Questo è un post molto breve e intende “salvare” un foglio (tra i tanti) tenuto per decenni in un cassetto della mia scrivania … e che ora andrà al macero!!
Si tratta di uno schema che mostra come connettere tra loro le prese telefoniche tripolari affinché la comunicazione venga consentita solo al primo telefono che risponde. Si prevede anche il collegamento di una suoneria che comunque notifica una chiamata entrante anche in assenza di una qualsivoglia cornetta collegata.
In verità, io ho sempre collegato in parallelo le diverse prese del mio alloggio, consentendo perciò di ascoltare/parlare in simultanea da qualsiasi telefono collegato a esse. Comunque, in specifiche situazioni in cui esista la necessità di una privacy anche a livello domestico, potrebbe ancora risultare utile effettuare un collegamento come quello descritto nel seguito, seppur ormai il telefono tradizionale sia sempre più in disuso anche nelle case, soprattutto ora con l’avvento dell’FTTH …
Collegamento dei soli due fili bianco e rosso
Comunque, almeno per memoria storica, eccovi lo schema:
You may need to reset or at least delete all your personal data from a Windows 10 PC because you want to sell it or you leave it to some colleague.
In the first case, the best thing to do is to Reset Windows to Factory Settings … and there are several videos that show how to easily do it.
However, if you leave the PC to some colleagues, you could want to maintain some programs and data you installed, because he has to use them, so in that case, it could be sufficient to delete your personal data from that PC. This post is related to this procedure that takes more time than the previous one!
Obviously, first of all, you need to delete files and folders that contain personal data, possibly after saved them on an external device.
You need to delete all your accounts, especially those associated with your Microsoft account. For that one you need to make an inversed procedure you did at the beginning (when you configured your account), that is disassociate your PC user from Microsoft account and associate it with a new local account: note that this new one will not have (possibly anymore) administration rights (so be careful to have maintained a user in that PC that have administration rights! See What to do if no administrator user is no more available on your Windows 10 PC).
Disassociate your Microsoft account
Delete all your registered accounts (1)
Delete all your registered accounts (2)
In addition, all your registered accounts must be deleted, for example, to read emails from different providers or to access to your company intranet:
Delete your company account
Another place to clean up is related to different browsers you used, where often credentials to access sites are saved and where it is also kept in cache what we typed for example when we input in a form. Cleaning up privacy information in a browser obviously differs from each one used, but it’s easy to find how going into its privacy settings section. In the following, I will show how to proceed for some browsers (Edge, Internet Explorer and Chrome:
Delete privacy data in Edge
Delete privacy data in Internet Explorer
Delete privacy data in Chrome (1)
Delete privacy data in Chrome (2)
Then you may need to delete your email account from each email client, even though you have already cleared your credentials from the PC. Going in your user directory from the File Explorer, you will find the .pst outlook file containing your downloaded emails: you have to delete them possibly after having saved on an external device. Have then a deeper look in your user directory where some other application could have stored other data related to you.In the following I show some steps for Outlook email client: note that you need to create a new data file and set it as the default one, before deleting your account data:
Finally, you can delete your PC user account after having created new users for your colleague that have administration rights.
Sarà capitato anche a voi di conoscere persone anziane che, nonostante le loro preoccupazioni ed i problemi di salute dovuti all’età, hanno saputo regalarti affetto, buon umore, gioia di vivere e simpatia. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerne alcune e sicuramente anche questo ci ha aiutato a comprendere come sia conveniente vivere la nostra vita adulta.
Una di queste è sicuramente il signor Mario Cerutti, una persona anziana che abitava nell’alloggio sottostante il nostro: ci si incontrava talvolta in ascensore … poche frasi scambiate, ma sempre con simpatia e partecipazione. Ogni tanto ci trovavamo, nella buca delle lettere, un suo foglietto (scritto con una vecchia stampante meccanica) con una fiaba che la sua fervida fantasia aveva saputo inventare. Le avevamo trovate molto delicate ed istruttive anche per un bambino: da tempo le ho inserite in un mio vecchio sito sull’adozione ed ora le riporto anche qui per dar loro una meritata maggiore visibilità.
Spero che queste leggende piacciano anche a te!
______________________________________________ La leggenda del Piumino d’Oca
di Mario Cerutti (26 agosto 1980)
Era rimasto sulla terra, solo, nel punto in cui l’oca si era accovacciata. Si trattava di un piumino non più grande di un’unghia di pollice, candido e morbido, leggero come l’aria … così leggero che un soffio di vento giovane, che passava di lì per caso, l’aveva raccolto portandolo con sé nell’aria senza confini.
Quanto si erano divertiti! Soffio di Vento giocava sia a sospingerlo in alto, facendogli poi fare delle impetuose scivolate su di un ottovolante d’aria, sia a farlo ciondolare mollemente come fanno le foglie quando si staccano dal ramo e ciondolano poi lentamente verso terra. Quando vedeva Piumino d’Oca stanco, lo faceva riposare un po’ su di un morbido cuscino d’aria.
E poi … quante cose da vedere! Tutto un formicolio sulle strade: interminabili code d’auto che, viste da lassù, davano l’impressione di tanti rattoppi colorati in viaggio tra un rumore ed una puzza da mozzare il fiato. Una vera e propria babilonia!
Ed il treno, poi? Sembrava un grosso baco senza fine che si snodava in mille curve, galoppando su due guide d’acciaio lucente. Si erano divertiti un mondo e tre quarti a corrergli dietro mentre filava come una freccia, ma poi avevano dovuto lasciar perdere perché, a parte il rumore assordante, sollevava da terra nembi di polvere che impedivano di vedere qualsiasi cosa!
I due amici avevano poi sorvolato laghi, colline, boschi ed il fiume …. ah, il fiume!! Sembrava un grande ed interminabile nastro illuminato che si muoveva adagio facendo increspare la corrente. Insomma, una sorta di coperta celeste dello stesso colore del cielo che rifletteva candidi velieri di nuvole che navigavano anch’essi, spostandosi pigramente da una riva all’altra e cambiando continuamente colore e forma. Una meraviglia da perdercisi dietro!
E la gente, poi? Un andare e venire senza sosta, simile a piccole formiche scure. Tutti correvano o camminavano lesti, sia i giovani sia i meno giovani, … va un po’ a sapere perché! Non avrebbero potuto, anche loro, farsi portare in aria da un gentile Soffio di Vento, dimenticando tutti i loro grattacapi e fastidi anche solo per un momento, godendosi così la gioia profonda e sottile di viaggiare sospesi tra cielo e terra? Eppure, era già tanto quando qualcuno di loro, forse un poeta, si fermava sollevando gli occhi al cielo. In quel momento i suoi occhi cambiavano colore ed espressione, il suo sguardo si faceva teso e nello stesso tempo disteso: forse, in quell’attimo, la sua anima si riempiva di tutte le cose belle e dimenticate che il cielo e la terra sanno offrire ……
I due amici si erano abbassati su di una piccola macchia d’alberi quando, all’improvviso, Piumino d’Oca avvertì un piccolo strappo, trovandosi poi fermo: era rimasto impigliato sull’estremità di un ramo dalle verdi foglie sottili. Istintivamente diede una voce a Soffio di Vento che stava proseguendo per la sua strada: “Aiuto, … aiuto!”.
Per un solo attimo, Soffio di Vento si voltò indietro, senza fermarsi, urlando: “Non posso, … non posso tornare indietro a riprenderti. Devo sempre proseguire, non posso fermarmi …“.
“Perché? Era cosi bello!!“, rispose Piumino d’Oca.
“Lo so, ma non posso proprio!”, disse Soffio di Vento già così lontano che la sua voce si avvertiva appena.
Allora Piumino d’Oca rimase lì, bello e mortificato, in preda a mille timori. Non aveva ancora capito che un gioco, per piacevole che sia, non può durare per sempre. Ed adesso?
Di lì a poco, lo richiamò dalle sue incerte riflessioni un leggero chiacchierio proveniente da un altro ramo, poco discosto dal suo. Un uccellino colorato lo stava guardando con gli occhietti lucenti di gioia. Un momento dopo, saltellando leggero, gli era vicino e lo scrutava attento. Poi, sempre con quel suo ciarlare leggero, lo prese delicatamente col becco trasportandolo proprio sotto la cima dell’albero dove si trovava un minuscolo nido intrecciato con rametti e foglie. In men che non si dica, Piumino d’Oca fu sistemato su di un letto di tiepide pagliuzze che raccoglievano, nel loro cuore, tre minuscole uova grigie picchiettate color cioccolato.
“Finalmente!“, cianciò ancora l’uccellino, “Era da un bel po’ di tempo che avevo piacere di rifinire il mio nido con un piumino d’oca. È tanto morbido e tiene così caldo! Finalmente sono riuscito a trovarlo. Chissà come staranno bene i miei piccoli quando nasceranno!“. Piumino d’Oca ascoltava pieno di meraviglia, sentendo crescere dentro sé una piacevole sensazione di sollievo. Dunque, non sarebbe rimasto per niente solo: attorno a lui, si stava approntando una famiglia. Con il cuore improvvisamente rallegrato, guardò in alto: dal suo posto di osservazione poteva scorgere una larga fetta di cielo. Come in un sogno, proprio in quel momento stava proprio passando Soffio di Vento che portava al pascolo un piccolo gregge di nuvolette bianche sullo sfondo azzurro. Lo chiamò a gran voce e l’altro, sentendolo malgrado la distanza, abbassò lo sguardo e gli gridò: “Mi sono trovato un lavoro: devo spostare tutte queste belle nuvole! Come vedi, è finito il tempo di pensare soltanto al divertimento. Ora ho trovato un’occupazione utile …“. E così dicendo aveva proseguito la sua corsa senza neppure fermarsi un secondo.
“Anch’io ho un lavoro!“, rispose Piumino d’Oca sebbene, ormai, Soffio di Vento non lo potesse più sentire.
Quell’affermazione gli era scaturita dalle labbra prima ancora che il suo cervello avesse avuto il tempo di riflettere e di formularla. Era proprio vero, ora anche lui aveva un lavoro e, con quello, la possibilità di rendersi utile. La sua vita aveva assunto un nuovo significato … trascorrere il proprio tempo ad accudire piccole creature, tenendole al caldo. Si, certamente la vita era tornata ad essere, da quel momento, più bella che mai!
______________________________________________ La leggenda del Calabrone invidioso
di Mario Cerutti (10 gennaio 1998)
C’era una volta un Grillo, che viveva solo soletto in una casuccia che si era scavata sull’orlo di un prato. Musicista nato, il nostro Grillo tutte sere amava farsi una suonatina con il suo violino.
Una sera, stava appunto suonandosi un concertino, quando passò di lì una Lucciola, la quale, sentendo suonare così bene si fermò ad ascoltare. Quella musica l’entusiasmò così tanto che, quando il Grillo ebbe finito, lo pregò caldamente di suonare ancora. Così, pezzo dopo pezzo, suonò fino a notte inoltrata. Alla fine la Lucciola lo ringraziò di cuore e gli disse: “Il prossimo sabato sera si sposerà la mia carissima sorellina e gradirei se tu potessi intervenire alla festa che ci sarà, tenendo un concerto con il tuo violino“.
Timido e modesto, il Grillo cercò educatamente di rifiutare, ma la Lucciola seppe insistere con tanta buona grazia che egli si sentì costretto ad accettare. Dunque, si preparò per l’esecuzione con molta coscienza ed il sabato sera, al sorgere della luna, raggiunse il luogo stabilito per le nozze.
Finita che fu la cerimonia, si diede inizio ai divertimenti in onore degli sposi. Un Ragno equilibrista si esibì in difficili esercizi su di un sottilissimo filo tirato attraverso il torrente, facendo trattenere il fiato a tutti gli spettatori che lo stavano a guardare con il naso in su. Dopo il numero del Ragno, fu la volta di una bellissima Libellula Viola, la quale eseguì delle acrobazie aeree con molta buona grazia; quindi, cantò alcune arie famose, riscuotendo tantissimi applausi.
Finalmente fu la volta del Grillo. Tutto vestito di nero, scarpine di vernice ai piedi, entrò in scena facendo una assai bella impressione. Eseguì poi un inchino tanto perfetto che tutto l’uditorio si sentì in dovere d’applaudirlo. Incominciò, quindi, a suonare e tanta fu la maestria dell’esecuzione che gli ascoltatori gli chiesero più volte di ripetere alcuni brani. Senza dubbio fu l’artista più applaudito di tutta la serata.
Alla fine degli spettacoli si diede inizio alle danze e tutti ballarono fino al sorgere del Sole, essendo quello il momento stabilito per il termine della festa. A quel punto tutti si prepararono per prendere la via di casa: il Ragno radunò tutti i suoi attrezzi, la Libellula Viola si cinse la gola con una sciarpina di seta, onde evitare colpi d’aria che le avrebbero potuto rovinare la voce.
Anche il nostro Grillo si accingeva ad andarsene: si era appena incamminato con il violino sotto l’ascella, quando il Calabrone gli si avvicinò dicendo: “Vedo che anche tu percorri la mia medesima strada per tornare a casa. Ti spiace se ti accompagno per un pezzo?“.
Il Grillo accettò, ben lieto di non fare la strada da solo. Si avviarono così entrambi verso la casetta del Grillo. Ma nella testa del Calabrone non passavano buoni pensieri: per tutta la serata non aveva fatto altro che rodersi d’invidia sentendo gli scroscianti applausi che compensavano il Grillo del diletto che egli aveva recato con il suo violino a tutti i presenti. Un proposito ribaldo andava ora maturando nel testone del Calabrone: infatti, approfittando di un momento di distrazione del Grillo, gli diede un improvviso spintone, buttandolo a terra. Prima che il malcapitato potesse rendersi conto di ciò che gli stava capitando, gli strappò il violino e, con un fulmineo colpo d’ala, s’innalzò nel cielo.
Figurarsi il povero Grillo! Solo dopo essersi riavuto dal colpo incominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola, invocando la restituzione del suo strumento. Visto ormai vano ogni suo gridare, si trascinò faticosamente fino alla sua casuccia e, senza neppure togliersi l’abito di gala, si buttò sulla foglia che gli serviva come giaciglio, piangendo fiumi di lacrime per la cattiveria del Calabrone ladro.
Il Calabrone, intanto, si era diretto a gran velocità verso un salice decrepito, dove si era creato il nido nel cavo del tronco, vecchia residenza di un Picchio Verde. Vi si rinchiuse dentro e, tutto contento, contemplò il violino appena rubato. Era davvero un bello strumento ed egli ne tentò le corde con i suoi unghioni per sentirne il suono. Certo, con un simile violino avrebbe potuto tenere concerti e ricevere finalmente tutti quegli applausi che per tutta la serata aveva invidiato al Grillo. Per un’intera settimana rimase chiuso nel suo covo a provare e riprovare. Quindi mandò comare Vespa ad avvisare tutti gli abitanti del luogo che, per il prossimo sabato sera, il grande musicista Calabrone avrebbe tenuto un concerto. Quale compenso, ognuno avrebbe dovuto portare frutta e cibarie varie oltre, ben inteso, agli applausi.
Figurarsi il sabato sera! Un gran brusio regnava tutt’intorno al luogo stabilito per l’esecuzione del concerto. Siccome la Luna si sarebbe alzata piuttosto tardi, il servizio d’illuminazione era svolto da una mezza dozzina di volonterose Lucciole. Il nostro povero Grillo, ancora troppo afflitto ed amareggiato, era rimasto nella sua casetta e perciò non era presente.
Alle nove in punto il Calabrone, tutto vestito di uno sgargiante costume nero-oro, si presentò al pubblico. Dopo un paio d’inchini, uno più buffo dell’altro, impugnò lo strumento cacciandoselo sotto la bazza. Con la zampa destra agguantò l’archetto e, siccome non era affatto pratico, lo prese alla rovescia. A questa vista, tutto l’uditorio incominciò a sghignazzare ed a fare rumore. Figurarsi allora lo suscettibile Calabrone! Rosso di rabbia e di vergogna, comprese lo sbaglio: girò l’archetto e si diede a strofinarlo sulle corde con lo stesso vigore con cui un boscaiolo avrebbe segato un tronco d’albero. Ne uscirono suoni da far accapponare la pelle. Il violino non suonava, ma fischiava, gracchiava, strideva, scricchiolava …
Quello che successe poi, ve lo lascio immaginare. Fra cori di risate e strepiti, tutto l’uditorio incominciò ad urlare: “Basta! Basta!“.
In tutta quella baraonda il Calabrone si rizzò inferocito, urlando: “Che voi tutti foste un branco di zotici lo si sapeva da tempo, ma che lo foste fino a questo punto!! Fare dell’Arte per voi è soltanto sprecare fatica. Pappa di formiche!“.
Non l’avesse mai detto! Tutti gli intervenuti cominciarono a bombardarlo con frutta marcia e con tutto quello che capitava loro sottomano, non escluso qualche sasso. Onde evitare guai peggiori, il Calabrone fu costretto a scappare con la velocità del fulmine, ma ormai il suo splendido vestito di gala era ridotto ad una miserevole frittata di macchie!
Il violino, intanto, era stato abbandonato per terra nella fretta di scappare. Alcuni Grilli presenti in sala, guardandolo attentamente, non ebbero dubbi: si trattava dello strumento rubato al loro amico. Allora lo raccolsero delicatamente e glielo riportarono fino a casa.
Così come un tempo, nelle tiepide notti stellate si potette nuovamente sentire una melodiosa musica provenire dalla casuccia del Grillo, per la gioia di tutti ma soprattutto delle Lucciole, sempre sedute attorno a lui, a mo’ di corona, con i loro lampioncini accesi …
______________________________________________ La leggenda del Sole
di Mario Cerutti (10 ottobre 1970)
C’era una volta, tanto, tanto tempo fa, un Re senza età e pieno di saggezza che governava un Regno immenso senza sudditi.
Questo Regno si trovava sperduto nel fondo del cielo … proprio in quel punto del cielo dove noi oggi vediamo splendere il Sole. Per governarlo nel modo migliore e per potersi spostare il più velocemente possibile nei suoi immensi confini, questo Re usava cavalcare una gigantesca meteora, composta da mille fulmini. Guidata dalla sua voce e dal suo braccio fermo, quest’ultima attraversava i cieli a velocità incredibili, spostandolo d’immense distanze nel solo tempo di un respiro.
Forse neppur il Re stesso sapeva da quanti anni, ormai, viveva solo: gli sembrava un’eternità! Tuttavia, per quanto con lui vi fosse stato mai nessuno, egli non aveva mai sentito il peso della solitudine.
Un giorno, durante uno dei suoi viaggi, questo Re arrivò ad uno dei confini del suo Regno ben delineato da una lunga striscia luminosa. Fermati i fulmini, stette ad osservare i possedimenti che si estendevano a perdita d’occhio oltre tale confine: notò come i suoi possedimenti fossero di un azzurro profondo e pieno, mentre quelli dall’altra parte tendevano ad un colore verde tenero, quasi rosato all’orizzonte. E fu proprio da quell’orizzonte che, improvvisamente, si delineò e prese forma un nembo di vento che si dirigeva verso di lui ad elevata velocità. In prossimità del confine, il nembo si fermò e ne discese una donna dalla bellezza quasi irreale. A tale visione, il Re s’inchinò in un saluto pieno di deferenza ed a questo gesto la nuova venuta rispose con un cenno regale del capo.
“Sono la Regina di questo Regno“, disse lei indicando con la mano i luoghi donde era venuta. “E tu, chi sei?”
“Sono il Re di quest’altro Reame“, rispose lui indicando con un largo gesto delle braccia l’orizzonte alle sue spalle. “È la prima volta che ti vedo. Non avrei mai immaginato che questo regno, al mio confine, avesse una regina tanto bella!“.
Lei ebbe un sorriso di una dolcezza ineffabile e disse: “È la prima volta che giungo fin qui. Questo regno mi è stato affidato da appena trecento anni ed ancora non sono riuscita a vedere tutti i suoi confini. Non so nemmeno quando riuscirò in questa impresa!“.
Il Re ebbe anche lui un sorriso e disse: “Se quello è il tuo desiderio, posso mettere volentieri a tua disposizione i miei corsieri. Vuoi?“.
La Regina accettò e, legato il nembo di vento ad un asteroide, perché non si allontanasse durante la sua assenza, salì sulla meteora a fianco del Re.
La Regina non aveva mai provato un’emozione simile! Alla voce del Re, i mille fulmini si scagliarono nel cielo ad una velocità tanto elevata che lei fu costretta ad appoggiarsi al fianco del suo compagno: le poderose braccia di lui le circondarono le spalle proteggendola dai continui sobbalzi. Così stretti l’un l’altro, attraversarono immense plaghe di cielo lungo tutti i confini del Regno di lei che solo allora si rese conto di quanto grande fosse il suo dominio.
Infine tornarono al punto di partenza, esattamente dove avevano lasciato il nembo di vento. Era giunto il momento di separarsi.
Fu allora che il Re, fissandola con il suo sguardo franco e leale, le disse: “Perché non resti qui con me? Ti farò visitare tutto il mio Regno e, se dovesse piacerti, del mio e del tuo potremmo farne uno unico su cui regnare entrambi. Non saremmo mai più soli nei tempi che verranno!“.
Lei rimase un istante in silenzio, poi sorrise e disse: “Sia come tu dici. Sono certa sia la scelta migliore da fare e non avremo a pentircene!“.
Contraccambiando il sorriso lieto di lei, il Re stese la mano per aiutarla a risalire sulla meteora. Lei gli fece segno di attendere un momento e, accostatasi al nembo di vento, lo slegò affinché potesse pascolare in libertà durante la sua assenza. Salì, quindi, a fianco del Re che, dopo averle nuovamente circondato le spalle con il suo braccio possente, con la mano libera impugnò le redini aizzando i fulmini alla corsa.
Volarono così, per tempi senza misura, fianco a fianco, nella luce delle stelle e nel buio siderale, lungo gli sterminati confini del Regno di lui. Di tanto in tanto si fermavano per godersi lo spettacolo senza eguali offerto da uno sfondo celeste o dalle forme inimmaginabili di una galassia. Erano legati ormai da un sentimento che dava loro una gioia immensa mai provata. Quanto durò quel viaggio, nessuno lo può dire. Cosa importava del resto? Durasse anche un’eternità: l’importante era restare vicini!
Finché un giorno si trovarono nuovamente nello stesso punto dal quale erano partiti. Allora il Re fece fermare i fulmini e disse: “Ecco, ora hai potuto vedere tutti i confini del mio Regno. Che ne pensi, dunque, di riunire i nostri territori in un Regno unico, su cui poter regnare entrambi con uguali diritti?“.
Senza parlare, in segno d’assenso lei stese la sua mano verso quella del Re che la strinse forte forte.
“Cosi sia“, egli disse. “Io sarò il tuo Re e tu la mia Regina! Solo ora che ti ho avuta al mio fianco, comprendo quanto grande fosse la mia solitudine e quanto vuota la mia vita. Quanta differenza divide il tempo di prima da quello di adesso! Di tutto ciò ti sono infinitamente grato e vorrei poterti dimostrare il mio affetto offrendoti un dono. Manifestami un tuo desiderio ed io lo soddisferò!“.
“Il dono a me più gradito“, rispose lei, “sarebbe quello di poter guidare io stessa i tuoi corsieri. È un desiderio che ho da tanto tempo, fin da quando sono salita al tuo fianco la prima volta che ci siamo incontrati. Solo che non osavo chiedertelo!“.
Con un gesto della mano il Re indicò i fulmini: “Sono a tua disposizione. Sali pure e guidali!“.
Con gli occhi brillanti e radiosi di gioia, la Regina salì a cavallo della meteora e, al comando della sua voce, i mille fulmini si scagliarono nel cielo. Fermo al suo posto, il Re la vide sparire in un attimo oltre l’orizzonte. Non trascorse molto tempo che i fulmini riapparvero per fermarsi, docili, ad un cenno della sua mano: la Regina, tuttavia, non era più con loro!
Col cuore in gola, il Re balzò a cavallo della meteora, dirigendo i destrieri nella direzione percorsa poco prima. Non tardò a scoprire, in un anfratto di cielo, la sua Regina che giaceva ferita a morte. Inginocchiato accanto a lei, il Re ne raccolse con l’ultimo alito la causa. I fulmini le avevano preso la mano e lei, spaventata, non era stata più capace a dominarli ed era stata sbalzata giù in piena velocità. Ora si sentiva morire …
Il Re la strinse tra le sue braccia e ve la tenne a lungo, anche dopo che la vita l’aveva abbandonata. Quindi, con frammenti di stelle le costruì una Dimora affinché potesse in essa riposare nei millenni a venire. Perché poi non vi regnasse mai il buio, con le stesse sue mani costruì una perla immensa della trasparenza del cielo, perfettamente sferica. Quando l’ebbe finita, attraverso ad un varco lasciato appositamente aperto, v’introdusse i mille fulmini che erano stati la sua cavalcatura, sigillandoveli dentro. Improvvisamente la perla s’accese di una luce splendente, bianchissima ed insostenibile: da allora essa illumina senza sosta il cielo.
Questo avveniva tanto, tanto tempo fa … proprio in quel punto del cielo dove oggi noi vediamo splendere il Sole. Forse, quello che noi chiamiamo sole, altro non è che l’immensa Lampada Votiva costruita da un Re allo scopo di vegliare sulla Dimora della sua dolce Regina, addormentata per sempre nel calmo respiro di spazi infiniti …
______________________________________________ La leggenda del Rovo
di Mario Cerutti (6 maggio 1984)
Narra una leggenda che, all’ultimo giorno della Creazione, quando ormai tutto splendeva nella sua pienezza e novità, il Signore si fosse fermato ed avesse guardato tutto il lavoro fatto con un gran sospiro di consolazione: il mondo era stato creato. Ogni cosa era stata predisposta per la gioia dell’uomo che egli aveva già in mente di creare. Qualcuno, infatti, doveva pur godere di tutto quanto ora viveva, altrimenti la sua sarebbe stata un’inutile fatica.
Si era quindi rimesso all’opera. Creato che fu l’uomo, fece anche la donna poiché, se si è soli, neppure la bellezza del Paradiso può essere sufficiente per gioire. Aveva consegnato poi all’uomo ed alla donna l’Eden, con un’unica raccomandazione che noi tutti ben conosciamo, … e sappiamo anche come andò a finire!
Nel corso della storia dell’uomo, era poi capitato un evento che, forse, neppure il Signore, nella sua bontà, avrebbe potuto immaginare: un uomo si era messo contro il proprio fratello fino al punto di ucciderlo e tutto questo a causa del sentimento più meschino che possa albergare nel cuore umano: l’invidia. Quando Caino finì suo fratello a colpi di bastone il Signore era lì presente, benché nessuno lo avesse visto, ed osservò con stupore la sua sepoltura sotto ad un mucchio di sabbia erbosa, in fretta e furia, quando il suo corpo era ancora caldo.
Volendo poi vedere fino a che punto sarebbe potuto arrivare Caino, il Signore si manifestò a lui domandandogli: “Dov’è tuo fratello Abele, è da molto tempo che non lo vedo!“.
Caino allora, con malagrazia ed una faccia di bronzo da non dirsi, rispose: “Non ho la più pallida idea dove sia. Non sono mica il suo guardiano!!“.
Dopo questa risposta proseguì con il suo gregge ed il Signore lo seguì con lo sguardo colmo di malinconia, mentre s’allontanava all’orizzonte. Con il trascorrere del tempo, infatti, sempre più le sue creature si erano rivoltate contro la sua Legge. Concedere all’uomo il dono del libero arbitrio era forse stato un errore ma, oramai, era troppo tardi! Del resto, semmai fosse realmente stato un errore, forse si era trattato anche di una prova di fiducia nei suoi confronti!
In seguito il Signore tornò sui luoghi dove Caino aveva compiuto il suo misfatto. Con sorpresa vide che, dalla sabbia erbosa e bagnata con il sangue di Abele, era spuntato un cespuglio, formato da diversi verdi germogli, duri e pieni di spine. Le sue foglie erano corte ed aspre … e lungo la costa ancora spine, sottili ma pungenti.
Il Signore allora si chinò su quel cespuglio e guardò con attenzione il nuovo nato, ma non lo riconobbe. Non era, infatti, una sua creatura. Mai, nella sua saggezza, Egli avrebbe potuto creare una simile pianta, così tutta ricoperta di spine! Essa era nata da sola ed affondava le sue radici non nel volere di un Dio, ma nel sangue di un giusto versato a causa della cattiveria del fratello di lui.
Più di una volta il Signore tornò a guardare la “pianta di Caino”. Cresceva, cresceva eccome! I sui suoi rami continuavano ad allargarsi a vista d’occhio. Tuttavia, mentre tutti gli alberi della Creazione fiorivano e fruttificavano, questa pianta seguitava a mostrare solo foglie e spine. Inoltre i suoi rami non crescevano diritti verso l’alto come quelli delle altre piante ma, si ripiegavano quasi subito verso terra, quasi si vergognassero della loro condizione.
Un giorno, mentre il Signore passava in quei pressi, si sentì una voce flebile chiamare: “Creatore!“.
Allora il Signore si voltò e chiese: “Sì? Chi mi chiama?”
“Sono io …” rispose la voce che si avvertiva appena. “Perdonami se mi sono preso la libertà di disturbarti, chiamandoti con un nome che ho sentito pronunciare dalle tue creature quando parlavano di te. Io purtroppo non ho la fortuna di conoscere diversamente il nome tuo …“.
Di fronte all’umiltà mostrata da quelle parole ed al tono dimesso con cui erano state pronunciate, il Signore si commosse e disse: “Non importa. Va bene così … Dimmi pure!“.
Il Rovo allora proseguì dicendo: “Lo so di non essere come le altre creature! È vero che sono nata al di fuori della tua volontà, ma so pure che la tua bontà è grande. Questo mi ha dato il coraggio di chiamarti, … per chiederti una grazia“.
“Quale grazia?!” chiese allora il Signore.
“Quella di poter anch’io portare fiori e frutti …” rispose il cespuglio.
Quella voce era appena poco più che percettibile ed il Signore guardò quel Rovo con simpatia ma, allo stesso tempo, con molta tristezza. Dopo un attimo di meditazione disse: “Tu sei nato dal sangue di un delitto e tanti in questo mondo dovranno pagare per colpe commesse da altri. Dal sangue tu sei nato e soltanto il sangue potrà rigenerarti e farti portare fiori e frutti. Chissà, forse con il tempo …“. Così dicendo, il Signore si allontanò.
Ne passò di tempo da allora e quanto sangue si versò per guerre e per delitti: appresso a questi misfatti, altri cespugli di rovo erano cresciuti e si erano allargati un po’ dappertutto, dai campi coltivati fino a deserto. Talvolta creavano addirittura rive e boschetti e questo non soltanto all’aperto, ma anche nei cortili delle case. Persino nel cortile del Palazzo del Governatore, mandato da Roma per governare la Palestina, c’era uno di quei cespugli! Questo cortile, largo e soleggiato, aveva nel bel mezzo una colonna di granito. Un giorno, un Uomo fu legato ad essa per le mani: due soldati armati di lunghe verghe nervose, incominciarono poi a flagellarlo. A turno, lasciavano cadere una gran vergata su dorso dell’Uomo, ormai rigato di sangue. Quando finalmente li fecero smettere, un soldato slegò le mani dell’Uomo, dagli anelli di ferro. Scivolato che fu a terra, subito altri due soldati lo abbrancarono per rimetterlo in piedi. Tra una sghignazzata e l’altra, gli gettarono sulle spalle un mantello rosso, allacciandogli tra le mani una canna. Ripresero quindi a motteggiarlo ed a schernirlo, chiamandolo ‘Re’.
Uno dei soldati disse: “Visto che sei un re, oltre al mantello e allo scettro devi avere anche una corona …“. E così dicendo s’accostò al rovo pieno di spine cresciuto nell’angolo del cortile. Facendo bene attenzione a non pungersi, ne recise qualche ramo e ne fece una specie di corona. Quindi, accostatosi all’Uomo, calcò quella sul suo capo. Al suo grido di dolore i soldati risposero con risate ancor più sguaiate!
Intanto, del sangue incominciò a colare a grosse gocce dalla fronte ferita dalle spine, solcando il volto pesto dell’Uomo. Ogni goccia che cadeva a terra nei pressi del cespuglio, era come un serpente di fuoco che si avvolgeva lungo le sue radici ed attorno ai suoi rami.
Una Voce disse queste parole, rivolgendole al Rovo: “Dal sangue di un delitto tu sei nato e dal sangue di un Giusto sei stato rigenerato!“.
Udendole, in mezzo a tutta quella sofferenza, il cespuglio ebbe un sussulto di disperazione: “Non a questo prezzo, Creatore! Non a questo prezzo!“.
La stessa Voce proseguì dicendo: “Non ti disperare! Quello che sta avvenendo era già stato scritto prima che il mondo nascesse, e serve ad una causa ben più grande ed importante della tua. Tuttavia la tua umiltà mi ha toccato nel profondo ed hai guadagnato la mia stima. Così tu, ultimo degli esseri, hai avuto il posto più alto: la fronte del Redentore. Da questo momento entrerai a far parte anche tu della Creazione. I tuoi fiori avranno il colore delle cose pure ed i tuoi frutti porteranno un succo del colore del sangue, proprio come quello versato per la rigenerazione del mondo …“.
Così doveva essere e così fu.
Mentre i soldati portavano via l’Uomo per andare a crocifiggerlo, il fuoco attorno ai rami ed alle radici del cespuglio andò calmandosi. Un gran senso di sfinimento permeò tutto l’essere di quella creatura.
Poi, all’improvviso, una grande oscurità avvolse ogni cosa ed il cielo si accese di folgori accecanti e si sentirono i rimbombi terrificanti di tuoni. Quando finalmente la luce ritornò dopo molto tempo, tutti i rami del rovo stavano brillando di una miriade di fiori. Questi erano di un bianco candido come quello delle cose pure, solo sfiorati da una sfumatura rosea nel fondo del loro calice: lo stesso colore che hanno le gocce di sangue quando si mescolano con l’acqua limpida di una sorgente …
______________________________________________ La leggenda del Kaki
di Mario Cerutti
Laddove il bosco lascia il posto al cielo, sperso in un sito detto Dhelo-Dhelo, c’era un villaggio, tutto di bambù, chiamato dai suoi figli u-Nokù.
Proprio così inizia la filastrocca antica che narra di questo villaggio e dei suoi abitanti, a quel tempo una trentina di famiglie in tutto, le quali amavano dirsi “suoi figli”, cioè figli del villaggio u-Nokù. Questa affermazione era assai giustificata perché, a memoria d’uomo, non si ricordava di un solo abitante che avesse lasciato il villaggio per andarsene in altri luoghi in cerca di fortuna. Penso che nessun altro villaggio, paese o città possa vantarsi di una simile cosa! Premesso ciò, possiamo procedere nel racconto.
Il villaggio u-Nokù era situato tra due ampie vallate, a non molta distanza dai primi contrafforti del Karakorum. La terra coltivabile non era molta ed era poco idonea alle colture di cereali poiché i tempi del freddo erano più lunghi di quelli del caldo. C’era sì un periodo in cui il sole picchiava da par suo, ma bastava che una nube lo coprisse, perché un’aria sottile, proveniente dalle montagne, rinfrescasse subito l’ambiente. Perciò grano e mais, i soli cereali da cui si potesse ricavare farina, non erano mai del tutto sufficienti per il sano appetito della gente del villaggio!
Khalin, uno degli anziani più esperti del villaggio, da tempo teneva lezioni specifiche proprio per tramandare ai giovani le tecniche migliori per ricavare il massimo del rendimento da così poco terreno. Nella buona stagione, un grande albero, al centro del villaggio, veniva adibito a scuola e Khalin, oltre ad intrattenere i suoi piccoli allievi sugli argomenti su accennati, insegnava loro anche come riconoscere le erbe commestibili da quelle che non lo sono, le radici buone da quelle che buone non sono … e così per i funghi ed i frutti selvatici. Veniva poi l’insegnamento dei metodi di caccia, realizzata mediante trappole, e della pesca: di questa e di quella Khalin insegnava pure come conservarne il più a lungo i prodotti e nella condizione migliore, in modo tale che gli abitanti del villaggio potessero sopravvivere nei lunghi mesi del gelo.
I suoi piccoli allievi seguivano sempre attentissimi quanto il maestro andava esponendo, cercando di contraccambiare quegli insegnamenti, frutto di una lunga e faticosa esperienza, con la loro migliore disposizione d’animo.
Solo u-Jì si comportava diversamente. Fin da piccolo (ora u-Jì aveva dodici anni) aveva sempre dimostrato scarsa attenzione, salvo quando l’argomento della lezione riguardava gli alberi da frutto. Solo allora non esisteva allievo più attento di lui! In quelle occasioni, anche al termine della lezione, u-Jì continuava ad assillare di domande il maestro, alle quali per altro il buon vecchio rispondeva assai volentieri, chiarendo ed illustrando con esempi pratici quanto gli veniva richiesto.
Venne un tempo in cui u-Jì si faceva raramente vedere alle lezioni. Spariva per intere giornate infilandosi nel folto della foresta, spinto da chissà quale curiosità. Andava alla ricerca di nuovi alberi da frutto selvatici, piante di cui lo stesso Khalin non conosceva neppure il nome, ignorandone completamente virtù e difetti. Talvolta, u-Jì tornava dopo due o tre giorni di assenza, trascorsi nel folto della foresta dove lui non temeva neppure i serpenti o la presenza del leopardo nero, che bazzicava quei luoghi. In quelle occasioni il suo cesto era pieno di piantine e di frutti che sapeva manipolare poi con un’istintiva competenza. Non esitava ad assaggiare egli stesso quei frutti, sia pure in piccolissime parti, segnalandone gli eventuali effetti, sapori e quant’altro avrebbe potuto divenire utile od interessante in seguito. Quando credeva di aver raggiunto un qualche risultato degno di nota, u-Jì andava dal buon Khalin e lo ragguagliava su quanto aveva scoperto o creato. Il vecchio sapiente gli era profondamente grato di tutto ciò, poiché molte volte anche un bambino può mostrare qualcosa a chi già insegna ad altri, sempre che il docente abbia la necessaria umiltà per ammettere una simile possibilità.
Unico della sua età in tutto il villaggio, u-Jì possedeva da tempo un pezzo di terreno su cui aveva fatto attecchire una quantità impensabile di alberi da frutto, alcune specie dei quali soltanto lui possedeva. Talvolta, non conoscendone i nomi originari, li aveva battezzati ex novo, naturalmente dopo essersi consultato col suo maestro. Aveva anche tentato nuovi innesti, riuscendo talvolta a ricavare dalla stessa pianta diversi tipi di frutto. Il suo terreno aveva finito per diventare una specie di solitario “giardino incantato”, al quale Khalin si recava spesso per vedere il suo allievo al lavoro.
