Comunque, nel suo piccolo, già anche questo sito realizza una funzionalità simile a quella di uno Store, vale a dire una categorizzazione e la possibilità di effettuare un’agevole ricerca per argomenti di ciò che si desidera.
PWA rocks: lista di Progressive Web App suddivise per categorie
Oltre ad Apple, Microsoft e Google che mettono o metteranno il supporto per PWAs nei loro rispettivi browser, molte sono poi le aziende che stanno già modificando i loro siti Web per renderli PWA, perché in fondo sono solo siti che possono fornire una migliore user experience già ora, anche utilizzando un browser classico.
Anche su Wikipedia esiste un elenco, non certo esaustivo, di alcune PWA, così come anche in questo post di Windows Central dove sono indicati alcuni siti PWA-Enabled:
Alcune PWA sono in preview, come Twitter che ha Twitter Lite. Per averla come app sul proprio smartphone è sufficiente andare sul sito Twitter: se non appare la richiesta di installazione, si può usare l’opzione Add to home screen presente nel menu in alto.
L’implementazione della tecnologia PWA ha portato a Twitter:
65% aumento pagine per sessione.
75% aumento dei Tweets inviati.
20% riduzione del bounce rate ( percentuale di visitatori che entrano nel sito e poi lo lasciano, piuttosto che continuare a visualizzare altre pagine all’interno dello stesso sito).
70% riduzione della banda utilizzata nella normale navigazione. Da considerare inoltre il saving sul download dell’app che pesa 23.5 MB contro l’installazione della PWA che pesa soltanto 600K.
un incremento delle prestazioni dell’84% (tempi di caricamento minori),
un incremento del 17% delle conversioni
un incremento dell’8% sui carrelli abbandonati grazie alle notifiche push.
La PWA di Instagramè già molto performante e gestisce diverse modalità di interazione (e.g. accede alla telecamera; gestisce il double-tap per inserire un like) e anche se non ha ancora tutte le funzionalità presenti nell’app nativa, sicuramente evolverà anche grazie al probabile progredire della tecnologia PWA, attualmente solo alla versione 1.0.
C’è anche da aspettarsi che alcune compagnie, ad esempio Twitter ed Instagram, nel prossimo futuro sostituiscano negli Store le loro app native con le loro rispettive PWA, attualmente in Beta: Twitter ha già attualmente deprecato la sua app su Mac OS.
Così come ha fatto per Outlook.com, Microsoft probabilmente renderà PWA-compliant tutti gli altri suoi servizi sul Web, quindi è lecito supporre anche OneDrive.
Esistono inoltre alcuni tool opensource che consentono di realizzare PWA da propri siti, come ed esempio il plugin “Super Progressive Web Apps” di WordPress.
In un post di WindowsBlogItalia viene mostrato come usare Google Maps su un device con Windows 10 Mobile con la PWA ufficiale: per ora questa PWA realizzata da Google non supporta ancora la navigazione turn-by-turn, ma è solo questione di tempo e già ora è molto performante per cui l’esperienza utente risulta analoga a quella che si ha tramite l’omonima app.
Si noti che, in quel caso specifico, esiste anche nel MS Store anche un’app UWP di terze parti, quindi non una web-app, che implementa il client per Google Maps: attualmente è in fase di sviluppo ma risulta comunque installabile attivando sul proprio smartphone la modalità sviluppatore.
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Per chi vuole poi cimentarsi a provare a sviluppare una semplice PWA di esempio, suggerisco di vedere questi siti, oltre che ovviamente il Getting Started With PWA nel sito Google dedicato agli sviluppatori:
Framework che sicuramente sono parte fondamentale delle PWA, rendendone lo sviluppo enormemente più semplice, sono Angular, React o vue.js (ciascuno con le proprie caratteristiche) che consentono di rispondere alla navigazione interna e mantenere l’history, esattamente come ci si aspetta da un’app nativa. Inoltre assicurano un responsive design, cioè, la capacità di adattare il layout a diverse risoluzioni e orientamenti del device.
Se si desidera rendere PWA un sito preesistente, supposto che già faccia uso di un framework che lo renda adaptive e responsive, si può procedere con una metodologia Test Driven Development, utilizzando il tool Lighthouse , presente in Chrome, per individuare le funzionalità che devono essere aggiunte. Per lanciare questo tool da Chrome, basta andare nel tab Audit nella sezione … -> More tools -> Developer tools di quel browser, mentre si sta accedendo al sito che si desidera migliorare. Come indicato nella sua descrizione, “Lighthouse è uno tool open-source per migliorare la qualità di pagine Web. È possibile eseguirlo in qualsiasi pagina Web, pubblica o che richiede l’autenticazione. Ha audit per prestazioni, accessibilità, applicazioni Web progressive e altro ancora“. Altri metodiche si possono utilizzare, benché non specifici per PWA, sono GTmetrix e PageSpeed.
Utilizzo di Lighthouse per individuare come rendere PWA un sito (1)
Utilizzo di Lighthouse per individuare come rendere PWA un sito (2)
Utilizzo di Lighthouse per individuare come rendere PWA un sito (3)
Utilizzo di Lighthouse per individuare come rendere PWA un sito (4)
Utilizzo di Lighthouse per individuare come rendere PWA un sito (5)
Esiste poi una Progressive Web App Checklist in una pagina di Google dedicata agli sviluppatori, dove viene indicato how to fix it per ciascuna segnalazione evidenziata da quel tool: ad esempio, se viene segnalata la mancanza di registrazione di un Service Worker, esiste una sezione Use a Service Worker dove viene indicato come avviare quel processo registrandolo nella pagina, dopo avere ovviamente inserito l’sw.js nel proprio progetto. In quella stessa pagina viene indicato come poi verificare che un Service Worker sia effettivamente abilitato andando su chrome://inspect/#service-workers e cercando il proprio sito o anche andando su chrome://serviceworker-internals per vederne i dettagli e magari studiare il suo ciclo di vita.
Può poi essere utile utilizzare talvolta una navigazione in incognito, in modo da poter chiudere e riaprire il tab essendo sicuri che il Service Worker precedente non influisca sulla nuova finestra: infatti le registrazioni e le cache create dall’interno di una finestra in incognito sono completamente cancellate dopo la sua chiusura. In tutti i browser esiste la possibilità di iniziare una navigazione in incognito/privata con quelle caratteristiche: per maggiori dettagli puoi vedere questo mio seguente post.
Per generare agevolmente il manifest, file Json che descrive l’applicazione e consente di farla installare come app su un device, si può utilizzare, ad esempio, il tool Web App Manifest Generator che fornisce già le icone nelle diverse dimensioni richieste, data un’unica immagine 512×512. Il codice generato lo si inserisce poi tra i file del progetto.
Tra i libri di famiglia ho ritrovato la prima edizione pubblicata dalla Treves del Notturno di Gabriele D’Annunzio, un’opera assai particolare, non celebrativa come molti altri suoi scritti. La stessa modalità con cui è stata scritta, la rende sicuramente particolare e profonda. Si legge anche da Wikipedia: “l’opera fu realizzata a Venezia nel 1916 mentre il poeta e prosatore era fermo immobile e temporaneamente cieco per via di un grave incidente aereo. D’Annunzio la scrisse utilizzando circa diecimila strisce di carta o cartigli su ciascuna delle quali era vergata una sola riga di testo. Il materiale così redatto fu poi messo in ordine dalla figlia Renata, la quale lo assisteva al capezzale. L’Opera è strutturata in tre Offerte e una Annotazione finale. … La prima edizione del libro, considerato un vero capolavoro, seppure particolarmente differente dallo standard del poeta, in genere ottimista e pieno di desiderio di autoaffermazione, fu pubblicato per la prima volta da Treves nel 1916, quando, tuttavia, ancora non aveva ricevuto l’ultima mano dall’autore. L’edizione definitiva, sotto il diretto controllo di D’Annunzio, apparve, invece, nel 1921.”
Dal commento al libro presente su Amazon leggo: “Amore, morte e dolore sono i temi di questa intensa confessione lirica, scritta quando, in seguito a una grave ferita di guerra, D’Annunzio è costretto a indossare una benda su entrambi gli occhi, che lo condanna a una temporanea cecità e a una immobilità pressoché totale. Eppure il poeta non rinuncia a scrivere. In una sorta di divinazione, annota su sottili strisce di carta “visioni immense affluenti dal cervello all’occhio ferito, trasformazioni verbali della musica”. Così s’intrecciano i ricordi dell’infanzia e della madre, l’esaltazione eroica delle imprese di guerra, il rimpianto per i compagni morti valorosamente, l’affetto per la figlia Renata e il presente della malattia. Un’opera sorprendente, che ci rivela un D’Annunzio commosso, ripiegato su se stesso, lontano dalla tensione supero mistica delle liriche e dei romanzi.”
Molto particolari sono poi le immagini presenti nel libro, xilografie del pittore Adolfo De Carolis che proprio con il Notturno continua il sodalizio con D’Annunzio ideando nuovi motti, loghi e le xilografie che lo illustrano.
Non avendo trovato agevolmente su Internet tutte le sue belle opere presenti in quel libro, le riporto nel seguito perché possano ancora essere ammirate nella loro originalità e bellezza.
From the Microsoft Store you can download and install the Debian/GNU Linux app. It contains also the shell of Ubuntu and other distributions.
Debian GNU/Linux app
Debian GNU/Linux app in the Microsoft Store
As stressed in the app description, before you install that app you have to enable the WSL (Windows Subsystem for Linux) from the additional Windows functionalities. You may need to enable the “Windows Subsystem for Linux” optional feature running, from the PowerShell as Administrator, the following command, as explained in the Install the Windows Subsystem for Linux Microsoft doc:
Here it is explained that, since Fall Creator Update, Windows 10 offers a full Windows Subsystem intended for Linux for running Linux software that is not simply a virtual machine. It’s based on Microsoft’s abandoned Project Astoria work for running Android apps on Windows. Therefore, WSL allows you to run Linux applications directly on Windows, like Wine allows you to run Windows applications directly on Linux.
You need to have a 64-bit Windows 10, the 32-bit do not support this feature. To get started, head to Control Panel -> Programs -> Turn Windows Features On Or Off (IT: Pannello di Controllo -> Programmi -> Attivazione o disattivazione delle funzionalità Windows) and enable the Windows Subsystem for Linux option in the list (IT: Sottosistema Windows per Linux), and then click the OK button.