Negli ultimi tempi u-Jì sembrava tutto preso alle cure di una sola piantina, poco più di un alberello dalla scorza sottile rosso-grigia, dalle foglie verdissime e dure. Quando il maestro giungeva, u-Jì lo faceva rispettosamente sedere su di una comoda stuoia. Poi, dopo di essersi scusato, riprendeva le sue occupazioni appena interrotte. Khalin osservava allora, in silenzio, il muoversi assorto del ragazzo, meravigliandosi sempre più della sua maestria e del suo intuito sorprendente nello scoprire tare nascoste nelle pianticelle e nel provare nuovi rimedi nel tentativo di debellarle. Quando poi lo rivedeva presente a sé stesso, lo chiamava accanto, facendosi spiegare i ragionamenti e gli esperimenti che gli avevano consentito di giungere a certi risultati.
Era stato in uno di questi pomeriggi placidi e sereni che Khalin propose a u-Jì di sostituirlo, quando ne fosse stato il tempo, nell’insegnamento sotto l’albero del Sapere.
“La sabbia del tempo sfugge tra le dita“, disse, “ed io sento che le mie mani sono quasi vuote. Prima di andarmene, sarei felice di vederti seduto al mio posto. Nessun altro qui ha le tue capacità: coloro che vengono per arricchire la loro mente non potrebbero che trarre profitto ad ascoltarti. Che ne pensi?“.
U-Jì, commosso, abbassò la testa e disse: “Se questo basta a farti contento, sarò lieto di accettare … naturalmente il più tardi possibile!“.
“Vedo che stai dedicando molto del tuo tempo ad un solo esemplare“, proseguì Khalin, mentre u-Jì stava controllando attentamente la condizione di alcuni innesti. “Ha forse qualche cosa di particolare quella piantina?“.
“Penso di sì” u-Jì rispose sollevando la testa. “Te ne avrei parlato io stesso, non appena avessi avuto più elementi al riguardo. Quello a cui tu alludi è un tipo d’albero che non teme il gelo: solo che i suoi frutti non maturano! Restano duri e verdi: risultano assolutamente immangiabili! L’ultimo innesto che gli ho praticato è però attecchito molto bene“.
“Gli innesti usati non fanno parte dei rami di quell’altro albero, non è vero?“, chiese ancora Khalin.
Rispose u-Jì: “Sì, provengono da quest’altro. Si tratta di un tipo d’albero che produce invece molti frutti, ma questi cadono ancor prima di maturare. Cadono tutti! Ci deve essere, in quell’albero , un punto debole che impedisce loro di giungere a piena maturazione: un po’ come succede a qualche donna del villaggio che non riesce ad avere figli …“.
Il vecchio sorrise. “Un intuito straordinario il tuo. Penso che una simile idea non sia mai venuta ad alcuno: innestare sui rami di un albero che non matura i suoi frutti, quelli di un altro che li lascia cadere prima del tempo. Davvero una grande idea e mi sentirei d’affermare che avrà uno sviluppo positivo!“.
U-Jì abbassò il capo. Certamente, il maestro, nel suo grande affetto lo sopravvalutava di molto. Comunque lo ringraziò e gli disse: “Farò di tutto perché quanto tu hai detto diventi realtà“.
A questo punto Khalin si alzò dicendo: “Il mio maestro, tanti anni fa, mi confidò che il miele, versato sulle radici di un albero da frutto, aiuta l’albero stesso a dare frutti più dolci. Io non ho mai provato, come d’altra parte nessuno del villaggio, che io sappia. Tu che ne pensi?”.
“Io? … non so. Si potrebbe anche provare!“, rispose u-Jì.
Quest’idea il maestro l’aveva gettata lì come un seme: avrebbe potuto dare dei frutti come no.
Quando Khalin se ne fu andato, u-Jì rimase ancora a lungo pensieroso. E se quella prova avesse dato un buon risultato? Con ancora quest’idea che gli frullava ormai nel cervello, l’indomani sul sorgere del sole prese la via della foresta. Durante una delle sue ultima scorribande, aveva infatti notato un nido di api selvatiche nel cavo di un albero e si era ripromesso di farvi visita quando fosse stato il tempo della raccolta. Neanche a farlo apposta, cadeva proprio ora il tempo giusto! U-Jì, armato di un grosso recipiente di coccio e di una bracciata di erbe, si portò a ridosso dell’albero, vi dispose le erbe tutto attorno le sue radici ed appiccò loro fuoco. Il fumo denso che saliva dal mucchio veniva da lui ventilato tutt’attorno al cavo dove si trovava il nido. Attese una buona mezz’ora, cioè il tempo necessario perché il brusio che regnava nell’alveare si spegnesse del tutto, indice che le api erano completamente stordite e, quindi, inoffensive.
U-Jì giunse a casa di Khalin che il sole era già scomparso all’orizzonte da tempo, con il recipiente colmo di profumatissimo miele.
Il vecchio lo guardò con divertito stupore: “Ne abbiamo appena parlato e tu sei già qui. Fammi vedere!“.
Il ragazzo scoprì il recipiente e disse: “Guarda, è pieno. Tuttavia, intendo usarne non più della metà: la restante parte è per te!“.
Versarono in un altro recipiente di coccio metà del miele e u-Jì ricoprì nuovamente il suo dicendo: “Sono certo che quello che è rimasto sia più che sufficiente per la nostra pianta. Se poi i risultati non saranno quelli sperati, non dovremo dolerci più di tanto per avere sprecato questo poco miele! Vieni con me domattina? Avrei tanto piacere che anche tu fossi presente quando lo verserò sulle sue radici!“.
L’inverno appena trascorso era stato tremendo e per lungo tempo la neve aveva ricoperto le piccole abitazioni di u-Nokù. Solo il filo di fumo proveniente dai tetti aveva segnalato che, sotto tutto quel biancore soffice, la vita stava proseguendo. Tuttavia, la primavera quell’anno era stata insolitamente precoce. Un vento leggermente tiepido aveva zirlato per più giorni. Sotto la crosta di ghiaccio, che copriva il torrente, l’acqua aveva ripreso a scorrere ed in certi punti, in piena libertà, aveva ripreso a cantare fra le rocce.
Doveva perciò proprio essere una buona annata! Nei boschi circostanti la fioritura era a buon punto: il minuscolo Tako, dal ciuffo grigio, aveva preso a cianciare sui rami e tra i licheni e già qualche scoiattolo aveva arrischiato il musetto impertinente fuori dalla sua tana. Davvero l’annata prometteva bene!
Fu in uno di quei giorni che al villaggio giunse un banditore inviato dal Governatore della Regione, il potente Hu, cugino primo dell’Imperatore. Costui avvisò che, essendo la figlia del Governatore prossima al compimento dei sedici anni, si invitavano tutti coloro che si reputavano abili nel coltivare frutti a portare quanto di meglio avessero prodotto. Il Governatore stesso avrebbe poi giudicato un vincitore a cui sarebbe andato l’incarico di capo-giardiniere nei giardini del Palazzo.
Il giorno in cui il banditore si presetò al villaggio u-Jì non era presente, essendo andato a fare una delle sue solite perlustrazioni nella foresta. Era stato poi lo stesso Khalin a metterlo al corrente di quanto era stato bandito e concludendo il discorso dicendogli: “Penso che sia giunto il momento di far vedere quello che sai fare. Devi portare i frutti che ricaverai dall’albero del miele!“.
“Sempre che ne vengano!“, rispose u-Jì con modestia.
“Ne verranno, ne verranno!!“, lo rassicurò il maestro.
C’era un’intera stagione di tempo. Pur non perdendo d’occhio l’albero del miele per rilevare eventuali comparse di frutti, u-Jì continuò le sue scorribande nella foresta. Tutto sembrava favorire la buona riuscita dell’annata e sull’albero del miele, dopo una breve fioritura, erano apparsi i primi frutti verdissimi e duri. L’occhio esercitato di u-Jì li seguiva giorno dopo giorno, notandone la regolare crescita ed il loro sviluppo perfetto. Mentre i giorni si rincorrevano, sull’albero del miele i frutti si moltiplicavano e quando, dopo l’estate, l’autunno incominciò a farsi sentire, su quei frutti tanto attesi era comparsa una tenue tinta che rammentava il colore ambrato del miele. Contemplati tra il verde del fogliame, quella tinta risaltava ancor più, dando l’impressione che quella pianta fosse proprio uno di quegli alberi dai frutti d’oro di cui narrano antiche favole.
Intanto, sotto l’albero del Sapere le lezioni si svolgevano ormai soltanto nelle brevi ore di sole ed il vecchio Khalin passava la maggior parte del suo tempo nel frutteto di u-Jì. Anche quest’ultimo passava lì quasi tutta la giornata, sempre controllando, giorno per giorno, il lento colorarsi dei frutti. Aveva anche notato come le foglie, verdi prima del giungere dell’inverno, ora seccassero staccandosi dai rami proprio ora che i frutti stavano maturando, quasi a lasciare loro la possibilità di poter sfruttare fin il più breve ultimo raggio di sole.
Fu u-Jì a volere che fosse il suo maestro a cogliere il primo frutto quando, palpandolo, lo sentì morbido e cedevole. Restò poi in rispettoso silenzio, mentre il vecchio lo assaporava ad occhi chiusi. Si trattò di un lungo momento d’ansia per lui! Senza dare alcun segno, Khalin assaporò il frutto fino all’ultimo boccone, mentre u-Jì lo guardava senza il coraggio di disturbarlo per sollecitare il suo parere. Infine, Khalin aprì gli occhi ed il suo sguardo si posò sul ragazzo. Mentre la sua mano gli sfiorava con una carezza il volto brunito, disse: “È quanto di meglio e di più squisito io abbia mai assaggiato in questi ultimi anni“, disse “Complimenti! Complimenti davvero!“.
Non c’era ormai molto tempo da perdere. Si era già entrati nell’inverno e si doveva stabilire per bene ogni cosa, mancando solo dodici giorni alla data fissata per presentarsi al Palazzo del Governatore per tentare la scalata al posto di giardiniere-capo. Il giorno precedente a quell’evento, di buon mattino, u-Jì si presentò alla capanna di Khalin. Infilato nel braccio, teneva il manico di un paniere di forma ovale dove aveva collocato dodici di quei frutti, quasi tutti della medesima dimensione e del colore del miele. Li aveva sistemati su due piani, affinché non si ammaccassero urtandosi. Guardando con animo tranquillo il vecchio, u-Jì disse soltanto: “Sono pronto!“.
“Bene. Il cielo ti ricompensi come meriti. Fa’ un buon viaggio“, disse allora il maestro.
Camminando di buon passo, dopo nove ore di cammino u-Jì arrivò in città e si presentò al Palazzo del Governatore. Un incaricato lo guidò in un’immensa stalla dove già stazionava una gran folla di persone, ciascuna con un suo cesto di frutta. In quel luogo trascorse tutta la notte, dormendo tranquillamente.
All’indomani, tutti i concorrenti vennero accompagnati in un luogo prestabilito e fatti attendere dietro alla porta del salone dei ricevimenti. Qui, una decina di personaggi impettiti aspettavano in silenzio, seduti su spessi tappeti ricamati. Uno dopo l’altro, i concorrenti vennero fatti entrare per porgere i propri frutti ai personaggi seduti. Costoro li assaggiavano, masticando a occhi chiusi ed in completo silenzio. Dopo ciascuna prova, il concorrente veniva messo da un lato o dall’altro della sala, a seconda del cenno del personaggio che aveva giudicato il suo frutto.
Dopo un paio d’ore, di tutti i concorrenti solo tre avevano passato il turno, e u-Jì era uno di loro! Solo allora entrò nel salone il Governatore stesso, in quanto spettava proprio a lui sentenziare il giudizio definitivo sugli ultimi tre frutti selezionati.
Dopo essersi seduto in pompa magna tra i personaggi, gli venne presentato su di un piatto di porcellana rabescata d’oro un pezzo di ciascuno di quei frutti. Accanto a ciascuno c’era pure il frutto intero, affinché il Governatore potesse conoscerne la forma originale. Naturalmente mancava qualsiasi indicazione circa la loro appartenenza affinché il giudizio potesse essere assolutamente imparziale e fondato esclusivamente sull’analisi del frutto.
Non ci volle molto perché l’augusto personaggio rimanesse incantato dalla forma di piccola luna, dal colore, dalla morbidezza e, soprattutto, dal sapore del frutto recato da u-Jì. Sceltolo come vincitore, il ragazzo gli venne alla fine presentato. Fu allora che il potente Hu si degnò di rivolgergli i suoi elogi e gli domandò: “Qual è il nome di questo frutto?“.
U-Jì rispose: “Potente signore, il frutto non ha ancora un nome ma, con il suo permesso, vorrei chiamarlo col nome di sua figlia. L’ho vista stamattina ed ho saputo come si chiama da un inserviente … per me non esiste un nome più bello: Ka-Kì!“.
Il Governatore sorrise e disse: “Se così desideri, così sia. Il frutto si chiamerà Ka-Kì (nota: Ka-Kì = rugiada di miele). Ed ora, preparati ad assumere il posto che ti spetta. Nessuno ne è più degno di te!“.
U-Jì lo guardò allora improvvisamente con aria supplichevole e disse: “Potente signore, se mi è consentito, io vorrei tornare al mio villaggio. Ho promesso al mio maestro, il vecchio Khalin, di sostituirlo come insegnante sotto l’albero del Sapere quando lui non ne fosse stato più in grado. … fu lui stesso a chiedermelo e non vorrei mancare di parola!“.
Il Governatore lo fissò meravigliato ed gli domandò: “Vuoi rinunciare dunque ad un posto che potrebbe col tempo portarti ai giardini dell’Imperatore, mio primo cugino?“.
“Sì, col suo permesso!“, rispose u-Jì senza incertezza.
“Ti sia concesso, fermo restando che, di questi alberi, ne voglio un intero frutteto. Tu stesso vi provvederai!“, disse allora il Governatore dopo un attimo di sconcerto.
Detto questo, si allontanò tra gli inchini dei presenti. Anche u-Jì s’inchinò in segno d’assenso e di rispetto. Poi infilò al braccio il suo cesto ovale ed uscì tra gli sguardi ammirati ed invidiosi, ma soprattutto assai stupiti, di tutti i presenti. Doveva davvero essere un pazzo per rinunciare ad un posto a Palazzo, … un posto che avrebbe persino potuto portare ad un lavoro nei giardini dell’Imperatore. Se non un pazzo, sicuramente era tocco!
Quasi sempre la saggezza viene scambiata per dabbenaggine, quando non addirittura per follia. Di quello che pensava quella gente ad u-Jì doveva importare ben poco se, uscito che fu dal Palazzo, non si voltò neppure indietro e, fischiettando spensierato, riprese la strada che portava ad un villaggio, tutto di bambù, chiamato u-Nokù dai “suoi figli” …
______________________________________________ La leggenda di Stinco e Cocca
di Mario Cerutti
C’era una volta, in una casetta posta appena fuori dal paese, una donna. Essendo rimasta sola, aveva pensato di far costruire un piccolo pollaio a fianco della sua abitazione. Una dopo l’altra, erano venute ad abitare il pollaio una nutrita famigliola di galline ed in seguito, quasi a consacrare il tutto, un magnifico gallo. Tra padrona e pollame non aveva tardato a stabilirsi una corrispondenza d’affetti quasi incredibile. Da una parte, la padrona trattava le sue galline nel migliore dei modi, dall’altra quelle ricompensavano le sue gentilezze con uova degne di un concorso.
Col tempo, venne a far parte della – chiamiamola cosi – famiglia anche un grosso gatto. Sornione all’apparenza, si rivelò subito uno zampalesta da non credersi. Sebbene la padrona riservasse anche a lui buona parte del suo affetto, sembrava che lui non ne tenesse affatto conto: quando gli si presentava qualche occasione per combinarne qualcuna, non ci pensava due volte e la pigliava al volo! Dopo averla fatta grossa, il furbastro tagliava poi la corda e non tornava in famiglia se non quando tutto si era rappacificato e le nuvole nere erano scomparse dall’orizzonte. Quindi, come se nulla fosse avvenuto, riprendeva il suo posto sul cuscino che gli era stato riservato nel tinello.
Era ormai la fine di giugno e faceva un caldo da intontire. Uno di quei pomeriggi il nostro Stinco – questo era il nome del gatto – stava, come al solito, bighellonando senza meta con le ganasce dolenti a forza di sbadigliare per la noia. Fu proprio allora che, tanto per far qualcosa, si portò verso il pollaio. Udendo un lieve rumore, girò la testa e notò a pochi passi una gallina con le piume rosse, accovacciata nel nido in tranquilla attesa di deporre l’uovo.
Gli si presentava un’occasione per scambiare quattro chiacchiere, una vera manna per uno come lui che non aveva mai nulla da fare! Assunse, perciò, un tono di falsa simpatia e, rivolgendosi alla gallina, la salutò dicendo: “Ehilà, Rossa! Siamo sempre dietro a lavorare, eh?“.
“Beh!“, gorgogliò la Rossa, “Finché si lavora, va bene …“.
“Chi si accontenta, gode!“, rispose lui, in modo ironico.
La gallina, senza scomporsi disse: “Dici bene. Ti confesso che non potrei desiderare niente di meglio!“.
“Chi si accontenta gode!“, ripeté il gatto, ora con un velato tono di disprezzo. “Al tuo posto, io non la penserei così. Proprio no!“.
“Davvero?” disse allora la Rossa con un’aria da prendere in giro che consolava. “Sarebbe possibile sapere perché?“.
Rispose allora lui: “Certamente. Vedi, Rossa, tu sei troppo buona e questo t’impedisce di renderti conto che, mentre tu fai un pozzo di fatica per mettere alla luce un uovo, la tua padrona non fa altra fatica di quella d’allungare la mano per cavartelo dal di sotto. Così lei si gode, senza fatica, il sudato frutto del tuo lavoro. Questa sarebbe già una delle cose che, a me, non andrebbero proprio giù …“.
“Non faccio fatica a credere a quello che dici!“, lo rimbeccò lesta la Rossa. “La riconoscenza non è mai stata il tuo forte, vero Stinco? Per te esiste solo la legge del prendere: quella del dare, tu non la conosci davvero! Sei proprio un bel ferro da stiro!“.
“Ma, … senti che roba!” bofonchiò il gatto, punto sul vivo. “A vederti non lo si direbbe, ma quanto sei sciocca, Rossa. Proprio sciocca!“.
“Sarà come tu dici!” tagliò corto la Rossa. “Comunque, fin quando la nostra padrona avrà cura di me, io cercherò di ricompensarla come meglio posso, … magari con un uovo al giorno!“.
“Anima tua, borsa tua …“, miagolò il gatto allontanandosi. “Figuriamoci se si può ragionare con una gallina!“.
“Nessuno ti ha interpellato!“, gli strillò dietro la Rossa. “Se tu non hai voglia di lavorare, lascia almeno lavorare gli altri. Capito? Pelandrone!“.
Il gatto avrebbe voluto ancora replicare alla gallina con qualche nuova frecciata, ma poi pensò che era meglio pedalare alla svelta. Tra l’altro, dall’angolo della casa che dava sull’orto, era spuntato Trinca, il gallo, un pezzo di marcantonio grosso come un barile, con zampacce armate di un paio di speroni acuminati, con un becco duro e tagliente come una cesoia da giardiniere. Oltre a questi attributi poco raccomandabili, Trinca aveva anche il difetto di non perdere tempo in discussioni e di picchiare subito duro! Già una volta aveva sorpreso Stinco mentre stava infastidendo le galline. In quella occasione il nostro gatto aveva dovuto fare una corsa mozzafiato per non correre il rischio di perdere la coda nel becco di quell’attaccabrighe!
Si allontanò dunque verso la siepe, ma la risposta della Rossa gli aveva lasciato la bocca amara. Nel tentativo di sfogarsi, tentò di acchiappare un passero che stava becchettando nella polvere del sentiero, ma anche questo gli andò storto e dovette in più sorbirsi le rimostranze dell’uccelletto, quando ormai si trovava al sicuro su di un ramo di gelso.
Decisamente, quella giornata non era una delle migliori: gli conveniva ritirarsi in buon ordine prima di risicare qualche altra figuraccia!
All’indomani, dopo una bella dormita nel fresco del tinello, il gatto si riportò verso il pollaio. Aveva adocchiato il gallo oltre l’orto, cioè abbastanza lontano, per cui si sentiva abbastanza al sicuro. Inoltre, vide con piacere che nel nido non c’era, questa volta, la Rossa, ma un’altra gallina.
Come tutti i pochi di buono, pronto cioè a scordarsi tutti i buoni propositi ma non certo i cattivi, il nostro gatto pensò di riproporre il discorso incominciato il giorno innanzi con la Rossa.
Si avvicinò dunque al nido e, con un fare allegro e cameratesco, salutò così la gallina: “Ehilà Cocca! Siamo sempre sotto tiro, eh?“.
“Si fa quel poco che si può!“, gli rispose la Cocca. Quella era una gallina bonacciona e tranquilla che, se si trattava di fare quattro chiacchiere, non diceva mai di no.
Il gatto, intanto, riprese: “Se la memoria non m’inganna, tu fai l’uovo quasi tutti i giorni, vero?“.
“Sei in sette giorni!“, precisò la Cocca, con aria soddisfatta.
Continuò subito lui: “Però! Il solo peccato è che, di tutto questo ben di Dio, tu non ne assaggi nemmeno una goccia. Tu ti affatichi e la tua padrona non fa altro sforzo che quello di chinare la schiena e cavarti l’uovo dal di sotto. Insomma, tu lavori e l’altra gode!! Non te ne sei mai accorta? Questa non mi sembra una cosa molto simpatica e giusta. Te ne stai rendendo conto?“.
Mentre diceva questa parole, Stinco teneva d’occhio la gallina per vedere come reagiva l’animo semplice e credulone di lei: vedendo che non dava risposta, capì di avere buono gioco. La Cocca, infatti, non aveva tutta l’esperienza della Rossa e convincerla del tutto non sarebbe stato molto difficile! Prima che il ferro si fosse raffreddato, il gatto pensò che fosse meglio dare ancora qualche colpetto.
“Vedi“, le disse riprendendo il discorso, “forse tu non ci fai caso, ma non passa giorno che la padrona non venga qui nel pollaio: per quante uova ci possano essere, quando lei se ne va via, il nido rimane sempre bello e pulito! Se le porta via tutte, proprio tutte! A me, questo non sembra per nulla giusto. Non trovi anche tu?“.
La Cocca non rispose subito. Stava manovrando per spingere fuori l’uovo, facendo una fatica del diavolo. Tutta concentrata nello sforzo, non aveva più nemmeno il fiato per rispondere ma, finalmente, spingi spingi, l’uovo saltò fuori. Allora la gallina si drizzò sull’orlo del nido scuotendosi tutta. Stinco ne approfittò per gettare un’occhiata dentro al nido. L’uovo era lì, bello e caldo.
Era veramente un campione nel suo genere, tanto che il gatto non dovette nuovamente fingere quando disse: “Complimenti, Cocca! È una delle uova più belle che io abbia mai visto. Brava! Sei proprio in gamba! … ma, torniamo al nostro discorso di prima, … trovi logico che tu abbia faticato cosi tanto ed ora la padrona venga qui per portartelo via?“.
“Già, … forse tu hai proprio ragione …“, disse tra sé e sé la gallina.
“Ragione, dici bene! Almeno le uova le mangiasse poi la padrona! Ma no!! L’ho vista io, lunedì scorso, vendere le vostre uova al negozio del lattaio, quello all’angolo del ponte. Capito?“, continuò il gatto.
“Davvero?“, mormorò Cocca con lo stomaco ormai tutto in subbuglio. “Beh, quella era una cosa che non doveva proprio fare!“.
“Si capisce! Tanto più che, in cambio delle uova, si prende dei pezzi di carta e di metallo che, poi, va a nascondere sotto una piastrella in camera da letto. Davvero non ho mai capito perché!“, disse il gatto per rinforzare la dose.
“Ah! La furbacchiona!“, gridò la Cocca con la cresta tutta in un brivido di collera rattenuta.
Stinco ne approfittò allora per dare l’ultimo colpetto e disse: “Se io fossi al tuo posto, lo sai che cosa farei? Prima che la padrona faccia la sua visita usuale per ritirare le uova, prenderei il mio uovo e me lo papperei tutto, guscio compreso. Se lei ha voglia di mangiarsene uno, ebbene, se lo faccia da sola! Solo così comprenderà quanta fatica costi. Su, allora: cosa aspetti a goderti il frutto delle tue fatiche?“.
Ormai completamente convinta che le ragioni esposte da Stinco fossero quelle giuste, la Cocca non stette a pensarci più a lungo e, dopo aver contemplato solo per un momento il suo capolavoro d’uovo – anche l’occhio vuole la sua parte! -, gli mollò una rude beccata e, pezzo dopo pezzo, se lo mangiò, guscio compreso.
“Brava Cocca!“, si complimentò il gatto. “È così che si deve fare, senza avere paura! Se una cosa va fatta, si deve farla fino in fondo! Vedrai come questo tuo gesto innalzerà la stima delle tue compagne nei tuoi confronti! Vedrai, vedrai …“.
Nel tardo pomeriggio, la padrona venne a fare il consueto giro nel pollaio. Dalla città era giunta la sua nipotina: lei aveva allora pensato di prepararle una sostanziosa merendina a base di zabaione fatta con uova di giornata. È facile a capire come rimase sorpresa quando trovò la paglia del nido tutta inzaccherata di tuorlo e pezzetti di guscio.
Pensò allora: “Vuoi vedere che c’è qualche gallina che mi prende l’abitudine di mangiarsi le uova? Sarà meglio tenerle d’occhio prima che la cosa prenda piede, se no sì che sto fresca!“.
Cosi fece. Le bastarono pochi giorni per sorprendere la Cocca mentre si pappava il suo bravo ovetto.
“Ah, è cosi?”, brontolò lei, sorprendendola. “Vecchia trottolona! Sarà meglio che tu cambi abitudine, se non vuoi avere qualche brutta sorpresa. Mi hai capito?“.
Cocca, intanto, con la coda dritta e il petto in fuori, guardava la padrona con baldanzosa aria di sfida quasi volesse dirle: “Eh sì, cara signora, proprio cosi! Il tempo della cuccagna è finito. D’ora in avanti, se avrai voglia di un uovo, sarà meglio che provvedi a fartelo da sola. Altrimenti ne dovrai fare a meno …“.
Tuttavia, la padrona non doveva pensarla allo stesso modo se, visto che la cosa si ripeteva, un bel pomeriggio decise, sebbene dispiaciuta, di agire di conseguenza. Abbrancò la Cocca per le penne e la portò fuori del pollaio. Malgrado le grida di protesta di quella, la rinchiuse in una piccola e vecchia gabbia di legno, dove appena avrebbe potuto muoversi. Mentre compiva questa operazione, uscivano ancora dal becco della Cocca oscure minacce di rappresaglia …
Povera Cocca! Solo in un secondo momento, quando ormai era troppo tardi, incominciò a comprendere che c’era qualcosa di sbagliato in quello che aveva fatto e che, forse, non aveva molte ragioni da far valere.
Proprio mentre era in questi frangenti, passò da quelle parti, lemme lemme, Stinco. Al vedere la poveretta in quelle condizioni, ebbe un miagolio di finta indignazione. “Ma che cosa sta succedendo?“, blaterò. “In che razza di mondo viviamo, se si devono vedere simili ingiustizie? È possibile che i santi diritti di una povera gallina debbano venire calpestati in questo modo?“.
Al sentire questa tirata in sua difesa, Cocca si senti rianimare un poco.
“Oh, Stinco, amico mio!“, farfugliò allora lei, “Giungi proprio in tempo. Lo vedi in che stato mi trovo e questo non solo per colpa mia!. Tu lo sai bene, vero? Cerca allora di darmi una mano per tirarmi fuori da questo impiccio. Tu hai buoni denti e buone unghie. Sù, che aspetti, aiutarmi!“.
“Io, aiutarti? E come potrei?” disse il gatto sinceramente sorpreso. “Per liberarti, ci vorrebbe del tempo ed io non ne ho. Senza contare che, se la padrona mi sorprendesse, correrei il rischio di pigliarmi una bella legnata. Già quella mi può vedere come il fumo negli occhi …“.
Detto questo, si allontanò tranquillamente verso la siepe, senza neppure far caso a quello che la Cocca gli andava ancora gridando.
“Povera me!“, gemette ancora la Cocca, “Che cosa ne sarà di me? Cosa mi capiterà?“.
“Cosa vuoi che t’accada?” fischiò allora in risposta un merlo dal ramo di un albero. “Ti accadrà ciò che succede a tutti i gonzi che ascoltano – e che soprattutto mettono in pratica – i consigli di gentaglia come Stinco. Quella è una genia grama, … sempre in giro a seminare zizzania ed a procurare grane a coloro che la stanno ad ascoltare, … per poi, – ben inteso – lasciarli soli a cavarsi fuori dai pasticci, …. se ci riescono!“.
“Se no? … Se non ci riescono?“, interruppe allora la gallina con voce tremante.
Il merlo non rispose, limitandosi a scuotere le piume delle spalle. Poiché la vista della Cocca in quelle strettezze gli faceva troppa pena, volò allora su di un altro ramo un po’ più in là. Potette così vedere Stinco mentre, impettito e con l’aria giuliva di chi non ha alcun rimorso, si stava complimentando con la Rossa, in procinto di andare a dormire.
Possibly you too use the preview pane available in Windows File Explorer: I find it very useful to check if the file I am looking for is the selected one!
I changed my PC and I noticed that the preview of every pdf file was not available. I installed the Adobe Reader Touch app from the app Store so I was a bit disappointed to have no more that feature I had in my old PC. Then I see that in that one I had associated with the pdf extension the Acrobat Reader DC application, so I realize why there was that different behavior.
So, after installing the Acrobat Reader DC application also on my new PC, I had again the preview of pdf files!! Therefore I suggest you to install the Acrobat Reader DC version of the Acrobat Reader and uninstall the Adobe Reader Touch one, if you already installed it!
Acrobat Reader DC is better thatìn Adobe Reader Touch because it allows pdf file preview
In the following you can find the simple steps to install Acrobat Reader DC application: you need then to change the default application to use to open pdf files.
Install Adobe Acrobat Reader DC (1)
Install Adobe Acrobat Reader DC (2)
Install Adobe Acrobat Reader DC (3)
Install Adobe Acrobat Reader DC (3)
Install Adobe Acrobat Reader DC (4)
Now ì, whenever you select a pdf file in Windows File Explorer, its preview is displayed on the right if the View setting is set for having a Preview pane:
I always used the “Request a Read Receipt” option available in Outlook whenever I liked to know if the receiver read an email I sent him. Really he always could refuse to send that notification to me (so he could have read it even if I did not receive that notification) … but this featyre can be useful for having a read acknowledge for both sender and receiver!
Note that in the Outlook email client you can configure whatever emails (one or more) not only live or outlook ones but also from other email server, like Gmail.
There is also a similar feature accessing Gmail from the browser as one of the more options settings, but this feature is not available for gmail.com users, so the free ones, as explained in a Gmail help page:
However there are several add-on you can install to Chrome or from Gmail in order you can track your sent email. Note since now, that all require you to allow their access to your Gmail account, so you have to trust in the one you install!
I tried two of those add-on, one from the Gmail options and one from the Chrome add-on.
From the Gmail site you can go to Settings -> Add-ons , then click on Get add-on. Here uyou can find several add-on that give you that feature: I tried mailtrack and in the following you can find some screenshots to help in the rquired installation procedure:
NOTE that you are asked to give a complete access to your Gmail account to do its job:
There is a free option that gives the feature you possible want … that is a simple read notification:
Whenever you compose a new email, there is now something new at the bottom:
At the receiver side there seems to be no way to not send a notification to the sender, as it allows Outlook client, and I think this could irritate the reader …
The sender then can even see, even with the free version, how many time the receiver read that email and when he read it the first time:
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Finally, it is worth to install one of those plug-in? May be yes, but you have to remember that the one you choose have a complete access to your emails and the privacy conditions should be read carefully before agree!!
Personally I preferred to disinstall them and revoke theire access from the Security section of my Google accont: for me it is fine and safer to use the Outlook embedded feature I showed before!!
Let’s say since the beginning that link and access your Google Mail, Contacts and Calendar with Outlook, even the last version or the 365 cloud version, is still not completely possible!
If you go to the Microsoft Community forum you will find many threads complaining about this!!
Let’s see what we can do and at the end, in the conclusions, what it is better 😉
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Gmail account
You can only create an email account for your Gmail in order to read and write email also from that email provider: to do so and have ìeverything work properly (even sending email) I believe (at least I succeeded doing it) that you have to set in your Google account, in its Security section, theTwo-Step verification and then create a specific password to be used for that app: how to use it is explained in a Google Help page. The first time you access to that email account from a device, a popup will appear on your smartphone asking for a second confirmation … and that’s all! In the following some screenshots that may help you:
Google Two-step authentication (1)
Google Two-step authentication (2)
Google Two-step authentication (3)
Google Two-step authentication (4)
Google app password (1)
Google app password (2)
Google app password (3)
Add in Outlook, Gmail as email provider (1)
Add in Outlook, Gmail as email provider (2): be careful to set only to some months the period to save offline the email for that account
Add in Outlook, Gmail as email provider (2): try the account
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Google Contacts
Related to Google Contacts, no way to link them and the only way is to export contacts and import them from Google (as a .csv Outlook format) and then import to Outlook.live.com/people. There is a Microsoft help page that explains how to save in CSV UTF-8 format the contact file downloaded from Google as a CSV but, after having done manually all the procedure described in that note (that is something Outlook could do automatically on server side while importing!), a popup appears saying that the format is not the correct one and to check you have exported as an Outlook CSV (as I did!). So the only way I found to import is without changing with excel the CSV file but only emails were imported as they are, while other information (e.g. phone numbers, addresses) was written in the note field (even though Outlook contacts can have obviously fields for that information too)! Really a pity!!
Export Google Contacts from Google site as CSV Outlook
Import the UTF-8 CSV file in Outlook.com (4): inexplicable problem in importing the modified file!!
Import the CSV file as exported by Google in Outlook CSV format: only emails are recognized while all other information is put in the note field!
In this article it is suggested to “try downloading this sample CSV file and copying the information from your CSV file to the appropriate columns in the sample CSV file” but the procedure of editing the excel file of your contacts with that sample one seems to me really ridiculous so I did not. The format with which Google saves contacts as CSV for Outlook should be well known and already having to do a procedure of converting to CSV UTF-8 with Excel would seem to me not due but, okay, I did it anyway … but nothing more!
I think Microsoft should fix this migration compatibility issue or, even better support hooking up to Google contacts as its Mail app does, … otherwise, in my opinion, Outlook will be less and less used …
😦
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Google Calendar
As for events, you can share the Google Calendar even between different accounts. However, those will be static entries and changes in one account will not be reflected in another one. Therefore it is possible to view the Google Calendar from Outlook but every change you can make or new events will not be synchronized … so better not do it!! In fact, the only way to see Google Calendar in Outlook is to use the create in Google Calendar a sharing link that however allows only to read and not to write in that Calendar.
You can see also this article from Microsoft.
From Google Calendar select Settings and sharing (1)
From Google Calendar select Settings and sharing (2)
From Google Calendar select Settings and sharing (2): copy the link to share your Calendar
Outlook: ad the shared Google Calendar (1)
Outlook: ad the shared Google Calendar (2)
Outlook: ad the shared Google Calendar (3)
Outlook: ad the shared Google Calendar (4)
Outlook: ad the shared Google Calendar (5)
You can see events form that Google Calendar BUT your changes or insertions will not be synchronized (1)
You can see events form that Google Calendar BUT your changes or insertions will not be synchronized (2)
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Conclusions
Outlook is a wonderful email/calendar/contact client but if you use also Google services (e.g. Gmail, Google Contacts and Calendar), as you probably do, the integration is very low until now. There is a service provided by Google that allows a good integration but is not free and it is designed especially for companies.
Therefore if you want to have good integration with Google services from a Windows 10 PC/Tablet for free, you can use the browser or, better, you can use the Mail and Calendar apps available in the Microsoft Store. They are Universal apps and they are the same also available in all Windows 10 Mobile devices. Here, after having added the Google account other than the Microsoft one, you can manage both Gmail and Outlook/Live accounts, Mails, Calendars (even Family ones) and Contacts. Going in Setting, you can set for each registered account several parameters (e.fg. how often synchronize, whether to use mail, calendar and contacts or only some of them). For example, you can choose, as I did to use only the Contacts coming from Google account and not also the one available in Outlook/Live and choose a different timing in the synchronization (usually you use one email account as a primary so you need to have only this instantaneously updated).
Both Outlook/Live and Google Calendars available (even Family ones)
Una qualsiasi forma di votazione/sondaggio (anche online) dovrebbe garantire una certa serietà in chi la propone e portare quindi a risultati che mostrino dati reali. Ma è proprio sempre così?
Diciamo non sempre, … per non dire quasi mai! 😦
Qualche settimana fa veniva pubblicizzato, anche attraverso i social, l’iniziativa pubblicitaria di una ditta che avrebbe restaurato gratuitamente l’opera d’arte più votata tra alcune elencate nel loro sito.
Vedendo che tra quelle c’era anche un’opera di Torino, la mia città, ovviamente l’ho votata … ma mi sono subito sorpreso del fatto che non fosse richiesto alcun dato del votante e non fosse neppure stato inserito, per impedire votazioni multiple da parte di un bot, nessun captcha (servizio gratuito che proteggono da spam e azioni malevoli, consentendo di determinare se una richiesta sia legata a un essere umano o da un bot -> per saperne di più). Insomma, si riusciva a votare nuovamente se se si utilizzava un browser differente o si cancellavano i cookies o anche se si navigava in incognito!!
Da tecnico mi è ovviamente venuta la curiosità di indagare maggiormente ed ho notato che i voti relativi all’opera di Bergamo, “la fontana del delfino“, crescevano di un ritmo impressionante e costante (più di 100 voti al secondo!!), ovvio indice della presenza di un meccanismo automatico di votazione da parte di un bot.
Dal momento che anche nei giorni successivi quel meccanismo di votazione fasulla risultava presente (il numero di votazioni per quell’opera ormai superava di più ordini di grandezza i voti di tutti gli altri concorrenti) e non si intravvedeva nessun segnale di intervento da parte dei gestori dell’iniziativa, era doveroso (ed assai agevole) intervenire!!! 😉
I metodi che si potevano utilizzare a questo punto erano molteplici, da semplici comandi tramite finestra di PowerShell, all’uso di sistemi di debug quali ad esempio Chromium Browser Automation o Postman (vedi anche 5 Useful Chrome Extensions for Automating Repetitive Browsing Tasks) … o, andando nel più professionale, l’usare uno dei molteplici sistemi pensati per effettuare test di carico, utilizzando risoorse on premises oppure ancor meglio on cloud (e.g. 7 Essential Cloud-based Load Testing Tools).