Enable the Windows Subsystem for Linux option in the list (IT: Sottosistema Windows per Linux)
It may happen that the name of a street you know well is not correctly written on a Bing Maps site or in the Microsoft Maps app. The displayed map is the same if you are on the Maps app or in the Bing Maps site and it should be also the same in the HEREsite, being the cartography, used by all, the Here one (once the Navteq one). … but it seems to be not so!
Just today I found an error in the spelling of a street and I notice that it is wrong in both Maps appandBing Maps site, while it is correct in HEREsite maps … even though in all of them it is mentioned Here 2018 as the owner of the cartography!! Therefore, it seems that at least there is no synchronization of the latest version that Here has and that Microsoft is using.
Wrong street name in Maps app
Wrong street name in Bing Maps site
Correct street name in Here site
… and that’s really strange, being the cartography the same (and possibly updated!)!!
But what to do, if you want to report an error you discovered on a map?
The Maps app makes reporting a wrong detail on the map very easy. You have to click on the Suggest modification (IT: Suggerisci una modifica) button, at the bottom right, and then choose The map is not accurate (IT: La mappa non è accurata).
Suggest modification -> The map is not accurate (IT: Suggerisci una modifica ->La mappa non è accurata)
A popup window will appear asking you to move the map in order to have the grey circle where there is the error you want to report: doing so, on the popup window you will read the name of the street where that circle is located after moving the map.
You are asked to move the map in order to have the grey circle where there is the error you want to report
You can detail what is wrong or missing and then send that report.
Detail what it is wrong or missing
After sending that report, you are thanked
=========================
To send the report from the Bing Mapssite is not so evident … and I did not find it at first! What you should try is to write feedback that anyway is generic, not specific to a map error report.
Feedback menu item available in the Bing Maps site (1)
Feedback menu item available in the Bing Maps site: too generic one!! (2)
Instead, what you have to do is to look at the top left menu and make the appropriate choices:
Other -> Comments and suggestions -> Report a problem on the map
Mi è capitato di ristrutturare un vecchio lampadario a petrolio in stile veneziano, volendolo rendere elettrico. Una delle problematiche maggiori è stata scegliere la lampadina più consona anche per via dell’attacco che necessariamente sarebbe dovuto essere sufficientemente piccolo.
Trovare una tabella con le dimensioni di tutti i tipi di lampadine (e in particolar modo di quelle con un attacco standard Edison) non è stato immediato neppure con l’ausilio di un motore di ricerca.
Riporto nel seguito l’unica tabella che ho trovato seppure le dimensioni siano indicate in pollici: la conversione in cm è comunque agevole, tenendo conto che 1 inch = 2,54 cm
Wikipedia mi è venuta poi di aiuto, come spesso avviene, chiarendomi fin da subito il significato della sigle Exx propria di ogni lampadina con attacco standard Edison: “La designazione Exx si riferisce al diametro in millimetri (ad esempio E27 sta per 27 mm). In Europa e dove si usa la tensione di rete domestica di 220-240 V solitamente gli attacchi standard sono l’E27 e l’E14 (quest’ultimo chiamato comunemente “Mignon”). Negli Stati Uniti e dove la tensione di rete è di 110 V invece si utilizzano l’E26, l’E17 e l’E12.”
It may happen that an old program did not cooperate well with Windows 10. However there are several possible trials you can do to try to make it work anyway!
First of all be sure you are installing the latest version of that program and you have also Windows 10 with the latest updates (please check with Settings -> Update & Security -> Windows Update).
If so, and you have still problems, try to install that software in compatibility mode (after having uninstalled it, going in Control Panel -> Programs -> Programs & functionalities). To do it, follows the following steps:
Right click on the setup file of that software and select “Properties”.
Select “Compatibility” tab.
Place a check mark next to “Run this program in Compatibility mode” and select one of the old operating systems from the drop down list (e.g. Windows 7).
Let the software install and then check its functionality.
You can try do the same “compatibility” setting with the program execution file itself and not only with its setup file.
Select Compatibility mode in the setup file properties and choose among the listed old Windows versions
You can also try to let Windows 10 decide which setting set, clicking on the proper button and then let Windows 10 decide:
Let Windows 10 decide the proper settings (1)
If the program, you have problems installing in Windows 10, is Dragon Naturally Speaking 13, you can follows also some suggestions from this post. Basically it suggests, with the latest version of that SW, instead to turn-off the Compatibility mode and possibly don’t run natspesk.exe as administrator: possibly restart the PC. Moreover the use of a USB headphone may solve some issues … Finally, you can find more to solve issues about Dragon Dictate issues on the www.knowbrainer.com site. It seems that for a full support of Windows 10 (even with tablet mode and touchscreen support) it is needed the version 15 edition, available in Dragon Professional Individual (even for Italian and not only English that it is also supported together, since march 2016; see below its new features) and other high cost specific profession releases. For further questions, you can also contact Nuance support people from this site, and in particular form this support page of where you can send your question if you have not found an answer from its FAQ page.
Formatting and other recognition improvements to minimize post-editing
Simplified set up and improved user interface
Enhanced support for recorded audio transcription, with streamlined setup and improved profile management
Expanded support, including full voice-driven editing, formatting, and command and control within popular desktop or web applications for business
Contextual guidance tailored to user behavior, as well as improved help to get new users up to speed quickly or for existing users to easily further discover the power of Dragon.
Possibly uncheck Compatibility mode and Run as administrator
Se hai o vorrai cambiare degli infissi di casa, sostituendoli con altri nuovi a maggiore tenuta termica, sai bene che puoi ottenere degli sgravi fiscali che in questi ultimi anni sono stati sempre rinnovati di anno in anno, anche se la percentuale di rimborso è variata nel tempo (e.g. 60% nel 2017 e 50% nel 2018). Quello che sicuramente ti avranno detto è che per ottenere tale agevolazione, il pagamento deve avvenire tramite un bonifico bancario particolare, quello relativo alla riqualificazione energetica L.296-06, specificatamente pensato a tale scopo ed in cui si devono indicare dati della fattura e del venditore/installatore.
Quello che non tutti sanno è che il certificato energetico indispensabile per inoltrare ad un CAF il 730 con il rimborso ed eventualmente in caso di una verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate, può essere fatto anche da chi ha acquistato l’infisso ed intende scaricarne i costi e non solo dal venditore che, generalmente chiede un costo aggiuntivo per farlo (e.g. nel mio caso, 150€ per 4 infissi).
Apparentemente l’inserimento dei dati nel form fornito dal sito dell’ENEA potrebbe essere banale … ma come spesso avviene anche per le cose potenzialmente semplici, il tutto sembra “ben spiegato” in modo tale da scoraggiare il self doing da parte del cittadino acquirente … ed indurlo così a rivolgersi al solito intermediario professionista anche per le piccole burocrazie. 😦
Nel seguito andrò ad elencare alcuni passi della procedura, almeno così come lo intesa io, semmai possa servire a qualcun altro! 😉
ATTENZIONE: se si è pagato il saldo dei lavori nel 2018 è necessario aspettare che venga pubblicato dall’ENEA il nuovo form per introdurre i dati relativi ai lavori effettuati: infatti il modulo preparato ler la finanziaria 2017 non consente di inserire una data di fine lavori superiore al 31 dicembre 2017, per cui tutte le ricevute, anche quella di saldo, devono essere precedenti a quella data. Come specificato nel loro sito, “il nuovo sito ENEA “http://finanziaria2018.enea.it”, per trasmettere i dati relativi agli interventi di riqualificazione energetica degli edifici conclusi a partire dal 1° gennaio 2018 sarà attivato dopo la pubblicazione dei decreti con le nuove disposizioni tecniche e procedurali attuative della legge di Bilancio 2018. L’eventuale deroga rispetto alla scadenza di 90 giorni dalla data di chiusura dei lavori per l’invio verrà comunicata non appena possibile.”
P.S. 5/4/2018 – Risulta ora disponibile finalmente anche il portale finanziaria 2018 per l’invio a ENEA delle pratiche per i lavori conclusi nel 2018. Per fortuna hanno reso più umano l’inserimento dei dati necessari alla compilazione e molti dei calcoli che si dovevano effettuare manualmente o con il supporto di tool. ora vengono effettuati automaticamente all’atto dell’inserimento dei dati base relativi all’intervento. Ad esempio, non è più necessario il calcolo manuale della energia risparmiata come fonte primaria, con relativo inserimento dei gradi giorno (media delle temperature stagionali del luogo dell’intervento). Nel form stesso vengono anche suggeriti i valori consigliati come trasmittanza dei vecchi infissi, senza più la necessità di ricorrere a tabelle o file excel! Sicuramente questa semplificazione l’ha resa più alla portata di tutti anche se alcuni dati da inserire (e.g. tipologia della caldaia e sua potenza utile nominale con rispettivo rendimento al 100% della potenza) devono essere necessariamente richiesti al proprio amministratore: solo gli addetti ai lavori, infatti, possono accedere a una banca dati in cui sembra debbano essere registrati e resi disponibili questi dati da parte degli amministratori.
Perciò riporto in grassetto nel seguito le parti che sono relative alla nuova procedura, seppur rimane valida ovviamente la prima parte del post riguardante la registrazione nel sito dell’ENEA.
Andando quindi in quel sito relativo alle dichiarazioni ai fini detrazioni fiscali L.296/2006 per l’efficienza energetica dell’anno 2017, è necessario registrarsi se non lo si è già fatto, con la usuale procedura che prevede di premere sul pulsante di Registrati e quindi confermare la propria email tramite un messaggio inviato dal sito, inserendo il codice presente nella email stessa.