Le URL su cui effettuare la GET risultano ovviamente visibili da qualsiasi browser andando nella sua sezione per sviluppatori, dove è possibile visualizzare i messaggi che transitano in rete quando si effettua, ad esempio, una votazione o si richiede il punteggio corrente (e.g. in Chrome o in Edge: More tools -> Developer tools [IT: Altri strumenti -> Strumenti per sviluppatori]).
Loop {
//rimuove i cookie
<$function=removeCookie>
<$attr=.*>
//va sulla pagina del voto
http://www.liberalarte.org/
//Conferma che accetta di memorizzare il cookie del sito
body.CookiePolicyBanner div.CookiePolicy div.CookieContainer div.Confirm A.AcceptPolicy.Btn
//Redirige sulla medesima pagina che salva il cookie
http://www.liberalarte.org/
//Va alla pagina relativa all'evento che si vuole votare
http://www.liberalarte.org/scheda.html?9
//Click sul pulsante di voto
http://www.liberalarte.org/Vote/Save?id=9
//Redirect sulla pagina della classifica
http://www.liberalarte.org/classifica.html
} //fine loop
Le mie sono state ovviamente solo prove tecniche di fattibilità e non hanno modificato sostanzialmente la situazione, già abbondantemente compromessa … come era d’altra parte prevedibile vista la mancanza di meccanismi di identificazione e protezione da votazioni fasulle.
Nonostante la crescita esponenziale delle votazioni effettuate dai bot, che avevano da tempo portato la percentuale dei voti quasi al 100% per due soli candidati, finalmente solo dopo diversi giorni qualcuno lato promotore del sondaggio si accorge di qualcosa! A qualsiasi persona, seppur priva di alcuna competenza tecnica, la situazione anomala sarebbe dovuta saltare agli occhi già da molto tempo …
La pagina per la votazione viene resa quindi inaccessibile per un po’, per poi ricomparire online con qualche minimo meccanismo di protezione, ma non tale da fermare la crescita continua e costante di alcune opere (sempre di qualche votazione al secondo!!) ed in particolare di quella che poi è risultata vincente!!
Ecco quindi i risultati finali di questo sondaggio-pagliacciata: nel giro delle poche settimane del concorso, sono andati al non meritato vincitore più di 400000 voti!! Niente male, tenendo conto che a Bergamo ci sono solo circa 122000 abitanti (probabilmente i più interessati all’opera di restauro)!!
😦
Termino chiedendomi: ha senso proporre un sondaggio, seppur con fini pubblicitari e benefici, che non abbia alcuna protezione da inevitabili interferenze e quindi non sappia fornire un risultato reale o per lo meno realistico? Non penso comunque che quella ditta si sia fatta una buona pubblicità … dimostrando infatti poca professionalità e serietà!
In questo caso si è trattato di un restauro gratuito e qualsiasi fosse poi stato il vincitore poco importa per il recupero di opere d’arte nazionali … ma che dire di altri sondaggi in genere effettuati a scopi propagandistici e politici?
Come sempre le potenzialità di una tecnologia, in questo caso Internet, possono essere utilizzate senza competenze e/o impropriamente per raggiungere scopi che vanno al di là del fine per il quale è stata pensata dai suoi ideatori …
E la Chiesa si rinnova per la nuova società … cantava Giorgio Gaber nell’ormai lontano 1972 e poi nel 1994, aggiornandone il testo. Vi invito ad ascoltare, ad esempio da questo video, quella ironica canzone interpretata proprio dal suo autore: esaminando il suo testo si può notare come, nella sua ironia, presenti diverse osservazioni tutt’ora valide.
Riporto nel seguito solo la sua prima strofa:
“Il mondo ha fretta continua a cambiare chi vuol restare a galla si deve aggiornare. Anche la chiesa che sembra non si muova ogni tanto ci ripensa e ne inventa una nuova …”
Proprio lo scorso week-end mi sono recato nel Duomo di Torino per ascoltare un bellissimo concerto di musica sacra corale cantato dal coro da Camera Sankt Michaelis (Luneburgo, Germania).
Ne ho approfittato per vedere alcune delle opere pregevoli di quella chiesa, dalla cupola del Guarini, recentemente restaurata, alla fedele copia su tavola dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, tanto per citarne due. Quest’ultima, realizzata per volere di re Carlo Alberto e collocata sulla parete interna dell’ingresso principale, per la sua posizione poco visibile e la mancanza di una illuminazione adeguata, rischia addirittura di non essere neppure notata dai molti turisti frettolosi.
Sentire canti celestiali con il riverbero proprio di una chiesa, così come vedere opere d’arte uniche al mondo, ti porta in quello stato di pace e di meditazione che ogni luogo sacro sa regalare a chi sa mettersi in ascolto …
… fino a quando la seguente visione amorfa e disturbante ha interrotto quel mio stato di quasi estasi:
Davanti ad una delle cappelle laterali (la prima a destra), quella dedicata alla Madonna, un display luminoso di un dispositivo elettronico (sorretto da un orrendo supporto probabilmente in finto marmo, su cui è appiccicato un adesivo con l’immagine di una carta di credito) presenta le tre seguenti opzioni:
Offerta candela
Offerta messa
Offerta liberale
Esco allora dal Duomo pensieroso e disgustato. A peggiorare il mio stato d’animo, alzando gli occhi prima di scendere la gradinata del Duomo, come sempre mi si presenta di fronte il cosiddetto Palazzaccio di Torino (cioè L’Ufficio tecnico dei Lavori Pubblici del Comune) a ricordarmi ancor di più come il cattivo gusto delle istituzioni non abbia troppo spesso un limite … 🙄
Talvolta può essere utile recuperare il file .apk per installare su un altro smartphone un’app Android. Generalmente questo non risulta necessario in quanto è sufficiente prenderlo direttamento da uno Store (e.g. Play Store, Aptoide). Tuttavia magari si desidera proprio avere proprio una versione attualmente presente su un altro smartphone e non più disponibile altrove o semplicemente non si desidera autenticarsi nello Store in cui è presente.
Ad esempio, almeno nel contesto del l’App Store di Apple, l’app Kindle di Amazon attualmente presente richiede che il dispositivo Apple sia di una versione piuttosto aggiornata e non risultano più scaricabili versioni precedenti di quell’app, cioè quelle compatibili anche con telefonini vecchi!! Insomma, se uno possiede un iPhone/iPad un po’ datato (seppur funzionante perfettamente) questo spesso non si aggiorna ad una versione compatibile con l’attuale app più aggiornata presente in quello Store!! In quel caso specifico, l’unico modo per poter leggere un libro digitale (acquistato su Amazon) sullo smartphone, usare il Kindle Cloud Reader, compatibile con ogni browser (read.amazon.com nella versione in inglese, ma ci sono anche quelle nazionali, e.g. leggi.amazon.it). Un analogo problema potrebbe esistere anche in un contesto di app Android presenti sul Play Store …
Comunque, qualsiasi siano le motivazioni, per recuperare il programma di installazione apk, da un dispositivo in cui è installato, è sufficiente ricercare nello Store un’app apposita (cerca: apk extractor; estrattore apk). Senza l’uso di un tale programma non risulta infatti possibile trovare agevolmente quei file, ad esempio ricercando con un file manager:
I file .apk relativi ai programmi installati, non si trovano agevolmente semplicemente ricercandoli con un File Manager
Personalmente ho utilizzato l’app APK Extractor presente nel Play Store, ma penso che anche altri facciano egregiamente il loro dovere 😉
Si ricorda ovviamente che, per poi installare quell’apk su un dispositivo (selezionando quel file ed eseguendolo), è necessario abilitare quel device a poter installare app non verificate cioè non scaricate dal Play Store) o abilitare l’app, che si utilizza per gestire i file, ad “installare app sconosciute”.
I bought a new smartphone and, because the old and the new one were both Samsung, I used the Samsung Smart Switch app to easily move everything (e.g. settings, photos and more) to my new phone using the USB connection to speed up this process.
Everything worked fine but then I had problems in connecting my new phone to my PC using the Microsoft Your Phone Companion app. On the PC side, my old smartphone remain configured and I did not find a way to add a new phone and/or, at the very least, substitute the old one with the new.
I found the solution looking to the post How to fix common problems with Your Phone app on Windows 10 related to many possible troubles in using that app. The matter in my case was that some configuration related to the old phone was copied in the new one so, on both PC and smartphone sides, the Your Phone Companion app needed a reset.
On smartphone side, I went in Settings -> Apps and I searched for Your Phone Companion app. I forced stop and I clear both data and cache. Then I restart the smartphone, just in case 😉
On PC side, I went to the Settings -> Phone section, I delete the old phone and then I add the new one, giving all the right the app need to handle it:
I was requested to insert my phone number (in my case it was the same I already set for the old phone so it was already suggested): confirming it I received on my phone an SMS with the link to click in order to connect it to that PC.
After some authorizations, the synchronization was done.
Note: the PC and the smartphone must be connected to the same WiFi or you need to go in the smartphone Settings -> Advanced features -> Windows connection and set the Use data network option (IT: Impostazioni -> Funzioni avanzate -> Collegamento a Windows – Utilizza la rete dati).
Then you can see on your PC the last 25 photos, SMS, notifications, screen mirroring … all in real time: possibly you can save them (unfortunately one by one) on the PC. I hope that in the near future versions of the Your Phone Companion app a more appropriate management of phone data will be introduced (e.g. delete feature, save all new pictures).
I had an old (2009) Olibook P1500 with Windows 7. In the following, I will give some advice to those who want to upgrade it to Windows 10.
In fact, the problem is that Olivetti does not support anymore this PC and even in the old support page you cannot find any driver since Windows 7, so neither the Windows 8 ones that should be more or less more compatible with Windows 10.
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P.S: 29/05/2020 After some months I can add some more information and suggestion. This PC hardware is very old and even with a new SSD, properly install its compatible drivers (especially the audio one) it is working fine even though the performance is not so good. For example, using Zoom for video-conferences, sometimes it has problems and the response to your requests is sometimes too slow. So, you can use it but mainly for browsing the Internet, edit files and listen to music!
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First of all, I want to stress that no Windows 10 driver is provided by Olivetti: in the support page newest ones are related to Windows 7, so not even for Windows 8 (that could be possibly compatible with Windows 10 too)! Therefore it is useless to search for any help from that Olivetti site … that moreover is very, very slow!!!
Note that to find drivers in that support page is not very friendly: you have to go down the page, select in the left menu the item “Driver, Firmware – SW“, then select the product in the combo that will appear on your right:
I tried to install anyway Windows 10 in that Olibook P1500 as it was, that is with its 250 G HD. The installation succeeded, even though some generic drivers were chosen by the O.S.: however, the performance was horrible and it was nearly unusable!!
Then I bought a 500 GB SSD (for less than 90€): I easily changed the HD because, from below, you can access it simply unscrewing four screws. Then performances become more than acceptable!
Be careful: to have the audio work properly, please install the audio driver you can find in the support page (p1500_win7audio.zip), the newest ones related to Windows 7, to be installed in Windows 7 compatibility mode. On the contrary, the audio driver Windows 10 installs by default, does not work properly and the sound is croaking!!
Audio driver to be installed in Windows 7 compatibility mode
If you need the PC manual (e.g. for understanding how to activate Wi-Fi or Bluetooth), you can go here (**).
Note: use Edge to navigate that site because I’ve experienced problems using Chrome even though it is really strange!
Finally, if you have some problem in updating Windows 10 to the newest version, you can see those links:
(ingresso gratuito e rinfresco offerto al termine della performance)
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“POETISTI ANONIMI (12 passi sul filo della vita)“, produzione Cultura e Società, è uno spettacolo teatrale di Paulette Ducrè già andato in scena il 18 Maggio 2019 presso il circolo Soms Deamicis di Torino. Visto il successo di pubblico (e di critica!) oltre ogni previsione, il gruppo teatrale ha cercato di trovare un’occasione per replicarlo … e ci è riuscito!!!
Lo spettacolo è patrocinato dal Comune di Rivoli ed è in collaborazione con sia il Comitato di Quartiere Piazza Repubblica e Dintorni sia il Centro d’Incontro Don Puglisi che lo ospita. … e ci sarà anche un piccolo rinfresco al termine dello spettacolo!!! La sala della replica contiene più di 100 posti a sedere, per cui non ci dovrebbero essere più problemi a trovar posto questa volta! Accorrete numerosi dunque e magari iscrivetevi all’evento su Facebook!! 🙂
I miei approfondimenti sul Parco Michelotti e sul suo passato, compreso lo zoo di Torino, mi hanno portato inevitabilmente a ricercare materiale su Enzo Venturelli, architetto torinese di grande inventiva, che ha realizzato l’edificio che ha ospitato il rettilario.
Nel seguito riporto alcune informazioni trovate su Internet relative alle opere di Enzo Venturelli. In particolare, alcune parti relative al Rettilario dello zoo, sono state qui spostate da un mio precedente post del 2013, estendendone il contenuto.
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Se sei interessato al Parco Michelotti, possono forse interessarti anche i seguenti post:
Su Wikipedia si legge che “Venturelli portò avanti una visione strettamente individuale dell’architettura, che definì negli anni cinquanta del Novecento come Architettura dell’era nucleare o anche Architettura atomica, da lui così definita “perché realizzata in un’era che è dell’atomo”. Sintetizzò poi tali ricerche nel Manifesto dell’architettura nucleare e nell’opera Urbanistica spaziale, dalla quale emerge una visione utopica della pianificazione urbana. I due testi furono elementi importanti del dibattito che all’epoca si sviluppa in Europa sui temi dell’urbanistica e dell’architettura“.
Nel sito dell’architetto Eraldo Como si trova poi il seguente profilo biografico interessante (scaricabile anche come pdf): “a cura di Eraldo Como in “Albo d’onore del Novecento – Architetti di Torino” – CELID 2002 A soli diciassette anni Enzo Venturelli frequenta già lo studio dell’ingegnere Arrigo Tedesco Rocca, lo stesso studio presso il quale lavorò Ottorino Aloisio al suo arrivo a Torino. Dal 1936 al 1940 collabora con diversi professionisti torinesi, tra i quali gli architetti Melis e Demunari. L’avvio della sua autonoma, intensa attività si data all’inizio degli anni Quaranta. Tappe fondamentali sono le realizzazioni del teatro Principe (1945), demolito nel 1994, della sala da ballo Eden (1947-48), della casa-atélier dello scultore Mastroianni (1953-54), dell’acquario-rettilario al giardino zoologico di Torino (1957-60). Nell’arco di vent’anni e prevalentemente attraverso le citate esperienze, Venturelli percorre la propria originalissima concezione del fare architettura. Nel corso del primo decennio, a far capo dall’opera prima – il Teatro Principe – all’interno del filone compositivo razionalista, esaurisce un’esperienza che, pur nel rigore e nella sobrietà, rivela una particolare ricerca di sapore astratto ricca di nuovi ed autonomi elementi formali. La volontà di collocarsi al di fuori dei rigidi schematismi, già presente nelle opere del primo decennio, porta Venturelli a sviluppare una ricerca tesa ad una forma di architettura fortemente individuale, quella che chiamerà “architettura dell’era nucleare” o “architettura atomica”. Con la casa-studio dell’amico scultore Umberto Mastroianni e con l’acquario-rettilario del giardino zoologico Venturelli concretizza i propri concetti spaziali delle dinamiche volumetriche, del gioco plastico e dell’asimmetria dinamica fondati “su una visione artistico-idealistica dell’architettura” che, con superficialità, da alcuni venne definita visionaria e stravagante. Se i primi lavori passano quasi inosservati, con la realizzazione della casa Mastroianni, Venturelli riesce a suscitare l’attenzione e l’interesse di giornali e riviste di tutto il mondo. Mentre in Italia il giudizio critico di Zevi rappresenta quasi una scomunica, all’estero il generale apprezzamento colloca Venturelli tra i maggiori rappresentanti delle nuove correnti in architettura.. I contenuti del Manifesto dell’architettura nucleare e le utopie pianificatorie teorizzate nel libro Urbanistica spaziale costituiscono argomenti di discussione in tutta Europa e producono elementi di analisi e di critica negli ambiti dell’architettura e dell’urbanistica. Purtroppo molta della ricerca di Venturelli non ha potuto concretizzarsi in opere ed è rimasta all’interno dei suoi progetti. Il patrimonio di “architettura disegnata” che ci ha lasciato costituisce comunque una fondamentale testimonianza delle grandi potenzialità della fantasia“.
Interessanti sono anche le considerazioni di Fabrizio Aimar apparse in un suo articolo sulla Architettura atomica e urbanistica spaziale : “L’esterofilia è il peggior provincialismo così commentava Cino Zucchi in un mio recente post a proposito delle ricerche sperimentali in bilico fra omaggio e rilettura critica di alcuni architetti del secolo scorso. Niente di più vero. Specie se, nel cammino, ti accorgi come lo scorrere del tempo dilavi i ricordi dei più e il presente ne dissimuli noncurante la memoria collettiva. Questo è quanto accaduto al brillante architetto torinese Enzo Venturelli, visionario espressionista dell’Italia del dopoguerra. Animato da una grande vivacità culturale verso le arti pittoriche di Spazzapan e scultoree di Mastroianni, elaborò un linguaggio in antitesi al razionalismo del Ventennio ma d ‘avanguardia verso i fenomeni internazionali. Affascinato da Le Corbusier e da Fuller, intravede, nel ferrocemento e nelle superfici bianche del Purismo, i mezzi espressivi per coniare una tettonica nuova ed accattivante. I suoi studi sulla Chiesa Spaziale del 1955 anticiparono la realizzazione del Padiglione Philips del maestro svizzero all’Expo di Bruxelles del 1958 e fecero sobbalzare il grande Bruno Zevi, il quale ebbe difficoltà ad inquadrare la sua piccata Casa-Studio Mastroianni a Torino (1953-55). Fu un susseguirsi di schizzi progettuali di straordinaria freschezza, quali la Chiesa con seminario, la Chiesa dei Vescovi e il sospeso Teatro Tartaruga (tutti risalenti alla metà degli anni ’50). Elaborò teorie rivoluzionarie sulla città contemporanea, stilando un Manifesto dell ‘Architettura dell’Era Nucleare custodita all’interno di una visione urbanistica utopica, fatta di piani per la libera circolazione del traffico e l’evacuazione dello smog. A Parigi, nel 1963, i suoi lavori vennero esposti accanto alle fotografie della Piazza dei Tre Poteri di Brasilia a firma di Niemeyer e suscitarono vasti dibattiti a livello europeo. L’eco dei suoi lavori arrivò anche negli USA, in cui si recò dietro invito nel 1958, e gli venne offerta una cattedra d’insegnamento a Detroit. Venturelli, troppo timido e legato alla sua Torino, rifiutò la carica e diverse commesse estere, riducendosi a Nemo Propheta in Patria. Come troppe volte accade, spesso i maestri li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, accecati da una forma virale di esterofilia ingorda e superficialista. …“
Sono riuscito a trovare pochissimo relativamente sia alla sala da ballo Eden (menzionata solo in questo articolo sulle sale da ballo di un tempo) sia al teatro Principe che è addirittura stato demolito nel 1994.
Sul Teatro Cinema Principe, del 1945, ho trovato solo la seguente immagine della facciata esterna (Fonte: “E. Venturelli architetto”, ed. dell’Orso, Torino, 1999, pag. 51). Era una delle sale distrutte in seguito ad azione bellica ed erette nuovamente aumentandone notevolmente la capienza: il Principe aveva ben 1471 posti (fonte: Breve storia dei cinema torinesi, Paolo Poncino, Giulio Bolaffi Editore). si trovava in via Principi d’Acaja 45, Torino, all’altezza di piazza Benefica.Il teatro Principe divenne poi un cinema, mantenendo lo stesso nome. Nel dopo Statuto, quando la crisi divenne più acuta per diversi cinema, il film a luce rossa costituì un’alternativa alla chiusura, ed anche il cinema Principe fece quella scelta prima di chiudere dopo alcuni anni ed essere poi demolito nel 1994.
Non ho ancora trovato alcuna immagine della sala da ballo Eden che si doveva trovare in piazza Statuto sotto ai portici (angolo via Alberto Nota), a sinistra dando le spalle a corso Francia.
Rimangono invece altre testimonianze di edilizia non particolarmente innovativa:
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– Rettilario dello zoo di Torino –
La costruzione, divenuta il rettilario dello zoo di Torino, è un edificio dalla struttura molto particolare: da decenni versa in condizioni di abbandono e meriterebbe di essere restaurato ed adibito ad un uso socialmente utile, quale ad esempio essere sede di un museo. Era apparso non molto tempo fa un articolo su cittAgorà (marzo 2019) che ipotizzava un progetto di museo della marionetta al parco Michelotti e che prevedeva il progressivo recupero di tutti i fabbricati esistenti dell’ex zoo. Si legge: “Nel rettilario – riportato alla sua dimensione originaria, aggiungendo pareti in legno alla struttura oggi rimasta, secondo tecniche di bio-edilizia – verrebbe realizzato il Museo internazionale della Marionetta, che potrebbe ospitare 3.000 pezzi, diventando il museo di marionette più grande del mondo, con spazi anche per la multimedialità ed esposizioni temporanee“. In quell’articolo si dice anche “Nelle prossime settimane la Giunta comunale dovrebbe presentare in Commissione la proposta di deliberazione con le Linee guida per la riqualificazione del Parco, sviluppate in seguito a un percorso di progettazione partecipata. Il documento sarà poi votato dalla Sala Rossa; seguirà quindi un avviso pubblico per la manifestazione di interesse”. Come sia andata a finire non lo so, ma non mi sembra che nulla di concreto sia stato ancora fatto … 😦
P.S. 2016 – Alcune informazioni erano presenti nel sito del Politecnico relativo all’Architettura del ‘900 in Piemonte, ma non risultano più raggiungibile da Internet: per fortuna tramite i motori di ricerca è ancora possibile accedere ad alcune sue parti tramite alcuni link di condivisione evidentemente creati per accedere a quei contenuti stranamente resi privati (e.g. http://archive.is/bV1CE). Riporto quindi nel seguito anche il contenuto di quelle pagine che merita di essere conservato e reso accessibile a tutti! _______
… Il 29 gennaio 1958 la Società Molinar trasmette all’esame del Sindaco un progetto di massima e le relative spese per la costruzione di un Acquario-Rettilario al parco Michelotti. Molto probabilmente anche gli altri edifici che ospitavano altri animali (e.g. giraffa, ippopotamo) furono progettati dal medesimo architetto, sebbene attualmente non ci sia una testimonianza certa: alcuni di questi edifici, seppur meno rilevanti rispetto al rettilario, meriterebbero comunque di essere ristrutturati per trovare nuovi utilizzi. Il progetto viene affidato all’Arch. Enzo Venturelli . La pianta del complesso ha la forma di una T, il piano dell’Acquario risulta ribassato di circa due metri rispetto al piano esterno del terreno, mentre il piano del Rettilario è rialzato di circa due metri. Il 28 maggio 1960 viene inaugurato l’Acquario-Rettilario. …
La pianta ha forma di T e la superficie coperta è di mq 980. Il piano dell’Acquario risulta ribassato di circa due metri rispetto al piano esterno del terreno, mentre il piano del Rettilario è rialzato di circa due metri. Il fabbricato misura m 22,60 di larghezza e m 49,80 di lunghezza. La fonte principale dell’edificio (rivolta verso l’interno dello Zoo) è alta m 7 e raggiunge, col bordo superiore della pensilina a sbalzo inclinata verso l’alto, m 9,50. Nella facciata vi è una grande vetrata continua, con serramenti di “anticorodal”, delimitata da una incorniciatura rivestita di ghiaia grezza. Superiormente alla vetrata vi è una serie di dentellature con funzione di frangisole che, con la pensilina e la vetrata continua di accesso, formano l’elemento architettonico dominante.
Dall’atrio partono tre rampe di scale, delle quali una, centrale, scende al piano dell’Acquario e due, laterali, salgono al piano del Rettilario. Nel piano Acquario sono disposte dieci grandi vasche e cinque grandi reparti biologici, con la riproduzione degli ambienti naturali terracquei del Mediterraneo, dell’Indonesia e del Congo, ottenuti per mezzo di rocce naturali, terra e trapianto di vegetazione proveniente dai paesi d’origine. I primi due reparti (uno marino e l’altro fluviale equatoriale) sono sistemati, uno per lato, all’ingresso del piano dell’Acquario, seguiti dalle dieci vasche, cinque per lato, metà ad acqua marina e metà ad acqua dolce e da altri due reparti biologici (ancora fluviali-tropicali): il terzo, al fondo della sala è a paesaggio alpestre, per le trote. I reparti biologici hanno dimensioni di circa m 9 * 8 con un’altezza di m 6 dal pelo dell’acqua.
L’apertura di esposizione verso il pubblico è costituita da grandi pareti vetrate dietro alle quali, a distanza di circa 30 cm saranno posti i lastroni di cristallo di 4 cm di spessore per il contenimento dell’acqua. L’acqua è riscaldata con speciali pannelli radianti in acciaio inossidabile opportunamente mascherati; l’aria dell’ambiente è condizionata in base alle temperature dei vari climi. L’illuminazione riproduce la luce solare, l’alba e il crepuscolo. L’acqua marina viene recuperata con la continua filtrazione, mentre quella dolce con un particolare impianto idraulico, è smaltita senza riciclo, data la grande disponibilità d’acqua nello Zoo. Per eliminare l’acqua di condensa sulle grandi vetrate è stato previsto un dispositivo affinchè queste risultino sempre terse e trasparenti. Al piano Rettilario sono disposti dodici reparti dalle dimensioni di m 1,5 * 1,35 e altri quattro di m 2,80 * 1,50, il tutto posto sui due lati. Il pavimento di questi reparti è sopraelevato di m 0,90.
Il riscaldamento per tutte le specie dei paesi caldi è provvisto mediante pannelli radianti collocati sotto il pavimento. Sopra i vari reparti dei Rettili vi è un grande lucernario continuo con comando elettrico delle aperture per il passaggio dei raggi solari durante i periodi estivi. Al centro del piano è disposto un grande reparto adibito a “coccodrillario”, il cui solaio si appoggia lateralmente alle piastrellature e agli architravi degli acquari sottostanti: il sovraccarico raggiunge i 2000 kg/mq dato che la camera è costituita da una vasca per acqua alta 80 cm, e superiore carico di rocce, terra e vegetazione. Oggi l’edificio presenta chiari segni di degrado dovuti all’abbandono e alla nuova funzione di teatro dinamico all’interno di Esperimenta. Sono previsti interventi di recupero e manutenzione da parte del Comune di Torino al fine di crearvi all’interno un teatro.
Veduta aerea
Veduta prospettica
Prospetto anteriore
Casa del custode
Veduta prospettica
Prospetto posteriore
Il degrado del Rettilario…
Sempre da webarchive si riesce arecuperare parte della sezione relativa a quello che era già allora il degrado di questa struttura che era stata il rettilario. Si legge:
L’acquario-rettilario è costituito da un corpo principale, costruito in calcestruzzo armato, e da un’appendice in muratura, aggiunta successivamente. La struttura non presenta complessivamente gravi segni di degrado. L’unica importante frattura è quella riscontrabile tra le due porzioni di edificio, dovuta probabilmente ad una cattiva giunzione tra le parti. Questo provoca una progressiva separazione con conseguente fessurazione dell’apparato murario. Gli interventi, che si sono succeduti nel corso degli anni, hanno lasciato sul rettilario profonde cicatrici: modifiche al paramento murario esterno, inserimento di tubature, stuccature con materiali non idonei si sono addizionate, contribuendo ad un progressivo avanzamento del degrado. Lo scarso interesse, le frequenti variazioni d’uso hanno portato ad interventi successivi, non coordinati da una volontà unica, ma ispirati da motivazioni prevalentemente estetiche ed economiche. Ne è una dimostrazione lo scarso interesse per le vetrate, oggi ricoperte da teli, e la presenza di interventi provvisori. Il calcestruzzo presenta fenomeni di esfoliazione, erosione, scagliatura dovuti all’azione combinata di vento e pioggia, a cui ha contribuito probabilmente una cattiva messa in opera del materiale. L’edificio è interessato da una diffusa alterazione cromatica dovuta prevalentemente al deposito di particelle. In corrispondenza della copertura essa è causata dalla presenza di gronde interne alla muratura e, al di sotto dei davanzali, all’assenza di dilavamento delle superfici. Così come, proprio per l’assenza di dilavamento, è possibile notare, al di sopra dei pilastri aggettanti in corrispondenza della facciata posteriore, la presenza di macchie di umidità. La vicinanza con il fiume contribuisce a creare un ambiente umido, favorevole alla comparsa di manifestazioni biologiche. La presenza di vegetazione inferiore è inoltre sintomo di umidità di risalita. Singolare è la crescita spontanea sul tetto di un arbusto.
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La casa editrice Cromotipia Sormani aveva pubblicato nel 1961 un libretto di 8 pagine dedicato al rettilario dello zoo con mostrato edificio e interno: descrizione del progettista, con planimetrie e 10 foto sia in bianco & nero sia a colori.
Prima della costruzione dell’edificio quel sito era utilizzato come teatro all’aperto. Si legge: “Da teatro a rettilario. L’edificio sito all’interno del parco è costituito da un corpo lineare sviluppato su due livelli, uno seminterrato, caratterizzato da ampie finestre, ha terrazzi e tetti pensili di altezze diverse. Dal 1910 fu un teatro all’aperto che conteneva 1000 posti, con l’avvento dello zoo fu dedicato all’acquario-rettilario“.
Da Politecnico di Torino Dipartimento Casa-Città, Beni culturali ambientali nel Comune di Torino, Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino, Torino 1984: ACQUARIO RETTILARIO (Parco Michelotti)
Edificio a due piani per acquario rettilario allo Zoo. Segnalazione di edificio di interesse documentario, rilevante esempio di architettura per la specifica destinazione, di spiccata connotazione formale e spaziale, singolare testimonianza neoespressionista. Su progetto di Ezio Venturelli del 1959. « L’Architettura – Cronache e Storia », 1961, n. 66. – Tavola: 50
Nell’Archivio di Stato di Torino esiste una sezione apposita che contiene progetti di Enzo Venturelli. Nel seguito uno studio per il teatro La Tartaruga degli anni ’50’ che palesemente dimostra la grande creatività ed originalità di questo architetto torinese: (vedi sezione ArTO Sezione Corte | Archivi di famiglie e persone | Venturelli Enzo). Si tratta ci carteggio, disegni e materiale vario (in tutto 184 pezzi) che attualmente non risulta ancora digitalizzato e quindi non è disponibile sul sito dell’archivio. Questo materiale meriterebbe di essere esposto durante una delle mostre che periodicamente l’archivio organizza e rende visibili gratuitamente, così come è avvenuto recentemente, il 13/10/2019, quando ho potuto fotografare (da un tabellone appeso sul muro di un corridoio) il seguente disegno dell’architetto, relativo ad un suo studio per il teatro La Tartaruga degli anni ’50 e mai realizzato: in fondo al post riporto alcuni dei disegni contenuti nella cartella 4 di quell’archivio, pubblicati in una tesi disponibile online.
Spettacolare è questo disegno a china e inchiostri colorati di Enzo Venturelli, che ritrae il medesimo progetto sotto un’altra prospettiva:
Diversi sono gli studi dell’architetto mentre le realizzazioni concrete di suoi progetti sono davvero poche di cui alcune demolite anche in tempi relativamente recenti. In Wikipedia si legge: “Tra le sue opere principali si possono ricordare il teatro Principe (1945, demolito nel 1994), la sala da ballo Eden (1947-1948), la casa-atélier dello scultore Umberto Mastroianni (1953-1954) e, soprattutto, l’acquario-rettilario del giardino zoologico di Torino (1957-1960)“.
Diverse immagini di studi di Enzo Venturelli si trovano sia su una pagina pinterest dedicata all’architetto sia altrove: mostrano studi davvero particolari e innovativi, tanto più se si pensa a quando sono stati disegnati!
Nel 1999 è uscito un libro dedicato all’architetto torinese Enzo Venturelli (1910-1996), il cui archivio privato – progetti, disegni, modelli, dipinti, lettere e documenti – è conservato presso l’Archivio di Stato di Torino. I saggi di Marco Parenti e Angelo Mistrangelo introducono al lavoro dell’architetto nel quadro dell’ambiente culturale torinese degli anni cinquanta, guidano alla lettura delle sue opere, a partire dai primi studi e la casa studio per Mastroianni, e illustrano il manifesto dell’architettura nucleare e le successive teorie rivoluzionarie di Venturelli.
Ho trovato poi libri di/su Venturelli sulla Urbanistica Spaziale:
______ Enzo venturelli – opere (1945 – 1986) architettura e pittura (Mario Marchiando Pacchiola (1992) – I Quaderni Della Collezione Civica D’arte Pinerolo Q.3):
Indice / Index:
Presentazione
Il sogno della città ideale… – di Mario Marchiando Pacchiola
Enzo Venturelli e il mondo culturale torinese – di Marco Parenti
Linee per una biografia – di Francesco De Caria
L’architetto – di Francesco De Caria
L’architettura nucleare e l’urbanistica spaziale – di Francesco De Caria
La pagina precedente mostra un edificio di edilizia civile in via Altesano angolo corso Cincinnato, la cui facciata è stata recentemente ristrutturata.
Nelle pagine precedenti vengono mostrate alcune opere di architettura funeraria: cappella Bausano (1952), cappella Sabbadini, tomba Sogno-Camandona, complesso monumentale per la famiglia Lurgo.
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– Casa‐Studio Mastroianni –
Di particolare interesse è anche la Casa‐Studio Mastroianni, situata in strada antica di Cavoretto 26, Torino, progetto di Enzo Venturelli del 1954. Diverse immagini di quella casa su pinterest:
Su sito archilovers si legge: “L’edificio è situato lungo la strada antica per Cavoretto e si può osservare nella sua completezza dalla parte opposta della valle sul viale XXV aprile. La collaborazione tra lo scultore Umberto Mastroianni ed Enzo Venturelli era nata alla fine della guerra quando progettando cappelle funerarie Venturelli prevedeva opere bronzee di abbellimento che venivano realizzate dallo scultore.
All’epoca, le sue opere erano ancora figurative ma già maturava l’adesione all’informale e all’astratto con contatti con l’avanguardia torinese; parallelamente Venturelli elaborava il suo concetto di “Architettura Spaziale” precedentemente indicata come “Architettura Nucleare” così chiamata “perché realizzata in un’era che è dell’atomo”. Il connubio tra i due artisti genera la ricerca di un edificio che esprima tali presupposti. Essa è la realizzazione dell’edificio abitativo per l’artista e pure il luogo del suo laboratorio.
I primi studi risalgono al 1950, poi concretizzatisi con il progetto finale del 1953. Non poche furono le difficoltà operative: a) il ristretto lotto su cui realizzare l’opera che successivamente si amplierà con l’acquisto di un secondo appezzamento di terreno di proprietà del cav. Giovanni Ravetto (interessante è leggere il contratto di opzione in cui viene fissato il prezzo di lire “tremiglioni (sic) netti di ogni spesa… e come da promessa lo scultore mastroianni mi deve fare sensa alcuna spesa il BUSTO di mia persona al naturale GRATIS”); b) le complicanze dei permessi comunali e le avversità della Commissione Igienico Edilizia; c) i fondi della committenza diventeranno sempre più esigui obbligando il progettista a rivedere l’intera opera. Il presupposto principale infatti era quello di diversificare la costruzione in due momenti “il caos – origine delle cose” l’abitazione; “la nascita delle cose dal caos primordiale” lo studio, il laboratorio, contestualmente la riproposizione delle asperità esterne anche all’interno dell’edificio.
Per i motivi economici l’opera viene riveduta strutturalmente con l’applicazione successiva delle “esplosioni esterne”. A lavoro ultimato, molte furono le critiche nell’abito locale e nazionale mentre all’estero l’opera venne considerata interessante e dirompente e ora solo negli ultimi anni ha trovato positivi consensi anche nella critica odierna. L’edificio non venne quasi mai usato da Mastroianni trasferitosi per lavoro ed incarichi in Italia centrale pur rimanendo sempre di sua proprietà; successivamente venne conclusa su indicazioni di Venturelli senza che ne fosse il Direttore dei Lavori. Attualmente è di proprietà del dott. Giuseppe Garella.“
Cercando informazioni su Internet riguardo questa costruzione, ho visto che è in vendita e sul sito dell’immobiliare ci sono le seguenti foto che mostrano gli interni davvero particolari. La descrizione: “La Casa Studio dello scultore Umberto Mastroianni, progettata negli anni 50 assieme all’architetto Enzo Venturelli, è situata lungo la strada per Cavoretto ed è una villa dal fascino marcato, accentuato dalle forme geometriche volutamente irregolari che non può lasciare indifferenti. La villa di 330 mq circa gode di una vista eccezionale sulla città e sulla collina e si sviluppa su due livelli. Al piano terreno si trova la zona giorno che ha accesso diretto alla terrazza e al giardino circostante e si compone di una cucina molto ampia e luminosa, una sala da pranzo e alcune camere di servizio. Al primo piano trovano spazio il salone che impressiona subito per dimensione e luminosità ed è impreziosito da un panorama mozzafiato sulla collina, uno studio, tre camere da letto e due bagni. Completa la proprietà una depandance di 45 mq circa, composta da un’area living e un bagno“.
Da Quella strana casa sulla collina di Cavoretto – The Light Canvas si legge: “L’edificio è la Casa Studio dello scultore Umberto Mastroianni, progettata per lui da Enzo Venturelli nel 1953. Figlio di Vincenzo Mastroianni e della seconda moglie Luigia Maria Vincenza Conte, Umberto era zio dell’attore Marcello Mastroianni: infatti suo padre Vincenzo aveva avuto dalla prima moglie – Concetta Conte, sorella della seconda – un figlio di nome Ottone, futuro padre di Marcello“.
“Circa 600 metri dall’inizio di via Sabaudia, al bivio con XXV aprile, prendete per Strada Comunale per Cavoretto. 100 metri e se alzate lo sguardo a destra, potrete ammirare la villa“.
– Tesi Contaminazioni tra arte e architettura (Gianluca Bonini – 2012) –
Le informazioni più approfondite su Enzo Venturelli le ho poi infine trovate sulla interessantissima tesi Contaminazioni tra arte e architettura (2012) dell’ing. Gianluca Bonini che risulta disponibile e scaricabile online dal sito dell’Università di Bologna. Contiene tra l’altro si immagini di opere neppure menzionate in altre biografie sia alcuni dei documenti presenti nell’Archivio di Stato di Torino. Vi invito quindi a scaricare e visionare quella tesi che analizza le opere di diversi architetti a partire dall’inizio ‘900. In particolare la sezione dedicata a Enzo Venturelli è da pag. 166 a pag. 208 … un bel po’ di pagine!!! Riporto nel seguito il testo di quella sezione perchè non vada comunque persa:
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“L’ARCHITETTURA NUCLEARE DI ENZO VENTURELLI
Enzo Venturelli nasce a Torino nel 1910. A 17 anni è già allievo dell’ingegnere Arrigo Tedesco-Rocca, nel cui studio svolge un precoce apprendistato. Dal 1936 Venturelli collabora, tra i vari professionisti, con gli architetti Melis e Demunari, fino alla laurea che consegue nel 1939. I primi lavori, che passano inosservati, mostrano chiaramente le influenze del razionalismo. Lo testimoniano opere quali il cinema-teatro Principe (1945), in Via Principi d’Acaja, demolito poi nel 1994, “nella cui limpida composizione echeggiano geometrie neoplastiche e concrete”, e la sala da ballo Eden (1947-48), “bizzarra commistione di eleganza ed estro eccentrico” (Luisa Perlo, L’architetto nucleare, in “Afterville”, autunno-inverno 2007, pag. 1). Il cinema-teatro Principe, di chiaro impianto razionalista con alcuni riferimenti al neoplasticismo olandese, senza dubbio si colloca fuori dagli schemi dell’architettura di regime ed ai tentativi di modernismo realizzati in città nei primi anni del dopoguerra. La facciata è scandita da aperture orizzontali disegnate in un equilibrato rapporto tra i vuoti ed i pieni. Il contenuto rigoroso della superficie piana, i limitati aggetti delle bocche di lupo, le aperture delle piccole finestre unitamente alla parte inferiore degli ingressi denunciano una ricerca compositiva di sapore astratto risolta con un raffinato equilibrio. È la casa Mastroianni (1953-1954) a determinare l’affermazione di Venturelli. Progettata sulla collina di Cavoretto per lo scultore Umberto Mastroianni e destinata ad ospitarne anche lo studio, la casa si configura come l’opera che esplicita l’inversione linguistica di Venturelli: un complesso plastico-dinamico di ascendenza futurista, riflesso della “visione artistico-idealistica dell’architettura” opposta al dettato modernista e alle “abusate forme scatolate lineari e piatte” dell’edilizia dilagante nel periodo postbellico. Si tratta di un’architettura esplosa, di impronta organica, che si connota per i volumi aggettanti corrispondenti, nelle intenzioni del progettista, a una distribuzione interna più idonea alle esigenze d’uso, pur scontrandosi con le richieste della committenza e l’insufficienza di mezzi. Casa Mastroianni diviene oggetto dell’attenzione da parte degli ambienti internazionali, ma in Italia Bruno Zevi non esita a stroncarla. Dovranno trascorrere quarant’anni prima che Zevi riveda la propria posizione, definendo Casa Mastroianni “opera stravagante, nel senso positivo del termine, di rottura linguistica che cresce con il tempo” Per soddisfare le esigenze fisiche e psicologiche della vita moderna, Venturelli lavora a forme dell’abitare per giungere a formulare un’architettura per l’era nucleare: edifici sopraelevati, traffico veicolare sotto la linea di terra, elicotteri in volo, che danno vita a una città che sembra uscita da un film di science fiction di là da venire. Sono presenti forti analogie, sebbene non formali, con la “città nucleare” del Joe Colombo folgorato dal verbo “atomico” di Baj e Dangelo. La mostra parigina all’Office National Italien du Tourisme, nel 1958, segna l’inizio di un successo che solo la ritrosia e la scelta di restare a Torino mancheranno di alimentare. Venturelli incontra il favore di Michel Ragon, scrittore, critico d’arte e d’architettura, autorevole studioso di utopie urbane, e della stampa più accreditata. Su “Le Monde” André Chastel parla di “un’architettura che risponde ai bisogni del secolo. Questa aspirazione non è nuova”, scrive, “le soluzioni di Venturelli talvolta lo sono”. Contestualmente alla mostra vengono presentati il Manifesto dell’architettura nucleare e gran parte dei progetti eseguiti fin dai primi anni ’50: abitazioni, edifici pubblici, ville, chiese che saranno alla base dell’ampio disegno della cosiddetta urbanistica spaziale, definizione che darà il titolo al volume edito nel 1960. Nel 1952, anno del Manifesto del movimento spaziale per la televisione, Venturelli firma una Stazione radio-televisiva fatta di capsule sferiche simili a bulbi oculari. Nel 1953 viene concepita l’antropomorfa Villa nell’abetaia, i cui ambienti ovoidali richiamano gli spazi uterini della Endless House di Frederick Kiesler. Costruzioni con strutture a ponte, un teatro, un padiglione espositivo, una Chiesa spaziale, passerelle sospese, e poi torri a dischi sovrapposti e nuclei abitativi fondati su modelli cellulari che sembrano prefigurare visioni metaboliste come la Spiral Housing di Kiyonori Kikutake o la Nakagin Tower di Kisho Kurokawa, piani sfalsati per “aggregazioni tridimensionali dove la differenza d’uso dei piani permette una maggiore fruibilità degli spazi” che ritroveremo nell’utopia sociale dell’Habitat di Moshe Safdie. Gli antefatti culturali rimandano alle prefigurazioni urbane di Antonio Sant’Elia e Virgilio Marchi, innestate su una visione apocalittica della città: ammorbata dal traffico, dall’inquinamento, dalla mancanza di spazi idonei alla vita individuale e collettiva, dalla solitudine e dalla nevrosi dei suoi abitanti. All’accezione “romantica la ville tentaculaire”, tanto sostenuta dai futuristi e buona a suo dire per gli “ideali del borghese cittadino”, Venturelli contrappone una città a misura d’uomo, con “modelli urbani e abitativi in cui separazione fra traffico veicolare e pedonale, il rigoroso rispetto dei principi di soleggiamento, l’aria, la luce diventano il tema dominante nella redazione di immaginari piani urbanistici” (A. Magnaghi, M. Monge e L. Re in “Guida all’architettura moderna di Torino”, Designers riuniti Editori, Torino, 1982). La città di Venturelli, che si caratterizza per una marcata tensione utopica e per la fede nella tecnologia propria del periodo, prelude al filone dell’urbanisme spatial. Secondo la definizione utilizzata negli anni ’60 da Michel Ragon. Un filone che annovera figure come l’altro torinese eretico, Paolo Soleri, impegnato a coltivare la sua immaginazione megastrutturale nel deserto dell’Arizona e il franco-ungherese Yona Friedman, che darà dell’urbanisme spatial una definizione legata al concetto di architettura mobile. Marco Parenti, da anni esegeta dell’opera di Venturelli, ritiene che la locuzione urbanistica spaziale “fosse da tempo nell’aria e che Enzo Venturelli possa essere considerato l’antesignano ideatore di questa terminologia” Ragon e Friedman sono i fondatori, nel 1965, con Paul Maymont, Walter Jonas, Nicolas Schöffer e altri, del GIAP (Groupe International d’Architecture Prospective), che annovera tra i suoi membri Jacques Polieri. Scenografo e teorico della scenografia, fondatore con Le Corbusier dei Festivals de l’art d’avantgarde, Polieri firma con Venturelli il progetto di un Teatro di movimento totale, esposto a Parigi nel 1963, concepito come una forma circolare dinamica. Venturelli ha definito se stresso troppo “anzitempo”, definizione che spiegherebbe come mai furono poche le architetture da lui progettate ad essere realizzate. Gli edifici di civile abitazione e le ville in Piemonte e Liguria, stabilimenti e ambientazioni non restituiscono lo slancio creativo dei progetti “non realizzabili”. Fa eccezione l’originale acquario-rettilario dello Zoo di Parco Michelotti; ideato nel 1958 e realizzato nel 1960, è considerato dagli specialisti il lavoro principale di Venturelli, ma in seguito al quale la sua speranza progettuale si affievolisce. Negli anni ’70, anche per ragioni di salute, si dedica alla pittura: lontano da vincoli progettuali, libera visioni di fantascienza pura. Nel 1975 Raffaele De Grada scrive che “mutanti, cavalieri dello spazio, robot nani, colonnelli galattici sembrano esseri immaginati per vivere nella ‘città futura”, quella che lui aveva sognato.
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– L’architettura scultura di Enzo Venturelli –
Nel 1963 Enzo Venturelli partecipa alla mostra Sculptures Architecturales et Architectures Sculpture allestita alla Galerie Anderson-Mayer nell’ambito della Biennale di Parigi e curata da Michel Ragon e Tony Spiteris. All’evento prendono parte trentaquattro artisti tra architetti e scultori, provenienti da dodici Paesi, esponendo opere e progetti il cui significato è ben definito dal motto “Il y a autre chose que le cube et le parallélepipède-rectangle!” (Luisa Perlo, Architetture scultoree, in “Afterville”, autunno-inverno 2007, pag. 1). La mostra intende riunire le più originali declinazioni del rapporto tra linguaggio plastico e architettura di quegli anni, alla base di una nuova tendenza architettonica “organique, vivante”. “Une architecture qui suive un chemin parallèle à l’évolution de la sculpture”, individuando il suo capolavoro nella cappella di Notre-Dame du Haut, realizzata a Ronchamp da Le Corbusier nel decennio precedente, per Ragon “ne remplacera donc pas forcément l’architecture mathématique. Mais elle pourra lui apporter un élément concurrentiel toujour profitable au développement de courants nouevaux”. La lettura del catalogo della mostra (pubblicato per la tappa successiva al Théâtre-Maison de la Culture di Caen) Oscar Niemeyer fa emergere il concetto di un’architettura contraddistinta da una “liberté plastique presque illimitée, qui, au lieu de se plier servillement à des raisons tecniques ou fonctionelles déterminées, constitue, en premier lieu, une invitation à l’imagination, et qui crée une atmosphere d’extase, de rêve et de poesie”. É sempre dalla disamina dei contenuti del catalogo che si apprende come per la Chiesa spaziale, ardita struttura “a ponte” concepita per essere realizzata in cemento armato, Venturelli prevede un rivoluzionario rivestimento in materiale plastico bianco. Oltre a Niemeyer, un capostipite della tendenza in cui Venturelli è annoverato a buon diritto tra gli iniziatori, figurano nella mostra, che concluderà il suo tour al Rotterdamsche Kunstring di Rotterdam, due tra i più illustri fautori della “sintesi delle arti” postbellica. Fondatori nel 1951 del Groupe Espace – cui aderiranno anche i membri del MAC italiano – André Bloc, campione della scultura architettonica, e Nicolas Schöffer, padre dell’arte cibernetica, affiancano alcuni futuri membri del GIAP: lo stesso Schöffer, Paul Maymont, Ionel Schein, Pascal Haussermann e Jacques Polieri, sulle cui concezioni scenografiche si fonda il progetto di Teatro di movimento totale di Venturelli presentato nell’occasione. Molto di più che una buona compagnia, l’autorevole compagine articola una geografia dei rapporti fra l’opera di Venturelli e la cultura artistica e architettonica transalpina – in particolare con il milieu dell’architecture visionnaire di cui parlerà Ragon – ancora tutta da esplorare. Dagli archivi della Biennale di Parigi, si riporta il testo integrale della presentazione della mostra” Sculptures Architecturales et Architectures Sculptures” tenutasi a Parigi nel 1963, a cui partecipò anche Venturelli. (Fonte: http://www.archives.biennaledeparis.org/fr/1963/ann/sculptures-architectures.htm) : Biennale de Paris,1963 Sculptures Architecturales et Architectures Sculptures Dans le cadre de la Biennale de Paris, Michel Ragon et Tony Spiteris organisent, à la Galerie Anderson-Mayer, une exposition de : “Sculptures Architecturales et Architectures Sculptures”, c’est-à-dire de sculptures pouvant servir de point de départ à un architecte pour une architecture organique, vivante. A ces travaux de sculpteurs s’ajouteront des maquettes et photographies d’architectures qui auront été pensées comme des sculptures, telle la chapelle de Ronchamp de Le Corbusier. Le sculpteur pourra ainsi contribuer a rompre la monotonie de trop de bâtiments modernes en inventant des formes lyriques. Les sculpteurs donnent libre cours a leur imagination sans penser a priori au fonctionnel : c’est l’architectecte qui, par la suite, rend la sculpture fonctionnelle. Costas Andréou – André Bloc – Chavignier – Couzyn Shamai Haber – Kosice – Bernard Luginbuhl – Alicia Penalba Carlo Ramous – Nicolas Schôffer – Aline Slesinska – Pierre Szequely – Marino di Teana – Enzo Venturelli. Seront également représentés : Gaudi – Saarinen – Wright. Galerie Anderson-Mayer, 15 rue de l’Echaudé, 75006 Paris Exposition du 19 septembre au 12 octobre 1963. Vernissage le jeudi 19 septembre de 18h00 à 21h00.
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– Le prime opere e la casa studio per Mastroianni –
Dopo un periodo di collaborazione e di apprendistato presso alcuni studi di ingegneria, nel 1940 Enzo Venturelli apre un proprio studio in Torino, progetta e realizza nel 1945 il cinema teatro Principe. Analogo rigore si riscontra nell’allestimento realizzato nel 1946 del negozio Alcedo in Via Santa Teresa angolo Via dei Mercanti, anch’esso demolito, uno dei primi e pochi lavori di architettura degli interni che Enzo Venturelli risolve con attenti studi sulle luci artificiali interne e sulla composizione degli spazi espositivi. Su di un impianto spaziale contenuto, l’architetto imposta i volumi in modo integrato evitando frapposizioni per meglio valorizzare gli ambienti arredati con sobrietà. La villa Ramello del 1950 a Pieve Ligure è un altro esempio di architettura misurata, anche se quest’opera sono presenti i primi germi dei nuovi elementi formali che lo discosteranno dal filone razionalista. Dopo questo periodo Venturelli predispone progetti che abbandonano il filone compositivo razionalista per sviluppare connotazioni diverse tese ad una forma di architettura che poi chiamerà “dell’era nucleare” volendosi collocare al di fuori degli schematismi formali dell’epoca per una protesta “contro l’immobilismo sordamente e rigidamente funzionale e razionale limitato alla sola speculazione privo nella maggioranza dei casi di ogni immaginazione e sentimento dell’arte architettonica” (Enzo Venturelli “Note biografiche”, Torino, 1988, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999). Molto scalpore suscitò appunto la casa per l’amico scultore Umberto Mastroianni costruita tra il 1953 e il 1954, definita da Roberto Gabetti “tipicamente eclettica in senso stilistico” (Roberto Gabetti, “Eclettismo a Torino”, in “Un’avventura internazionale Torino e le arti”, Ed. Charta, Milano, 1993) che farà discutere il mondo culturale torinese e innescherà una lunga polemica tra l’autore e Bruno Zevi, risoltasi poi nel tempo con dichiarazioni epistolari di reciproca stima e simpatia per la coerenza del proprio lavoro (epistolario Bruno Zevi conservato presso l’Archivio di Stato di Torino). Diversa accoglienza avrà assieme ad altri progetti quando verrà presentata a Parigi nel 1958. L’edificio chiarisce in concreto le tesi di Enzo Venturelli sull’ “urbanistica spaziale”, anticipate nel manifesto dell’architettura dell’ “era nucleare”. Il progetto suscitò avversità nell’ambiente professionale dell’epoca, ma fu approvato dalla commissione edilizia i cui esponenti avevano quanto meno larghe vedute. Quando venne ultimato suscitò molte discussioni, ancora oggi non cessate. Tant’è che non viene nemmeno menzionato nelle successive pubblicazioni riguardanti le realizzazioni architettoniche torinesi (7A. Magnaghi, M. Monge, L. Re, op. cit.), a differenza dell’acquario rettilario costruito nel 1962 che ebbe maggior fortuna nella sua divulgazione (Sergio Polano “Guida all’architettura moderna italiana del’900”, Ed. Electa, Milano, 1991). Per problemi soprattutto economici, il committente non accettò che la pianta rispecchiasse l’aspetto asimmetrico e movimentato dell’esterno che Venturelli propose in prima istanza. Nel progetto finale, quindi, la pianta non riserva nessuna sorpresa formale e si presenta cioè alquanto contenuto nella sua elaborazione compositiva, a differenza del pensiero dell’architetto, secondo il quale un’architettura deve essere coerentemente rappresentata in tutte le sue parti. L’esplosione dei volumi vuol essere la rappresentazione del caos che poi però sarà regolamentato con nuove formule dall’uomo in nuovo modo di intendere la composizione volumetrica dell’architettura coerente con il tempo e le ultime novità tecnologiche. I blocchi non sono più assemblati per esigenze distributive, ma sono volumi che stabiliscono un nuovo rapporto tra la possibilità d’uso dello spazio, fuori dai “significati esclusivamente decorativi come lo erano per il passato”19. Un insieme di volumi, quindi, che intersecandosi tra di loro rappresentano un nuovo dinamismo compositivo cancellando “le pedestri masse a cassoni” (Enzo Venturelli, da Annotazioni sulla villa Mastroianni, novembre 1988, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999 ). Tali dinamiche volumetriche sono poi anche riprese con la decorazione delle parti piane delle facciate con disegni che riproducono le asperità delle pareti stesse. Questa convinzione è appunto fondata “su una visione artisticoidealista dell’architettura: a ogni tempo corrisponde uno Zeitgeist, e dunque un tipo di architettura”. Così Venturelli proclama la fine del periodo moderno e la nascita dell’era nucleare, e presenta la sua “espressione d’arte conseguente”. La sua lettura storica dell’attualità era certamente incardinata al tardo idealismo di Benedetto Croce, con il quale Venturelli ha a lungo corrisposto. Alle radici della sua poetica, profonda, istintiva, sta certo la sua amicizia con Mastroianni, con Spazzapan: Venturelli del resto amava considerarsi un artista, accanto ad altri. Se i suoi primi lavori passano abbastanza inosservati, così non può dirsi per la casa Mastroianni, che suscita un fortissimo interesse su giornali e riviste di tutto il mondo (“The Architectural Forum”, “Newsweek”, “lnformes de la Construccion”, ecc.): Mastroianni, che aveva collaborato con Mollino al monumento per la Resistenza al cimitero di Torino, si era rivolto, per avere una casa “sua”, anche e proprio nel gusto d’arte, a Enzo Venturelli, suo coetaneo. Ma se la critica di Zevi poteva valere in Italia quasi come una scomunica, la vivace fama di Venturelli continuava ad alimentarsi in Francia: la mostra a Parigi, il richiamo di Ragon, nel suo “Les cités de l’avenir” del 1964, al volume “Urbanistica spaziale”, il progetto per il teatro di movimento totale, esposto in una mostra collettiva a Parigi e a Coen poi ripreso in alcuni articoli francesi, e infine la partecipazione a un’ultima mostra collettiva, a Parigi di “Sculptures architecturales” (Benedetto Camerana, note a margine dell’articolo di Roberto Gabetti e Aimaro Isola in “Echi fuori d’Italia: architetture a Torino”, in “Un’avventura internazionale Torino e le arti”, op.cit. ). In una relazione all’edificio, Venturelli così scrive: “Nel1953 quando fu progettata la casa studio per lo scultore Mastroianni, dilagava nel mondo un intenso sviluppo edilizio, architettonicamente scheletrico e freddo con l’attenuante del funzionale e razionale, ma che in effetti voleva soprattutto raggiungere un risultato speculativo dimenticando che l’architettura non è solo una funzione di esigenza di vita materiale, ma anche una funzione spirituale. La casa studio dello scultore Mastroianni, fu da me studiata e realizzata in opposizione a questo comodo sistema edilizio dalle abusate forme scatolate lineari e piatte per dimostrare che si potevano raggiungere opere più conseguenti all’architettura del nostro tempo. La disposizione dei locali ha dovuto seguire le esigenze di vita e di lavoro dello scultore in un limitato spazio (il regolamento municipale collinare di Torino non permetteva di costruire più del sesto dell’area del terreno a disposizione) e quindi non si è avuta la possibilità di una disposizione più articolata e funzionale dell’edificio. La costruzione è situata in una zona collinare della Regione Cavoretto di Torino, si accede a mezzo di una scalea pubblica a strada privata carreggiabile. Dalla scalea si raggiunge un piazzalino anteriore alla costruzione a quota del piano terreno. La strada privata porta al piano dello studio dello scultore per l’accesso e l’uscita del materiale statuario. La strada prosegue poi internamente la proprietà con una rampa che porta all’autorimessa ricavata retrostante alla costruzione e alla quota del piano terreno. La costruzione ha due piani: il primo piano terreno e seminterrato nel quale sono disposti i locali di servizio ed una sala di esposizione per lo scultore, al piano primo vi sono i locali di abitazione e lo studio dello scultore stesso. Parte del primo piano è ricavata a sbalzo con un aggetto di mt 4,50, ed è estremamente movimentata da piani variamente inclinati tagliati orizzontalmente dalle finestre rivoltanti al soffitto dello sbalzo mediante un complesso ordinato a masse uniformi. Per equilibrare i movimenti dovuti alla struttura a sbalzo le mensole proseguono come travi attraverso tutta la manica e sono ancorate al muro posteriore. Le travi dello sbalzo del solaio di copertura sono rovesce, pertanto si ha la copertura piana con i risalti delle travi. L’estremità delle mensole dei due solai a sbalzo sono collegate da pilastrini verticali e quindi i due ordini di mensole lavorano solidamente. L’intendimento era di avere una struttura costituita anziché da due solai a sbalzo tradizionali da due solai a vari piani inclinati a sezione mistilinea formanti uno sbalzo monolitico e collegati anteriormente e verticalmente pure da pareti monolitiche sempre formate da vari elementi a piani inclinati in cemento armato. Al disarmo la forma di questi elementi ai piani variamente inclinati di pareti e soffitti si sarebbe così ripetuta all’interno formando così una nuova ed anche suggestiva ambientazione. Per ragioni economiche (tutto l’arredamento avrebbe dovuto essere conseguente) il committente rifiutò tale soluzione e si dovette recedere da questa articolata intenzione strutturale architettonica, eseguendo i due sbalzi indipendenti a struttura tradizionale con l’irrigidimento dei bordi esterni a mezzo di pilastrini” (Enzo Venturelli, “La casa studio dello scultore Mastroianni”, Torino, 1958, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999). Questo progetto sollevò diversi commenti critici a Torino e in tutta Italia, soprattutto per il nuovo modo di concepire lo spazio e il suo impatto sul territorio, ma di diverso contenuto: alcuni non ammettendo che venissero stravolte le più elementari leggi della composizione architettonica, altri non accettavano una visione utopistica dell’architettura non supportata da validi presupposti quanto meno giustificati. Venturelli diventò comunque un architetto di spicco, grazie all’apprezzamento da parte delle correnti moderniste, che considerarono positivamente il progetto. Quarant’anni dopo la sua costruzione, Bruno Zevi ne rivalutò il giudizio con una considerazione assai lusinghiera: “… lei può esultare per il fatto che la casa Mastroianni resta come opera stravagante, nel senso positivo del termine, di rottura linguistica che cresce con il tempo” (da epistolario Bruno Zevi). La mostra di Parigi e il manifesto dell’architettura nucleare Terminati i lavori di casa Mastroianni e presentato, nel 1957, il progetto per l’ingresso al traforo del Monte Bianco e annessi servizi di frontiera, poi non realizzato, Enzo Venturelli termina l’elaborazione del suo manifesto sull’architettura del periodo nucleare. In seguito ai cambiamenti della società dopo il conflitto mondiale, sente l’esigenza di elaborare in modo programmatico un documento frutto dei suoi personale pensieri e concezioni sulle funzioni dell’architettura. “L’architettura moderna con la sua esasperante nudità si è portata ormai all’estremo limite di espressione e saturazione. L’architettura funzionale-razionale ha dato quanto doveva e poteva dare e non potrà trovare altri elementi nuovi salvo che ripetersi, in quanto l’epoca moderna attuale si è ormai storicamente compiuta. […] Così, l’era moderna, iniziatasi dalla Rivoluzione Francese, si esaurisce alle soglie dell’attuale formidabile periodo delle scoperte nucleari. La nostra vita, le nostre forme sociali, cambieranno ancora, useremo altre forme di energia, ed anche l’arte userà un altro linguaggio: così in architettura. […] L’architettura deve per l’avvenire rispondere ad una attenta accurata esigente richiesta anche del tema architettonico esterno, lasciando all’architetto piena libertà di ispirarsi alla sua cultura artistica, senza legami e senza vincoli a tema. […] I nuovi e trasformati elementi architettonici della futura architettura nucleare, realizzeranno una espressione architettonica più elevata, ispirati alla nuova vita sociale fondata su temi preminentemente scientifici, caratteristici della nuova era umana. […] In un prossimo futuro le città dovranno avere “aree aperte intermedie fra i piani” in modo da ottenere la possibilità di esercizi fisici, specialmente per i bambini, attualmente prigionieri urbani. Aree aperte di soggiorno permettere il contatto fra gli esseri umani. […] Anziché il risultato di blocchi chiusi pigiati di alloggi, questo nuovo sistema di costruzione a piani staccati, otterrà il risultato di appartamenti a ville in città. […] Si eviteranno i ristagni d’aria viziata attualmente stagnanti nelle vie urbane e si aprirà maggiormente la visione spaziale. I fabbricati al piano terreno saranno aperti in modo da non intralciare il traffico dei veicoli. Al primo piano vi saranno gli uffici i negozi e il convogliamento del movimento pedonale; i fabbricati al primo piano saranno collegati con passerelle sulle vie, in ogni qual tratto e, dove occorra, saranno disposte scale mobili o fisse di collegamento al piano stradale. viene così finalmente risolto l’immane incongruente e pericoloso traffico congestionato di pedoni e veicoli convogliando gli stessi su due piani. Con il convogliamento del traffico su due piani si arriva ad una logica soluzione evitando ingenti opere e spese per la creazione delle metropolitane sotterranee. […] I vuoti fra i piani saranno in corrispondenza ai pieni dei fabbricati fronteggianti, in modo che i piani d’abitazione avranno sempre vista aperta fra i vuoti dei fabbricati fronteggianti. […] Per ottenere questi scopi è inteso che i regolamenti edilizi dovranno essere ancora modificati, e non più come attualmente limitati ad un insufficiente argine alla speculazione edilizia. […] Il problema dell’edificio urbano è un tema di interesse pubblico che non deve essere liberamente abbandonato nelle mani della speculazione col rischio che anche nell’era nucleare, dove l’uomo sicuramente affronterà anche gli spazi cosmici, si dovrà continuare a rivivere in deprimenti agglomerati di abitazioni.” (Lettera dell’ arch. Enzo Venturelli a proposito del “manifesto dell’architettura atomica”, in “Atti e Rassegna tecnica” n. 4, aprile 1958, Società degli ingegneri e degli architetti, Palazzo Carignano Torino, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 24.) Tale documento, in seguito ad un fraintendimento dell’editorialista che non aveva forse ancora ben inteso la differenza tra esperimenti di tipo atomico e nucleare, fu pubblicato come manifesto della “architettura atomica”. Ciò nonostante, all’interno vi sono tutti gli elementi che successivamente Enzo Venturelli meglio elaborerà nella visione più ampia della città.
“Quasi a gara con quelle grandi correnti funzionaliste che assumono acriticamente ed in modo schematico le idee dei sociologi e degli igienisti del principio del ‘900 trasformandole tout court in norme di comportamento per i progettisti, sulla scia delle ipotesi di Tony Garnier e Le Corbusier, e nella fiducia di una prorompente gestualità plasmatrice di forme e spazi non aliena dalla cultura figurativa torinese di Spazzapan e Mastroianni, Enzo Venturelli, propone modelli urbani ed abitativi in cui separazione tra traffico veicolare e pedonale, il rigoroso rispetto dei principi del soleggiamento, l’aria, la luce diventano il tema dominante nella realizzazione di immaginari piani urbanistici” (A. Magnaghi, M. Monge, L. Re, op. cit.). L’architetto torinese venne poi viene invitato a Parigi nell’aprile del 1958 presso l’Office National Italien de Turism, ad esporre le sue opere. Jerome Mallquist che così presenta i suoi lavori: “Il y a peu de temps que deux conception sont dominé en architecture contemporaine: l’architecture fonctionelle-rationelle et san antihése affermissante que la forme d’un édifice doit se déterminer par sa situation du milieu et naturelle. Les adhérents à la première thèse ont soutenu qu’on doit respecter une rigidité et une nudité presque géométrique et que l’édifice doit révélerses structures sans déguisements. Des autres, en soutenant la deuxième opinion, ont affirmé qu’un édifice devrait sa forme relativement à san manière d’exploiter les caractéristiques du milieu de cette localité. […] Ce pendant peu d’architects se sont dédié à l’étude des exigence de l’ère nouvelle dans laquelle le mond est entré violemment en 1945. À ce point an doit insérer la contribution de l’architecte turinois Enzo Venturelli qui très courageusement formule ce qu’ilappelle le style du “temps nucléaire”. […] La versatilité de cet architecte se développa graduellement démontrant un grand esprit créateur en anxieux développement. […] En 1953, le très connu sculpteur Mastroianni, lui donnait complète liberté pour lui projeter sa maison-atelier sur la colline turinoise. Cette construction fut définie une “explosion” et elle répond à cette definition puis qu’il y a annulés tous les concepts architectoniques précédents, employant des plans et des angles interrompus, chose pas de tout commune. Cette construction produisit en architecture un movement parallèle à celui post-futuriste en peinture. Mettant en relief ces nouvelles formes, il met en relief aussi des autres conceptions: il soutient que dans l’ère nucléaire l’architecture doit se renouveler. Les conditions de la vie d’aujourd’hui, il pense, exigent facilité de mouvement. Notre monde n’est plus statique. Mais comment est-il possible, si les rues rèstent semblables à des vallées bloquées de tous les deux còtés par des édifices, que le traffic réussisse à éviter la congestion dans ces fentes pareilles à des tranchées? Venturelli, en hasardant une solution radicale, propose que le movement urbain soit complètement libre de constructions et un nouveau type d’édifice soit adopté. Ces nouveaux edifices qu’il propose, sauf les pilastres de support, laisseront le sol urbain libre, et il sauront les étages souperiors detaches en manière de laisser des espaces libres pour séjour à l’ouvert et une plus grands liberté. En meme temps rejoinder une plus ample vision de l’espace actuellement fermée par les rideaux à bloc des édifices. On peut ainsi facilement imaginer camme la ville modern serait transformée dans san aspect. Pour obtenir toujours un plus facile libres mouvement des véhicules sur le sol urbain, Venturelli propose aussi que les edifices representatives soient réalisés avec des structures de soutènement à pont. Sur un de ses plans, par exemple, cette idée est évidente dans un théatre à forme d’un grand armadille, dans lequel précisément la structure à pont permet une libre circulation au sol, liberté de movement qu’aujourd’hui est essentielle. Il prévoit aussi un futur avec des édifices qui devront s’éléver détachés du sol. S’éloigner en hauter de la zone des bruits et de l’ai rvicié à cause du trafic, pour rejoindre dans les habitations des visions de l’espace en panoramiques. […] Si toutefois il est un inventeur de plans, d’autre part il présente des affinité avec les innovations architectoniques de Sant’Elia, qui projeta des nouvelles solutions aux problèmes du 1914. Pendant qu’il se différencie des autres pour le fait de s’etre dédié à resoudre des problèmes placé là où c’est urgent et nécessaire une nouvelle adaptation à la vie d’aujourd’hui, problèmes qui sont d’énorme complexité. Camme résultat il nous donne une direction, une parole et une solution si audacieuse et courageuse, de nous induire à la réflexion et à réexaminer nos actuels sentiments. Certaiment cet architecte sera destiné à devenir le précurseur de cette nouvelle architecture” (Jerome Mallquist “Architecture prophétique de Turin”, Parigi, 1958, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 25). La mostra, presentata successivamente a Milano e a Torino nello stesso anno, non suscitò lo stesso interesse e dibattito critico che si ebbe a Parigi. Non poteva che essere la capitale della Francia, città dal valore internazionale nel campo dell’arte e dell’architettura, ad accogliere con interesse l’opera di Venturelli. La mostra ebbe infatti un successo internazionale ed ebbe molte furono le recensioni positive sulle “proposte profetiche” di Enzo Venturelli. Il suo lavoro di architetto-urbanista venne apprezzato per la qualità dissacrante ed innovativa che avrebbe posto le basi per avanguardie degli anni a venire. A differenza di quanto avvenne in Italia, leggendo le varie recensioni, si ha la convinzione che le sue tesi assai inusuali vennero prese seriamente come ipotesi da cui far partire dibattiti per il futuro delle metropoli: … “de ce qu’il nomme l’architecture”nucléaire”; il faut comprendre une architecture répondant aux besoins du siècle. Cette aspiration n’est pas nouvelle; les solutions de Venturelli le son parfois . … Venturelli a raison de rechercher tout ce qui peut stimuler l’imagination des constructeurs … ” (A. Chastel, Le Monde, Parigi, 25.4.1958, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 27). “Certes, nombre de formes raramente rencontrées dans le batiment sont de nature à surprendre un esprit non prévenu, mais les intentions de l’auteur apparaissent vite et on lui sait gré d’avoir un tel culte de l’espace, de la lumière, de l’air et de la ”fonction” (A. Larcher, le Figaro, Parigi 14.4.1958, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 27).
… “But it is quite possible that Mr. Venturelli uses all this futuristic sensationalism basically as a bait to attract the curious who, once they are in the exhibition room, cannot help seeing another side of his work – a very serious, very ingenious and very practical conception of what the future city street may have to be” (9A. Sage, New York Herald Tribune, 4.5.1958, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 27).
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– L’urbanistica spaziale e le utopie sulla pianificazione degli anni ’50-’70 –
Nel 1959 Enzo Venturelli pubblica, per i tipi della F.lli Pozzo editori in Torino, il libro intitolato “Urbanistica spaziale”, dove i contenuti e i concetti e nel Manifesto dell'”architettura nucleare” vengono ampliati, fino ad arrivare ad una visione quasi apocalittica: “l’aria della città è ormai irrespirabile, provoca vittime fra le popolazioni nel modo più insidioso, come causa indiretta di morte … Nella città di oggi vi sono inumane condizioni di esistenza di agglomerati privi di sole e di luce di aria e di zone verdi … Le nostre metropoli, viste dall’alto si presentano come una ulcerazione del suolo terrestre: ulcere create dal microbo umano … il costante senso di oppressione e di malinconia causato dall’ossessivo disordine edilizio mascherato dalla regolarità geometrica, le facciate polverose delle sue case, le file interminabili di finestre oscure, i rari alberi anch’essi polverosi creano deviazioni psicologiche” (E. Venturelli citato da Francesco De Caria. In “Enzo Venturelli Catalogo della mostra i quaderni della collezione civica d’arte”, Pinerolo Q30, 1992, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 31.).