Procedura di registrazione sul sito dell’ENEA (1)
Procedura di registrazione sul sito dell’ENEA (2)
Procedura di registrazione sul sito dell’ENEA (3)
Accedendo quindi al sito compare una sequenza di form che consento di inserire i dati per la dichiarazione: si noti che purtroppo, se in una sessione di login non si inseriscono tutti i dati e si procede con l’ultimo step 5 di invio e stampa, tutti i dati precedentemente inseriti verranno persi al successivo login! 😦
Form di inserimento dei dati necessari per la dichiarazione
Per inserire i dati richiesti è necessario avere la dichiarazione del fabbricante degli infissi dove viene indicato per ciascuno la sua trasmittanza termica e la superficie coperta, come ad esempio mostrato nelle seguenti immagini relative a 4 infissi:
Occorre poi anche fare un calcolo della energia risparmiata come fonte primaria: … ed è proprio qui che si vede come la burocrazia faccia di tutto per scoraggiare il cittadino a farsi le cose in modo autonomo!! Questo calcolo assurdo, approssimativo quanto inutile, richiede di calcolare l’energia risparmiata durante il periodo di riscaldamento avendo i nuovi infissi anziché quelli originari, tenendo conto sia della trasduttanza degli infissi originali oltre che di quelli nuovi, di cui esiste la certificazione del venditore, sia di molteplici parametri quali la temperatura media del luogo in cui sono stati installati. Ma non basta! Si richiede poi di risalire all’energia risparmiata come fonte primaria, in relazione alla tipologia di impianto di riscaldamento utilizzato. NO COMMENT.
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P.S. 5/4/2018 – Come già evidenziato, nel modulo per il 2018 i dati richiesti nel form risultano principalmente quelli “base” e tutti i calcoli derivanti vengono eseguiti in automatico. Riporto nel seguito gli screenshot relativamente ai nuovi form, sempre relativamente alla certificazione della posa di nuovi infissi.
Inserimento dati per infissi
I dati relativi alla zona climatica ed ai gradi giorno per fortuna ora vengono calcolati ed inseriti automaticamente in base all’anagrafe dell’immobile!
Dati climatici inseriti automaticamente in base all’anagrafe dell’immobile
Se si sono dati acconti per l’anno precedente (e.g. 2017), è necessario indicarlo nella sezione Riepilogo, in modo che le percentuali di detrazione vengano calcolate correttamente, essendo generalmente differenti anno per anno (e.g. 65% nel 2017, 50% nel 2018).
Indicare nella sezione Riepilogo eventuali acconti dati nell’anno precedente
Ricordarsi di terminare la procedura e di inviare la dichiarazione: solo così si riceve la certificazione ed anche una email con il CPID, vale dire un identificativo univoco ad essa associato.
Termine della procedura con invio dei dati definitivi
Email di notifica conferma e invio dichiarazione con indicazione del CPID
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Ovviamente il valore preciso di molti di questi parametri non li avrebbe saputi neppure il professionista utilizzato dal venditore di infissi, che sicuramente non avrebbe telefonato all’amministratore per sapere la tipologia di bruciatore del condominio … per cui è logico effettuare questi calcoli utilizzando quei valori approssimativi che le istruzioni stesse suggeriscono. Esiste in http://www.acs.enea.it/calcoli un software DOCET v. 3.15.12.42 con possibilità di redigere l’APE. Come indicato in questa pagina, “DOCET nasce dalla ricerca di approcci semplificati per facilitare l’inserimento dei dati da parte di utenti anche senza specifiche competenze, definendo un’interfaccia che consente di qualificare dal punto di vista energetico edifici esistenti, in modo semplice e riproducibile. Lo strumento infatti si contraddistingue per l’elevata semplificazione dei dati in input e la Riproducibilità delle analisi, senza tuttavia rinunciare all’accuratezza del risultato. DOCET è uno strumento utilizzabile per la certificazione energetica degli edifici residenziali esistenti con superficie utile inferiore a 200 m“. In questa pagina ci sono anche alcuni link con esempi di calcolo in alcune situazioni e anche relativamente agli infissi (stima dei valori di trasmittanza degli infissi esistenti e metodi di calcolo). Andando tuttavia in quella pagina è necessario nuovamente registrarsi … e sinceramente mi ero già stufato.
Software DOCET v. 3.15.12.42 con possibilità di redigere l’APE
Mi sono perciò limitato ad applicare semplicemente la formula del calcolo dell’energia risparmiata durante il periodo di riscaldamento e quindi quella risparmiata come fonte primaria guardando le istruzioni fornite nel file Calcolo semplificato del risparmio annuo di energia in fonte primaria previsto con un intervento di efficienza energetica. Anche in questo caso, anziché fornite semplicemente un form di calcolo o subito una formula agevole da applicare, ci si dilunga in formule con notazioni matematiche sconosciute ai molti ..
… ma innanzitutto si deve in qualche modo calcolare i valori di trasmittanza termica Uw dei precedenti infissi: a tale scopo viene in aiuto un file excel scaricabile sempre dal sito dell’ENEA in Calcolo Uw finestre esistenti. … se comunque credi puoi sempre vedere il file “LA TRASMITTANZA TERMICA DEGLI INFISSI: COME LA SI CALCOLA” di ben 8 pagine che ti spiegherà tutto sulla trasmittanza … anche con disegnini!!
Utilissimo (??) tutorial sul calcolo preciso (!!) della trasmittanza termica
File excel per il calcolo Uw degli infissi presistenti
Un altro dato che occorre conoscere è poi i Gradi Giorno (GG) relativi al luogo in cui sono stati montati gli infissi. Dalle istruzioni presenti in Calcolo semplificato del risparmio annuo di energia in fonte primaria previsto con un intervento di efficienza energetica. risulta chiarissimo come fare. Riporto la spiegazione:
“Valutando giorno per giorno per ciascuna località la differenza (ti – tme,j)+ e procedendo alla somma di queste differenze su tutta la stagione, si definiscono i gradi giorno GG della località in esame: Dove:
N sono i giorno di riscaldamento;
ti è la temperatura interna di riferimento, fissata dalla normativa italiana pari a 20°C (all’estero tale valore di riferimento è tenuto più basso, generalmente è posto a 18°C);
tme, in base alla normativa italiana, viene calcolato sulla media di quattro valori di temperatura: la massima, la minima, quella riferita alle ore 8.00 e quella riferita alle ore 19.00. La sommatoria è estesa per legge a tutta la stagione in cui la temperatura media esterna è inferiore a 12°C;
il segno + indica l’aver considerato solo le differenze di temperatura positive;
In definitiva,
OK, OK, … forse bastava mettere subito e solo il link al seguente file che riporta i Gradi Giorno di tutti i comuni d’Italia (che ho trovato casualmente cercando “Gradi Giorno GG Torino” con un motore di ricerca):dpr412-93_allA_tabellagradigiorno.pdf
Gradi Giorno (GG) dei comuni italiani
Per Torino città risulta GG = 2617:
Gradi Giorno (GG) per il comune di Torino
Sempre dal file dell’ENEA sul Calcolo semplificato del risparmio annuo di energia in fonte primaria previsto con un intervento di efficienza energetica (dove potrai reperire se proprio credi tutti i dettagli), si legge come calcolare la potenza termica ∆Qa che è stata risparmiata cambiando ciascun specifico infisso e quindi l’energia risparmiata durante tutto il periodo del riscaldamento. Quindi sempre per quell’infisso, una volta definita la dispersione termica (∆Qa), si deve calcolare l’energia risparmiata come fonte primaria Qpr che tiene conto anche del tipo di riscaldamento utilizzato nella casa.
…insomma un sacco di calcoli che, secondo me non hanno molto senso ai fini di un rimborso economico, tanto più che risultano necessariamente approssimativi!!
NON TI SPAVENTARE: il calcolo è semplice e la formula da applicare è “semplicemente” la seguente, da usare per ciascun infisso cambiato:
∆Qa = GG ∗ 24 ∗ f ∗ R ∗ ∆U ∗ S/1000 [kWh]
essendo: GG = gradi giorno della località dove sorge l’edificio in cui viene effettuato l’intervento; f = fattore di correzione che tiene conto del valore della temperatura interna media (inferiore a 20 °C, poiché il riscaldamento negli ambienti non avviene ininterrottamente nell’arco della giornata ma soltanto in orari prestabiliti). Si consiglia per gli edifici residenziali f = 0,9 e per tutti gli altri casi da 0,4 a 0,8 R = fattore di correzione della differenza di temperatura in funzione del tipo di elemento opaco (si consiglia di applicare i seguenti valori: R = 1 se l’elemento opaco o finestrato divide un ambiente riscaldato dall’esterno; R = 0,5 se l’elemento opaco divide un ambiente riscaldato da uno non riscaldato; R = 0,8 se l’elemento opaco divide un ambiente riscaldato dal terreno o da un ambiente non riscaldato e ventilato) ∆U = differenza di trasmittanza tra vecchio infisso e quello nuovo (di quello vecchio lo si è calcolato sopra con il foglio excel, e di quello nuovo c’è il suo valore nel certificato rilasciato dal venditore relativamente a quell’infisso) S = superficie dell’infisso, indicata anche nel foglio di certificazione rilasciato dal costruttore del nuovo infisso.
Una volta definita la dispersione termica (∆Qa), l’energia risparmiata come fonte primaria Qpr è data dalla seguente espressione:
Qpr = ∆Qa / ηg
dove ηg = il rendimento globale medio stagionale del sistema edificio-impianto. Il suo calcolo viene descritto sempre in quel file di spiegazione, ma poi in fondo viene anche detto “Nel caso non sia agevole il reperimento dei dati necessari al calcolo analitico del rendimento globale medio stagionale, un tecnico esperto può stimare con buona approssimazione il valore ηg in relazione alle caratteristiche dell’impianto, alla potenza del generatore di calore e al tipo di combustibile utilizzato. In questo caso si consiglia di contenere detto valore tra 0,65 e 0,80” … per cui il valore di 0,65 penso vada benissimo, così si indica una notevole energia risparmiata come fonte primaria 😉
f – Essendo l’infisso montato in un edifici residenziale f = 0,9
R – Poiché l’infisso divide un ambiente riscaldato dall’esterno R = 1
∆U – Nel mio caso l’infisso vecchio era di legno con vetro singolo e la trasmittanza termica è di U1 = 4,6 come dedotto dalfoglio excel. Per l’infisso nuovo è invece di U2 = 1,2 , come indicato nella dalla dichiarazione del costruttore, per cui ∆U= U1 – U2 = 4,6 – 1,2 = 3,4
S – La superficie dell’infisso viene fornita sempre dalla dichiarazione della ditta che ha fornito il nuovo infisso, in questo caso S = 1,14 metri quadri
che rappresenta l’energia risparmiata durante tutto il periodo di riscaldamento.