Il nuovo modello urbano che propone dovrà modificare le attuali situazioni proponendo soluzioni che però basano i loro correttivi non già sulle modificazioni sostanziali del modo di vita, ma mediante l’utilizzo di grandi strutture, o sfruttamento delle nuove risorse energetiche. Negli anni successivi all’ultimo conflitto mondiale, forse sotto la spinta di un rinnovato senso di ricostruzione e di cambiamento dopo le brutalità della guerra, forse in seguito all’avvento delle nuove tecnologie, si sono confrontati su questo tema architetti ed urbanisti di tutti i tempi. Molti si cimentarono nel proporre nuovi modelli di città, alcuni rifacendosi alle teorie del futurismo di Sant’Elia (Antonio Sant’Elia “Messaggio sull’architettura”, Milano, 1914 e “Progetto di una città nuova”, Milano, 1915, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 32), altri, sotto la spinta delle teorie le- orbusiane (Le Corbusier ”Ville contemporaine pour troismilions d’habitants”, Parigi, 1922, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 32), volgendo lo sguardo alle idee dell’architettura razionalista. Già Sigfried Geidion aveva ipotizzato, in un suo scritto del 1943 sulla monumentalità dell’architettura, che “gli edifici non fossero più concepiti come unità isolata,ma incorporati in schemi più ampi. Non esistono frontiere fra architettura e urbanistica” (Sigfried Geidion “Architecture, you and me”, Cambridge- Massachussetts, 1956, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 32.). La città quindi non sarebbe più un insieme di singole costruzioni collocate su di un territorio a fare la città, ma un insieme di strutture complesse con vocazioni e funzioni diverse ed integrate. Già intorno alla metà degli anni ’50 su queste ipotesi si sono basate le proposte per la creazione di intere o parti di città, oppure di assembramenti megastrutturali, autonomi quasi città nella città, le cui varie soluzioni visionarie spaziano dai singoli episodi sempre calati in realtà contingenti, o di proposte di città lineari, città regioni, città generali, sino a quella di Mike Mitchell e Dave Boutwell che più tardi, nel 1969 proponevano una città unica che attraversava l’intero nord America ( “Domus”, gennaio 1969, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 32), per giungere alle affascinanti per l’invenzione graficorappresentativa, degli Archigram Group sino alle esperienze dei corsi di Savioli e Ricci presso l’Università di Firenze, negli anni ’70. Le forme espressive di nuovi modelli di città, verso la fine degli anni ’50, più che guardare ad un nuovo impianto urbano, si limitavano a proporre grandi complessi edilizi inseriti nell’esistente tessuto urbano, prendendo a modello le ipotesi di Le Corbusier, nel piano di Algeri, per strutture autonome di Fort l’Empereure. Si osserva che queste prime proposte, diametralmente opposte agli esempi realizzati a Rotterdam per ricostruzione del quartiere Lijnbaan, di Bakema e di Van den Broek, partivano da impianti che si collocavano all’interno di un tessuto già esistente, dimenticandone l’esistenza. Queste prime proposte erano strutture complesse, grandi manufatti poi definiti da Maki “megastrutture.negli anni ’60. Enzo Venturelli, anticipando queste ipotesi, progetta, proprio in coerenza con le sue tesi sull’architettura nucleare, alcuni progetti che ipotizzavano nel loro interno servizi ed attrezzature tali da rendere l’insieme una specie di molecola urbana richiamata poi negli anni ’60 dalle correnti utopistiche dell’urbanistica visionaria. Il grande padiglione per esposizione dalla forma poliesagonale estensibile, con le sue strutture a ponte, chiaro esempio di edificio ampliabile per aggregazioni, o il grande teatro poggiante sulle quattro estremità di elementi intersecantisi a cannocchiale o i vari edifici polifunzionali e quelli per il culto religioso, altro non sono che megastrutture in nuce e che nella città del futuro dovrebbero divenire le strutture per non “congestionare il traffico e di non ingombrare altra superficie di città. Le strutture a ponte limitano notevolmente la superficie di appoggio dell’edificio ed in tal modo conseguono lo scopo […] di un più articolato movimento delle masse” (Enzo Venturelli “L’urbanistica spaziale”, Ed. F.lli. Pozzo Editori, Torino, 1960, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 33). Nello stesso periodo egli progetta, assieme allo scenografo Jacques Polieri, anche il “teatro di movimento totale,” in cui lo spettatore, in una percezione dinamica dello spazio, è coinvolto nella vicenda teatrale dal movimento simultaneo della scena e della stessa platea. Nella convinzione che il dinamismo contribuisca ad una interpretazione della vita più moderna (Michel Ragon “Ou vivrons nous demain?”, Laffont Editeur, Paris, 1963, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 33), si tratta di una sorta di ulteriore concezione delle dimensioni spaziali riproposte poi nelle residenze. Questi modi di interpretare lo spazio abitativo vanno considerati come prime ipotesi per modelli di nuove e vere città. Louis Kahn, già attorno al 1952, propone ipotesi di nuovi complessi che non interagiscono con la struttura urbanistica della città salvo creare inevitabili impatti, se realizzati, per la grande circolazione come quello del tutto autonomo, montato su strutture nervate diagonali da realizzarsi nel centro di Filadelfia, o come pure la nuova Center City anch’essa databile attorno agli anni ’52-’58. Nel 1956 Vladimir Gordeef, ipotizzando che la crescita dell’umanità potesse risolversi con l’acquisizione di ulteriori spazi, concepisce una città da realizzarsi nel deserto del Sahara come proposta per la colonizzazione dei territori irrigabili. Affiancate a queste tendenze di nuovo tipo di colonizzazione che poi sarà più avanti proposto per avveniristiche città satellitari di cui la fantascienza cinematografica e televisiva se ne impossessarono nelle loro fiction, nacquero le proposte giapponesi di città ad espansione metabolica, con il gruppo Metabolism di cui facevano parte Kikutake, Maki, Otaka che proponevano la creazione di modelli urbani del tutto autonomi a grande scala con altrettanta alta qualificazione tecnologica e infrastrutturale, costruite su un supporto rigido a cui si aggrappavano organismi autonomi che potevano via via agganciarsi o disgregarsi senza intaccare la struttura portante. La città si sarebbe espansa in continua trasformazione secondo dinamiche autonome. Kikutake già aveva proposto con il suo progetto Marine City l’espansione di Tokio sulla baia analogamente anche Kenzo Tange era giunto a questa soluzione per risolvere il sovraffollamento che la capitale giapponese subiva, ma mentre la proposta di Tange si affidava ad un complesso studio di reti autostradali diversificate e le aggregazioni erano staccate a seconda delle loro funzioni, le ipotesi del Metabolism partivano dalla variabilità spaziale e funzionale con una forte caratterizzazione dell’organismo metropolitano. Non mancano in quegli anni proposte di città nuove con previsioni di loro totale autonomia. La città “metro-lineare” di Reginald Malcolmson nel 1957 prevedeva un edificio a piastra continua per le comunicazioni e i trasporti a cui si annetteva una struttura a torre intervallate regolarmente, chiaro riferimento alla villa Radieuse di Le Corbusier, ma anche a quelle di Hilbersheimer già insegnante al Bauhaus attorno agli anni ’30. Questo tipo di città, divenendo essa stessa una interminabile autostrada da cui il traffico è il motivo e la giustificazione, nasceva in funzione del nuovo massiccio uso dell’automobile. Enzo Venturelli ebbe un diverso approccio che molto più realisticamente, senza ipotizzare fantasiose città nel deserto o ampliamenti a cellule aggregabili, vede una città che, seppur basandosi su apporti tecnologici avanzati si collochi nell’impianto e nel tessuto delle città esistenti, appare sicuramente più realistica. Contestando le teorie futuriste di Antonio Sant’Elia e partendo da una critica sullo stato attuale della città, egli scrive: “L’immagine romantica della ville tentaculaire che trovò in Antonio Sant’Elia e nei futuristi gli interpreti più ispirati,rientra indubbiamente, con il suo fascino, negli ideali di evasione del borghese cittadino; tanto più pericolosi in quanto spesso fanno sopportare stati di fatto insostenibili e danni incalcolabili in cambio di falsi miraggi di una vita “vissuta intensamente”. Solo l’illusione di eccitarsi e di stordirsi può far accettare il fatto che la città, il luogo dove si lavora e si vive, diventi caotica fiera, inebriandosi del rumore per sfuggire alla propria interiorità, per evitare gli sforzi di rintracciare se stesso per mezzo di quello che Proust chiama il discorso obliquo interiore,nella pace del raccoglimento che solo l’ordine può dare. Soltanto così si può spiegare la supina accettazione di una vita urbana malsana ed assurda, nella quale si lasciano prevalere gli interessi della speculazione, che ben volentieri appaga i sogni di una città tentacolare, soffocando inesorabilmente le esigenze reali della vita collettiva” (Enzo Venturelli “Urbanistica spaziale”, op.cit. pag. 34). In tali teorie egli trova però nel contempo i presupposti per un nuovo modello urbano: “L’ordine di un ritmico movimento, in cui a ogni velocità sia associata una velocità eguale, l’ariosa verde spaziosità delle distanze fra una casa e l’altra, la serena visione di una vitale cui manifestazioni siano smorzate e attutite nell’ordine del reciproco rispetto del diritto di vivere di ognuno; tutto ciò non è un mito irraggiungibile: è quanto un piano regolatore efficiente può realizzare; ma esiste un ostacolo decisivo contro il quale ogni sforzo d’ordine si infrange: il diritto privato di proprietà. Proviamo a esaminare attentamente questo problema cruciale. È ovvio che la città, nella sua espansione non può che estendersi nelle campagne circostanti: ciò vuol dire che, data questa espansione graduale, e poiché la proprietà è frazionata in aree già destinate a sfruttamento agricolo, che viene generalmente a cessare quando esse vengono incluse nel piano regolatore indicante le zone di futuro sviluppo della città, e dato che ogni unità di proprietà passa intera com’è nella sua forma al nuovo proprietario che costruirà su di essa, si perviene all’assurdo che una forma di area valida per la coltivazione agricola resta valida anche per una funzione così diversa qual è una costruzione edilizia. Dapprima si vendono le aree per cui questa trasformazione appare meno disadatta; ma crescendo il valore delle aree poiché il nuovo quartiere vien completandosi, si costruirà anche su quelle inadatte. Inoltre, per quanto adattabili siano gli appezzamenti di terreno agricolo a questa trasformazione di funzione, il groviglio del frazionamento dei terreni non consente che una unica soluzione urbanistica e la peggiore: gli isolati a blocco chiuso con cortili interni. Questo schema comporta il moltiplicarsi all’infinito di vie e di risvolti angolari, costituendo grave intralcio per chi debba percorrere queste vie con automezzi essendo costretto a rallentare a ogni incrocio, e sacrifica inoltre l’esposizione opportuna degli alloggi alla luce solare. Orbene, questo sviluppo edilizio rimarrà sempre eterogeneo rispetto alla funzione del traffico la cui disposizione pianificata cozzerà con la disposizione casuale dei fabbricati, per cui il privato entrerà inevitabilmente in conflitto col Comune, dando origine a liti interminabili con enorme dispendio di tempo e di lavoro, come stanno a dimostrare le numerosissime perizie del giudice, occorrenti per l’apertura di nuove strade dei nuovi ampliamenti cittadini periferici di qualsiasi città. Il Mumford afferma ironicamente che la standardizzazione a scacchiera del tugurio industriale fu il massimo risultato urbanistico dell’Ottocento. Tuttavia, nell’opinione comune corrente, il sistema urbanistico a scacchiera gode di ottima stampa; si parla di regolarità, di ordine e di chiarezza geometrica semplificatrice. In realtà, l’unica semplificazione funzionale che si ottiene è quella riguardante l’interesse della speculazione edilizia, per la quale ogni lotto essendo di forma costante, diviene un’unità come una moneta suscettibile di immediata stima e scambio”. Ciò che più preoccupa Enzo Venturelli, ed è veramente una visione rivoluzionaria nella situazione italiana di quel tempo, è l’ostacolo della proprietà: “Esiste un ostacolo decisivo contro il quale ogni sforzo d’ordine si infrange: il diritto privato di proprietà”. “È noto che un piano regolatore che non si limiti soltanto a una funzione passiva di remora alle pretese egoistiche individuali, elaborato su di un terreno vincolato dalla proprietà privata, resta inefficiente, perché l’interesse privato prevale sempre, per il semplice fatto che, mentre il privato è spinto ad agire da un concreto vantaggio da conseguire, l’autorità comunale non obbedisce che a un dovere di ufficio. Perciò il suo zelo non potrà bilanciare quello della parte avversa. In congressi internazionali per le nuove costruzioni, e in seno a società di Architetti concretamente operanti sul piano urbanistico, si conclude che “la riluttanza a porre sotto controllo lo sfruttamento del suolo urbano ha reso impossibile un’arte urbanistica veramente costruttiva”. […] Si può citare inoltre il rapporto urbanistico inglese town and the land (città e suolo), presentato dal Liberal Land Committee nel 1923 che concludeva: “l’urbanistica di oggi è impotente. È chiaro che arte e scienza urbanistica debbono veramente giungere alla realizzazione”. […] Come palliativo si è pensato alla creazione delle metropolitane. Ma queste non danno il risultato voluto di decongestionamento del traffico, in quanto il traffico pedonale si effettua sempre al livello del suolo urbano dove i cittadini normalmente si riversano, poiché appunto a questo livello sono situati i locali pubblici necessari alla vita quotidiana e dove, d’altra parte, del pari si svolge il traffico dei veicoli. Le metropolitane servono unicamente ad un rapido trasporto dei cittadini da un punto ad un altro della città, riducendo solo in parte il numero dei mezzi di trasporto pubblici al suolo urbano, ma non in modo sufficiente, in quanto gran parte delle vie del centro di metropoli come New York, Parigi, Londra ecc., e altre meno grandi città, sono, nonostante le metropolitane, congestionate da veicoli e pedoni. […]
Si potrebbero citare innumerevoli altre proposte che tentano di risolvere i problemi della città moderna; ma comunque queste soluzioni, come tutti gli schemi delle città ideali, restano soltanto utopie e trovano rare applicazioni, poiché si deve tener conto del fatto che l’uomo solo gradualmente e lentamente rinuncia alle proprie abitudini e alle proprie immediate necessità sociali, in quanto la città così com’è attualmente, rappresenta il suo concetto di vita e nella città si accentra il mondo sociale economico e culturale, appunto perché essa addensa molte funzioni su poca area, consentendo rapidi scambi. […] Anzi, per quanto riguarda i nuovi e futuri quartieri previsti nelle zone in ricostruzione e negli ampliamenti periferici dei centri urbani, dobbiamo constatare sgomenti come gli attuali e ultimi piani regolatori non tengano sufficientemente conto del congestionamento del traffico e dell’addensamento residenziale, insistendo nel disporre questi ampliamenti con il solito schema a scacchiera degli isolati quadrangolari a blocco chiuso, che riduce a ben poca cosa l’area libera del traffico. […] D’altra parte bisogna riconoscere obiettivamente che tutti gli studi del passato e del presente non hanno ancora portato del traffico, “conciliandola con i diritti di proprietà privata urbana”.” Venturelli prevede che si debba superare la disposizione a scacchiera degli isolati che le aree per il traffico vadano ampliate e che i nuovi tipi di localizzazione siano superati. Occorre poi trovare formule che consentano con meno trauma possibile il passaggio di nuove aree dalla proprietà privata al demanio pubblico. “La città futura dovrà essere, oltre che sana e luminosa, alberata non solo orizzontalmente, ma anche verticalmente, igienicamente efficiente per la vita sociale umana. Dovrà dare al pedone la possibilità di muoversi agevolmente e tranquillamente senza apprensioni e tensioni nervose dovute al traffico dei veicoli, e, fattore importante, evitargli il pericolo della respirazione diretta delle polveri e gas di scarico prodotte dal traffico dei veicoli medesimi, e inoltre conferire alla circolazione tranquillità e sicurezza. Dovrà permettere infine una soddisfacente aerazione e assoluzione delle vie mediante una nuova edilizia che sia permeabile all’aria e alla luce: raggiungendo un tale fine, molti mali del secolo troveranno rimedio. […] Per risolvere il conflitto esistente fra le esigenze del traffico e quelle derivanti dalla proprietà privata, il nuovo Piano prevede: a) Spostamento “in altezza delle aree private” mantenendole nella stessa zona. ) “Le aree stesse saranno poste parallelamente, in modo che i futuri edifici siano anch’essi disposti paralleli e orientati secondo il diagramma della luce solare”. L’area del suolo urbano sarà completamente libera anche per tutta l’area sottostante i fabbricati, i quali occuperanno lo spazio necessario ai soli pilastri di sostegno. I piani di questi edifici saranno staccati l’uno dall’altro con terrazze intermedie e fasce a giardini alberati continui a tutti i piani, realizzando in tal modo una nuova edilizia non più chiusa da murature continue. Il traffico pedonale si svolgerà al primo piano e quello dei veicoli al suolo urbano. Per ottenere la liberazione delle aree urbane di proprietà privata che dovranno essere adibite unicamente al traffico e ai servizi pubblici, occorrerà che i Comuni, previo censimento delle aree comprese nelle zone dei futuri ampliamenti urbani periferici, con la stesura di un nuovo Piano Regolatore, stabiliscano che le aree predette adibite a costruzioni urbane si trasformino, da aree di proprietà privata, unicamente in “diritti di costruzione”; diritti da esercitarsi in altezza a partire dal primo piano – o comunque dall’altezza minima di circa metri 5,50 dal piano del suolo – restando fermi i diritti alla cubatura costruibile consentita dagli attuali Regolamenti Edilizi”. Anche Yona Friedman, fondatore del gruppo Geam, senza porsi problemi formali, ma solamente contenutistici, nel 1959 progetta metropoli che crescono come insediamenti tridimensionali su griglie a più piani sorrette da tralicci capaci di realizzare così una città aerea con l’uso del suolo sottostante per la conservazione del verde e degli agglomerati già esistenti (Yona Friedman, “Teoria generale della mobilità”, su Casabella n. 306, Milano, 1966, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 38). Si tratta di strutture da adattarsi progressivamente alla trasformazione della vita contemporanea, per rispondere alla sempre più incessante necessità di spazi per la crescita demografica e migratoria delle città. La sua idea fondamentale “l’urbanism mobile” che si ripresenta puntuale ad ogni sua nuova proposta, si basa essenzialmente sul connubio mobilità e mutazione che, come afferma Reyner Banham, lo pone in un certo senso in una posizione simile ai metabolisti. In altre parole il fruitore potrà sempre scegliere la propria abitazione modificandola nel tempo e collocandola nella struttura portante a suo piacimento che permette così un uso più libero e più democratico della città. Enzo Venturelli, considerando quali elementi di impedimento i problemi della proprietà fondiaria, trova comunque più importante risolvere i problemi dell’espansione con meccanismi meno utopici e cerca di individuare alcuni correttivi di tipo specificatamente sociale. […] Il Piano Regolatore che io propongo, porta in sé “la modifica dell’uso del diritto di proprietà”, rendendosi in tal modo operante. Poiché i fabbricati dovranno essere allineati secondo un tracciato continuo, il Comune trasferirà i “diritti di costruzione dei proprietari, negli spazi in altezza” sui quali il Comune potrà esercitare i “diritti di collettività”. In cambio gli spetterà il terreno che il proprietario deve cedergli per inserirsi nel Piano Regolatore. Ciò vuol dire che quando si acquisterà un terreno, non si potrà più pretendere di costruire proprio su quella medesima area, ma si libererà semplicemente il suolo dai diritti di proprietà privata, restituendo al Comune quei tanti mq oggetto della compravendita effettuata, che a sua volta, il Comune trasformerà in diritti di costruzione in mq. Naturalmente ciò implica la necessità di stabilire, una volta per tutte il valore di questa equazione che fa corrispondere al valore di ogni mq acquistato, un certo numero fisso di metri cubi che saranno utilizzati dal privato come diritti di costruzione. Tale valore non dovrebbe risultare molto diverso da quello attuale, considerando le altezze massime in media consentite presentemente e dato anche che lo spazio perduto dal costruttore a causa dei vuoti fra i piani viene compensato ampiamente dallo spazio dei cortili attualmente male utilizzati. […] I vantaggi di questo piano diventano evidenti, quando si pensi che non si avranno più terreni danneggiati o smembrati per l’apertura delle vie, o comunque sminuiti da imposizioni di minimi di cubatura attualmente in uso e inoltre non si verificherà più la necessità di espropriazioni per pubblica utilità, ma soltanto lo spostamento di diritto per pubblica utilità. […] Queste città lineari, sviluppate in altezza in lunghezza, vengono previste con sfasamenti dei piani così da assumere aggregazioni tridimensionali dove la differenza d’uso dei piani permette una maggior fruibilità agli spazi interni e offre un ipotetico continuum con la città a ville contigue in ogni piano, tuffate nel verde, considerando però i vantaggi dei servizi propri degli edifici a multipiani. […] I vuoti fra i piani permetteranno una compenetrazione dell’atmosfera e delle masse murarie, raggiungendo il fine di migliorare l’aerazione delle vie oltre che offrire più aperte visioni spaziali attraverso gli edifici. Si avrà inoltre lo sfruttamento della luce solare dall’alba al crepuscolo, poiché i vuoti fra i piani permetteranno il passaggio dei raggi solari attraverso gli edifici, escludendo zone d’ombra assoluta, come si riscontra nell’attuale sistema edilizio con fabbricati a blocchi chiusi. I giardini a terrazzo con grandi alberate, costituiranno una fasciatura verde multipla continua nel senso orizzontale e verticale dell’edificio, isolando i fabbricati dal pulviscolo. Inoltre, si otterrà un notevole vantaggio estetico dovuto a una espressione architettonica maggiormente articolata negli edifici non più chiusi nella loro massa a murature continue, le quali nella maggior parte dei casi denunciano e creano monotonia. I cortili, come si trovano nella tradizione sino ad oggi, scompariranno, ma si avranno ugualmente aree cortili, moltiplicate e trasposte in altezza ai vari piani (Enzo Venturelli “Urbanistica spaziale”, op.cit., pag. 39). Lo sviluppo per aggregazioni, continue, modulari è tipico delle ipotesi delle città lineari e di altre tesi utopistiche degli anni successivi, che però rimane ancora legato alla concezione della zonizzazione con una netta separazione tra i ruoli di fruizione. […] “Le zone che saranno destinate ai servizi pubblici: scuole, teatri, municipi, ecc., potranno avere estensioni variabili a seconda delle esigenze della nuova zona e della disposizione del nuovo piano. Il traffico dei veicoli non potrà addentrarsi in questa zona ma solo accedervi perimetralmente. L’accesso sarà limitato agli autoveicoli addetti a particolari servizi. […] Le grandi industrie saranno naturalmente disposte ai confini, o in zone interposte, a seconda dei casi. La sistemazione dei servizi pubblici richiedenti grandi aree, come cimiteri, mattatoi, carceri e campi sportivi, verranno generalmente situati nelle zone ultraperiferiche, nelle quali i costi delle aree non hanno ancora raggiunto valori elevati”. Infine la città futura di Enzo Venturelli, nel suo piano urbanistico, proponendo alcune alternative all’inserimento dei nuovi piani all’interno del vecchio tessuto urbano e ipotizzando l’abbassamento dei piani di scorrimento, l’inserimento di aree attrezzate per infrastrutture pubbliche poste su strutture a ponte, prevede alcune soluzioni per l’eliminazione degli inquinamenti atmosferici e per migliorare le condizioni igieniche degli abitanti. […] “Gli edifici pubblici e rappresentativi che si stanno tuttora costruendo, ingombrano lo spazio urbano per l’intera loro mole, con svantaggi tanto per il traffico quanto per il posteggio veicoli. Anche in questo caso è necessario applicare un sistema edilizio che elimini tali inconvenienti. Le strutture a ponte, limitano notevolmente la superficie di appoggio dell’edificio, e in tal modo conseguono lo scopo voluto, ottenendo anche un più articolato movimento delle masse. Potremo così costruire, anche in zone urbane congestionate dal traffico, palazzi per esposizioni, teatri, chiese, ecc., senza ridurre di molto il prezioso spazio per il traffico”. Al fine di ridimensionare gli errori delle metropoli cresciute per aggregazioni successive con politiche edificatorie lontane dalle vere esigenze del cittadino propone ipotesi di nuovi agglomerati urbani, immensi, ma in scala umana. Tesi tutte basate sulle nuove conoscenze e le innovazioni tecnologiche e sull’improbabile corretto equilibrio uomo-tecnologia, giunto ad una svolta epocale. Da più parti si pensava infatti che lo sviluppo sarebbe stato come le risorse, infinito. Da cui le mega-città, a crescita modulare e del tutto autosufficienti potessero essere la sola ed unica risposta alle carenze del massiccio urbanesimo delle nuove città. Le ipotesi di Enzo Venturelli vanno collocate in questi aneliti di modernizzazione per il raggiungimento di migliori utilizzi degli spazi urbani, resi così più vivibili, senza dimenticare che altri studiosi si lanciavano in assai più fantasiose ipotesi progettuali in cui la tecnologia è l’elemento indispensabile e trainante per nuovi modelli di vita e di città: da Paul Maymont che studia la possibilità di realizzare città a isole galleggianti disposte ad anfiteatro all’interno del quale verrebbe creato un porto con i vari servizi, mentre gli opifici e tutte le attività annesse verrebbero disposte nel sottosuolo marino, oppure città sospese collegate ad autostrade secondo le ipotesi già da altri proposte per non interferire sul suolo sottostante, come la nuova città sotto la Senna, progettata nel ’62 per non interferire sulla superficie urbana soprastante; agli austriaci Domening e Huth che ipotizzano la loro città a sviluppo progressivo su di un sistema strutturale a cui vengono agganciate le vie di collegamento ed i nuclei abitativi si dispongono all’interno dell’intelaiatura portante. Enzo Venturelli porta avanti progetti “per l’eliminazione delle polveri e fumi dell’atmosfera nei centri urbani” e le “innovazioni edilizie negli edifici urbani”, che si basano appunto sull’apporto delle nuove tecnologie, chiamate in causa quasi come fossero fonte ed effetto di uno sviluppo inarrestabile e sempre avanzato. Questi movimenti, grazie a questa fiducia nell’uso degli strumenti tecnologici risolutori che ha spinto ad ipotizzare città visionarie che poi si sono tramutate solo in grandi rappresentazioni grafiche o realizzazioni di meravigliose maquettes, hanno prodotto indubbi elementi di analisi e di critica che se non vi fossero stati non avrebbero fornito spunti alle varie tendenze urbanistiche che in seguito hanno potuto elaborare modelli di utilizzo diverso, più adatto alla vita dell’uomo e del territorio urbano. Tra questi, l’ultimo ed ironico guizzo utopistico degli Archigram che inneggiano ad una città “ludica impossibile”. Le loro proposte progettuali sono, senza alcuna realtà costruttiva, messaggi visivi, nuove rappresentazioni grafiche. In questo contesto storico vanno valutati gli studi di Enzo Venturelli. Egli si è sforzato di produrre soluzioni per un nuovo moderno sviluppo della città. Per il superamento del concetto statico di essa per nuove forme di aggregazioni coordinate secondo schemi ben definiti anche se di impianto ancora razionalista. Nuove forme di architettura del tempo nucleare come egli già aveva definito nei primi degli anni ’50. Le sue previsioni, come si è detto, vicine alle ipotesi di Friedman per l’impianto spaziale e per un’assenza formale specifica, anche se articolate in modo diverso, sono per realizzare una “città spaziale” formulata secondo le esigenze quotidiane, per fornire un modo più vivibile, anche se in un mondo artificiale dove l’uomo riesce ad essere al contatto con la natura. Le grandi terrazze, i giardini sospesi a più livelli le soluzioni diversificate del traffico, il possibile uso conseguente delle vecchie conurbazioni, vanno viste in tale ottica. La definizione di urbanistica spaziale sta proprio qui nel voler concepire gli aggregati urbani come forme a più dimensioni atte a fornire una soluzione che “investivano problemi di urbanistica, di spazio, di aria, luce e viabilità nei centri, ricerche tese al fine di ovviare i molti inconvenienti dell’attuale vita sociale della cultura urbana”. In ultimo, si può affermare che Enzo Venturelli possa essere considerato l’antesignano ideatore della terminologia sopra citata come “urbanistica spaziale”. Infatti già di ritorno da Parigi, nel ’58, modifica il titolo di “architettura nucleare” in “urbanistica spaziale”, proprio per meglio specificare il concetto di coinvolgimento urbano delle sue ipotesi pianificatorie ed architettoniche. Alcuni vogliono che la locuzione “urbanisme spatial” sia frutto dell’inventiva di Michel Ragon. Reyner Banham menzionando appunto Ragon, editorialista de “Architecture d’aujourd’hui”, accoglie la tesi che la locuzione urbanistica spaziale sia del giornalista francese il quale nel suo libro (Michel Ragon “Ou vivrons nous demain?”, op.cit. pag. 42) accomuna sotto tale terminologia, una serie di esponenti di urbanistica d’avanguardia formata da diversi architetti, tra cui molti operanti sul suolo francese. Reyner Banham, con molta cautela ipotizza peraltro l’esistenza di una scuola francese di urbanisti spaziali. Anche se con molta eleganza prende le distanze pur attribuendo alla scuola francese un carattere decisamente più elegante rispetto alle altre correnti megastrutturali, soltanto perché “aggiunge una terza dimensione verticale alle abituali due dimensioni della superficie del foglio dell’urbanista per conseguire una griglia urbanistica tridimensionale che liberi lo schema dal terreno” (ReynerBanham “Le tentazioni dell’architettura”, Ed. Laterza, Bari, 1980, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 4). Altri vogliono invece attribuire la definizione di “urbanisme spatial” a Yona Friedman fors’anche per la sua celebrità. In effetti Friedman nel 1966 rielaborava su ”Architectur Formes Function” sotto il titolo “Urbanisme spatial” le sue teorie, poi anche riprese da alcune riviste italiane, ma precedentemente nel 1965, nell’articolo “Un architecture pour deux milions d’habitant”, apparso su “Le visionnaires de l’architecture” (Bammadur, Friedman, Jonas, Maymont, Ragon, Schöffer, “Les visionnaires de l’architecture”, R. Laffont Editeur, Paris, 1965, in op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 42) con estrema cavalleria dichiarava che “le qualicatife de spatial m’ à été suggeré en 1959 madame Diaman Berge”. Quindi è presumibile che tale locuzione fosse da tempo nell’aria e che Enzo venturelli altro non ha fatto che documentarla e contestualizzarla in maniera scientifica.
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– Alcune altre opere –
L’acquario rettilario, opera del 1960, ha nell’ingresso un chiaro riferimento zoomorfico tanto che la recensione apparsa su”Architettura, cronache e storia” fu titolata: “Moby Dick a Torino”. La rivista di Bruno Zevi, anche in questa occasione, non vuole risparmiarsi nel contestare l’architettura nucleare di Enzo Venturelli, purammettendo “coraggio ed esatta soluzione di molti e non facili problemi tecnici, strutturali e formali”, individuando nell’opera architettonica “unatto violento, anarchico in un mondo stagnante e conformista che suscita sempre una certa simpatia” (Carlo Morgan in “Architettura, cronache e storia” n. 8, anno V, op. cit in “Enzo Venturelli architetto”, ed. Dell’Orso, Torino, 1999, pag. 46). Sergio Polano, sulla “Guida all’architettura italiana del Novecento”, riporta un giudizio più favorevole: tra le poche opere realizzate da Venturelli, il fiabesco edificio del rettilario (attualmente utilizzato per esposizioni temporanee) trascende in un giocoso zoomorfismo – qualcosa tra Moby Dick e la balena di Pinocchio – ascendenze espressionistiche e razionalistiche, confermando l’originalità del percorso del suo autore (Sergio Polano, op.cit.). L’opera venne commissionata, assieme alla “casa delle giraffe” dalla Società Molinar, gestore dello zoo comunale. Seppur senza raggiungere le esplosioni della villa per Mastroianni ma sempre uscendo da schemi formali usuali, essa si pone nel quadro dei lavori di Enzo Venturelli come conseguenza alle precedenti realizzazioni e si impone per il suo formalismo compositivo, le visioni fantastiche degli interni illuminate dalle grandi vetrate dove la bocca dentata della grande balena altro non è che il frangisole. La facciata principale, in cui molti ne hanno individuato un richiamo decisamente zoomorfico, nasce dopo un lungo e approfondito studio sugli acquari presenti nelle varie parti d’Europa e si articola come è prassi nei progetti di Venturelli su di una pianta rigorosamente rettangolare e schematica, molto razionale nella distribuzione di spazi interni. Essi vengono studiati per proporre al visitatore una migliore visione degli organismi subacquei e per permettere una migliore percezione degli ambienti in cui si svolge la vita animale. Al fine di incantare il visitatore facendolo ritrovare come immerso all’interno di un mondo fiabesco, Venturelli progetta un ribassamento del piano dell’acqua rispetto al piano esterno del terreno che facilita la visione più studiata dell’acquario, mentre il rettilario è posto ad un piano relativamente più alto rispetto al piano di campagna, cosicché tra luci che vi giungono dall’alto, luci che provengono dalla facciata principale e la scansione dei piani. Questa caratteristica permette una percezione dei mondi animali senza che vi siano interruzioni di piani per la continuità delle vetrate, così che l’interno dell’edificio appare al visitatore non chiuso sul fondo, ma circondato da varie scenografie acquatiche. Nonostante la committenza privata ma convenzionata e sostenuta finanziariamente dall’ente pubblico non avesse posto vincoli compositivi alla realizzazione, si nota in questo edificio un sofferto abbandono al plasticismo già proposto per la casa Mastroianni. È anche vero però che l’impianto doveva seguire schemi tecnici molto rigidi e gli spazi dello zoo non permettevano grandi libertà. Per tali ragione forse Venturelli focalizzò il suo interesse alla facciata che di fatto divenne l’emblema dello “zoo più piccolo d’Europa”. Il ricorrente tema dello spazio pluridimensionale viene comunque riproposto quando egli è chiamato di nuovo da Mastroianni per progettare la struttura portante del monumento per la resistenza a Cuneo. Enzo Venturelli non si limita ad un supporto statico, ma ne disegna l’impianto quasi a condividere lo spazio nella prorompente multiformità dell’opera, alzando la grande massa scultorea con tralicci metallici ortogonali su cui si appoggia il bronzo e creando un fitto intreccio di aste verticali controventate perpendicolarmente con altre così da integrarsi nella struttura bronzea dell’esplosione scultorea alzandola il più possibile dal suolo senza disturbandone però la plasticità. Il tema del dialogo tra spazio e progetto verrà sviluppato in maniera analoga nel concorso milanese al “monumento ai caduti di tutte le guerre” assieme a Maggi e a PirastuUsai dove, con una specie di esplosione, di irraggiamento da un nucleo verso l’esterno, in cui le aste metalliche sono poste come raggrumo di infiniti raggi d’un sole che oltre ad illuminare, sprigiona la sua energia verso innumerevoli direzioni, quasi a testimonianza dell’immensa potenzialità che il tragico evento umano ha assunto. Venturelli, pur rimanendo sempre ancorato alle sue iniziali idee innovative per una città altamente tecnologica, ma in scala umana, abbandona di fatto attorno alla fine degli anni Sessanta la realizzazione di manufatti che compositivamente si riallacciavano al concetto di espansione spaziale pluridimensionale, e propone nelle nuove realizzazioni, fra cui anche un buon numero di cappelle funerarie, scomposizioni contenute di volumi e simbolismi già visti. Continua inoltre i suoi studi e le sue ricerche utopistiche sprigionato liberamente senza condizionamenti alcuni, sviluppando notevole materiale di architettura disegnata con estro. Da citare la “chiesa spaziale”, complesso altamente plastico che nella sua totalità ricorda alcune opere lecorbusiane e il padiglione ora demolito della Philips di Bruxelles, proprio di Le Corbusier e coevo con l’ideazione di Venturelli. Esso si sviluppa su in una pianta semplice a crociera latina ma slanciata in un incastro di forme nitide e pulite di rilevante plasticità,dove i volumi si equilibrano per poi trovare nel campanile un aggetto verticale di contrapposizione tra la struttura lineare del complesso. La scelta delle grandi vetrate frontali ai lati opposti alla crociera creano una compenetrazione di piani e di volumi e al tempo stesso sviluppano un prevedibile gioco di chiaroscuri che dovrebbero venir contrapposti dagli spacchi laterali che modulano le pareti curve dell’intero involucro. Esiste in tutto questo, percepibile ad una visione dall’alto, una simmetria ben definita, incerta all’ipotetico osservatore posto al piano di campagna.
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– L’ARCHIVIO ARCHITETTO ENZO VENTURELLI presso l’Archivio di Stato di Torino –
Presso l’Archivio di Stato di Torino, per lascito testamentario, è conservato l’archivio degli scritti e dei disegni di Enzo Venturelli. L’inventario è stato redatto nel 2003 sulla base di elenchi già esistenti all’atto del versamento e curati dal geom. Nazario Droghetti, collaboratore dell’architetto. Il corpo del lascito è costituito da 168 buste e 16 cartelle di disegni. Durante la visita di studio presso l’Archivio di Torino si è avuto modo di visionare l’importante mole dei documenti conservati, trovando un materiale ricchissimo di informazioni sull’attività dell’architetto torinese. Nel dettaglio si è analizzata la cartella 4 dei disegni, dedicata integralmente alla casa dello scultore Umberto Mastroianni. Un sentito ringraziamento è dovuto al personale dell’Archivio, che con gentilezza e competenza ha agevolato la verifica del materiale, in particolare alla dottoressa Gattullo curatrice dell’opera di archiviazione del fondo Venturelli.”
Di seguito vengono riportate alcune delle fotografie dei disegni contenuti nella cartella 4 dell’Archivio di Stato di Torino: per le restanti fare riferimento alla tesi dove sono riportate tutte.
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Riporto nel seguito il profilo biografico a cura di Eraldo Como che ho trovato su Internet:
ENZO VENTURELLI Torino 14.09.1910 – Torino 26.06.1996 Laurea: Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino, 1939 Iscrizione all’Albo: 1943
A soli 17 anni Enzo Venturelli frequenta già lo studio dell’ingegnere Arrigo Tedesco- Rocca, lo stesso studio presso il quale lavorò Ottorino Aloisio al suo arrivo a Torino. Dal 1936 al 1940 collabora con diversi professionisti torinesi, tra i quali gli architetti Melis e Demunari. L’avvio della sua autonoma intensa attività si data all’inizio degli anni Quaranta. Tappe fondamentali sono le realizzazioni del teatro Principe (1945), demolito nel 1994, della sala da ballo Eden (1947-48), della casa atélier dello scultore Mastroianni (1953-54), dell’acquario-rettilario al giardino zoologico di Torino (1957-60). Nell’arco di vent’anni e prevalentemente attraverso le citate esperienze, Venturelli percorre la propria originalissima concezione del fare architettura. Nel corso del primo decennio, a far capo dall’opera prima – il teatro Principe – all’interno del filone compositivo razionalista, esaurisce un’esperienza che, pur nel rigore e nella sobrietà, rivela una particolare ricerca di sapore astratto ricca di nuovi ed autonomi elementi formali. La volontà di collocarsi al di fuori dei rigidi schematismi, già presente nelle opere del primo decennio, portano Venturelli a sviluppare una ricerca tesa ad una forma di architettura fortemente individuale, quella che chiamerà “architettura dell’era nucleare” o “architettura atomica”. Con la casa-studio dell’amico scultore Umberto Mastroianni e con l’acquario-rettilario del giardino zoologico Venturelli concretizza i propri concetti spaziali delle dinamiche volumetriche, del gioco plastico e dell’asimmetria dinamica fondati “su una visione artistico-idealista dell’architettura” che, con superficialità, da alcuni venne definita visionaria e stravagante. Se i primi lavori passano quasi inosservati, con la realizzazione della casa Mastroianni, Venturelli riesce a suscitare l’attenzione e l’interesse di giornali e riviste di tutto il mondo. Mentre in Italia il giudizio critico di Zevi rappresenta quasi una scomunica, all’estero il generale apprezzamento colloca Venturelli tra i maggiori rappresentanti delle nuove correnti in architettura. I contenuti del “Manifesto dell’architettura nucleare” e le utopie pianificatorie teorizzate nel libro “Urbanistica spaziale” costituiscono argomenti di discussione in tutta Europa e producono elementi di analisi e di critica negli ambiti dell’architettura e dell’urbanistica. Purtroppo molta della ricerca di Venturelli non ha potuto concretizzarsi in opere ed è rimasta all’interno dei suoi progetti. Il patrimonio di “architettura disegnata” che ci ha lasciato costituisce comunque una fondamentale testimonianza delle grandi potenzialità della fantasia.
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Due ultime considerazioni finali.
Fa un po’ dispiacere che il sito http://www.venturelli.it che solo qualche anno fa riportava informazioni sull’architetto, ora contiene pubblicità e il dominio viene venduto dal titolare a caro prezzo 😦
Il sito http://www.venturelli.it che solo qualche anno fa riportava informazioni sull’architetto, ora contiene pubblicità e il dominio viene venduto dal titolare a caro prezzo!
Per finire poi una cosa che personalmente ho trovato strana. Cercando su Internet non sono riuscito a reperire nemmeno una foto che con certezza ritragga l’architetto Enzo Venturelli! Nell’epoca della digitalizzazione di tutto, questo è perlomeno singolare per un personaggio così rilevante della nostra storia dell’architettura. L’unica immagine che ho trovato è la seguente ma non è certo che si tratti proprio di lui: ovviamante se chi legge ha informazioni anche a tale proposito, può commentare o scrivermi via email 🙂
Some years ago in a post related to useful free tools and among them I listed the Windows USB/DVD Download Tool. It allows to extract an ISO on a USB pen (greater than 4GB), avoiding to waste a DVD when you have to instal a new program or a O.S. . Moreover now PCs have no built-in DVD player so the USB pen option become really a must! That tool is quite old and refers to Windows 7 and so it requires the Microsoft .NET Framework 2.0 that is not available in WIndows 10 by default, so you could have to install it from here (choosing the version you need, possibly NetFx20SP2_x64.exe if your PC is an Intel one) as stated in this instruction.
Luckily there are now other possibilities, even though that tool can still be used after having installed the required old framework. In particular I used Rufus, a reliable USB formatting utility that is available for free from a GIT project. You can find a useful translation in italian of the instructions in this site.
Its use is anyway very simple. After choosing the USB key device, if you want to install an ISO image, you have just to select that option in the boot selection. The only possible trap is that one combo-box (step 1) is also a button so, after selecting the SELECT option, you have to click on it to have the popup windows open so you can select the proper ISO file (step 2).
After clicking START button, you are warned that all data on that USB device will be destroyed:
It may happen, if the PC where you want to install the program is quite old, that a message like the following will appear when you try to install the program (e.g. Windows 10):
In this case, you have to follow the instructions and recreate the boot drive using the following settings:
It may happen that for any reason no user on a PC have anymore administrator rights. It could be because of an incorrect procedure in changing user rights … as it happened to me! 😦
Usually as soon as I have a new Windows PC, I create an admin_local user with administrator rights while I delete those rights for the default user I have logging with my Microsoft account, the default one that I usually will use to access the PC. This procedure makes the PC safer from virus/malware attack, because if something new wants to be installed when you are logged with your account with only user rights, a popup will appear asking for logging with a user with administration rights.
It happened to me to create an admin_local user and, after adding the admin role in the rules list, I misses to click on Apply or OK button before going to my Microsoft user and take it away from Administrators!! So I stayed with two users that have only Users rights!! … and so no new program could be installed 😦
Now I learned that before deleting the administrator rights to your current microsoft user it is anyway better to login with the new created user with the administrator rights so you are sure that it has got those rights in order to do that!!
Note that in the Computer Management window it is available the Local Users and Groups section only if the O.S. is Windows 10 Pro (there is not in the Home edition)
Add Administrator rights to a user (1)
Add Administrator rights to a user (2)
Note that there is always a embedded built-in administrator user BUT, for security reasons, it is not active by default so it is not listed among possible users when you are asked to login. Therefore, it is anyway convenient to let the built-in administrator user be available and there are several ways to do it using a user with administrator rights: the easiest one is to open Windows PowerShell (Admin) and then run:
net user Administrator /active:yes
and then:
net user Administrator <Password>
substituting in the command <Password> with the actual password you want to use to sign in to the built-in Administrator account with)to set his password. Note: if your Windows uses a different language than English, then you would need to substitute Administrator in the command below with the translation for your language instead.
You can even set the password for that user directly using:
net user Administrator <Password> /active:yes
Anyway I searched for a solution in Internet and I found the following interesting video, that seemed to tech me what I wanted to do (I had already set a proper password to the built-in Administrator user even though I still didn’t activate it): How to unlock the built in Administrator with any account on Windows 10. The instructions are clear and deals with a change, running regedit from a command prompt of some bit in the configuration of the HKEY_LOCAL_MACHINE of the current Windows 10 installation. To do that you have to have a USB Windows 10 installation and run it pressing shift hardware key while choosing the reboot option from the Start menu. However, when I tried to navigate on the C: disk, where Windows 10 was installed, I received this alert: “The drive where Windows is installed is locked“. I found on Internet several suggestions how to unlock it but I did not want to proceed with my new Surface before calling Microsoft support on that product. So I called the italian Microsoft Surface Support call center (+39 0238591444) and I asked for help. They suggest me to reinstall the image of my Surface so doing a full recovery. Even if in this way I had to reinstall all, being that Surface new, it was quite easy for me to save the few data I had!!
In the following, the instructions (in italian) they sent me:
1) Scaricare un file immagine di ripristino: Accedi al link : https://support.microsoft.com/it-it/surfacerecoveryimage Scegli il modello del Surface e inserisci il numero seriale del tuo dispositivo(Il numero seriale è un codice di 12 cifre che può essere trovato sotto il computer, vicino al logo Microsoft.
Se possiede un Surface Pro o un Surface Go si troverà sotto l’aletta che utilizzi per appoggiarlo)
2) Formattare l’unità USB: Inserire la chiavetta USB Computer/Questo PC -> Tasto destro sull’unità USB -> Formatta -> Assicurati che sia impostata su FAT32 e che sia selezionata “Formattazione rapida” -> Avanti.
3) Copiare i file nella chiavetta formattata: Il file che hai scaricato è un file compresso. Quindi bisogna aprire il file.zip contenente l’immagine di ripristino > Seleziona tutti i file > Trascinali nell’unità USB.
4) Crea e usa l’immagine di ripristino: “Come ripristinare il tuo Surface alle condizioni di fabbrica usando un’immagine di ripristino precedentemente scaricata”.
1. Assicurati che il tuo Surface sia spento e collegato all’alimentatore.
2. Entra nella schermata UEFI premendo il tasto volume più e cliccare una volta il tasto di accensione sempre tenendo premuto il tasto volume più.
Il dispositivo dovrebbe mostrare il logo Surface e dovresti vedere dei puntini rotanti di caricamento. Dopo il logo Surface, il dispositivo dovrebbe entrare in UEFI.
3. Boot configuration -> Trascina l’unità USB all’inizio della lista -> Inserisci l’unità USB nel tuo Surface -> Exit -> Clicca Riavvia.
4. Quando richiesto, seleziona la lingua e il layout della tastiera che preferisci.
5. Seleziona “Troubleshoot”, e poi seleziona “Ripristina da un’unità”. Se richiesta una chiave di ripristino, seleziona “Salta questa opzione” in basso allo schermo.
Nota: Assicurati di selezionare l’opzione “Troubleshoot” sullo schermo. Non selezionare l’opzione “Usa un dispositivo”. Se selezioni l’opzione “Usa un dispositivo”, il tuo Surface ripartirà dall’unità di ripristino USB ed il processo di ripristino comincerà di nuovo.
6. Seleziona l’opzione “Pulisci completamente l’unità”.
7. Seleziona Ripristina – Il Surface si riavvierà e mostrerà il logo Surface mentre completerà il processo di ripristino. Questa operazione può richiedere diversi minuti
Nota: Surface Pro 4, Surface Book e i modelli più recenti mostrano la schermata Surface UEFI come una schermata bianca con diverse opzioni sul lato sinistro. I dispositivi meno recenti (Surface Pro 3, Surface 3 e precedenti) mostrano la schermata American Megatrends UEFI come una schermata nera e solo con alcune opzioni.
Questo è sicuramente il post più corto di questo blog, ma come non festeggiare di avere ricevuto la seguente notifica da WordPress?
Mi è giunta inaspettata e, anche per questo, assai gradita: non avevo mai realizzato di avere pubblicato cosi tanti post! Ridendo e scherzando sono arrivato a quota 500, … ben 5 volte la ben conosciuta (per altri motivi) “quota 100”!!
Mi sembra ieri quando, non ricevendo alcuna risposta ad una mia missiva inviata al Sindaco di Torino, prima come raccomandata e poi provandoci (sempre inutilmente) tramite email certificata, avevo deciso di pubblicarla almeno su Internet, semmai questo renderla pubblica avesse potuto servire comunque a qualcosa! Così è nato questo blog il 25/11/2011 con Lettera aperta al Sindaco di Torino. Sono susseguiti post di varia tipologia, alcuni tecnici, non solo di programmazione ma soprattutto di test e prove da me compiute. Come era nelle mie intenzioni iniziali, sono nati post sulla mia città, Torino, altri artistici, di ricerca su un argomento di mio interesse, altri ancora di denuncia …
… i più penso siano stati mirati ad agevolare chi dopo di me avesse dovuto/voluto risolvere un problema, fornendogli la mia personale esperienza e sperando potesse servirgli a qualcosa. Internet, nella sua più nobile declinazione, dovrebbe servire proprio a questo, condividere esperienze per fornire possibili soluzioni a problemi che generalmente più persone si troveranno di fronte. Spesso io stesso ho trovato una risposta sul Web ed era giusto che anch’io contribuissi. Se poi ci sono aspetti di una città o di una società che ti piacciono o che non ti piacciono, quale modo migliore per condividere la tua personale opinione se non Internet, con il suo immenso potenziale potere di ascolto?
In questi anni ho ricevuto diversi commenti di apprezzamento ed email inviate personalmente da alcuni navigatori del blog e ciò, ovviamente, mi ha fatto molto piacere e mi ha in qualche modo stimolato a proseguire nel mio intento. Scrivere e pubblicare un post è poi anche diventato per me una forma sia di sfogo, in alcuni momenti bui e di sconforto, sia di stimolo per nuovi interessi. La memoria poi non è più quella di una volta e talvolta mi capita di dover io stesso rivedere un mio vecchio post per risolvere nuovamente un medesimo problema.🙄
Di natura sono portato a condividere ciò che ho imparato e talvolta mi sono stupito nel vedere come invece alcuni amici o colleghi, avendo “scoperto” come ovviare ad una problematica comune, non sentissero la quasi necessità di diffonderla tra i più, parlandone magari nei corridoi o alla macchinetta del caffè. Talvolta ho cercato di essere anche una loro voce di diffusione in azienda … anche se ciò non sempre è stato apprezzato ed ho quindi dovuto oscurare diversi post 🤔
Il numero di accessi al blog è cresciuto negli anni e, con mia meraviglia, alcuni post in particolare, sebbene siano assai datati, continuano ad essere letti da decine di persone ogni giorno!
Così come in una casa, gli oggetti si possono nascondere ma non si perdono, cosi su Internet i post e le informazioni in quelli contenute continuano a risultare disponibili nel tempo, ormai indicizzati per sempre dai motori di ricerca! … ed anche per questo cerco di tenerli aggiornati quando ho nuove informazioni.
Proprio in questi giorni poi ho ricevuto persino un invito da parte di una trasmissione radiofonica Live Social in onda su Radio Veronica One e prossimamente mi intervisteranno relativamente a questo blog!! 🙂
Già in un post all’inizio di quest’anno avevo evidenziato come Street View di Google possa essere utilizzato per agevolmente vedere come un territorio si sia modificato negli ultimi anni (e magari come si presenta nelle diverse stagioni). In quella occasione, mi ero soffermato sulle immagini del cosiddetto Trincerone, tra via Sempione e via Gottardo che mostravano il bosco urbano ivi presente, per tutta la sua lunghezza di diversi chilometri, ora scomparso dopo un’operazione di immotivato abbattimento di centinaia di alberi decennali. Spesso rivedere come si è trasformato un territorio negli anni può consentirci di valutare, a posteriori, quanto illuminate fossero state certe scelte. Anche quelle immagini registrate da Google lungo il Trincerone rimarranno ad eterno ricordo di com’era quel territorio ed il prossimo passaggio della macchina di Google penso evidenzierà nel tempo lo scempio compiuto, motivato ufficialmente da un’operazione di pulizia dall’immondizia, sicuramente dovuta ma che nulla aveva a che fare con l’abbattimento di alberi.
In questo post mi soffermerò invece su un altro territorio, in via Massari, precisamente nel tratto tra via Vaninetti e via De Marchi, sicuramente più limitato geograficamente ma che comunque ha subito, in poco più di un decennio, radicali cambiamenti: giudicate voi se in meglio o in peggio.
Purtroppo le riprese di Google non vanno più in là del 2008 per cui rimane solo il ricordo nella mente di chi, come me, percorre da decenni in bicicletta quel tratto di strada per giungere al lavoro. Precedentemente a quanto mostrato dalle foto seguenti, cioè prima della costruzione dell’edificio dell’Agenzia delle Entrate, c’erano molteplici orti abusivi che, secondo me, non disturbavano la vista nel loro aspetto bohemian e sicuramente risultavano di utilità per chi aveva piantato alberi da frutto e coltivava varietà di verdure, pur affidandosi principalmente a pochi attrezzi da giardinaggio e alla disponibilità di sufficiente acqua piovana! Poi un giorno le ruspe hanno raso al suolo tutto quel territorio, “ripulendolo” non solo dalle barriere di recinzione (quasi sempre ricavate da prodotti di scarto e quindi non certo belle … seppur spesso accettabili in quel contesto di favelas), ma anche da alberi da frutto e quant’altro. Ciò che era rimasto, anche se ripreso dopo anni da quel lavoro di “pulizia”, appare nelle più vecchie registrazioni di Street View che risalgono al 2008. Nel seguito mostro le immagini da tre punti di osservazione (via De Marchi; via Massari, angolo via De Marchi;via Massari, angolo via Vaninetti) limitandomi a riportare solo quelle del 2008, 2011 (nel primo caso sia ad aprile sia a settembre) e 2018 in quanto penso diano sufficientemente idea del cambiamento, sebbene ce ne siano anche disponibili online altre per date intermedie.
Sicuramente le strutture sportive hanno indubbiamente una loro funzione anche sociale, ma non si può non notare con dispiacere come le pareti metalliche escludano alla vista non solo il campo di gioco, ma anche tutto il paesaggio circostante, comprese le montagne all’orizzonte. Viene da chiedersi: per la tipologia di partite giocate, era proprio necessario avere quelle pareti per impedire completamente la visuale? Personalmente non mi sembrano così utilizzati, tanto meno per partite “importanti”, … ma forse sono io che passo sempre di lì in orari non idonei! Comunque solo poche settimane fa proprio in quel tratto di via Massari si era creato un piccolo torrente da una tracimazione della bealera Putea: proveniente da un lato di uno dei campi, si riversava nella via, allargandola in parte per poi riversarsi in un tombino un centinaio di metri distante. L’evento è durato almeno quattro giorni (avendo io stesso notato e segnalato l’accaduto il giovedì 19/8/2019 con prosecuzione fino al lunedì 2/9/2019 compreso) senza che, almeno apparentemente, nessuno si preoccupasse di molto! Mi sembra un segnale di mancanza di un adeguato controllo su quei campi anche durante un week-end estivo.
Tracimazione della bealera Putea
Comunque il problema più sostanziale non è relativo alla copertura del panorama o alla mancanza di un adeguato controllo su quelle strutture, ma ben altro: infatti, la zona limitrofa ai campi è diventata da tempo un punto di discarica illegale e l’immondizia ivi presente cresce di mese in mese, oramai parzialmente coperta dalla vegetazione che negli anni ha ripreso quel territorio non edificato, lasciato abbandonato ed inutilizzato da più di un decennio.
Per me che passo ogni giorno in bici per andare al lavoro e vedo il progressivo degrado, fa molto specie che sia le forze dell’ordine sia i servizi di smaltimento rifiuti facciano finta di nulla e nessuno intervenga. Proprio stamattina ho incrociato (come spesso avviene, avendo la loro base proprio a poche centinaia di metri) un furgone della Cooperativa Arcobaleno che si occupa anche di recuperare materiali ingombranti: va bene che abbiano il mandato di prendere immondizie diverse, ma possibile che nemmeno loro, che lavorano nel settore, non possano segnalare alle autorità competenti la presenza di quella notevole quantità di rifiuti illegalmente scaricati ed in continua crescita?
Comunque l’intervento dovrebbe essere, a mio parere, non solo di risanamento di quel territorio, eliminando le immondizie accumulatesi in questi ultimi dieci anni, ma anche di riqualificazione, trovandone un utilizzo socialmente utile. Un qualsiasi territorio abbandonato è per natura stessa destinato al degrado e all’attacco di quella parte di popolazione irrispettosa di un bene comune: spesso immondizia richiama immondizia, perché anche degli insospettabili sono portati ad unirsi a quei vandali, mettendosi l’anima in pace perchè “tanto anche altri lo fanno“. Se viene invece utilizzato, un minimo di controllo risulta automatico. Ripensando al passato, si potrebbe, ad esempio, pensare di predisporre aree di coltivazione, questa volta legali ed attrezzate, ad esempio affittate direttamente dal Comune a residenti che le richiedano. La crescita di orti urbani è in continua crescita anche a Torino grazie ad iniziative sia pubbliche (e.g. nel parco Colletta nella zona dove un tempo c’era un campo nomadi; Orti Dora) sia private (e.g. Lidl di via Bologna (*); Bunker). Per maggiori informazioni sugli orti urbani attualmente presenti a Torino, puoi vedere la pagina apposita nella sezione torinogiovani del Comune di Torino. Tra l’altro, proprio in quel sito viene indicata la presenza già di orti urbani in un altro tratto di via Massari (Orto Collettivo Massari) per cui potrebbe essere una estensione di quella medesima iniziativa.
Ho contattato l’URP di Torino per renderli al corrente della descritta situazione rifiuti, semmai non fosse già nota: generalmente riescono a dirottare le segnalazioni dei cittadini alle autorità competenti. L’hanno infatti subito inoltrata a ciclorifiuti@comune.torino.it.
Attendo quindi speranzoso un loro intervento …
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P.S. 28/10/2019
Ho aspettato diverse settimane sperando che fosse solo questione di un po’ di tempo.
Rendo invece noto che dopo pochi giorni dalla segnalazione dell’URP, soltanto il un gruppo di rifiuti (che debordava addirittura su parte della strada) è stato rimosso. Permangono invece a tutt’oggi le altre decine di rifiuti altrettanto ingombranti e taluni sicuramente più inquinanti (e.g. monitor, apparati elettronici, altri sacchi neri sigillati e quindi di dubbio contenuto): seppur non occupino il selciato stradale, risultano tutti chiaramente visibili in quanto distano dal bordo spesso meno di un metro.
Ho segnalato nuovamente … stiamo a vedere
La risposta c’è stata in giornata …. ma non è stata proprio quella che uno può augurarsi: quel suolo non è pubblico per cui se l’immondizia non giace sulla strada, il servizio AMIAT non interviene: esula sul potere di intervento del servizio rifiuti del Comune. Non resta quindi che aspettare che le intimidazioni di procedure di sanzione abbiano il loro effetto … o che l’immondizia si sposti da sola di un metro o due. C’è quindi da sperare che la popolazione incivile almeno scarichi i prossimi rifiuto almeno sulla strada … 😦
Può succedere che si perda il cellulare o ci sia sottratto senza che nemmeno ce ne accorgiamo! I mezzi pubblici ed i luoghi di incontro (e.g. Pub, concerti) sono sicuramente quelli più a rischio, ma lo sono anche i luoghi di villeggiatura dove talvolta uno è portato ad “abbassare la guardia” (e.g. in spiaggia, al ristorante) … e dove invece sarebbe necessario porre maggiore attenzione!
Oggigiorno lo smartphone è diventato un oggetto a cui spesso abbiamo affidato il compito di memorizzare informazioni utili/indispensabili oltre che sensibili. Credenziali di accesso, metodi di pagamento, foto e messaggi personali, … tutto perso (ed in mano di ignoti dai propositi non certo affidabili) se non ci si pensa per tempo!
Nel seguito mi soffermerò nell’analisi considerando principalmente uno smartphone Android sebbene molte considerazioni siano generali ed applicabili anche per gli iPhone, sebbene i servizi Apple siano poi differenti.
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Cosa fare PRIMA
Nel seguito un elenco, non esaustivo (ma penso comunque utile) delle cose che sarebbe bene fare prima, non appena configurato un nuovo smartphone. Alcune di queste best practice sono utili anche al di là del possibile furto, tenendo conto che uno smartphone può rompersi in ogni momento e comunque prima o poi verrà probabilmente sostituito con un modello nuovo … e sicuramente almeno in quel frangente si vorranno recuperare e trasferire tutte le informazioni utili!
Impostare un PIN di blocco sia per la SIM sia per l’accesso al cellulare: esistono sezioni apposite negli smartphone di tutti i sistemi operativi e di tutti i produttori che consentono di impostare queste modalità di blocco . Spesso esistono metodologie anche alternative per lo sblocco del telefono (non per lo sblocco SIM richiesto unicamente ad ogni accensione), quali le impronte digitali o il riconoscimento facciale. Se sul primo nutro una sufficiente fiducia, sul secondo io personalmente non mi affiderei troppo … vedete voi.
Memorizzarsi da qualche parte (non solo sul cellulare!!) il numero IMEI che identifica univocamente il telefono: questo è presente sia sulla scatola del telefono sia sul telefono stesso (e.g. dove si mette la SIM, sul retro, sotto la batteria) sia in una sezione delle Impostazioni (e.g. Impostazioni -> Informazioni sul telefono -> Stato -> Informazioni IMEI) sia digitando con la tastiera telefonica la sequenza di caratteri *#06#(modalità utilizzata da sempre, anche quando i telefoni non erano smartphone). Può risultare utile il seguente articolo: Come Trovare il Codice IMEI di un Telefono Cellulare. L’IMEI permettere sia di bloccare la linea sia di identificare e bloccare l’apparecchio in caso di smarrimento/furto.
Impostare il Backup periodico in automatico dello smartphone, generalmente utilizzando la funzionalità apposita fornita dal costruttore (sezione Impostazioni -> Account e backup -> Backup e ripristino). Si noti che questo backup comprende solo una sincronizzazione periodica delle impostazioni correnti del telefono dei dati relativi alle app installate (eventualmente se ne possono escludere), non necessariamente di tutti i dati presenti sul dispositivo.
Impostare il salvataggio automatico delle foto scattate (ed eventualmente di altri file) in un cloud, magari attivando l’opzione che lo limita solo quando si è connessi ad un Wi-Fi per non vedere consumato il proprio traffico dati in bundle. Sicuramente affidabili sono i cloud di Google (Drive) e di Microsoft (OneDrive) ma anche ciascuna ditta costruttrice fornisce la possibilità di collegare i propri smartphone ad un loro cloud (e.g. cloud Samsung, Xiaomi). Ovviamente lo spazio dati fornito è limitato (e.g. 5 ÷ 15GB) ma si può estendere a pagamento … ed il costo annuale non è poi così elevato: anzi, probabilmente risulta più conveniente (e soprattutto più sicuro) che acquistare un Hard Disk esterno su cui effettuare il backup dei propri dati/foto. Si tenga conto che i dati presenti su un Cloud sono generalmente garantiti al 99,9999% per cui si può essere sicuri che non verranno mai persi. I Cloud seri, hanno già intrinsecamente un meccanismo di backup interno che tiene conto anche della possibilità di eventi catastrofici, quali la completa distruzione di una delle centrali dati, e per questo vengono interessate centrali collocate su territori geografici assai distanti tra loro. Altrettanto non si può dire sulla sicurezza garantita da un HD di un PC od esterno su cui uno può scaricare periodicamente in locale i file (e.g. le foto), così liberando spazio online sul cloud in modo da non superare i limiti stabiliti per una gestione gratuita: può bastare una caduta o un malfunzionamento, che i dati memorizzati non si riescono più a leggere! Per dare un’idea dei costi attuali per poter utilizzare un Cloud “serio”, si pensi che Microsoft offre un piano Office 365 Home che per 99€ (di listino ma si trova anche a molto meno … ad esempio ho visto che ora su Amazon costa 72€) all’anno fornisce a 6 utenze (diversi account Microsoft) sia 1000 GB ciascuno (per un totale di 6 TB) sia Office (per PC o Mac).
Se si utilizza un programma per memorizzare le password e/o informazioni riservate in modo crittografato, prevedere un meccanismo di sincronizzazione di quei dati in un Cloud, in modo da poter recuperare comunque quelle preziose informazioni, in ogni circostanza (e.g. furto, rottura del dispositivo). Vedi il postHow to save passwords securely and standardly, sharing them with all your devices.
Collegare i contatti ad un servizio online e non semplicemente memorizzarli nella SIM o nel telefono: analogo discorso per calendario e e-mail. Esistono diversi servizi gratuiti per gestire una rubrica ed un calendario di appuntamenti. Anche in questo caso ci sono soluzioni fornite sia da grandi attori del mondo informatico quali Google (Gmail, Calendario, Contatti) e Microsoft (Mail Outlook , Calendario Outlook, Persone Outlook) – disponibili sia accedendo con un browser sia come app (e.g. Outlook, Gmail) che spesso racchiudono tutte tre le funzionalità – sia da altre realtà che gestiscono mail (Yahoo) quali i network provider (e.g. Libero, Mail TIM) e talvolta soluzioni fornite dai produttori degli smartphone stessi, generalmente accessibili solo da app (scaricabili magari solo dal loro Store, oltre che dal Play Store (e.g. Samsung Mail) sebbene spesso si limitano a presentare i dati forniti da altri provider. Il mondo Apple poi fa uso del suo Cloud iCloud che non conosco in dettaglio ma mi sembra orientato principalmente al suo mondo e non esistano app di Apple sul Play Store rivolte ad una apertura verso il mondo esterno (sebbene esistano app di terze parti che in parte lo consentono – e.g. Sync for iCloud Contacts).
Autenticarsi sia tramite il proprio account Google (indispensabile anche per poter accedere e scaricare app dal Play Store appunto di Google) sia tramite l’account del costruttore. Entrambi forniscono servizi che possono tornare utili anche quando si perde lo smartphone (e.g. farlo suonare; vedere approssimativamente su una mappa dove si trova in quell’istante e dove è stato precedentemente, ovviamente qualora sia/sia stato connesso ad Internet; fornire dati associati relativi allo smartphone quali il suo IMEI e lo stato di carica della batteria).
Impostare il backup automatico periodico in WhatsApp, qualora si usi questo sistema di messaggistica anche per uno scambio di informazioni che si desidera mantenere nel tempo: Impostazioni -> Chat -> Backup delle chat. Nota che si devono accettare le richieste di autorizzazione che vengono proposte affinchè tale backup possa essere eseguito su un Cloud (e.g. Google Drive). Comunque, in generale, sarebbe comunque opportuno salvare diversamente le (poche) informazioni utili e quindi cancellare periodicamente tutti i thread di messaggi che occupano solo risorse: infatti, i messaggi di WhatsApp (soprattutto quelli multimediali quali video, foto e audio-messaggi) notoriamente sono una delle prime cause di inutile occupazione della memoria di uno smartphone!
Condividere la posizione del telefono con almeno un’altra persona (e.g. un familiare) da eventualmente contattare (vedi How to share current position among family members (especially useful for elderly people, kids, teenagers)). Può infatti tornare utile, non trovando più il telefono, chiedere ad un familiare di vedere dove si trova … e scoprire di averlo lasciato nell’auto posteggiata! La precisione della localizzazione è quella del GPS, spesso di pochi metri su spazi aperti e quindi più che sufficiente: se si trova in un locale chiuso dove il segnale GPS non arriva, comunque si ha informazione (temporalmente definita) dell’ultima posizione rilevata e ciò è ciò che basta. Se poi lo smartphone è connesso a un Wi-Fi, viene fornito il raggio di portata del medesimo, generalmente di poche decine di metri.Insomma, il consiglio relativo a questo punto può tornare utile, ma ovviamente non è indispensabile potendosi comunque sempre affidare al metodo indicato al punto 8, seppur più complicato da effettuare sul momento! (vedi post Come conoscere la posizione del proprio smartphone perso o rubato e riuscire così a recuperarlo!)
Vedere se il costruttore dello smartphone mette a disposizione qualche servizio apposito per trovare e controllare il proprio dispositivo (e eventualmete cancellare i dati o recuperare l’IMEI); ad esempio Samsung mette a disposizione il sito https://findmymobile.samsung.com (vedere in fondo al post)
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Cosa fare DOPO
Nel seguito un elenco, non esaustivo (ma penso comunque utile) delle cose che conviene fare dopo che non si trova il proprio smartphone:
Verificare che effettivamente sia stato rubato/perso (e non sia magari invece in qualche tasca della borsa o in macchina! vedi punto 8 e punto 10): a tale scopo conviene cercarne la posizione (vedi punto 8 e punto 10) e/o chiamare il proprio numero con un qualsiasi telefono o (se non se ne ha uno a disposizione, ma solo un PC) farlo squillare tramite le funzionalità generalmente fornite, accedendo con il proprio account, sul web del costruttore dello smartphone. Ovviamente sul telefono ci si deve avere impostato l’autenticazione come dal punto 7 indicato precedentemente.
Effettuare il blocco delle funzionalità del telefono, sempre possibile agendo sull’interfaccia del sito del costruttore. Spesso viene consentito anche di cancellare da remoto tutte le informazioni in esso contenute, operazione ovviamente da fare dopo che si è persa ogni speranza di recuperarlo! Nel caso di uno smartphone Android, la cancellazione da remoto di tutti i dati presenti in esso può avvenire collegandosi alla sezione di Gestione Dispositivi di Google. Ovviamente, una volta cancellato, quello smartphone non sarà più rintracciabile tramite il servizio di Google.
Telefonare al servizio clienti del proprio provider e bloccare la SIM: ovviamente si deve fornire il proprio numero telefonico che è bene conoscere a memoria anche se uno generalmente non si telefona! La seguente pagina di Altro Consumo può risultare utile per sapere come cosa fare a seconda del provider: Devi bloccare la Sim? Cosa fare con i vari operatori.
Cercare di rintracciare il proprio telefono utilizzando i metodi forniti sia da Google sia dal costruttore (vedi punto 7 e punto 8). Se non riesci a localizzare il telefono da remoto, probabilmente il dispositivo è stato spento/disconnesso da Internet o nelle sue impostazioni non erano state precedentemente attivate correttamente le impostazioni relative alla localizzazione remota.
Effettuare la denuncia presso le forze dell’ordine (Carabinieri o Polizia). Avere questa denuncia risulta indispensabile per poi poter richiedere al proprio operatore telefonico una nuova SIM associata al precedente numero. Inoltre risulta assai conveniente fornire nella denuncia anche il codice IMEI del telefono sottratto, in modo che possano essere effettuate le procedure adeguate per bloccare un suo utilizzo improprio. Se non si era provveduto a salvarsi per tempo il valore dell’IMEI (vedi punto 2), può essere comunque ancora possibile recuperarlo dalle informazioni rese disponibili dal portale del produttore, sempre che ci si sia precedentemente autenticati in quello smarphone con le proprie credenziali per del costruttore (e.g. credenziali Samsung). (vedi screenshot nella sottostante sezione Samsung portata come esempio).
Andare presso un centro del proprio provider per richiedere una SIM con lo stesso numero precedente. È possibile ottenerla solo se la precedente era intestata alla medesima persona e se risulta presente la denuncia del punto precedente.
Durante la procedura di installazione del nuovo smartphone, optare per il recupero dell’ultimo backup effettuato con lo smartphone precedente e salvato in un Cloud (probabilmente quello fornito dal costruttore) (vedi punto 3). Verranno installate le app precedentemente installate con potenzialmente anche le impostazioni salvate.
Configurare i contatti, il calendario e le e-mail collegandosi ai relativi server precedentemente utilizzati (e.g. Google, Microsoft) (vedi punto 6). In questo modo si avranno nuovamente a disposizione tutti i numeri telefonici e quant’altro.
Configurare WhatsApp, ripetendo la procedura di verifica del numero telefonico associato che prevede una ricezione di OTP (One Time Password) via SMS. Verrà richiesto se si desidera recuperare i messaggi di cui precedentemente si era fatto il backup (vedi punto 9).
Configurare l’eventuale launcher specifico utilizzato nello smartphone precedente, recuperando il backup relativo alla personalizzazione che si era effettuata. (vedere punto 11)
Configurare il programma utilizzato per di salvataggio delle password agganciandosi al file crittografato precedentemente salvato in un Cloud (vedi punto 5).
Samsung – qualora lo smartphone sia di quel produttore ed uno si sia registrato in esso con il suo account Samsung: analoghi servizi sono forniti da altri costruttori quali Xiaomi, Huawei, Sony.
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Microsoft – qualora il dispositivo sia Windows/Windows 10 Mobileo sia anche un cellulare qualsiasi (Android, IPhone) in cui si sia registrato il proprio account Microsoft per poter utilizzare delle loro app (e.g. OneDrive, Outlook, Notes). Nel secondo caso, le informazioni fornite saranno ovviamente minori non avendo Microsoft completa visibilità delle informazioni del sistema operativo proprio di un altro costruttore.
Penso infatti che sia corretto “premiare” chi sta compiendo un atto socialmente utile per tutti, perchè contribuire a non inquinare (anche nel piccolo) è oggi sempre più importante. Anche questo contribuisce a portare quel cambiamento di pensiero che risulta indispensabile per rallentare o, si spera, invertire quel processo di degrado dovuto all’inquinamento procurato dall’utilizzo di mezzi di locomozione a motore.
Questo post riguarda l’iniziativa che da un po’ di tempo CoopVoce sta pubblicizzando: ViviBici.
Se si è loro clienti, basta sottoscrivere gratuitamente al servizio ViviBiciscaricando l’app ViviBici sul proprio smartphone e inserendo il tuo numero di telefono nella sezione “Servizio ViviBici“.
Tra le condizioni generali del servizio si legge: “Grazie alla App ViviBici ogni Km accumulato in bici, chiamato “Km Voce”, sarà convertito giornalmente in 20 MB fino a un massimo di 10 GB aggiuntivi al mese. Il traffico aggiuntivo, corrispondente ai Km registrati dall’App e conformi ai criteri impostati per evitarne un uso improprio, sarà accreditato giornalmente entro le ore 10.00 del giorno successivo. I GB accreditati pedalando non scadono e vengono consumati per primi rispetto ai GB previsti dalla tua offerta CoopVoce“.
Anche dallo smartphone stesso si può accedere alla pagina che descrive il servizio … e che propone di abbonarti con loro, se ancora non sei cliente, per poter aderire all’iniziativa ViviBici. Insomma una forma di pubblicità niente male!
“Regalare” dei Giga in più ai clienti oramai è una consuetudine di tutti gli operatori, anche quelli virtuali come CoopVoce, ma la politica di favorire chi usa mezzi di locomozione non inquinanti penso sia particolarmente educativa soprattutto per i giovani che probabilmente sono i maggiori utilizzatori di Giga!
Peccato che l’iniziativa di ViviBici mi sembra non includa anche quella di andare a piedi, altrettanto premiabile rispetto a quelladi utilizzare la bicicletta. Inoltre, dai commenti presenti sul Play Store e dalle valutazioni non sempre buone, sembra che l’app possa presentare ancora problemi: i Km conteggiati sembra siano una minima parte di quelli fatti (sebbene compiuti rispettando le regole di velocità) ed inoltre si verificano crash che comportano la perdita dei Km precedentemente conteggiati. Speriamo che le prossime versioni dell’app risolvano tutti i problemi tecnici ancora esistenti, sicuramente fastidiosi sebbene l’iniziativa risulti gratuita!
Infine, spero che, sulla scia di questa iniziativa, anche altri operatori provvedano a proporre iniziative promozionali analoghe, ormai agevolmente gestibili tramite app non particolarmente complesse!
Può essere che uno abbia avuto, ad esempio dallo sviluppatore di un’app, un codice promozionale per poter installare e provare gratuitamente la sua app a pagamento presente nel Play Store.
All’atto dell’acquisto è necessario in questo caso non premere subito il pulsante Acquista ma selezionare innanzitutto la freccia relativa alla scelta delle modalità di pagamento che si intende adottare:
A questo punto si accede alla sezione relativa alla scelta del metodo di pagamento che comprende anche la voce “Utilizza codice“:
Effettuando quella scelta, risulta così possibile inserire il codice promozionale/carta regalo ricevuto … e quindi procedere con l’acquisto!
Già nel lontano 2012, cioè agli albori di questo mio blog, avevo già scritto un post sugli audiolibri reperibili tramite app presenti sui nostri smartphone. In questo post mi soffermerò in particolare su un’app specifica, RAI Play Radio e sulla sua sezione di audiolibri collegata alla trasmissione quotidiana “Ad alta voce“, senza comunque tralasciare alcune informazioni su altre fonti di audiolibri reperibili online.
Gli audiolibri penso siano una risorsa preziosa in diversi momenti, ad esempio quando si è in macchina o si desidera riposare gli occhi stanchi da una giornata trascorsa davanti a un monitor, ma anche quando si è anziani e la vista non è più quella di un tempo. Basta anche solo un cellulare, magari collegato a una cassa bluetooth o tramite un auricolare per non disturbare, e la fantasia può prendere il volo senza impegnare la vista e lasciando libere le mani per altre attività magari di svago (e.g. pittura, restauro) o meno (e.g. pulizia casalinga)!
Generalmente l’accesso agli audiolibri può essere fatto sia da web, accedendo con un browser a uno specifico sito, o tramite un’app … e quest’ultima risulta generalmente la modalità più comoda, soprattutto se si utilizza il proprio smartphone che risulta il dispositivo più idoneo per usufruire ovunque di questa tipologia di contenuti.
Sicuramente una fonte di più di 200 libri di tutti i generi, letti integralmente da attori professionisti di alto livello che assicurano un’interpretazione eccellente del testo, è la sezione relativa alla trasmissione radiofonica “Ad alta voce” di Rai 3. Si può accedere a quelle registrazioni audio da browser accedendo al sito raiplayradio.it: in una sua sezione sono raccolte tutte le puntate di anni di trasmissione, durante le quali, un po’ per volta interi capolavori della letteratura mondiale sono stati letti da interpreti di eccezione! Il catalogo è inoltre in continua crescita dal momento che quel programma prosegue con successo giornalmente, … per cui, nel giro di qualche nuova settimana, il catalogo si accresce di un nuovo titolo!
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da browser (1)
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da browser (2)
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da browser (3)
Sullo smartphone risulta più conveniente installare l’app RAI Play Radio (P.S. ora rinominata RaiPlay Sound) presente sul Play Store e poi andare nella sezione Programmi -> Ad alta voce -> Tutti gli audiolibri per trovare l’elenco completo di più di 200 libri!
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da app (1)
Scegliendo il libro che interessa, verranno lette in successione le diverse puntate, ciascuna della durata di circa un quarto d’ora. Ovviamente si può interrompere l’ascolto quando si desidera e lo si può riprendere successivamente: per far ciò ovviamente risulta necessario accedere al sito/app in modo autenticato.
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da app (2)
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da app (3)
A un successivo lancio dell’app, viene quindi già proposto, nella Mia Home, il link al libro che si sta ascoltando, rendendo cosi agevole proseguire nell’ascolto.
Accesso agli audiolibri di “Ad alta voce” di RAI3 da app (4)
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Diversi sono poi gli audiolibri venduti online negli Store e associati a romanzi, così come diverse sono le piattaforme che consentono di ascoltarne a centinaia previo un abbonamento. Il più diffuso è sicuramente Audible di Amazon, concesso in prova per un tempo limitato (i.e. 1 mese) che risulta sufficiente per conoscerne i meriti e i limiti. Il catalogo è enorme, si parla di più di 50000 titoli in tutte le lingue, principalmente inglese sebbene anche il catalogo in italiano sia assai ricco e in continua crescita. Sì, lo ammetto, due estati fa avevo aderito all’invito di prova gratuito, ma la qualità interpretativa della lettura (almeno del libro che avevo scelto) non mi aveva entusiasmato e sicuramente non era al livello d’interpretazione che conoscevo su “Ad alta voce” di RAI Play Radio! Questa constatazione unita al un costo dell’abbonamento non irrisorio (circa 10€ al mese, a regime) mi aveva fatto desistere a continuarne l’utilizzo.
Audible di Amazon
Ovviamente anche nella sezione libri dello store Amazon si posso acquistare singolarmente audiolibri a catalogo: ne vengono indicati più di 2000 in lingua italiana.
Catalogo di audiolibri in italiano nella sezione libri di Amazon
___________ Anche Google ha il suo Store di libri che include una sezione specifica per gli audiolibri. Anzi l’app Google Play Libri risulta di default installata sui telefoni Android anche se risulta generalmente disinstallabile o comunque disattivabile.
Sezione audiolibri di Google Play Libri
___________ Esistono infine anche dei cataloghi privati. È questo il caso del Il libro parlato che fornisce gratuitamente un catalogo notevole accessibile gratuitamente a tutti coloro che non possono leggere autonomamente (ciechi, ipovedenti, persone anziane con difficoltà di lettura, disabili fisici e psichici, pazienti ospedalizzati, dislessici, autistici, ammalati di SLA, Sclerosi Multipla e Alzheimer): è sufficiente inviare via email documentazione medica che attesti di appartenere a una di quelle categorie, e si ottengono delle credenziali per poter accedere al loro catalogo e scaricare in locale i file audio. Il catalogo è in continua crescita e chiunque può proporsi per leggere e registrare un libro nuovo. La qualità degli interpreti varia molto ma risulta quasi sempre buona o per lo meno accettabile: … certo non siamo generalmente in presenza di attori professionisti per cui talvolta ci si deve accontentare!