L’energia risparmiata come fonte primaria, che è il dato che si deve indicare nella compilazione della certificazione dell’ENEA, è poi:
Qpr = ∆Qa / ηg = 219,0994272 / 0,65 = 337,076
prendendo per buono ηg = 0,65 essendo indicato nelle istruzioni (“nel caso non sia agevole il reperimento dei dati necessari al calcolo analitico”) il suo valore tra 0,65 e 0,80.
Questo calcolo deve essere fatto per ciascun infisso, tenendo conto che probabilmente cambiano sia la sua superficie sia la trasmittanza, pur essendo del medesimo materiale/produttore.
Nel mio caso 2 finestre di medesime caratteristiche hanno quel Qpr = 337,076
mentre per un’altra è la seguente, cambiando la superficie
Qualche tempo fa avevo scritto un post relativo al calcolo della pensione. In questo nuovo aggiungerò alcuni dettagli utili qualora, vedendo l’estratto conto previdenziale fornito dal sito dell’INPS, risultassero alcune mancanze relativamente ai contributi utili per la pensione. Non è infatti raro che anche grandi ditte effettuino errori e per qualche anno lavorato non risultino contributi per tutte le 52 settimane dovute. Si noti inoltre che possono mancare dei contributi figurativi, vale a dire quei contributi “fittizi” accreditati senza alcun onere da parte sia del lavoratore sia del datore di lavoro e posti a carico della gestione pensionistica di appartenenza: anche questi sono utili sia per maturare il diritto alla pensione sia per calcolarne l’importo.
Una certificazione dei contributi effettivamente versati si può avere richiedendo l’ECOCERT sempre dal sito dell’INPS e, come già indicato in quel precedente post, qualora risultino delle mancanze dopo il 2005, è possibile avere una visione di dettaglio maggiore andando nel servizio “Posizione annuale da lavoratore dipendente (dal 2005)“.
Sezione per richiedere ECOCERT
Sezione per verificare lo stato di elaborazione di una richiesta effettuata
Se invece si desidera segnalare possibili figurativi non inoltrati dal datore di lavoro, devi andare (sempre nel sito dell’INPS, dopo esserti autenticato) nella sezione del servizio Fascicolo previdenziale del cittadino (anche se poi il titolo della sezione viene indicato come “Cassetto Previdenziale Cittadino“!). Come sempre, il metodo più veloce (spesso l’unico umanamente possibile) con cui trovare quella sezione nel portale è quella di ricercarla tramite la funzione di Cerca presente in alto a destra.
Si deve quindi selezionare nel menù a sinistra la voce Posizione assicurativa -> Segnalazioni contributive -> Gestione.
Qualora tu abbia contributi relativi a fonti speciali di previdenza (e.g. telefonici), occorre selezionare Periodi di lavoro nei Fondi Speciali di Previdenza e quindi Fondi Figurativi non segnalati dal datore di lavoro.
Si giunge quindi ad un form che consente di indicare il periodo da segnalare, indicando con l’opportuno checkbox e radiobutton, l’eventuale Fondo Speciale Sostitutivo a cui fare riferimento (e.g. Telefonici – TT). Nel campo di note si può descrivere a parole il problema riscontrato e quindi, premendo il tasto Acquisisci, in basso a sinistra, si giunge in una pagina in cui è possibile caricare fino ad un massimo di 4 file, ciascuno di dimensione massima di 4,5MB: soprattutto se si allegano tutti i fogli paga di un anno, conviene perciò scanerizzarli in un pdf a bassa risoluzione (e.g. 100dpi e non 300dpi come generalmente è impostato di default) con anche l’impostazione Draft, che riduce ulteriormente la qualità e quindi le dimensioni del pdf prodotto. Se poi proprio si ha un documento pdf più grande del consentito, si può utilizzare un qualsiasi SW per diminuirne le dimensioni o un analogo servizio offerto online in certi siti (e.g. in questo post ne sono elencati alcuni, ad esempio smallpdf).
Risulta infine possibile vedere lo stato di lavorazione della richiesta, andando nella sezione Posizione assicurativa -> Segnalazioni contributive -> Esiti presente nello stesso servizio Cassetto Previdenziale Cittadino.
Sometime you may want to remove all the return (CR LF characters) from a text file, for example a .csv file.
This can be done in many ways but an easy one is the following, using the free Notepad++ editor that can be downloaded from its site. It is not so good as UltraEdit but it is free!!
You can use its Find -> Replace… menu item and the put as
Find: [^|\n\r]\R
and as
Substitute with: \1
Check Regular expression and possibly the other checkBox as shown in the following screenshot.
Click on Replace All button
The provided regular expression matches OS-linebreaks (\R) that are not (^) preceded by a | or \r or \n so it should work with any EOL convention.
You may have to click on Replace all button more times, till all the text will be on one single line:
I bought a Perfection Epson V370 Photo scanner that allows also to scan 35mm slides, positive and negative.
If you want to scan 35mm slides or or negative/positive film strip, you have to remove the white board and use the film strip holder (see this YouTube tutorial, if the case). That holder must be positioned properly in order to have the slide/strip located to match the light strip available on the cover. Note that its position must be different if you have to scan slides or a film strip. Moreover, in the Epson Scan SW you have to specify if you want to scan a photo or a slide: in the second case, you must remove the white board if you don’t have already done.
This is fine if you want to scan a 35mm slide, but what to do if your negative is bigger, lets say 8x6mm? You have several options, none the best but some acceptable in specific cases:
Scan as a slide, removing the white board, and putting the big negative in a location that match the position of the slide lamp available on the cover. DO not use the film strip holder in order to be able to scan that slide for all its length. However the resulted scanned picture is less high than it should be, because of the limited size of the lamp strip. Therefore if you want to have scanned all the slide you have to scan it twice, the upper part and then the lower part: afterwards, using a photo editing SW (e.g. Photoshop) you can combine them in one picture. Note that you need to use the professional scan mode and not the automatic one, otherwise the scanner SW is not able to find the slide, not being located using the film strip holder.
Scan as a photo, so the result is a negative that, in this case, is of the full size. Then you need to use the Invert feature available in a photo editor (e.g. Photoshop). However in that case the quality is low because of the low contrast, not being the cover lamp help: the result will be not so good neither after some possible retouch!
An other possible alternative (that I still have to try) is to make a cardboard mask with a hole of the slide dimension and then put a lamp over the slide, once it is layered on the scanner glass with over the cardboard. You can try scanning both as a slide or a picture (in the first case, possibly putting the slide/hole matching the original light slide) … I let you know when I will try: the only possible problem may rise if the scanner do not work if the cover is up!
Last possibility is not to use the scanner and, putting the big negative film on a window glass in a sunny day, take a picture of it with your digital camera … and then use, also in this case the invert feature available in a photo editing SW! 😉
You need to use the professional scan mode and not the automatic one, otherwise the scanner SW is not able to find the slide (1)
You need to use the professional scan mode and not the automatic one, otherwise the scanner SW is not able to find the slide (2)
Use the professional mode and slide option. Do not use the film strip holder in order to be able to scan that slide for all its length (even though the resulted scan is less high than it should be, because of the size of the lamp strip).
Professional mode and slide option with a proper resolution.
In my case, having only scanned the negative film partially in its height, was not a big problem because the interesting section of the picture was on its length: so I did not even need to do two scans and then use a photo editor to merge them 😉
Negative scanned as a slide as described above: full length, even though only partially its height is available with each scan.
Negative scanned as a picture: even inverting and retouching with an editor SW, the result is not very good.
Invert option available in a photo editor (e.g. Photoshop Elements)
The Epson Perfection V370 Photo scanner manual is available here.
For any possible question, you may contact Epson using the form available in the U.S. Support Site … even though possibly you will receive only what is already written on the manual, no further suggestions, like in my case when I asked suggestion how to scan negative films bigger that 35mm one:
Usually the OneDrive agent is configured to start at the startup of the O.S. but possibly you could uncheck this feature from the Settings tag of the setting section, available right-clicking on the toolbar OneDrive icon, because you do not need to have it running in the background every time.
Possibly you want to uncheck the option to run OneDrive agent at the startup
Moreover, it may happen that agent crashes, possibly because of authentication problems that may happen if you are using your PC behind a firewall: in this case an alert popup window appears and then the OneDrive icon will disappear from the taskbar because that agent died.
In these cases you would want to start that OneDrive agent manually.
If you try to find how to do searching OneDrive with the Cortana search feature, you may not find much help because it only gives some links to the app installer, possibly older than the version you have, … but no way to start the OneDrive agent.
Searching with Cortana does not help
Clicking on the found result, simply start the installation of an old version of the OneDrive app:
It starts only the installation of an old version of the OneDrive app
Instead, what you have to do is to run the following instructions from the Run [IT: Esegui] window that can be opened right-clicking on the Windows icon of the toolbar and choosing the Runmenu item (or at the same time press Windows + R):
%localappdata%\Microsoft\OneDrive\OneDrive.exe
Run the instruction %localappdata%\Microsoft\OneDrive\OneDrive.exe
P.S. 2025 In Windows 11, OneDrive.exe seems not to be located in that directory: in my computer is in “C:\Program Files\Microsoft OneDrive\OneDrive.exe” so I have to run it from there…
To record the screen and make some tutorial, in the past I used several free applications and I wrote also some posts about that. For example CamStudio was suggested in the Nice tools (for free) post and the Microsoft Expression Encoder 4: how to record your PC screen for free (in HD) one, … where I underlined as several versions of CamStudio you can find on Internet are now not virus and worm free! .. and the he use if Microsoft Expression Encoder cannot be so easy …
There is anyway a further alternative using a feature available in the Xbox app that is already installed in Windows 10 (it cannot be uninstalled indeed!): it is a hidden native feature embedded in Windows 10 that you possibly do not have noticed and that lets you record a video clip of your screen up to 2 hours. It is Called Game DVR, being this feature designed to record video game footage… but it doesn’t just work for games. It is very easy to start and use but it has a limitation that can be very big for a generic tutorial: it can record only the screen of an application, so nothing of the desktop, included its toolbar and menù.
A step to step procedure can be found in this post of the cnet site and so in the following I will only show some screenshot I took without repeating the explanation. Anyway it is sufficient to run the Xbox app (and leave it running) and run the application you want to record (e.g. Word, Maps, whatever … even a browser) and have its windows be active when clicking Win key + g.
A popup window asking you want to open the game bar. You have to accept and let that Game bar appear. You can than start recording clicking the proper red icon and possibly choose to capture also the audio from the microphone. If you need to get only a screenshot you can use the camera icon … but for this purpose the Snapshot Tool is much easy to be used!
After Win key + g on the active window
Game bar allowing to record the video of the active application and possibly the audio from the active microphone
The list of all the recorded files can then be found in the Game DVR section of the Xbox app, reachable clicking on the left side menu icon representing a gamepad.
List of the recorded clips
Clicking on a specific recorder video, you can see it and find it on a folder of your PC clicking the Open folder button available at the bottom. Here, you’ll see a list of your recorded clips, along with some limited editing features such as the ability to trim a clip or rename it.
MOOC sta per Massive Open Online Courses e fa riferimento a piattaforme/siti che forniscono corsi sul web. Generalmente gratuiti, sono pensati per una formazione a distanza che coinvolga un gran numero di partecipanti: talvolta rilasciano attestati di partecipazione ed anche di superamento di un eventuale esame finale (domande a risposta multipla), spesso questa volta a pagamento.
Nel seguito elenco alcuni MOOC dove sono presenti corsi che spaziano in molte discipline e a diversi livelli di complessità: insomma, per conoscere un qualsiasi argomento basta avere tempo e voglia di trovare e seguire il corso opportuno!!
Open Education Europa: avviata nel 2013 dalla Commissione Europea per fornire un unico accesso per le risorse didattiche aperte presenti in Europa. Esiste sul portale anche un articolo che fornisce lo stato dell’arte, sebbene un po’ datato 2014: MOOCs – A Review of the State-of-the-Art
Open Education Europe (1)
Open Education Europe (2)
Open Education Europe (3)
Coursera: piattaforma, fondata dall’Università di Stanfort nel 2012, che conta ora partnership con oltre 150 università a livello internazionale. Navigando il portale mi sembra che consenta solo 7 giorni per un utilizzo ‘free trial’ (“This course is offered with a 7-day full access free trial that lets you see everything a paid subscription includes for free for 7 days. You can cancel it at any time. You can also audit video lectures and certain assignments for free without subscribing or starting a free trial. If you want to complete the course and earn a Course Certificate by submitting assignments for a grade, you can upgrade your experience by subscribing to the course. You can also apply for financial aid if you can’t afford the course fee”). Vedere Enrollment options.
Coursera (1)
Coursera (2)
Coursera (3)
EMMA (European Multiple MOOC Aggregator): progetto co-finanziato UE che coinvolge diverse università europee
Emma (1)
Emma (2)
Emma (3)
eduOpen: rete di università italiane che ha realizzato un portale che ospita corsi tenuti da esperti del mondo accademico (progetto finanziato MIUR)
eduOpen (1)
eduOpen (2)
eduOpen (3)
Microsoft Virtual Accademy: non si tratta propriamente di un MOOC ma comunque contiene corsi, percorsi di formazione e webcast per tutte le tecnologie Microsoft e non solo, per cui ho pensato bene di includelo nella lista. Basta accedere con il proprio account Microsoft per poter usufruire di tutti i corsi gratuitamente.
It may happens that your Hi-Fi stereo speakers do not play as before … and if you look to their woofers you can see that possibly the front surround suspensions (IT: sospensione pneumatica), usually made of foam, are partially broken: even though you did not used them too much, after years these are the parts of a woofer that usually shatters, especially the biggest ones used for bass tones.
This is what happened to the biggest woofers of my Boston T830 speakers that I bought 28 years ago!
I found several vendors of Foam Repair Kit (8”) for my Boston Acustic T830 and I did the work myself, following step by step the included instructions: I thing it is an easy procedure that everyone can do spending only about 20$ for repairing both speakers. Each repair kit usually consists of two foams and some special glue.
Front surround suspension (made of foam)
Front surround suspensions (new one)
In the following you can see some pictures I took during the repair with some advices: anyway, you can see several video on YouTube showing all the procedure if you need!
First you need to unscrew the woofer and disconnect the two wires: note that, besides being of different colors (black and red) the connectors are of different size so it will be impossible to make a mistake in reconnecting them!
In the following picture you can see my speaker with a woofer with the broken foam:
Front surround suspensions (broken)
Wires connectors of different colors …
… and different size.
Then you need to completely remove both the old foam and the glue used to attach it. First you can help with a screwdriver or a cutter, then I simply used my fingers to remove the remaining glue: you have to do it for both the edges: you have to be careful especially with the speaker cone side (there, I only used only my fingers and then a rag soaked of alcohol to better remove the remaining glue).
Remove the old foam with screwdriver and fingers
Remove the external edge of the foam (with screwdriver and fingers)
Carefully remove the internal edge of foam from the speaker cone (with fingers and a rag soaked of alcohol)
All foam and glue removed
All around the speaker cone, distribute the glue provided in the kit: put the glue ONLY on this side and not on the foam: do not use too much glue and be careful to distribute it in an uniform manner with a finger.
It is convenient to attach the foam first only to the speaker cone and wait about 2 hours so that it dries: then distribute the glue on the metal, gently listing the foam external edge, and attach also this other side. When attaching each edge of the foam, press several times all around (one finger of one hand belove and one finger of the other hand above) to make the foam be well attached everywhere …
Distribute the glue on the external edge of the speaker cone (1)
Distribute the glue on the external edge of the speaker cone: distribute in a uniform manner with a finger (2)
The new foam properly attached to the woofer
Finally you have only to screw again the woofers into the speaker’s case and try them with your stereo … and appreciate again their original sounds
Ho trovato questi auguri di Natale tra i documenti conservati da mio padre: oltre che ad avere un valore affettivo, penso evidenzino molte bene i cambiamenti della nostra società e dei costumi … e quindi siano degni di essere inseriti in un post in prossimità del nuovo Natale!
Passiamo quindi ad un salto generazionale, siamo all’inizio degli anni ’30… ecco la letterina di uno zio che purtroppo non ho potuto mai conoscere ma di cui porto il nome:
Sometime it useful to get the GPS coordinates of a point on a map or to find a place knowing them.
In this post we will see how to do using the Maps app available for free in all Windows 10 devices (PC/tablet/smartphones …):
Find a place knowing its GPS coordinates
Get GPS coordinates of a chosen point on the map
Get your current position GPS coordinates
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Find a place knowing its GPS coordinates
The second issue it is very easy: you only need to write latitude, longitude directly in the search place input. In the following you can see the screenshots taken from a Windows 10 PC/tablet and from Windows 10 Mobile smartphone. I have to stress that Maps app is an UWP app (Universal Windows app) that is it is the same for all Windows 10 devices and so it dynamically changes its interface depending on the windows size/device type: so you can get a user interface very similar to the smartphone one, simply reducing the dimension of the app running on your PC!
Note that you have to search o point writing the GPS coordinate (latitude, longitude) comma separated and using the point for decimals (UK notation), for example 45.105911, 7.674172 as done in the following screenshots:.
Find a place knowing its GPS coordinates – PC/tablet (1)
Once got the pushpin in that location, you can then delete it simply clicking on X in the associated upper tab:
Find a place knowing its GPS coordinates – PC/tablet (2)
If you are using a Windows 10 Mobile smartphone (or set the Maps app window sufficiently small on you PC), here is the user interface you get:
Find a place knowing its GPS coordinates – smartphone (1)
Find a place knowing its GPS coordinates – smartphone (2)
_____________________________
Get GPS coordinates of a chosen point on the map
You can get GPS coordinates of whatever point on the map, simply adding a (temporary) pushpin on the map and then looking into its detail.
So, right click on the desired point, choosing “Add a pushpin” from the popup menu. A pushpin will be shown in that position and in a window will be available all details, including the GPS coordinates that you want to know!
GPS coordinates of a chosen point on the map (1) – PC/tablet (big window size)
GPS coordinates of a chosen point on the map (2) – PC/tablet (big window size)
Again, if you don’t need anymore that pushpin, you can delete it clicking on X in the upper bar.
GPS coordinates of a chosen point on the map (3) – PC/tablet (big window size)
If you have Maps app in a window sufficiently small, being a UWM app, its interface will adapt to better shows information on the available size: you have to click on the bottom bar associate with the created pushpin to get a full detail page on that position:
GPS coordinates of a chosen point on the map (1) – PC/tablet (small window size)
GPS coordinates of a chosen point on the map (2) – PC/tablet (small window size)
Maps on a Windows 10 Mobile smartphone looks similarly:
GPS coordinates of a chosen point on the map (1) – Smartphone
GPS coordinates of a chosen point on the map (2) – Smartphone
GPS coordinates of a chosen point on the map (3) – Smartphone
______________________________
Get your current position GPS coordinates
We see how to get GPS coordinates of whatever point on the map but, how to get your current position GPS coordinates?
If the localization feature is set to ON in the settings, there is already on the map a circle showing your current position but, strangely, if you click on it to see its details, those do not shows neither the GPS coordinates nor the accuracy of that detection!! 😦
The only way I found to let the current GPS coordinates be shown (other than creating a new pushpin nearby the already available circular icon!) is to share my current position and then look at the link provided in the shared text:
So, on the My current position details window, click on Share icon and choose, for example the Mail sharing. A new email will be created that include a text with a link to your current position: right-clicking on that link you can see an URL that shows both your current GPS coordinates and the precision of that detection (e.g. 272 ft; 457 m)
GPS coordinates of your current position (1) – PC/tablet
GPS coordinates of your current position (2) – PC/tablet
On the smartphone it look like the following:
GPS coordinates of your current position (1) – Smartphone
GPS coordinates of your current position (2) – Smartphone
GPS coordinates of your current position (3) – Smartphone
I already wrote a post on the new useful files on-demand feature (ex place-holder) since the Windows 10 Fall Creator OneDrive. In the current post I will give some information about a furthermore new feature now available in OneDrive, that is the capability to possibly access and fetch from the OneDrive site, all files from a PC connected to Internet … without installing anything.
This is a feature different from either the Remote Assistance (*), to let someone you trust take over your PC and fix a problem, or the Remote Desktop Connection, to let someone connect to a computer running Windows from another computer running Windows that’s connected to the same network or to the Internet: in fact this feature allows you only to get files from every your remote PC from the OneDrive site … but it is very simple to set and use!