Il libro parlato, accessibile gratuitamente a tutti coloro che non possono leggere autonomamente
Esiste ora anche un altro sito de Il libro parlato che fornisce forse funzionalità più avanzate se si intende ascoltare online la lettura dei libri, magari da smartphone utilizzando l’app SoundCloud: https://soundcloud.com/libro-parlato-lions:
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Puoi essere interessato anche ai seguenti miei post:
Il seguente post descrive come ho risolto all’errore in oggetto sul mio Smart TV Samsung The frame dopo averlo configurato per accedere via Wi-Fi di un nuovo router di casa. Seppure la trasmissione dati fosse ottima (e.g. TIMVISION, Netflix e le altre app installate sul TV si vedevano bene) non risultava connesso al server Samsung e perciò era impossibile installare nuove app così come risultava disattivato il link relativo alla verifica di un aggiornamento del firmware.
Connessione ottima
Se cercavo di connettermi con il mio utente (a cui era stato associato un pulsante con relativo avatar), registrato precedentemente quando utilizzavo il router precedente, continuava a comparire la seguente videata di errore:
“Impossibile connettersi al server Samsung. Riprovare più tardi. (189)“: messaggio di errore ottenuto utilizzando il pulsante associato all’utenza precedentemente registrata
… stavo già dando colpa a qualche configurazione di default del nuovo router o magari a qualche filtraggio effettuato dal mio provider che potesse appunto bloccare la comunicazione con il server Samsung!! 🥴
Ho quindi ricercato possibili soluzioni sul forum Samsung ed alla fine ho risolto “semplicemente” non usando, per connettermi, l’icona relativa all’account precedentemente registrato, ma selezionando il pulsante con l’icona +, che presenta un form per inserire le credenziali. Senza necessità di registrare un nuovo account, bensì accedendo con le preesistenti credenziali Samsung, la connessione al loro server questa volta è riuscita ad andare a buon fine!! 🙄🙄😳
La soluzione nel mio caso, hai visto, è stata semplice … sapendolo, ma ho visto nel forum Samsung che possono presentarsi altri errori di connessione al server Samsung o ad usufruire di servizi terzi (e.g. Netflix) e che richiedono specifiche azioni di configurazione ad esempio sul router. Perciò, se il tuo problema è differente dal mio, ti suggerisco di navigare in quel forum ed eventualmente esporre il tuo specifico problema se non già presente in qualche suo post!
Il forum Samsung è sicuramente il primo posto dove andare per trovare possibili soluzioni ai tuoi problemi su un TV Samsung
Ho già mostrato in precedenti post (**; ***) come sia agevolmente possibile vedere tradotti nella propria lingua madre (e.g. italiano) dei post o dei siti mostrati su diversi browser (e.g. Edge, Chrome). Allora avevo mostrato questa funzionalità su un PC ma lo stesso si può fare anche sul nostro telefonino, sempre più usato per navigare su Internet.
Nel seguito mostro come questo sia agevolmente possibile sul browser Edge scaricabile dal Play Store.
Penso che qualche immagine valga più di tante parole!
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P.S. 2021 – Premere i tre puntini (i.e. …) in basso che ora sono collocati nel centro e non più a destra come nello screenshot mostrato sotto.
Quindi selezionare l’icona Impostazioni e infine la voce Traduci impostandola a ON.
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Mettere ad ONlo switch 1 e premere il pulsante per reimpostare le impostazioni di traduzione
In questo post nasce dalla mia esperienza personale quando ho cercato di dare un aiuto a mia figlia sia nel presentare la domanda di Servizio Civile sia di trovare corsi di specializzazione. Cercherò quindi di fornire alcune indicazioni che possano risultare di aiuto ad un giovane nel districarsi un po’ più agevolmente in quel marasma di siti e di procedure che possono consentirgli di trovare una possibile occupazione o una forma di specializzazione, possibilmente sponsorizzata da enti statali (e.g. Comune, Regione). Esistono diverse possibilità e talvolta le operazioni da fare per presentare una domanda sono abbastanza semplici … se uno sa dove cercare e quali fare!
Parto dal Servizio Civile che per un giovane può essere un’ottima occasione non solo per incominciare a entrare nel mondo del lavoro, ma anche per trovare un’occupazione utile per la società. I progetti presentati nell’ambito del Servizio Civile spaziano in diversi campi con attività socialmente utili, da Onlus ad associazioni (e.g. C.I.S.V.), biblioteche pubbliche, canili e gattili …
Il 10/10/2019 è la data di scadenza per presentare domanda di adesione al Servizio Civile per uno dei progetti accettati e pubblicati dal 4/9/2019 … per cui per questo bando non c’è molto tempo da perdere se uno è interessato!
___________________________ P.S. 9/10/2019 – Prorogato il bando di servizio civile, nuova scadenza ore 14:00 del 17 ottobre 2019
Il 10/10/2019 è la data di scadenza per presentare domanda di adesione al Servizio Civile per il bando attuale
Diversi sono i progetti di stampo sociale, promossi da ONLUS che operano sul territorio e che forniscono servizi preziosi rivolti alle fasce deboli della nostra società (e.g. disabili, anziani). Perciò questa può essere sicuramente un’utile forma di impiego del tempo di un giovane interessato a dare un proprio contributo per un mondo migliore, più umano. La paga non sarà certo alta, ma spesso i giovani interessati già svolgono attività di volontariato dove addirittura non vengono neppure remunerati per le eventuali spese (e.g. trasporto, pranzo). In una società dove molto (se non tutto) è basato principalmente sul profitto, la presenza di realtà di volontariato è una boccata d’aria fresca, un qualcosa che fa ancora sperare in un mondo diverso e migliore … e chi, meglio di un giovane, può contribuire in prima persona?
Tuttavia, secondo me, presentare la domanda per il Servizio Civile non è così agevole come dovrebbe, soprattutto per chi non sia già inserito in un contesto di volontariato. Perciò, il primo consiglio che mi sento di dare ad un giovane che desidera presentare, prima o poi, una domanda di Servizio Civile è sicuramente quella di interessarsi delle realtà di volontariato presenti sul territorio, ricercando quelle che svolgono attività su cui nutre un interesse specifico. Molto spesso queste realtà sono le medesime che presentano progetti per il Servizio Civile e che, qualora siano stati accettati, risultano poi selezionabili nella domanda di iscrizione. Dal momento che, generalmente, le candidature risultano maggiori dei posti a disposizione, è ovvio che nella selezione che ciascun Ente dovrà fare, verrà preferito chi già da tempo opera lì come volontario e di cui si conoscono le qualità e l’impegno nel sociale!
Riporto innanzitutto ciò che si legge nel sito del Comune di Torino: “Possono svolgere il Servizio Civile giovani, senza distinzione di sesso, che al momento di presentare la domanda abbiano compiuto 18 anni e non superato i 28 anni (28 anni e 364 giorni) in possesso dei seguenti requisiti:
Essere cittadine e cittadiniitaliani
Essere cittadine e cittadini degli altri Paesi dell’Unione Europea
essere cittadine e cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia
Non aver riportato condanna, anche non definitiva, alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo, oppure anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti, oppure per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata
Per quanto riguarda altri requisiti obbligatori (come il titolo di studio), occorre verificarli all’interno di ogni singolo progetto.
Non esiste, in genenere, alcun vincolo relativo al grado d’istruzione raggiunto … basta la buona volontà insomma!! Dal sito https://www.scelgoilserviziocivile.gov.it/cerca-il-progetto si possono conoscere quali sono i progetti correntemente attivi su cui si può presentare domanda. Si noti che il servizio civile (servizio civile Nazionale, ora chiamato Universalecon qualche differenza) generalmente si può fare solo una volta. Solo se viene fatto tramite il programma Garanzia Giovani si può rifarlo, ma si deve avere già concluso il progetto a cui si aveva aderito precedentemente.
La domanda può essere fatta indicando un unico progetto: è possibile comunque, compilando la domanda, selezionare alcune opzioni che consentono di essere eventualmente contattati per progetti simili che non abbiano ricevuto sufficienti adesioni per ricoprire i posti disponibili, qualora non si sia selezionati per quello scelto.
Sebbene nella domanda si può indicare un unico progetto, risulta possibile consentire di essere contattati per eventuali selezioni su altri progetti che non abbiano ricevuto sufficienti adesioni per ricoprire i posti disponibili
La domanda può essere presentata operando esclusivamente online, ma richiede sia di autenticarsi, ad esempio con uno SPID, ed inoltre richiede di inserire dei dati/codici (e.g. ente, progetto) che non sono del tutto agevoli da reperire. Risulta quindi conveniente, sempre se uno opera già come volontario (come ho precedentemente consigliato) presso l’ente che ha presentato quello specifico progetto, chiederli direttamente a costoro. Diversamente risulterà necessario ricercarli filtrando opportunamente in base al territorio (e.g. Piemonte/Torino), area di interesse (Disabili) e quant’altro!
Il link più utile è sicuramente quello che consente di effettuare l’iscrizione on-line, vale a dire presentare al domanda di Servizio Civile, indicando il progetto specifico a cui si intende aderire: quel link è sicuramente presente nel sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativamente al Servizio Civile, ma non è a mio parere evidenziato come dovrebbe, come posizione e dimensione … E’ infatti necessario andare nella sezione Notizie e poi premere il link associato all’apposito pulsante Bando Ordinario 2019 Gestione Domanda On Line (DOL):
Sezione relativa alla domanda di iscrizione al Servizio Civile
Per accedere e presentare la domanda, risulta necessario autenticarsi con delle credenziali (richiedibili tramite l’apposita sezione) oppure, più semplicemente, tramite SPID, ammesso che uno abbia già attiva quella forma di autenticazione, magari richiesta per poter usufruire dei buoni spesa della 18app. Per richiedere lo SPID, che sicuramente risulta utile in diverse situazioni, puoi eventualmente andare a visitare il mio post 18app – Come ottenere lo SPID (e.g. TIMid, PosteID) o guardare qui.
Se non si ha ancora lo SPID e non si intende richiederlo anche per altri motivi, si possono richiedere delle credenziali solo utili per accedere a quel sito e presentare quella domanda:
Se uno non ha lo SPID può comunque chiedere delle credenziali utili solo per accedere a questo sito
Una volta autenticato, per presentare la domanda si devono compilare le seguenti tre sezioni: Progetto, Dati e dichiarazioni, Titoli ed esperienze.
Tre sezioni di cui è composta la domanda
Si noti che, qualora si sia utilizzato lo SPID per l’autenticazione, buona parte dei campi relativi ai propri dati anagrafici risulta già precompilati in quanto provengono dalle informazioni fornite da quel tipo di accesso.
Una volta inseriti anche solo alcuni campi relativi alla sezione Progetto, premendo il tasto Cerca, risultano filtrati tutti quelli che li rispettano: si può quindi scegliere quello specifico progetto per il quale si intende inoltrare la domanda.
Sezione Progetto
Anche nella sezione relativa all’anagrafica è necessario indicare informazioni associate al Progetto scelto ed in particolare fornire una motivazione relativa alla scelta proprio di quello: non si tratta di un campo dove si può inserire del testo libero, bensì una scelta tra una lista di motivazioni precompilate).
Sezione Dati e Dichiarazioni -> Progetto
Presenta la domanda
Risulta possibile inserire anche un file con il proprio curriculum vitae anche se, in verità, le informazioni precedentemente richieste già permettono di indicare gran parte (se non tutto) di quello che un curriculum potrebbe contenere … Si noti che, nella guida on line per la presentazione della domanda, l’art 9 dice che il curriculum deve essere redatto sotto forma di dichiarazione sostitutiva per l’assegnazione del punteggio delle esperienze indicate nel medesimo: si deve quindi inserire la frase: “Il sottoscritto (cognome e nome) ai sensi e per gli effetti delle disposizioni contenute negli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 e consapevole delle conseguenze derivanti da dichiarazioni mendaci ai sensi dell’articolo 76 del predetto D.P.R. n° 445/2000, sotto la propria responsabilità DICHIARA che le informazioni inserite nel curriculum corrispondono al vero“. Tuttavia, anche se hai già presentato la domanda ed hai inserito un curriculum senza quella “formula magica”, non preoccuparti troppo: puoi scrivere a domandaonline@serviziocivile.it per chiedere se è possibile integrare quanto caricato o portare la dichiarazione compilata correttamente durante la selezione!!
Dopo avere inserito tutte le informazioni richieste, si deve premere il pulsante apposito per presentare la domanda e visualizzarne la bozza: se questa risulta corretta, si può quindi procedere alla conferma ed all’inoltro della domanda.
Bozza finale della domanda (1)
Bozza finale della domanda (2)
Notifica della domanda inoltrata
Esistono diversi siti dove reperire eventualmente ulteriori informazioni e risposte a dubbi:
Si noti infine che per riscattare con l’INPS il periodo di servizio civile, è necessario farne esplicita richiesta dal loro sito a questo link e tale domanda potrà essere presentata esclusivamente per via telematica. Dal momento che il riscatto richiesto è proporzionale allo stipendio attuale, conviene al più presto farne richiesta se si è interessati a fini pensionistici … Insomma, meglio pensarci per tempo!
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Altri link utili per ricercare possibilità di lavoro (in particolare a Torino):
Purtroppo l’accesso al CPI online per poter gestire i propri dati (e.g. caricare il curriculum) dopo che si è effettuata l’iscrizione, presenta delle problematiche di accesso tramite lo SPID: infatti, sebbene il gestore dello SPID (e.g. Poste Italiane) dia notifica di corretta autenticazione, attualmente il sistema di autenticazione di secure.sistemapiemonte.it presenta un Error 404 — Not Foundcome mostrato nel seguito:
CPI on-line per gestire la propria iscrizione on-line (1)
CPI on-line per gestire la propria iscrizione on-line (2)
CPI on-line per gestire la propria iscrizione on-line (3) – autenticazione tramite SPID
CPI on-line per gestire la propria iscrizione on-line (3) – autenticazione tramite SPID – acconsento
CPI on-line per gestire la propria iscrizione on-line (3) – Errore sul server istituzionale di secure.sistemapiemonte.it
Relativamente alla detrazione per figli acarico, vedere ad esempio questo post : si noti che dal 2019 “una persona si considera fiscalmente a carico di un suo familiare quando dispone di un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. Solo per i figli di età non superiore a 24 anni, dal 1° gennaio 2019 questo limite è aumentato a 4.000 euro“. Dal momento che il servizio civile generalmente dura non 12 mesi di un medesimo anno, generalmente l’importo di poco più di 400 euro sommato per tutti i mesi di ciascun anno fiscale probabilmente non determina il puteramento di quella soglia.
I already wrote a post related to password saving apps … because I had problems with the app I chose years ago for sharing my passwords among my devices!! Since that year, I used (All My Password) an app bought from the Microsoft Store: it was fine but then it started not to work properly because I could not be able anymore to do a backup of its encrypted data on a cloud (i.e. OneDrive). As you can imagine, an app for saving passwords that does not allow neither to do a backup (even locally) of its data nor to synchronize them among different devices (e.g. PCs, smartphone) is not useful at all!
So, once recovered the more recent data that it was possible, the matter was to choose another app for saving passwords: it was a hard choice because I did not want to have to copy ones again all my passwords any more in the next future!! I wanted to chose not a proprietary solution, that again could possibly not be supported in a few years, and possibly one that has several cross-platform clients available, possibly a standard/opensource one … and possibly even a free one!!.
I know that Enpasscould be a good solution because it is cross-platform, and on Windows 10 it integrates well with Windows Hello. It allows to save data also on whatever cloud provider (e.g. OneDrive) and finally, you have to pay only once when you buy it. 1Passwordshould be another good choice too, but it is more expensive because it uses a subscription model, even though this gives a greater assurance that it will be supported and possibly improved in the future.
However, unfortunately, both these apps are not UWP and are not available for Windows 10 Mobile too and at that time I was still using my good Lumia 950XL so, I had to find another solution … and possibly even a free one!! So I opted for KeePass 2.x format for storing encrypted data because there are several clients for every platform that uses that format, even UWP ones.
In particular, for my Windows PC, I choose PassKeep, a UWP app that seems to have a good support and it is interoperable with KeePass 2.x format: there is an official website for this “free, open-source, light-weight and easy-to-use password manager“.
Other apps compliant with that format are KeePassReader, pt.KeePass and possibly there are others in the Microsoft app Store. Moreover, there is a desktop application that can be downloaded directly from the official keepass site:
PassKeep app on Windows has the following very friendly user interface. The last opened database.kdbx is suggested, but you can open whatever kdbx file or create a new one.
It is convenient to put the password DB file in a folder synchronized with a cloud (e.g. the OneDrive one as I did). Using a cloud allows not only to have a synchronization of those keys among devices but it assure also that this file will not be lost. Maybe it is less secure even though I think that clouds now are possibly more secure than your personal Hard Disk that could be lost somewhere!
Each time you open a kdbx file, you must provide the password you choose when you created that file. Note that the password should be strong because if that file goes in the wrong hands, some SW could open it with programmatically provided passwords … Even changing the password every now and then, could be not useful because if whatever version of the file gets stolen, the thief has all the time to crack it … so better choose a very long and complicated password: possibly some apps help in choosing a complex one.
You can then create folders (i.e. group) in order to better organize passwords and find easily: any way, you can use the search feature to find anyone you want inside a path!
The form that allows adding a new key, have already some standard fields but you can even add some more if you need:
The left top menu allows both to reach the Setting section and to provide a Password Tool to help you to set a strong password.
To have data synchronized among different devices I saved the Database.kdbx file in a OneDrive synchronized directory (e.g. C:\OneDrive\backup\keepass). Among PCs, the synchronization is therefore done choosing in every PC the same OneDrive directory and Database.kdbx file. Obviously, you could use whatever other cloud service (e.g. Google Drive) instead of the Microsoft OneDrive!
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Keepass client on an Android smartphone
On my Android phone, I installed the client Keepass2Android that is one of the many android apps compatible with KeePass format. Its interface is even better than the previous one. Also, in this case, the first thing to do is the insertion of the password you choose for the chosen kdbx file. By default, it tries to open the last used one, but you can close it and open a different file.
The first time you are asked to select the file or create a new one:
You could open a Database.kdbx from whatever directory you have share in one cloud (e.g. OneDrive) but it is much better to have the app itself synchronize that DB. So, using the open file option, you can choose a store method you prefer:
I chose OneDrive because I selected those cloud to share the DB when I configured my PCs, but you could use whatever cloud you like more, …. but the same choice must be obviously done on all devices!! In my case, having already installed and set the authentication in OneDrive app, after a while, all the folders I have on that cloud were shown and I had only to navigate on them to select the proper .kdbx file I want to open, the one already synchronized with my PCs:
All keys are then displayed, or better first the folders, if you organize them in that way:
When you add a new key you are asked what kind is it, so the proper items will be requested:
You may force the synchronization of the key DB, from the upper right menu (the three dots one), so all the updated keys will be available on all your devices (PCs, tablet, smartphones).
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Keepass client on a Windows 10 Mobile smartphone
For Windows 10 Mobile I used the same KeepPass app that however did not provide an automatic synchronization: on a PC this is done by OneDrive app but here on a smartphone neither OneDrive app does not provide an automatic synchronization (in general, it is not the best scenario for a mobile device) but it only allows you to browse your account and save locally the files you need.
So, to update the DB in my Windows 10 Mobile smartphone with the version on OneDrive, I had to do it manually: I downloaded from that cloud the Database.kdbx file and, for example, I saved it in the local This device/Documents folder, so I could open it with the KeepPass app I installed on the smartphone. NOTE: because there is already a file with the same name (the old local version), you need to delete it before downloading the newer file from OneDrive (or rename it to OLD): otherwise it will be saved as Database (2).kdbx as shown in the following screenshots and you need to rename it afterwards.
Because I usually insert/update passwords on my smartphone, the procedure I need more, from time to time, is another one, that is to back up the local DB on the smartphone to OneDrive. This can be done sharing the DB file to OneDrive, for example choosing to upload it on its \backup\keepass folder, that is the same directory I synchronized on PCs and that contains the file used by the KeepPass app in all PCs.
Share the\Documents\Database.kdbx file to OneDrive, choosing to upload it on its \backup\keepass folder (1)
Share the\Documents\Database.kdbx file to OneDrive, choosing to upload it on its \backup\keepass folder (2)
Share the\Documents\Database.kdbx file to OneDrive, choosing to upload it on its \backup\keepass folder (3)
NOTE that, because there was already a file with that name, the newer file will be uploaded as Database 1.kdbx so you will need to delete the old one and rename the new one as Database.kdbx. In this way, that file will be automatically synchronized in all your PCs with the proper name. To understand the newest file you can anyway always see its size (usually the newest is bigger because you possibly add new passwords) and its uploaded date too.
I know for a Windows 10 Mobile smartphone it is not an easy procedure, but neither a difficult one but it works … and possibly you need to do a backup only once a week or even less!!
Ho già precedentemente analizzato come si può avere un controllo ortografico ed addirittura grammaticale quando si scrive utilizzando il browser Edge.
In questo post mostro come sia possibile attivare una correzione ortografica quando invece si usa il browser Chrome. Anche qualora sia installata la lingua di interesse (e.g. italiano) tale correzione non risulta infatti abilitata di default.
La procedura è comunque assai semplice:
Accedi al menu di Google Chrome (click sui 3 puntini in alto a destra oppure ALT+F).
Seleziona la voce Impostazioni -> Avanzate -> Lingue e verifica che sia presente anche la lingua italiana.
Installa la lingua italiana, se non presente, per poter usufruire anche del correttore ortografico in italiano (Aggiungi Lingua -> Italia).
Attiva la voce Abilita controllo ortografico nella sezione relativa alla lingua italiana.
Riavvia Google Chrome per avere abilitata la nuova funzionalità di correttore ortografico.
Attivare nel browser Chrome la correzione ortografica su una determinata lingua (1)
Attivare nel browser Chrome la correzione ortografica su una determinata lingua (2)
Attivare nel browser Chrome la correzione ortografica su una determinata lingua (3)
Si noti che esiste poi anche la opzione per impostare una lingua (e.g. la propria lingua madre) in particolare come quella per cui Chrome proporrà di tradurre una pagina qualora fosse in una lingua differente.
Esiste poi un plug-in di Grammarly per avere anche suggerimenti su come migliorare grammaticalmente il testo, però solo se questo è scritto in inglese: ho già parlato di Grammarly in un precedente post.
It may be useful to share current location among family members or even among friends (possibly for a limited time frame, like during a holiday). This feature could be even useful for elderly people that could get lost (e.g. Alzheimer’s) if he/she is used to having his smartphone with him.
This post is mainly about sharing position even in realtime using Google Maps, but at the end I will also show how to do, possibly only for a short time (e.g. one hour), using an integrated feature available in several messages systems (e.g. WhatApp, Telegram).
Go to Share your position [IT: Condividi la tua posizione] section of Google Maps (1)
First, you must choose to Share your position [IT: Condividi la tua posizione] in real-time from the upper left menu.
Go to Share your position [IT: Condividi la tua posizione] section of Google Maps (2)
In this section, you can see all shared positions, manage them and possibly add more.
Sharing your position with someone else (1)
Sharing your position with someone else (2)
To add a new sharing, you must select one of your contacts, possibly one connected to Google Maps (a specific icon is associated for them) and ask to share your own position with him: if he will want to share his position with you too, he has to follow the same procedure on his own smartphone. By default, a sharing is set only for one hour, but you can modify this time frame and possibly set it to forever (i.e. till it is manually deactivated). This last configuration could be the better one if the sharing is done among family members …. and if you don’t want to configure ever and ever this behavior!
After those settings, every time you go into that Share your position [IT: Condividi la tua posizione] section of Google Maps app, you can see an icon on the map localizing each one who is sharing his position with you. Clicking on the pushpin with his image (if that contact has a picture associated with it) you can see more details, like how much real-time is the provided localization and even see the battery level of his smartphone. Very often the localization is in real-time so it is stated Now [IT: Adesso].
Clicking on the pushpin with his image more details are displayed (e.g. battery level of his smartphone, how much real-time is the provided localization).
However, possibly a time is displayed (e.g. 2 min ago [IT: 2 min fa] ): in that case you can try to update the localization, acting on the Update [IT: Aggiorna] item available in the associated menu.
Not always the position is in real-time
If the phone can be reached, the position update is done and the associated time changed to Now [IT: Adesso].
Force updating that user position
Especially in the case of family members sharing, it could be useful to add a shortcut in the home page for each one: so clicking on each shortcut, a map is soon displayed with the proper pushpin. In the menu associated with each sharing contact, there is the item Add to Home screen [IT: Aggiungi a schermata Home] that allows to create that shortcut on the Home screen of your phone.
Add a shortcut to Home page
One tile for each family member that is sharing his position with you (in case Square Home launcher is used on the Android phone)
Note that, from time to time, an email is sent by Google alerting you that you are sharing your position with someone.
Privacy alert email from Google, you receive from time to time if you are sharing yor position with someone
Whenever you want to stop the sharing of your position with someone, even before what you set before, you can do it from the same page simply clicking on the associate “X“:
Stop sharing your position with someone
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If you need to share your position only for a short time (e.g. one hour), you can use the simple feature that is available in several messages systems (e.g. WhatApp, Telegram).
For example, in WhatsApp you can share your position even in realtime as shows in the following:
Position sharing in realtime for some time with WhatsApp (1)
Position sharing in realtime for some time with WhatsApp (2)
Position sharing in realtime for some time with WhatsApp (3)
In Telegram the procedure in quite the same:
Position sharing in realtime for some time with Telegram (1)
Position sharing in realtime for some time with Telegram (2)
With Signal for the time being it is possible only to share a static map, but I suppose that this feature will be introduced even there in the near future:
Anyway all those apps make use of a Google Maps functionality (see funzionalità proprie di Google Maps) and so they don’t introduce anything original, even though in this way that service is possibly easier to be set!
L’Archivio Storico della Città di Torino (Via Barbaroux 32, Torino) presenta sempre mostre (ad ingresso gratuito) assai interessanti e particolari, ricche non solo di documenti ma anche di oggettistica, entrambi presenti in quell’enorme archivio della città. Spesso poi, queste mostre rimangono documentate da libri ricchi di testimonianze fotografiche.
Questo inverno avevo visto l’interessante mostra “Torino sotto attacco: dalle leggi razziali alla Liberazione” e nel week-end ho visto le due nuove, una dedicata alla luna (Cronache lunari: scienza e suggestioni dal Settecento a oggi) ed un’altra sugli animali in città (Animali nella storia di Torino: dallo sfruttamento alla tutela).
Seppur entrambe interessanti, mi limito in questo post a fornire alcune informazioni sulla seconda, in quanto affronta la tematica da un punto di vista che ho trovato originale. Come indicato nella locandina “l’indagine nelle carte dell’Archivio Storico conferma che, ogni volta che la Città si è occupata di loro, lo ha fatto per sfruttarli (nella caccia, nell’allevamento, nel lavoro, nello svago), oppure per eliminarli. … Solo negli ultimi decenni anche in campo legislativo si è affermato il principio che gli animali sono esseri senzienti, in grado di comprendere e di soffrire, e come tali hanno il diritto di essere rispettati e tutelati“.
Ed è proprio in questo contesto che ho trovato interessanti foto e documenti anche relativi allo zoo del Parco Michelotti, di cui mi sono già interessato nei seguenti post:
Aggiungo quindi, nel seguito, parte della documentazione presente in quella mostra, sicuro che anche questa possa fornire ulteriori informazioni preziose per storicizzare quel territorio, invitandovi a vederla anche di persona: c’è tempo fino al 14 gennaio 2020, salvo proroghe (orari: da lunedì a venerdì 8,30-16,30 … sebbene talvolta, durante manifestazioni – e.g. Settembre Musica – sia aperto anche di sabato). purtroppo troppo spesso le informazioni presenti in una mostra temporanea vanno perse una volta terminata: il web può servire quindi a mantenerne traccia nel tempo …
L’unico dagherrotipo a soggetto animale realizzato in Italia di cui si sia a conoscenza è quello dell’elefante Friz posseduto da Vittorio Emanuele II (Collezione Simeom C4400).
NOTA:
dagherròtipo – Immagine fotografica ottenuta con il processo della dagherrotipia, inventato nel 1837 da L.-J.-M. Daguerre. Esso forniva un’unica copia positiva, non riproducibile, su supporto in argento o rame argentato sensibilizzato, in camera oscura, mediante esposizione a vapori di sodio. La ripresa richiedeva lunghi tempi di esposizione, da ca. 20 minuti fino a tre quarti d’ora.
Nel 1835 fu Enrico Gonin a disegnare l’animale a spasso nel parco di Stupinigi, attorniato da una folla di curiosi (collezione Simeom, D 830)
Appena giunto a Stupinigi, la pittrice Sofia Giordano fece a Friz un ritratto da cui il laboratorio Felice Festa stampò una litografia che ebbe larga diffusione (collezione Simeom, D 1869)
I Giardini Reali sede del Giardino Zoologico. Sullo sfondo la Mole Antonelliana in costruzione. Foto Giacomo Brogi 1868 circa (Nuove acquisizioni fotografiche 1/24)
Yesterday I set, in my Fujifilm X-T1 camera configuration menu page, a Full HD video quality to make high-quality videos and I did some of them using the Fujifilm Camera Remote app. Then when I processed those movies with Adobe Premiere, I noticed than some were Full HD (1929×1080) while others only in HD (1280×720).
Doing some tests, I realized that if I start a video directly from the camera, this is recorded with the quality currently set (i.e. Full HD). On the contrary, if I start a video from the Camera Remote app (without changing nothing in both camera configuration and photo lens) the recorded video is only HD.
So, I supposed that in that app there was some configuration setting that changed the camera behavior …. but I could not find any section in the app where the quality of the video may be set/changed!
As usual, I searched for an answer on Internet and I found this nice YouTube video about the use of that app for the same camera I got (i.e. X-T1), so I posted a comment asking for that topic. The guy kindly gave me the following answer: “Sadly, this is a limitation since the first version of the app that has never been fixed, even after the app got revamped last year … everybody complains about it, but somehow this has never gotten on top of the pile of bug fixes“.
Then I asked the dpreview forum too and I got the same sad answer: “The app is limited to 720p no matter what you do“.
Finally, I tried also to ask in the Fujifilm forum in the official Fuji site, but no answer till now … even though I think it is already stated!
I think that this is a big and sad limitation that makes the Fujifilm Camera Remote app virtually unusable to make high-quality videos!
It is moreover strange that no alert message is at least displayed, alerting the user that the video quality will not be the one set on the camera. For example, I notice that in the Olympus Image Share app, when I try to remotely record a video with my Olympus Stylus TG-5 set to make a 4Kresolution video, at least it shows a popup alerting me that it will be recorded “only” as a Full HD (FHD) video:
Olympus Image Shareapp, when I try to remotely record a video with my Olympus Stylus TG-5 set to make a 4Kresolution video, it shows a popup alerting me that it will be recorder at FHD
Moreover both cameras have further limitations regarding video recording (i.e. limited duration – around 6 minutes but even less for high quality video; no pause function available). So even though lenses are good and they can be cheanged in some cases, those cameras are not the best choice if video recording is your main target!
Therefore, I hope Fujifilm Camera Remote app will be improved also in this in the next release …
In alcuni post passati ho cercato di dare alcuni consigli sulle mie esperienze di restauro di mobili e di dipinti/cornici. In questo cerco di dare alcuni consigli sulla pulizia di oggetti metallici, ad esempio di ottone o rame, sempre in base alla mia esperienza personale.
Ho utilizzato sia un vecchio metodo visto usare da mia madre (sale grosso e aceto, strofinati sul materiale con una spazzola dura) sia il lucido per metalliOrol. Quest’ultimo ha un effetto simile al Sidol, forse più conosciuto e che usavo fin da piccolo: tuttavia quell’altro prodotto lo preferisco perché ha il vantaggio di non assumere quello spiacevole aspetto verdastro nelle fessure dove eventualmente ne può rimane una quantità seppur minima anche dopo la lucidatura finale. Infine può tornare utile, per la lucidatura soprattutto di alluminio, della paglietta molto fine, assai utile anche per levigare finemente il legno o lucidare marmo.
Mi è capitato negli ultimi mesi di avere avuto contatti con associazioni e fondazioni che si propongono di mantenere la memoria di grandi Persone, prima ancora che grandi Artisti, scomparsi da anni. Sicuramente hanno contribuito (e continuano a farlo attivamente) affinchè loro opere artistiche (e tutto ciò che si è creato attorno ad esse) non siano dimenticate con il tempo. Il loro impegno nel ricercare e diffondere materiale storico e promuovere nuovi spettacoli che le ripropongano al pubblico (vecchio e nuovo), rende invece ancora oggi viva la presenza di questi artisti immortalati nei video, nei bootleg, nelle nuove interpretazioni da parte di altri artisti. I testi delle loro canzoni e dei monologhi vengono così riproposti anche a nuove generazioni che non hanno avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui l’arte ha sicuramente dato un grande contributo alla diffusione di ideologie e modi di vivere, determinandone anche il Pensiero e la pluralità di vedute.
In particolare sono venuto in contatto sia con Associazione Aspettando Godot (sito, FaceBook), ispirata ad una canzone famosa di Claudio Lolli, sia con la Fondazione Giorgio Gaber (sito, FaceBook), legata appunto al cantautore/attore omonimo. Lo so, una è una associazione mentre l’altra è una fondazione, … sicuramente poi gli intenti di ciascuna sono quindi assai differenti ma, per quello che ho sperimentato personalmente, almeno alcune cose li accomunano … e non è solo il desiderio e l’impegno nel mantenere vivo il ricordo e le opere di un artista, ma anche la cortesia e la semplicità con cui i rispettivi referenti si rivolgono a chi, come me, chiede informazioni per avere materiale pubblicizzato nel rispettivo sito per eventualmente acquisirlo, essendo diversamente irreperibile. La loro disponibilità, il loro inviarti quanto desiderato senza neppure prima ricevere alcun compenso in denaro tramite una donazione a piacere (anche minima ed unicamente utile per poter sovvenzionare attività future, quindi non certo per un guadagno personale), accollandosi addirittura le spese di spedizione ancor prima di essere certi di avere almeno quelle rimborsate! Insomma cose di un altro mondo, o meglio, di un mondo diverso da quello che viviamo soprattutto oggi, in cui il ricevere è primario al dare. … e anche questo fa piacere al cuore e non solo il ricevere quelle registrazioni/filmati/libri, seppur siano, già loro sole, “preziose” testimonianze!
Non so se Claudio Lolli e Giorgio Gaber si conoscessero e neppure se si apprezzassero reciprocamente, … pensandoci bene, probabilmente no. Eppure esiste sicuramente chi, come me, da sempre li apprezza entrambi, perchè da ambedue ha potuto, negli anni, trarre spunti di riflessione. A mio parere, nella loro diversità, sono due lati di una stessa medaglia: entrambi sono stati molto presenti ed attenti ai mutamenti della nostra società e delle persone che la compongono, entrambi hanno scritto testi sicuramente mai banali, che stimolano riflessioni a chiunque li sappia ascoltare con attenzione.
Si può essere d’accordo o meno su almeno parte del loro Pensiero, si possono apprezzare o meno le melodie delle loro canzoni, ma certo non sono passati inosservati nel contesto culturale italiano e meritano entrambi di essere ancora ascoltati anche dalle nuove generazioni. Inoltre, le scelte di vita di entrambi, seppure molto diverse, possono comunque risultare di esempio per nuovi artisti che desiderino veramente non solo raggiungere la notorietà ed il successo (con la s minuscola).
Quindi, lunga vita ad associazioni e fondazioni quali quelle!
I have got a Galaxy A7 smartphone (currently 9.0.02.19 Android version) and it is my first Samsung phone. Having had only Lumia smartphones before, I was surprised that it was not available, in the embedded Camera app, any Panorama feature.
Therefore I search in the Play Store some app that gives this feature but I did not find any good for me for free: some of them even ask for a monthly subscription … even though they also offer storage feature in a cloud … but it was not what I wanted!
Then I realize that there are several features not enabled by default and that you can have going deep into the setting section of the Samsung Camera app: one of those features is the panorama photo shoot!
Because you have to go into an internal section of the setting area (3 steps inside!!) and possibly you too didn’t realize the existence of this important section, in the following I show how to reach it step by step: setting icon -> Camera mode -> Change mode (IT: icona Impostazioni -> Modalità fotocamera -> Modifica modalità].
Personally, I think the Samsung Camera app is a tipical example of bad menu design …
Note that there are several interesting modes, other than the Panorama one, that can be enabled in order to be seen them in the bottom of the screen, as soon as the app is running, among the Video and Photo mode (e.g. Slow motion, Hyperlapse, Live focus).
There are several sites that publicly give information about any site you ask for … and some of them give even its qualitative value in terms of ads! In particular, I took some useful information from a labnol.org post (Find Out How Much Traffic a Website Gets; The Best Online Tools To Know Everything About a Web Site).
Urlm.it is one of those sites: however the data showed cannot be updated possibly because the scan was done years ago (and maybe that site is not scanning any more your site)! For example. if I search for enzocontini.blog, no result are found, while searching for enzocontini.wordpress.com (this blog URL before I registred a plan with a domain) the following results are founds … but the most requested pages refer to very old posts of 2012, really at the beginning of my blog … and the shown daily number of visitor is the one of that period, so really less that the current ones!! Therefore I thinks that the site, in its current state of update, is absolutely no more reliable, … but it may still be curious to visit it!
Urlm.it: in its current state of update, it seems absolutely no more reliable
Site-stats.org gives information related to your site, not really related to traffic but anyway useful (e.g. where is hosted, what are internal and backlinks, related web sites that belongs to you like your Facebook or YouTube account).
Alexa.com can give you for free some website analysis related to SEO keyword opportunities, Competitive benchmarking, Website traffic statistics, Audience insights … but for deep information you have to pay!!
Entering a website’s domain, Alexa will reveal a ranking based on a combined measure of unique visitors and page views. The rank isn’t based on a site’s traffic alone but is relative to the traffic of all other sites that are monitored by Alexa.
Moreover, from results I see for this blog, I suppose that the shown data comes only from USA generated traffic, because only the few posts I wrote in English are taken into account.
Alexa.com can give you for free some website analysis
From results for this blog, I think that the analyzed data comes only from USA generated traffic, because only posts I wrote in English are taken into account
Accessify.com should performance tests and get actionable tips on how to optimize it. Possibly your site domain is not available in Accessify‘s directory at the moment so a popup could be shown saying that they will analyze it and the results will be available quickly … asking again!