The detailed description of this feature can be found in this page of the Microsoft Support site and in the following I will give you only few glimpses …
To let this feature possible, you first have to check the Allow to use OneDrive to fetch file from this PC in the Setting windows available right clicking on the OneDrive icon available in the toolbar:
Then, going on your OneDrive from a browser, clicking on the left menu to the PC item, you will find a list of all the PCs where you set the previous feature on (e.g. PC name: HP-Enzo)
If you click on your computer name, only the first time you will be asked to access with an access code that can be sent to you with one of several options:
Once received the security code and inserted it in that browser page, you can browse inside te folders of your PC, possibly downloading some files locally on the PC you are using or uploading them in your OneDrive, so they can be possibly edited with Office online. Note that you cannot delete files/folders but you can see their properties.
How is it possible to let an app be displayed in mirror mode, so that you can see through a mirror (i.e. HUD) the image in the “right” way? It would be nice if you could set some option in Window 10/Windows 10 Mobile, but the available orientation “landscape flipped” just rotates the screen and it does not produce a mirror view …
Only flip option are available in Windows 10 display settings page
Note that even the Maps app does not have, among all the options of (e.g. even when setting the navigation), one that allows to use that app with a Head Up Display … and it seems very strange and bad to me 😦
And this is really a pity especially now that HUD will be used more and more in vehicles, even the very cheep ones (about 20€) with a semi mirror glass that reflect the smartphone screen!
Head Up Display (1)
Head Up Display (2)
Head Up Display (3)
Anyway, if you have to do it necessarily internally to any app, from code , what APIs can be used (possibly in C#… even thought there are some in C++)? In Java there is the AffineTransform method that can help … but what about UWP?
By default, when you click on a new email notification from the Notification Center, that email is opened using the Mail app. However, if you have Outlook 2016 locally installed, you may want to use it instead.
Notification Center: received e-mails
Changing that behavior is a matter of setting the predefined association in Setting -> Predefined App and you can easily reach that setting page searching to predefined app and selecting the option related to the e-mail case.
Search for “Predefined App” and choose the e-mail case
Settings -> Predefined Apps
Settings -> Predefined Apps – Select Outlook 2016
May be, the new setting should have effect only after some time (as it happened to me) or possibly after a reboot.
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Note that there is also another settings option page related to what app is associated to every file extension type,: here you can find by default set to Outlook 2016 the following file extensions: .vcs .vcf .pst .oft .ics .hol .eml … and no one to Mail app.
But this settings is not related to the subject of this post, … even though it can confuse!
P.S. This method doesn’t work to me (anymore?) … I am a bit confused, so I asked help to the Microsoft Community forum : let’s wait for some replies
Someone suggested me to check the property “Make Outlook the default program for E-mail, Contacts, and Calendar” from the Outlook settings (following the steps on this link) … but it was already checked!
Some other good guy suggested the following workaround to turning the notifications on for the Outlook app, following the steps below:
Go to Settings.
Click System then Notifications & actions.
Click on Outlook 2016.
Check if Notifications is On and set the Show in action center switch On.
The issue still persisted, so I tried also to turn Mail app notifications off instead:
Open Mail app then click Settings (gear icon on the bottom).
Select Notifications.
Turn off Show notifications in the Action Center to stop showing new emails in the Action Center.
However things continue not to work properly. As you can see from the following screenshots, now I succeeded to have ONE Outlook 2016 notification in the Notification Centre side bar (only the first one … then, for the following received emails, I did not receive anymore notifications in the Notification Center but only the temporary popup right bottom window): anyway that single email notification was greyed and clicking on it did not opened the related email with Outlook 2016, but simply disappeared from the Notification Bar, to appear again after a while, closing and re-opening the Notification Center side bar, always grayed and with the same strange behavior.
Waiting for some more suggestions … 😦
I even did the quick repair of Office 2016 but nothing changed in the behavior: as I said, each email notification is shown in the Notification center side bar but it is greyed and clicking on it only close that notification and does not open the email with Outlook 2016 …
Therefore I believe that there should be a missing integration of Outlook 2016 with the notification center. It is the only application I see having a notification grayed!
Talvolta può essere necessario contattare il personale Amazon ad esempio per chiedere delucidazioni su un articolo o per un reso: ovviamente non sempre risulta necessario contattare un assistente per rendere un prodotto ricevuto e risulta sufficiente agire dal sito nella sezione degli ordini apposita relativa al prodotto … ma talvolta può risultare utile chiedere alcuni chiarimenti, soprattutto quando il venditore non agisce in modo corretto.
Il servizio Amazon è sicuramente tra i più efficienti, ponendo sempre al centro gli interessi del cliente, ma può non essere immediato trovare nel loro sito come contattare telefonicamente o via chat un loro dipendente. Una volta trovata la sezione giusta, le procedure proposte sono molteplici e chiare, sicuramente di esempio per un qualsiasi portale che desideri offrire alla sua clientela un buon servizio di assistenza.
La modalità che ho trovato più agevole per trovare la sezione di contatto desiderata è andare nella sezione Aiuto (ultima voce del menù in alto), ricercare “contattaci” e quindi, nella pagina dei risultati, cliccare il tasto “Contattaci” presente nella sezione sinistra: una alternativa è quella di andare in Account e liste, scendere in fondo alla pagina (sezione scura con link) e nella sezione Bisogno di aiuto scegliere appunto un analogo link Aiuto.
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (1) – link di Aiuto
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (1) – Alternativa per trovare link di Aiuto
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (2)
Verrà presentato l’ultimo ordine effettuato, per cui, se la richiesta di aiuto è relativa ad un altro ordine precedente, può essere necessario ricercarlo premendo il pulsante Scegli un altro ordine:
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (3)
Una volta selezionato l’ordine di interesse, si può quindi specificare il motivo per cui si desidera avere assistenza e quindi selezionare la modalità con cui si preferisce contattarli: sicuramente quella telefonica può risultare la più idonea e più agevole, prevedendo tra l’altro di essere richiamati con un tempo di attesa nullo!
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (4)
Premendo il pulsante “Ti telefoniamo”, quasi immediatamente ricevi sul numero telefonico associato all’account, una telefonata da un operatore del customer care di Amazion: se preferisci puoi scegliere di contattarli via email o con chat, ma sicuramente la via telefonica è la più rapida!
Come contattare telefonicamente o via chat un assistente Amazon (5)
Se, dopo avere contattato il venditore per eventuali problemi/disguidi non ricevi una risposta adeguata, puoi sempre inoltrare un reclamo entro i 30 giorni previsti: se le ragioni che adduci sono ritenute valide, verrai rimborsato da Amazon stessa con la “garanzia dalla A alla Z“. Nota che il pulsante di Reclamo risulta presente non su tutti gli articoli acquistati, in base al loro stato. Risulta comunque sempre possibile, sempre entro i tempi previsti, selezionare il tasto di Restituzione per un articolo pervenuto ma ritenuto non idoneo.
Some posts ago I wrote about the Microsoft Bot Framework, giving some useful links. Among others, there were the following, related to bots examples with Cortana, speech recognition and synthesis … there are not so many references online:
In this post I will give some more details related the TriviaBotSpeechSample in order to make it run and see most of the features related to speech recognition and synthesis. It is a very complex examples that make use of many features, like embed the bot in a custom UWP app, showing how to add the speech support in an app using the DirectLinechannel. This channels allows to interact with the bot at a low level with specific APIs: the library supports both UWP and C# applications in XAMARIN, to allow developers to include speech enabled conversations with bots across different platforms (native iOS, Android, Windows).
As this is a combined client/sample demo, there is a bit of setup required and in the following I will improve the available instructions available there, with some screenshots I did during the test I did together with a friend, … that possibly can help you! 😉
At the end , you can talk to the sample bot in multiple ways, all of which support speech input and output … I succeeded to make it run with all of them:
Using the TriviaApp (UWP app) included in this sample and simply hitting F5 in Visual Studio to run it.
Enabled the bot as a Cortana Skill. Simply enable the Cortana channel and provide an invocation phrase. Then make sure you are logged in to Cortana using the same Microsoft account, and say “Ask to start a game of trivia“. Cortana should trigger that bot!
First of all, be sure to update all libraries used in the solution, going in Visual Studio Tools -> NuGet Packet Manager -> Manage Nuget Packeges for Solution: otherwise, especially if you will use the latest emulator version, you will have the error shown in the following screenshot-.
Note that only one library (System.IdentityModel.Tokens.Jwt) cannot not be updated to the latest version because of some dependences that require a lower version of that package.
Register a new bot with the Bot Framework at http://dev.botframework.com/ and add the AppId and AppPassword to TriviaBot\Web.config.
In order to link the bot of the sample, it is convenient to choose the seccond options, otherwise it will be created and registered in Azure a new “basic” bot (and then you have to download the solution and substitute it with the one of the sample … so more wotk!).
If you are trying to create a ID/password with your MSDN subscription done by your company, you will possibly receive the following error due to insufficient privilege: because I needed that codes only for a trial and not to publish a company app, I solved the problem generating them with my personal Microsoft account.
You need to set the bot handle in order it is unique, because the URL will be realoted to that name:
Enable the Direct Line channel in the bot settings page, Add a new site and paste a Direct Line secret in TriviaApp\BotConnection.cs file.
Reference to Bing recognition API, as requested by the code and related generated error.
Publish the Bot as an Azure App Service, and add the public endpoint (yourhosturl/api/messages) to the Bot Framework portal settings page. Make sure to use httpsinstead of http in the url.
[Optional] To improve speech recognition for your bot: on http://dev.botframework.com/ go to the bot’s settings. In the “Speech recognition priming with LUIS” section you should see a list of LUIS apps associated with the account you are logged in with. Check the new LUIS app you created for this bot and hit save. This information is used to improve speech recognition when you speak to this bot and uses the Cognitive Speech apis for speech recognition. Speech recognition priming improves the recognition accuracy for the utterances and entities defined in your LUIS app for this bot.
May be you don’t know that, since many years ago (let’s say at least since 2012) by default Google trace the positions of your phone … therefore of you, because I am sure you always have your phone with you! This happened possibly after asking you some agreements that, I am quite sure, you did not even read …
You can find in the Google portal a page where, day by day, you can see (on a map) all the movements you did during every date, in any way (e.g. by car, by bike, by foot). There is also a section were Google states how your data will be used: I have to admit that I did not read that section … but, even though I can continue to believe in Fairies, how can I believe in what it is possibly stated there? I am living in a real world, where knowledge is often power and power is money
May be, you can think that it is not your case, so you are not traced, … but I am sure that you have an Android phone linked to your Google account (and/or Google apps that use your localization) and possibly you always leave active your smartphone GPS, even when you don’t really need it (e.g. no navigator is running).
I experimented that many friends of mine have the tracing feature set to on, without they even know the existence of that feature!So, may be it is better that even you check it, following the easy procedure described in this post: as you will see, it is quite easy this check … once you know how to check it … and possibly disable this possible unwanted feature.
IMPORTANT NOTE I don’t know if that disabling only has an effects on the user front end (i.e. you do not see anymore your traced data, but that information is anyway stored in some Data Base, ready to be used by someone else, in needed). So, if you really care to your privacy, it is better to enable GPS positioning ONLY when you really need it in order that you can be sure that you are not always traced! 😉
Anyway, let see how to check and possibly disable your “agreement” that your positions can recorded somewhere …
If you have a Gmail account, the easiest way is to access the Gmail site with a browser, click on you image (on the right top of the page) and access your Google Personal profile:
Access to your Google Personal profile page (e.g. from the icon, on the top right of Gmail Web page)
Then the easiest way is to look for the Google Dashboard page of Google from the Search input available in the Google Account page or directly go to https://myaccount.google.com/dashboard.
In the following there is the Google Dashboard page that allows you to manage all your data available in your Google Account. In particular, at the bottom of the page there are My Activityand Maps timelinelinks.
Google Dashboard page that allows you to manage all your data available in your Google Account
Click on Maps timeline and you will see a map where you can search and see all places you visited: you can filter specifying year, month, day in order to see all your paths.
In the following, there are some screenshots as an example. Selecting the proper day (e.g. selecting one bar), you can drill down and see all paths you did in that day.
You can do the check even for years ago … and possibly you’ll be surprised how everything of your personal data is recorded!
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So let’s see how to disable that “feature” that possibly you don’t want anymore (and never you wanted!): the following screenshots show the step by step procedure, but again, I don’t know if that disabling only effects you to see no more your data but they are kept in any case in some Data Base! So, if you care for your privacy, the better way is always to enable the GPS positioning ONLY when you really need it.
In setting off that function, your positioning should not be recorded anymore (but your past data remains recorded, as you can easily verify: if you want to delete (not see anymore?) past data, you can do it from another section.
Note that you have to agree twice to suspend the position history.
Possibly you would like to disable also other agreements like the recording of your Web and App activities and so on:
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An other way to reach your data/activities is to choose theData & Personalization item of the left menu of your Google Account homepage. In the Activity and timelinesection box, you can go to see My Activity section or the Timeline one (Google maps tracing).
Diversi sono i casi in cui è necessario attivarsi per non avere impropriamente addebitate le rate del canone RAI … automaticamente, per default: una di queste è in caso di decesso dell’intestatario del canone, magari un genitore che viveva per conto suo, come è stato nel mio caso.
Mi sono quindi attivato mesi fa, ricercando online la modalità per effettuare tale procedura di cessazione: come spesso avviene, avevo proceduto da un motore di ricerca con un search generico tipo “come cessare il canone RAI“. Probabilmente non avevo neppure provato a ricercare la risposta nel sito che teoricamente avrebbe dovuto fornire tale indicazione, vale a dire quello della RAI, … presupponendo già che molto probabilmente tale informazione, (seppur necessariamente presente) non sarebbe stata particolarmente evidenziata e quindi sarebbe stata difficilmente reperibile.
Avevo quindi trovato, non so dove, il seguente modulo di autodichiarazione, con le indicazioni che doveva essere spedito per raccomandata, allegando copia sia del certificato di morte sia della carta di identità del dichiarante: ho quindi stampato, compilato e spedito il tutto alle poste.
Modulo di richiesta cessazione canone RAI (NON PIU’ VALIDO)
A distanza di un mese e mezzo, per posta ordinaria ricevo dall’Agenzia delle entrate la comunicazione seguente, alquanto criptica, da cui difficilmente si comprende a cosa si riferisca e soprattutto cosa si richieda: anche solo per il fatto che viene indicato solo un numero di canone televisivo (e non anche l’intestatario) non aiuta nella comprensione!
Suppongo comunque che sia un qualcosa relativo alla mia precedente richiesta di cessazione del canone di mio padre defunto … sebbene non sia del tutto sicuro della tipologia di quella notifica (forse per mie deficienze, ma provate anche voi a leggere il testo della comunicazione, che personalmente trovo troppo generica e poco chiara …): quel canone era il mio o quello di mio padre? Se era quello di mio padre, non era stato disdetto come richiesto? Perché?
Comunicazione dell’Agenzia delle entrate … assai generica e criptica!! 😦
Per fortuna viene indicato un numero verdea cui chiedere possibili chiarimenti: 800938362.
Così telefono e, dopo neppure tanta attesa, mi risponde un operatore che, fornendo il numero di contratto RAI indicato nel foglio, mi conferma che si tratta di una comunicazione relativa al canone di mio padre deceduto: la procedura di cessazione da me precedentemente effettuata non era più valida dal 2016, vale a dire da quando l’importo del canone viene effettuato tramite la bolletta telefonica.
Mi dice pure che la nuova procedura da effettuare è descritta nel sito www.abbonamenti.rai.it: sotto mia esplicita richiesta di dove esattamente trovare tale procedura in quel sito, mi dice che il link (Il modulo è scaricabile qui) si trova nell’ultimo riquadro in basso della homepage … non proprio nascosto ma neppure in primissimo piano, come supponevo! Aggiunge anche di eventualmente poi ritelefonare qualora avessi necessità di chiarimenti sulla sua compilazione, facendomi intendere che non sarebbe stata una banalità completare quella procedura!
Già che ci sono chiedo anche delucidazioni sui documenti da allegare con quella nuova procedura e mi viene detto che NON richiede più l’invio del certificato di morte, qualora la disdetta sia fatta per quel motivo, bensì solo l’invio della copia della carta d’identità del dichiarante: scoprirò poi, leggendo nel dettaglio le istruzioni, che l’invio della copia della carta di identità è necessario unicamente qualora la disdetta avvenga per via cartacea e non informatica.
Sezione di accesso alla Dichiarazione presente in basso nella homepage del VECCHIO sito RAI (1)
Nel pannello scorrevole presente in alto, sempre nel sito RAI, veniva periodicamente comunque fornita la informazione seguente, che chiaramente indica come la procedura possa avvenire anche per via telematica tramite il sito dell’Agenzia delle entrate.
Insomma ce la si può fare anche ora a trovare quella informazione … tuttavia, trattandosi di un qualcosa di utile a molti, probabilmente un link diretto e ben evidente nella homepage non farebbe sicuramente male: anziché migliorarne l’accessibilità, ora la si è oggettivamente peggiorata, anche solo rispetto a qualche giorno fa!!
Scaricare la dichiarazione sostitutiva per cessare canone RAI (1) (NUOVO portale)
Scaricare la dichiarazione sostitutiva per cessare canone RAI (2)
Scaricare la dichiarazione sostitutiva per cessare canone RAI (3)
La sezione seguente fornice poi esempi di compilazione di tale dichiarazione per i molteplici casi che si possono avere: sono ben 19 esempi di diversa possibilità di compilazione e questo già implicitamente, secondo me, dimostra il livello di burocrazia che il meccanismo attualmente adottato richiede! (NOTA: sicuramente per un bug, attualmente questi 19 esempi sono presentati in due omonime sezioni adiacenti, chiamate entrambi “Esempi di compilazione della dichiarazione sostitutiva relativa al canone tv“, la prima contenente gli esempi dall’1 al 14, la seconda contenente quelli dal 15 al 19) Consiglio vivamente di ricercare tra quegli esempi, il caso specifico che rientra nella propria situazione: in particolare, qualora si desideri la cessazione per decesso dell’intestatario, gli esempi 9 e 18 sono quelli che contemplano le due specifiche modalità di compilazione. Sottolineo che, se non avessi visto l’esempio che faceva il caso mio e non avessi poi interpretato poi di conseguenza i passi richiesti dalla procedura informatizzata, personalmente dubito che sarei riuscito a compilarla correttamente, anche richiedendo l’aiuto al numero verde (quando mi sono imbattuto in un problema nell’inserimento informatizzato della richiesta, non mi è stato assolutamente di aiuto!!).
La procedura che prevede l’invio cartaceo della autodichiarazione risulta comunque più dispendiosa sia in termini di tempo sia di denaro (contemplando un invio del tutto per raccomandata, e richiede anche di allegare la fotocopia della carta di identità del dichiarante. Perciò ho optato per la modalità telematica tramite il sito dell’Agenzia delle entrate: attualmente questo è illink diretto. per accedere alla pagina per inoltrare tale dichiarazione, dopo essersi autenticato.
Purtroppo penso che non molti cittadini hanno effettuato la procedura per poter avere accesso ai servizi presenti nel sito dell’Agenzia delle entrate, e quindi devono necessariamente scaricare il modulo dal link presente sul sito della RAI: per fortuna io avevo da tempo già effettuato tale registrazione e ero in possesso di password ed apposito PIN dispositivo 😉
Se ancora non l’hai fatto, ti consiglio comunque di registrarti al portale dell’Agenzia delle entrate (seppur non si tratti di una procedura indolore) in quanto risulta sicuramente utile in molteplici occasioni .. ed anche solo per la disdetta del canone RAI, qualora tu rientri nei casi di esonero indicati dai 19 esempi: infattitale procedura deve essere effettuata per tempo tutti gli anni(eccetto nel caso di cessazione per decesso), … con relativa spesa di raccomandata qualora non si adotti la modalità informatizzata!
Dal sito dell’Agenzia delle entrate si legge anche “La dichiarazione sostitutiva presentata dal 1° luglio 2016 al 31 gennaio 2017 esonera dal pagamento dell’intero canone dovuto per l’anno 2017. La presentazione dal 1° febbraio al 30 giugno 2017 esonera, invece, dal pagamento del canone dovuto per il secondo semestre 2017. Per gli anni successivi i termini di efficacia delle dichiarazioni di non detenzione sono i seguenti:
dichiarazione presentata dal 1° febbraio al 30 giugno: esonera dall’obbligo di pagamento per il secondo semestre dello stesso anno
dichiarazione presentata dal 1° luglio al 31 gennaio dell’anno successivo: esonera dall’obbligo del pagamento per l’intero anno successivo (per esempio, una dichiarazione presentata nel novembre del 2017 avrà effetto per il canone del 2018)“.
Si noti poi che, come specificato nel modulo della dichiarazione, che l’invio via posta deve essere fatto tramite raccomandata senza busta, una modalità alquanto “strana” che non sapevo neppure esistesse: il foglio della dichiarazione e quello della carta di identità del dichiarante (con entrambe le facciate della carta di identità su un medesimo lato del foglio – altrimenti dovrai rifare la fotocopia –, in modo da lasciare in bianco uno dei lati, che deve poi essere utilizzato per scrivere l’indirizzo, una volta piegato il tutto e pinzato!!) vengono piegati e poi pinzati, scrivendo l’indirizzo di destinazione sul lato esterno di uno dei fogli (che DEVE risultare in bianco) … il tutto alla modica cifra di più di 8€!!!
Ad esempio da questo sito si leggono le istruzioni precise di come effettuare il tutto: Bisogna prendere i fogli da spedire spillati tra loro, avendo cura di mantenere l’ultima facciata, quella posteriore, completamente bianca. Il plico di figli va piegato in tre parti a soffietto in 3 sezioni di uguale dimensione avendo cura che la parte scritta rimanga all’interno e la parte bianca esterna. Il soffietto creato dal plico può essere chiuso da un punto di spillatrice sui lati più corti, per fare in modo che non venga aperto e letto. Sulla parte bianca scrivere l’indirizzo del destinatario, in questo caso Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1 S.A.T. – Sportello abbonamento tv – casella postale 22 – 10121 Torino, e andare all’ufficio postale a spedire la raccomanda con ricevuta di ritorno. La ricevuta che vi rilascerà l’ufficio postale andrà conservata insieme alla ricevuta di ritorno che riceverete dall’Agenzia delle Entrate.”
Perché poi richiedere una raccomandata senza busta che costa di più, … qui puoi leggere (se credi, io non l’ho fatto!) ipotetiche motivazioni
Gli screenshot mostrati nel seguito mostrano, step by step, come inoltrare telematicamente tale dichiarazione, una volta autenticatisi nel portale dell’Agenzia delle entrate con il proprio account.
Segui i passi che ti indico, perché anche qui, almeno nel caso di dichiarazione per decesso, ci si può imbattere negli immancabili ostacoli che potrebbero indurti a buttare la spugna ed optare per la modalità cartacea: telefonare al numero verde indicato (800938362) potrebbe poi non risultare di particolare aiuto se, come è successo a me, l’operatore (una volta presentatogli il problema riscontrato) ti consiglia lui stesso di optare per la classica modalità cartacea, dal momento che riceve un gran numero di telefonate di persone che hanno problemi con l’inoltro per via informatica!!
… e viene da chiederti: ma l’informatica non dovrebbe facilitare la burocrazia e rendere più agevole le procedure che il cittadino deve rispettare? Non è che, forse, l’implementazione non è stata adeguata al target degli utilizzatori e/o la logica pensata per quella procedura sia troppo complessa per risolvere la “semplice” richiesta che il cittadino deve inoltrare?
Per giungere alla pagina relativa all’inserimento informatico della dichiarazione, conviene ricercare nel menù, la sezione Cosa devi fare, procedere quindi in Richieste, istanze e interpelli ed infine selezionare Canone TV:
Come inoltrare la dichiarazione con la procedura informatica (1)
Come inoltrare la dichiarazione con la procedura informatica (2)
Come inoltrare la dichiarazione con la procedura informatica (3)
Si noti che, anche nel sito dell’Agenzia delle entrate, esiste un’apposita sezione che descrive gli Esempi di compilazione, i medesimi 19presenti nel sito della RAI: come già evidenziato, è assai opportuno visionarli per comprendere come compilare correttamente tale dichiarazione nel caso specifico di interesse.
In particolare, nel seguito, mostro gli esempi 9 e 18 relativi al caso di decesso, in quanto nel seguito andrò a dettagliare la procedura in quel caso specifico che era quello di mio interesse e che quindi ho sperimentato direttamante, anche se la procedura non penso differisca molto negli altri casi.
Come inoltrare la dichiarazione con la procedura informatica (4)
Esempi per dichiarazione in caso di decesso (1)
Esempi per dichiarazione in caso di decesso (2)
Una volta autenticati nel portale, e selezionata la voce del menù a destra Dichiarazione sostitutiva (invio online), si può accedere a tale servizio selezionando l’apposito bottone Accedi al servizio:
Accesso alla sezione di inoltro della dichiarazione sostitutiva (invio online) (1)
… oppure ci puoi arrivare anche per altra strada, ma forse in modo più complicato ;-(
Accesso alla sezione di inoltro della dichiarazione sostitutiva (invio online) (2)
Vediamo ora il wizard per l’inserimento dei dati e quindi l’inoltro informatizzato di quella autodichiarazione:
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 1)
Nel caso si debba compilare la dichiarazione in caso di decesso (in cui si deve compilare solo il Quadro B, come mostrato negli esempi relativi a quel caso), risulta essenzialeselezionare Quadro B al passo 1(e non procedere lasciando la selezione di default relativa al Quadro A)!! Diversamente si giunge, al passo successivo, comunque al form dei dati del dichiarante, ma quindi, anche indicando il codice fiscale del defunto, al passo successivo, relativo al Quadro A, viene richiesto necessariamente, per proseguire al passo successivo, di selezionare una delle due opzioni: diversamente salta fuori una finestra di popup bloccante. … ma nel caso di recessione in caso di decesso, nell’esempio di compilazione viene indicato chiaramente che non deve essere selezionato nulla in quel Quadro A!! Inutile, come già detto, chiedere delucidazioni al numero verde che si è nel mio caso limitato a consigliarti di usare la modalità cartacea, ricevendo lui stesso diverse telefonate di persone che non riescono ad operare e completare la procedura per via informatica ed quindi ipotizzando un malfunzionamento di quel sistema!
Basterebbe invece veramente poco inserire un check sul fatto che uno ha inserito o meno il codice fiscale del defunto ,per evitare questa problematica bloccante. Si noti che, nel secondo passaggio della procedura, il campo di inserimento del codice fiscale del defunto viene comunque, presentato come compilabile … e questo anche scegliendo il Quadro A (selezionato di default) … sebbene, nel caso in cui il Quadro A deve essere compilato, non rientri nella richiesta di cessazione per decesso!!
Comunque se si sceglie fin dall’inizio, nel passo 1, la compilazione del Quadro B, si riesce a completare la procedura, … ma viene proprio da chiedersi perché un modulo elettronico, che deve essere compilato da un cittadino generico, debba essere così mal congeniato!!
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 2)
Nel seguito viene appunto mostrato la popup bloccante che compare se, avendo iniziato il wizard lasciando al passo 1 impostata la scelta del Quadro A (come da default), non si è poi selezionata nel passo 3 nessuna delle checkbox presenti nel Quadro A (come da procedura di esempio nel caso di decesso).
(NOTA: anche se sono disegnate come checkbox, risultano funzionalmente implementate come radiobutton, non prevedendo la possibilità di scelta multipla)
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 3): se al passo 1 si è selezionato Quadro A, risulta obbligatorio selezionare almeno una delle checkbox per procedere, anche se uno al passo 2 si è indicato il codice fiscale del decaduto
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 3)
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 4)
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 5)
Wizard per l’inoltro dei dati della dichiarazione (passo 6)
Concludo, infine, constatando che purtroppo le procedure per agevolare le incombenze del cittadino non siano ancora del tutto adeguate: speriamo migliorino nel tempo!
Talvolta capita di vedere soluzioni originali in tutti i settori, … e l’ambito della sicurezza e degli antifurti non è da meno!!
Non sto parlando di innovazioni tecnologiche o di nuovi ritrovati delle scienze … bensì di inventiva umana, probabilmente la più fantasiosa e simpatica. Eccovi alcune mie foto che non hanno necessità di alcun commento …
Ispirandomi nel titolo del post alla bella mostra della GAM di Torino di qualche mese fa, creo questo post in cui andrò a inserire immagini che palesemente, secondo me, mostrano l’importanza dei colori nel creare emozioni, … e come questi possano talvolta essere utilizzati per abbellire una struttura/edificio/strada, … o come siano anche meno utilmente sfruttati in altri settori quali la pubblicità!
Ecco due scuole elementari abbellite con molti colori … e pochi sforzi:
Nel sitoyoureduaction.it ho visto questo bell’esempio di trasformare alcune strisce pedonali di Madrid tramite il progetto “Funnycross” di riqualificazione urbana per trasformare le strade in opere d’arte a cielo aperto: al momento ha interessato ben 13 attraversamenti pedonali di Madrid: resta da capire se la burocrazia legislativa italiana possa consentire agevolmente operazioni analoghe facendo rientrare queste iniziative nel codice della strada che definisce in modo alquanto preciso cosa si intende per strisce pedonali (per cui si rischierebbero controversie in caso d’incidente).
Fotografia presa da Internet che mostra come anche un albero può essere talvolta ancora più abbellito con l’uso temporaneo dei colori: … i suoi fiori e foglie sanno comunque già renderlo comunque speciale!!
Le seguenti rielaborazioni di una mia foto mostrano come, semplicemente cambiando il colore, si possano modificare radicalmente le sensazioni percepite:
It happened to me that error when I tried to run Skype for Business possibly after some Windows update.
I see that there is also a Microsoft support page on that issue and it is said that this error is typically caused by a mismatch between the accounts that are used in Outlook and Lync/Skype for Business.
Useless for me was any PC restart or other suggested solutions I found on some forums!
Personally I solved the issue going to Control Panel -> Programs -> Programs and Features (Win + R) and then right clicking on the Microsoft Office program, then choosing Change and finally the Online Repair option.
Control Panel -> Programs -> Programs and Features; right clicking on the Microsoft Office program; choose Change; select the Online Repair option.
The Office is downloaded from a remote server and reinstalled without loosing the preexisting settings you had on your PC 😉
P.S.
Someone else, in this a post of the social.technet.microsoft.com forum, said that solved the problem running cmd as administrator and then typing:
for /f “tokens=2 skip=6” %G in (‘whoami /user’) do reg delete hku\%G_Classes\VirtualStore\MACHINE /f
I did not try that possible solution but you could try even that!