Accessify.com should performance test and get actionable tips on how to optimize it
Similarweb.com started out as a tool for finding similar sites but now offers a range of data including traffic analysis in a clean interface. You get to know the site’s traffic over time, the countries that are sending the most traffic, what search keywords are bringing the organic referrals, how much time users are spending on a site and so on. The traffic reports can be downloaded as PDF files.
However only if you are the owner of the site you can connect to Google Analytics, to present more your data on SimilarWeb, otherwise the provided information is not so relevant … and, again, data seems to be related only to the USA traffic, being for my blog considered only post I wrote in English (so probably the only one visited in the USA)!
Similarweb.com: only if you are the owner of the site you can connect to Google Analytics, to present more your data on SimilarWeb, otherwise, the provided information is not so relevant …
… again, data seems to be related only to the USA traffic, being for my blog considered only posts I wrote in English!
SEM Rushallows knowing which sites are sending traffic and also the keywords that are bringing the most visitors. You need to register to get 10 free requests but I think it is worth to use it at least once … and you can always use, for registration, a secondary email that I am sure you have to avoid possible spam!! Note that, when you specify the URL of the site you want to check (your own or whatever another one), you can specify the nation.
SEM Rushallows knowing which sites are sending traffic and also the keywords that are bringing the most visitors. You need to register to get 10 free requests but I think it is worth to use it at least once
Some detailed information provided by SEM Rush (1)
Some detailed information provided by SEM Rush (2)
Google Search Console(previously Google Webmaster Tools) is a web service by Google, provided free of charge for webmasters, which allows them to check indexing status and optimize visibility of their websites.
Google Search Console (1) – It is a web service by Google, provided free of charge for webmasters, which allows them to check indexing status and optimize visibility of their websites
It allows a lot of things, but the best one is, in my opinion, to let you know if there are some errors in some pages of your site, letting you easily identify them and, after your correct them on the site, have a check. The
Google Search Console(4) – Identified errors e possible validation after a change on the related page
After some time you will receive an email with the result ogf that check in order you can are aware it the issue is fixed or not after your changes:
Email with the check result, letting you know if the issue is fixed or not after your changes
Google Analytics is a free and unlimited web stats service that, doesn’t offer public reports like Sitemeter or StatCounter. That means if you were to share your traffic details with another person, you’ll have to add him as a user to your Google Analytics account.
If you speak Italian, see this blog to lean more about this complex tool.
Last, but not least, it should be mentioned the WordPress Statistics section available in the administration site of WordPress, visible only to the owner of the site/blog. It gives information on Views and Visitors per day, weeks, months, years with details where they came from. Moreover, as we saw, if the Jackpack plugin is active it allows seeing in the Ads tab how many ads were offered and how much you gained since you joined WordAds.
WordPress Statistics section – Weeks view – Available in the administration site of WordPress and visible only to the owner of the site/blog
Recently, and randomly, I started getting, on my Windows 10 PC, boring Reddit notifications on a black popup window, in the bottom right. Reddit, I read in Wikipedia, is “an American social news aggregation, web content rating, and discussion website. Registered members submit content to the site such as links, text posts, and images, which are then voted up or down by other members“. However I never register with that site or at least not consciously!!!
Unwanted Reddit notifications on black popup window
Then I could not figure out how to disable it: I even did not find any reddit program going in my Control Panel -> Installed programs list! The only think I recently did on my PC was to install Chrome browser …
I found a possible solution in a post that suggests to open Chrome browser, past chrome://settings/content/all?search=notificationinto its the URL search bar, then search for reddit using the available magnifying glass section: you will find two results (i.e. reddit.com, redditmedia.com).
Clicking the 3 dots, you can both delete cache data and change permissions, setting all of them to deny.
I really don’t know if it’s a Chrome thing or, more likely, something that got (unwanted) installed visiting some site using that browser.
I read also that another way to stop those notifications acting on Windows 10 notifications section (down right corner): when you receive one Reddid message, go to (Windows10) Notifications -> Settings (by one of the Reddit messages) -> Chrome notificationsettings -> remove reddit from “allowed” (3 dots -> remove)
In this way I received no more notifications … even thought I still have listed in Chrome settings those reddit sites …
Forse il titolo che ho scelto è un po’ troppo pomposo … ma devo o no farti venir voglia di leggere questo post? 😉 Non è infatti di un mini-corso di restauro, ma quello che andrò a descrivere nel seguito sono “solo” le mie personali esperienze di restauro di quadri di famiglia (e rispettive cornici), più o meno datati nel XX secolo, … di grande significato affettivo per me, ma non penso di particolare valore economico! Non parlerò quindi di restauro di quadri di Bosch, di Picasso o di Dalì, che ovviamente richiederebbe un’analisi specifica sul singolo dipinto, lo studio dei materiali impiegati in quel periodo storico e quant’altro! Nel mio piccolo ho cercato comunque di informarmi e di fare del mio meglio … per cui penso di poter dare qualche consiglio a chi desiderasse intraprendere un percorso analogo, … suggerendogli tuttavia di non basarsi solo su questa fonte, ma di cercarne anche altre, magari più autorevoli!
Già diversi anni fa avevo ripulito alcune miei dipinti giovanili (ad olio su tela) dove era stata data a suo tempo una vernice finale che già li aveva protetti da diverse avversità ambientali (e.g. l’umidità), ma non certo dalla polvere e dallo smog. A quel tempo avevo utilizzato semplicemente della schiuma con sapone di Marsiglia (generata scuotendo, con la mano, immersa in una bacinella, dell’acqua con tale sapone naturale e delicato). Dopo avere passato sulla tela quella schiuma con una spugnetta morbida per togliere polvere e grasso, l’avevo poi rimossa con qualche passaggio di spugna inumidita d’acqua (e talvolta addirittura usando un getto d’acqua usando la doccia della vasca). Il risultato mi era sembrato decoroso ed i dipinti non si erano rovinati … anzi, le tele asciugandosi avevano riacquistato una maggior tensione.
Tuttavia ora mi trovavo di fronte a dipinti anche di inizio secolo, spesso realizzati su legno e talvolta (mi sembrava) neppure trattati con particolari vernici finali protettive. Inoltre alcuni presentavano colori ormai smorti, soprattutto quelli chiari quali i cieli. Infine, per alcuni sarebbero sicuramente stati necessari anche dei ritocchi di colore sul dipinto stesso, perché scrostato al punto tale da vedersi lo sfondo del legno o della tela. Spesso anche le cornici erano ammaccate e/o con le giunture non tagliate con quella precisione propria delle apparecchiature di taglio moderne, per cui presentavano fessure anche evidenti. Insomma, dovevo necessariamente impegnarmi di più ed informarmi a dovere prima di procedere in una pulizia e restauro del tutto!!
Sono quindi andato nel negozio Sinopia (via Poliziano 56/A, 10153 Torino – vicino al parco Colletta di Torino) che già a suo tempo avevo utilizzato per trovare materiale utile al restauro di mobili (vedi post Appunti di restauro: sverniciare e riverniciare un mobile in legno): lo avevo infatti trovato molto fornito e gestito da persone professionalmente valide. Descritto il mio intento al primo commesso disponibile, costui mi aveva consigliato di aspettare per parlare direttamente con il loro esperto in restauro di dipinti. Così ho fatto e, dopo aver ripetuto a quest’ultimo il mio obiettivo, le sue prime parole erano state poco confortanti: “Lo sa vero che ci sono persone che studiano diversi anni per poter effettuare il restauro più appropriato per un dipinto?“. Dopo avere ingoiato il rospo e chiarito ulteriormente i miei intenti non professionali, mi aveva quindi consigliato il loro prodotto Solva-gel, una crema “general purpose“, da utilizzare comunque con discrezione ed attenzione. Vista (in proporzione) la minima differenza di costo tra la confezione piccola e quella grande, e non avendo idea di quanto ne avrei consumato per ripulire ciascun quadro (e neppure sapendo con precisione il loro numero), avevo preso la confezione grande da 800g: con il senno di poi, avendo constatato che minimo è il quantitativo da usare, probabilmente anche al confezione piccola sarebbe stata più che sufficiente per ripulire la mia ventina di dipinti … comunque mi aveva confortato il fatto che quel preparato “non si deteriorava con il tempo” per cui lo avrei potuto utilizzare anche dopo diverso tempo!! Sull’etichetta di quel prodotto viene indicato: “Miscela di tensioattivi e solventi organici in emulsione addensata per operazioni di pulitura“… il che non dice molto, almeno alle mie orecchie da profano! Si presenta comunque come una crema bianca, agevolmente spalmabile utilizzando una tela o un batuffolo di cotone, essendo di una consistenza molto simile ai polish da me spesso utilizzati per pulire i mobili e rinnovarne la lucentezza.
ATTENZIONE: se si è usato per la pulizia del dipinto un prodotto di tensioattivi e solventi organici tipo il Solva-gel, è necessario poi eliminare bene il prodotto residuo con acqua (con un telo o con del cotone imbevuto) e/o con un prodotto di pulizia a base di petrolio. Un po’ come se si fosse usato del sapone neutro che poi deve essere sciacquato! Diversamente, se ad esempio si spruzza una vernice finale opaca, c’è il pericolo che, facendo reazione con quello, dopo qualche minuto diventi di un opaco biancastro, velando impropriamente il dipinto e si debba quindi agire per eliminarla!!
Solva-Gel – Miscela di tensioattivi e solventi organici in emulsione addensata per operazioni di pulitura
Mi ha consigliato anche di acquistare (a poco prezzo) una latta di essenza di petrolio che, oltre a poter servire eventualmente come diluente per il prodotto precedente, poteva magari anche da solo bastare per una pulizia di alcuni dei dipinti meno “sporchi”.
Ecco nel seguito i miei consigli che mi sento di dare sulla base alla mia personale esperienza …
Innanzitutto, prima di procedere ad utilizzare quei prodotti, su ciascun dipinto conviene provare ad usarli su una piccola zona di minor interesse (e.g. un bordo o un angolo) per verificarne l’effetto, e questo quindi prima di procedere in altre parti dove l’eventuale danno risulterebbe maggiore! Tale procedura è opportuno effettuarla prima della pulizia di ciascun quadro, in quanto i colori ed i materiali utilizzati possono differire da quelli dei precedenti e quindi potrebbero sempre comunque verificarsi di potenziali effetti indesiderati. Devo dire che non ho riscontrato controindicazioni per nessuno dei miei dipinti ad olio, su tela, su cartone telato e su legno, ma questo non vuole dire … Vista la consistenza già sufficientemente spalmabile, non ho poi reputato opportuno effettuare alcuna diluizione. Utilizzando piccoli batufoli di cotone imbevuti di un po’ di quella crema, ho proceduto a pulire a piccoli passi ogni parte di ciascun dipinto. Notando che, sebbene in minima parte, anche del colore veniva rimosso al passaggio della soluzione, colorando leggermente il batufolo inizialmente bianco, ho proceduto alla pulizia in modo da passare su zone di colore simili prima di cambiare cotone, in modo tale da non rischiare di mischiare eventualmente dei colori. Sono partito sempre dalle parti chiare, in quanto sono poi quelle dove l’operazione di pulitura si noterà maggiormente. Infine, ho prestato particolare attenzione nel ripulire la zona dove c’era la firma del pittore, talvolta inizialmente addirittura nascosta dallo sporco da renderla quasi illeggibile. Ovviamente quel materiare deve essere spalmato sul cotone in dosi minime e deve essere esportato al più presto, prima che asciughi, utilizzando magari un nuovo batufolo pulito nell’ultima passata. Insomma, la procedure descritta è assai simile ad una che prevedesse di pennellare nuovamente singolarmente il colore di ciascuna immagine presente nel dipinto, ciascun suo colore, petalo, volto ed oggetto!
Sebbene in minima parte, anche del colore viene rimosso al passaggio della soluzione, colorando leggermente il batufolo inizialmente bianco
Confronto tra una rosa ripulita ed un’altra ancora da restaurare: nella prima è evidente il ripristino della lucentezza dei colori originari
Ho prestato particolare attenzione nel ripulire la zona dove c’era la firma del pittore, talvolta inizialmente nascosta dallo sporco e quasi illeggibile
Per restaurare un dipinto conviene toglierlo dalla sua cornice, anche qualora non ci sia un vetro, in modo tale da trattarlo interamente, anche ai suoi bordi. Inoltre, togliere il cartoncino posteriore può portare a belle sorprese, quali quella di scoprire scritti del pittore o addirittura un altro dipinto, magari di studio, realizzato sul medesimo supporto poi utilizzato dall’altro lato. Questo è quanto mi è successo togliendo dalle cornici (appunto per ripulirli e restaurarli) alcuni dipinti giovanili di mio zio, da decenni in cantina, … riportando alla luce sul retro altri dipinti di studio … forse più belli di quelli frontali! Non saranno dei Picasso, ma pur sempre dei Contini!!! 😉
Togliere il dipinto dalla cornice può portare a belle sorprese, quali quella di scoprire scritture del pitture o addirittura un altro dipinto
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Relativamente alle cornici, primo passo è quello di stuccare, con opportuno prodotto per legno, tutte le fessure e le ammaccature presenti.
Quindi, si può utilizzare sia del colore acrilico (e.g. per pitturare eventuale passe-partout in legno) sia, più convenientemente, delle vernici spry, magari dorate: si noti che esistono diverse tonalità d’oro, più o meno marcate a seconda della marca.
Vernici spry da me utilizzate per colorare d’oro alcune cornici
Nel seguito mostro alcuni risultati ottenuti:
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Un altro materiale che viene usato per pulire dipinti è l’anacrosina. Non avendolo per ora mai usato, vi rimando ad alcuni siti dove ho visto descriverne l’utilizzo:
Da http://www.rinaldin.it/ita/RvIta/Rv2coPuliz.htm: “L’anacrosina va stesa delicatamente con un pennello di setole morbide, in modo uniforme, su tutto il dipinto. Si ottiene così la saponificazione della vernice e della sporcizia. Si lascia poi asciugare fino a completa essiccazione. Generalmente un quarto d’ora è sufficiente, ma questo tempo potrebbe variare in base alla temperatura dell’ambiente e alla quantità di prodotto versato sul dipinto. A questo punto si procede all’asportazione della crosta che si è formata dall’essiccazione dell’anacrosina, della vernice e della sporcizia. Si immerge una spugna in acqua calda (ma non bollente), la si strizza parzialmente, e la si passa sopra il dipinto. L’operazione va ripetuta più volte fino a quando tutto il dipinto viene liberato dalla crosta. Un consiglio: per evitare brutte sorprese sarebbe meglio provare tutta l’operazione su un angolo del dipinto. Terminata l’operazione di pulitura si lascia asciugare il dipinto per impedire che insorgano delle muffe a causa dell’umidità. L’asciugatura deve essere completa, sia nella parte del dipinto, che sul rovescio della tela”.
Su http://www.antichitabelsito.it/anacrosina.htm: “L’anacrosina permette la rimozione dello sporco che tende a formarsi sul dipinto con il passare del tempo (es. fumo, inquinamento atmosferico, ecc.) senza però intaccare il film di vernice protettiva che generalmente ricopre il film pittorico. L’anacrosina è un prodotto pronto all’uso che non deve essere diluito. Consigliamo comunque di agitarlo accuratamente prima di applicarlo. Consigliamo, prima di utilizzare l’anacrosina, di rimuovere l’eventuale polvere sulla superficie del dipinto con l’aiuto di una pennellessa a setole morbide. Se dal successivo esame del film pittorico, questo risulta compatto e senza decoesioni allora possiamo proseguire con l’intervento di pulitura, altrimenti consigliamo di sospendere il lavoro e valutare un preventivo intervento di consolidamento del film pittorico. Stendere il dipinto sul tavolo da lavoro e distribuire l’anacrosina uniformemente su tutta la superficie pittorica con l’aiuto di un pennello. Lasciare asciugare completamente l’anacrosina applicata. Generalmente sono sufficienti 15 minuti anche se il tempo di asciugatura varia a seconda della temperatura ambiente e dalla quantità di anacrosina utilizzata. Rimuovere quindi la crosta formatasi, possibilmente utilizzando una spugna marina naturale dopo averla inumidita con acqua demineralizzata calda (non bollente). Se necessario ripetere il processo fino a quando il dipinto risulterà perfettamente pulito. Si consiglia di aggiungere all’acqua demineralizzata utilizzata per il risciacquo dell’anacrosina il 3% di nipagina, per evitare l’eventuale formazione di muffe sul film pittorico e sulla tela a causa dell’umidità generata dall’intervento stesso. Al termine dell’intervento di pulitura con anacrosina sarà necessario asciugare accuratamente il dipinto. Si consiglia in ogni modo, di effettuare un saggio dell’intervento sopra descritto in una zona più nascosta del dipinto“.
Già da tempo nei siti online di diverse banche viene pubblicizzato il cosiddetto Mobile Token che va a sostituire quello generato con le classiche chiavette che da decenni hanno consentito di confermare le operazioni bancarie richieste tramite i medesimi e, sempre più nel tempo anche già solo per effettuare l’accesso. Viene pubblicizzato come un qualcosa di innovativo in nome della sicurezza per il cliente: ma è proprio tutto oro ciò che luccica?
In quelle comunicazioni/pubblicità (che spesso appaiono come fastidiose finestre di popup ad ogni login) si parla di una direttiva europea da rispettare nell’ottica di raggiungere un maggiore livello di sicurezza e quindi della obbligatorietà di questo passaggio ad una diversa operatività.
La direttiva ci sarà sicuramente, ma mi sembra che alcune banche (e.g. ING DIRECT – Conto Arancio o anche l’italianissima UNICREDIT) a tutt’oggi non abbiano reso obbligatorio tale passaggio … anzi, alcune non ha mai fatto uso addirittura di una chiavetta e consentono di utilizzare tuttora una carta dei codici operativi, metodologia ancora precedente all’uso delle chiavette!
Inoltre, in qualità di tecnico, posso esplicitare i miei dubbi che la metodologia del Mobile Token consenta davvero di raggiungere, in generale, una sicurezza di gran lunga maggiore nelle transazioni bancarie. Infatti, tutto dipende molto dal livello di sicurezza adottato sul dispositivo usato e questo non dipende unicamente dalla tipologia e/o versione del suo sistema operativo, ma anche dalle scelte effettuate dall’utente stesso (e.g. uso e tipologia del blocco schermo che può essere nullo o debole – quale la traccia di sequenza con il dito, il riconoscimento facciale; installazione manuale di app da fonti non affidabili e/o uso del telefono come pen drive – chiavetta dati – inserendo cioè nella sua memoria – di sistema o SD – dati provenienti da fonti dubbie, scaricate da email o trasferite da un PC tramite un collegamento USB/Bluetooth; collegamento dati realizzato tramite Wi-Fi pubblici non affidabili). Per di più generalmente il proprio smartphone viene portato ovunque uno vada ed è perciò prono a furto molto più di una chiavetta generalmente custodita a casa in modo appropriato e tirata fuori solo all’occorrenza!
Perciò, personalmente credo che la scelta del Mobile Token sia stata dettata principalmente da motivi di convenienza economica e di marketing, più che alla necessità di aumentare il livello di sicurezza nelle transazioni: probabilmente è stata considerata la metodologia attualmente più economica per mantenere nel tempo la sicurezza desiderata, senza dover magari sostituire periodicamente le chiavette o utilizzare servizi a pagamento offerti da terze parti (e.g. invio SMS) per recapitare l’OTP (One Time Password, cioè la chiave utilizzabile un’unica volta entro una tempistica predefinita).
Quello di cui invece sono sicuro è che, purtroppo, questa migrazione (in diversi casi dovuta, vale a dire resa obbligatoria) non è per tutti indolore ed inoltre non è potenzialmente priva di costi derivati e/o di complicazioni inesistenti operando con le metodologie precedenti.
Nel seguito andrò a giustificare ed esplicitare meglio la mia personale affermazione precedente, seppur sulla base della mia piccola esperienza personale utilizzando (per il mio conto e per quello di parenti anziani che fanno riferimento a me per queste incombenze!) il siti online di tre banche, INTESA SANPAOLO, BNL, ING Direct, di cui l’ultima è nata principalmente per operare online.
Innanzitutto, posso dire che la modalità di migrazione al Mobile Token differisce da banca a banca, sebbene venga richiesta da tutte (o almeno dalle 3 che ho provato personalmente) l’installazione di un’app sul proprio cellulare (o eventualmente su un tablet, anche se non viene particolarmente pubblicizzato/consigliato). Alcune richiedono un ultimo uso della chiavetta (che dopo può anche essere buttata via (e.g. INTESA SANPAOLO), altre ti chiedono unicamente una autenticazione tramite un OTP inviato per SMS al numero di cellulare registrato per quella utenza (e.g. BNL), altre ancora utilizzano la carta di codici operativi (e.g. ING Direct) che, anche dopo aver attivato la modalità Token, non dovrà essere buttata via bensì conservata in quanto potrebbe eventualmente tornare utile un domani per riattivare il Token stesso.
Si noti inoltre che l’utilizzo del Token viene richiesto da alcuni siti di banche non solo per autorizzare un’operazione ma addirittura per accedere al sito stesso (e.g. INTESA SANPAOLO) mentre in altri casi l’autenticazione non lo richiede (e.g. ING Direct) ed il Token autorizzativo può essere generato da un’app senza necessariamente accedere prima di autenticarsi ad accedere completamente a tutte le funzionalità offerte dall’app (e.g. gestione del conto corrente).
Evidenzio perciò il primo punto di attenzione: 1) La metodologia che fa uso del Mobile Token presuppone che il cliente possegga uno smartphone e che questo abbia un sistema operativo Android o iOS con una versione sufficientemente recente. Insomma, un cliente che non abbia uno smartphone sia con quei sistemi operativi sia più recente di 3 anni, ha buona possibilità di non poter installare/utilizzare l’app della propria banca che consente di ottenere il Mobile Token.
Ad esempio, io che avevo un Lumia 950XL del 2016(e che riceverà il supporto della Microsoft fino al prossimo dicembre 2019) con sistema operativo Windows 10 Mobile, diverse banche non hanno proseguito nel tempo a supportare le loro app per quel sistema operativo non molto diffuso: quindi, già da più di un anno quelle app (se sviluppate) sono comunque diventate obsolete ed inutilizzabili. Ad esempio, questo è il caso dell’app ING Direct che consentiva da anni di generare il Token: dopo essere passato a quella modalità anni fa, ad inizio 2018 (da un momento all’altro) ha messo di funzionare correttamente ed ero dovuto tornare (non senza problematiche) all’utilizzo del metodo precedente di autorizzazione (i.e. la carta di codici operativi).
Analogamente mia moglie, che ha uno smartphone Android Sony Xperia di quel medesimo anno (2016), non può attualmente utilizzare l’app INTESA SANPAOLO (che genera il Token) in quanto, anche se si riesce ad installare poi non fornisce quella funzionalità perché richiede una versione del sistema operativo superiore al Android 4.4.4, propria di quel cellulare al suo più recente aggiornamento. Anche telefonando al servizio clienti mi hanno saputo solo dire che si poteva installare … ma non che poi non risultava utilizzabile allo scopo!! Per cui c’è da preventivare prima o poi la sostituzione di quel cellulare seppure, per tutti gli altri scopi, faccia ancora la sua sporca figura: d’altra parte ha solo meno di 3 anni! Che venga imposto l’uso di browser recenti per accedere al sito da un PC mi sta bene perché il costo di aggiornamento è nullo e non crea assolutamente problemi, ma dover cambiare uno smartphone abbastanza recente solo per poter avere una operatività online sul sito della banca è diverso!!
Per non parlare poi del cliente anziano che utilizza generalmente una linea fissa e, se va bene, ha solo un cellulare solo per chiamate voce (dove quindi la metodologia con OTP tramite SMS potrebbe funzionare): spesso, a mala pena costui sa cosa sia uno “smartphone” e sicuramente ha delegato da tempo una persona fidata (e.g. un parente giovane) ad operare per conto suo sul sito della banca per effettuare le operazioni di routine (e.g. spese condominiali, bonifici alla badante, pagamenti bollette).
Evidenzio perciò il secondo punto di attenzione: 2) Mentre con una chiavetta l’operatività poteva essere agevolmente delegata ad altra persona fidata, semplicemente passandogliela e fornendo le dovute credenziali, ora ciò è reso impossibile qualora la banca risulti la medesima, in quanto non è possibile registrare la medesima app su un cellulare in modo che possa fornire il token per due utenze diverse, anche qualora fossero relative al medesimo conto cointestato.
Ad esempio, nel caso di INTESA SANPAOLO, due coniugi che abbiano un conto cointestato, eventualmente non possono più entrambi operare per conto dell’altro: semplicemente passando la chiavetta ed le credenziali come avveniva un tempo, non possono quindi più entrare nel sito ed operare in vece del coniuge, magari per compilare un F24 o effettuare un altro pagamento che richieda di operare proprio autenticandosi con una utenza specifica per vedere precompilati i priori dei dati anagrafici/fiscali; inoltre, senza quell’accesso in vece, non sono più visibili/utilizzabili i contatti (con i loro rispettivi iban) precedentemente salvati nel tempo per effettuare più agevolmente successivi pagamenti. Tutto questo rende più macchinoso consentire ad una persona fidata di procedere all’autorizzazione di operazioni (e.g. è necessario telefonargli per fare generare il Token da remoto con il suo telefono o aspettare di incontrarsi di persona per poter procedere).
Inoltre, per problemi di sicurezza, l’app che fornisce il Token può essere attivata su un solo dispositivo (e.g. il proprio smartphone personale): se si desidera poi cambiare dispositivo, ad esempio se si compra un nuovo smartphone, si deve riattivare il tutto su quel nuovo dispositivo, disattivando così funzionalità sul precedente.
Ecco il terzo punto di attenzione: 3) L’attivazione della metodologia Token risulta esclusiva vale a dire, una volta scelta, non consente più di utilizzare quelle preesistenti (e.g. la chiavetta; la carta di codici operativi). Talvolta (e.g. ING Direct) si può tornare al precedente metodo, ma la procedura non è immediata; altre volte (e.g. INTESA SANPAOLO) si può optare – come in alternativa alla sua attivazione – ad un invio dell’OTP via SMS, ma in quel caso viene richiesto un canone annuale (non del tutto irrisorio e comunque ingiustificato se si pensa che non solo già si paga per ottenere il servizio di banca online, ma viene pure viene applicato un costo per ciascuna transazione richiesta). In realtà ho sperimentato che invece per la BNL la generazione del token può continuare ad essere effettuato anche tramite la preesistente chiavetta e la modalità tramite app su smartphone risulta solo una possibile alternativa (mentre per INTESA SANPAOLO l’ultimo uso della chiavetta è per confermare l’attivazione del Mobile Token, dopo di che perde qualsiasi utilità e la si può buttare!).
Quarto punto di attenzione: 3) Se il cellulare non ha la connessione dati (e.g. assenza di copertura di rete mobile/Wi-Fi; plafond traffico dati terminato), pur avendo a disposizione un PC connesso in rete, non si può operare sul sito della banca, se non per magari (in taluni casi) per un numero limitato di volte (e.g. l’app ING Direct nelle F.A.Q. viene detto che può generare offline fino a 15 Token – anche se, provandola, non mi sembra possibile; invece le app dell’INTESA SANPAOLO e BNLnon consentono neppure all’utente di autenticarsi se c’è anche solo una momentanea perdita di connessione con la rete dati!!).
Quinto punto di attenzione: 3) Mentre viene spiegato bene come installare l’app per attivare la funzionalità di Mobile Token (e.g. con apposito video, usufruibile direttamente dall’homepage o da una apposita finestra di popup al login) non risulta così immediato reperire informazioni su quale poi praticamente sia la procedura complessiva per effettuare poi un’autorizzazione tramite quel “nuovo” metodo. Fin quando, magari per tentativi, si prova effettivamente ad utilizzare quel metodo di autorizzazione, diverse rimangono le domande insolute che uno si pone (e.g. Conviene prima lanciare l’app e poi accedere da PC al sito per effettuare la operazione desiderata, o fa lo stesso? Si può operare per il pagamento anche direttamente dall’app che genera il Token e come in quel caso la procedura differisce rispetto all’accesso al sito da un PC? E’ possibile utilizzare l’app che genera il Token anche da un tablet, e se sì, deve essere Android/iOS? E da PC, e se sì, il sistema operativo può essere sia Windows 10 sia macOS?). Ovviamente la procedura complessiva nell’uso del Mobile Token differisce da banca a banca, per cui se si deve operare con una diversa app, non ci si deve aspettare che la procedura risulti la medesima sperimentata altrove!
BNL (1)
BNL (2)
INTESA SANPAOLO (1) – sito web su PC
INTESA SANPAOLO (2) – App su Smartphone – Caso di utilizzo del Token per confermare operazione effettuata sul sito dal PC
INTESA SANPAOLO (3) – App su Smartphone – Caso di utilizzo del Token per accedere al sito dal PC
ING Direct
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Infine, nel seguito riporto alcune F.A.Q. (presenti nel sito di ING Direct e relativamente alla loro procedura di rilascio del Token) che ho trovato particolarmente delucidati ed aiutano a comprendere le potenziali problematiche associate!
Cosa significa “Token esauriti” e cosa fare in questa situazione?
In assenza di copertura di rete puoi utilizzare il Token per generare fino a 15 codici. Superata questa soglia sarà necessario avere copertura dati ed effettuare l’accesso alla App.
Cosa fare in caso di guasto/smarrimento del telefono?
In caso di guasto/smarrimento del tuo telefono potrai attivare il Token direttamente sul nuovo dispositivo, accedendo alla nostra App nella sezione Attiva Token. Non sarà necessario alcun intervento sul vecchio dispositivo.
È possibile installare Token su più dispositivi?
Per motivi di sicurezza il Token può essere attivato su un solo dispositivo. In questo modo solo con il tuo smartphone sarà possibile autorizzare le operazioni. Se vuoi cambiare dispositivo, ad esempio se vuoi cambiare smartphone, dovrai semplicemente attivare il Token sul nuovo dispositivo.
È possibile installare Token su Tablet?
Sì, è possibile. Tuttavia consigliamo di attivare il Token su un dispositivo che hai sempre con te, come il tuo telefono principale. Cosi’ potrai autorizzare le operazioni in ogni momento ovunque ti troverai.
Non trovo più la funzione di generazione Token. Cosa devo fare?
È possibile che, per qualche problema tecnico, il dispositivo sul quale avevi attivato il Token non venga correttamente riconosciuto. Se quando apri la App non compare in alto il saluto personalizzato, oppure se non vedi il link “Genera Codice Token”, stai riscontrando questo tipo di problema. In questo caso dovrai accedere alla App, nella sezione “Stato attivazione Token”, selezionare “Sospendi Token” e procedere con la procedura di riattivazione del Token.
Posso tornare ad utilizzare la carta dei codici operativi?
La carta dei codici operativi non potrà più essere utilizzata per disporre operazioni. Se sospendi il tuo Token non potrai più effettuare operazioni fino alla riattivazione dello stesso.
Whenever you upload one or more images in a Facebook post, you can possibly select an album where it/they will be associated. If not specified, by default it/they will be uploaded in Mobile upload (IT: Caricamenti da cellulare) or Diary photos (IT: Foto del diario), … I am always wondering which is the logic behind choosing between them because I always used my cellular to upload all of them!!
Sometime it may happen that you forgot to choose the appropriate album and so you’d like to move some of those photos in an appropriate album: no way to do that from the app available on your device! However, if you use the browser (possibly on a PC, but even on your smartphone) an appropriate “Move to another album” (IT: “Sposta in un altro album“) is usually available either from the thumbnail upper right pen icon or in the bottom right Options available when the photo is shown in detail.
Facebook site: photo uploaded in a post containing only that picture (1)
Facebook site: photo uploaded in a post containing only that picture (2)
However, it may happen that, even using the site from whatever browser, you can’t find that item menu and you wonder why!! The answer is “No reason!!“ … I think it is a big limitation without any logical justification, if not possibly a technical one!
Facebook site: photo uploaded in a post containing several pictures – no moving options (1)
Facebook site: photo uploaded in a post containing several pictures – no moving options (2)
When it happens? If in the post were uploaded more photos, for none of them that option is available wherever they were located (so even if you specified explicitly an album). So it seems that (up to now) in that case, it is impossible to change their position from one album (e.g. My photos, My timeline or whatever) to another one.
So, the option “Move to another album” is available ONLY if the photo was uploaded alone in a post and ONLY if you are using the Facebook site (so from a PC browser, not from a mobile one) and not the app (either the Microsoft Store one or the Play Store one, … I suppose it happens also for the AppStore one but I did not test it).
Facebook app (from Microsoft Store): no moving options (1)
Facebook app (from Microsoft Store): no moving options (2)
Facebook app (from Play Store): no moving options (1)
Facebook app (from Play Store): no moving options (2)
Note that the moving to another album option is not available on a smartphone even if you are accessing the site from a smartphone browser (so not using the app) … and even if you set it to show the content as a desktop device and not as a mobile device: so the check is done server site by Facebook and it is there where they hide that option … I wonder why!
Neither using the site version of Facebook and setting the browser to show the content as a desktop device, no way of having the moving option of photos/videos between albums on a mobile device!!
Because it is only a technical problem, I hope that this issue (that persists since many years ago) it will be overcome with future versions on both site and apps!
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Final note: the information provided in the Facebook Help Center is confusing. It speaks only about the impossibility of “moving photos and videos between albums on a mobile device“, but it says nothing related to posts with more images uploaded!
The information provided in the Facebook Help Center is confusing: It speaks only about the impossibility of “moving photos and videos between albums on a mobile device“, but it says nothing related to posts with more images uploaded.
Dopo le tristi esperienze di scorsi anni (2015, 2018) anche quest’anno mi sono trovato a dover scegliere tra quale metodologia di rinnovo optare …
Nel 2015 avevo ovviamente optato per l’acquisto online, in quanto in genere il più agevole, … ma poi mi ero scontrato in un sito acerbo e ricco di anomalie. Avevo quindi dovuto ricorrere alla scelta di acquisto tramite le emettitrici presenti negli androni del metro. Questo fino allo scorso anno, il 2018, quando (probabilmente per via di aggiornamenti dovuti in parte alle nuove tariffazioni) ho anche con quel metodo dovuto tribolare (come molti ragazzi presenti) per riuscire ad effettuare quel benedetto rinnovo. Tra l’altro, almeno dalle emettitrici, non si poteva effettuare tale rinnovo prima di un mese dalla scadenza del precedente, a meno di perderci in durata).
Visti i precedenti, quest’anno mi sono riproposto di tornare all’acquisto online, sperando che da quando mi ero registrato, 5 anni fa, il sito fosse migliorato: tra l’altro nella homepage stessa viene pubblicizzato “Abbonati online. E’ un gioco da ragazzi“.
Effettivamente lo è stato (finalmente!). Insomma, tutto è andato liscio ed ora manca solo ancora l’attivazione dell’abbonamento con la procedura chiaramente indicata:
Quest’anno consiglio quindi di procedere anche voi con la forma di rinnovo/attivazione online che, come anche mostrato nel seguito, risulta ora agevole ed intuitiva: inoltre, si risparmiano 3€ rispetto ad un acquisto presso una biglietteria (oltre alla lunga coda di attesa!). Purtroppo l’acquisto online ha ancora un ultimo neo: la velocità dei server e/o delle procedure utilizzate ad accedere ai dati necessari per effettuare l’acquisto, non sono ancora (a mio parere) calibrati correttamente, in quanto l’utente (con un PC collegato ad una linea fissa in fibra) deve rimanere per quasi un minuto in attesa della prima pagina di compilazione dell’acquisto, evidente segnale di sovraccarico del sistema. È vero che oggi che è un potenziale momento di traffico intenso, essendo 4 giorni prima della scadenza dell’abbonamento annuale per molti under 26, ma un sistema ben gestito dovrebbe comunque prevedere di calibrarsi opportunamente, in modo possibilmente dinamico, per sostenere i ben prevedibili periodi di sovraccarico (e.g. modificando i requisiti prestazionali richiesti, qualora il sistema fosse distribuito in un qualsiasi Cloud agevolmente riconfigurabile temporalmente a piacere).
Comunque, se non ci si spaventa per quella troppo lunga attesa e, senza preoccuparsi ed agire impropriamente, si lascia il tempo alla prima pagina della sezione di e-commence di rispondere con i suoi tempi, poi il seguito della procedura avviene con tempi adeguati.
Nel seguito riporto alcuni screenshot che mostrano tutta la procedura passo-passo dopo che l’utente si è registrato con il proprio account collegato alla BIP card posseduta: risultano agevoli e tipici di un qualsiasi acquisto online tramite una carta di credito.
Parte, a questo punto, una solita procedura di pagamento online con inserimento dei dati di carta di credito. Infine mostrata la ricevuta con le istruzioni su come attivare sulla carta l’abbonamento appena rinnovato.
Il tutto viene inviato anche all’email registrata dell’utente:
Spesse volte, per rendere più universalmente usufruibile un post, un blogger scrive in inglese … sebbene non sia la sua lingua madre per cui possibili errori grammaticali sono sempre in agguato! Perciò l’estensione Grammarly for Microsoft Edge, disponibile per quel browser preinstallato in ogni PC/tablet Windows 10, può egregiamente servire per ricevere utili suggerimenti su come migliorare ciò che scrivi in inglese un qualsiasi editor acceduto tramite quel browser e quindi anche quando si scrive un post in WordPress.
Avevo già scritto un post precedente che mostrava come agevolmente installare alcune delle molteplici estensioni del browser Edge, in particolare quella relativa alla traduzione automatica del testo del sito visualizzato: rimando quindi a quel vecchio (ma sempre valido) post per le semplici istruzioni in merito … limitandomi ora solo ad analizzare nello specifico l’estensione Grammarly for Microsoft Edge, scaricabile anche ‘essa gratuitamente dallo Store di Microsoft. Comunque per installare quella estensione basta cercarla nello store, magari accedendo direttamente all’elenco delle possibili estensioni di Edge, cliccando nel link “Trova nuove estensioni” (presente in fondo alla sezione relativa alle estensioni, presente nelle impostazioni – tre puntini in alto a destra di Edge).
Estensioni per il browser Edge presenti nello Store Microsoft
Gli errori ortografici sarebbero già comunque evidenziabili (anche mentre si sta scrivendo) con una impostazione corretta della lingua utilizzata (e.g. ENG se si sta scrivendo in inglese; IT se si sta scrivendo in italiano), operando dall’apposita sezione presente nella toolbar. Ovviamente è necessario avere installato il supporto per le lingue di interesse da Settings -> Language (IT: Impostazioni -> Linguaggio). Anche in questo caso, i potenziali errori ortografici vengono evidenziati ed è possibile visualizzare suggerimenti di correzione (click destro del mouse quando il cursore è sopra la parola sottolineata in rosso).
Si noti che se più si sono impostate più lingue, il correttore ortografico di Windows cerca, se possibile, di non evidenziare potenziali errori ortografici se la parola scritta è corretta almeno in una di quelle lingue installate (non necessariamente per quella attualmente impostata come attiva): perciò se per esempio si sono installate le lingue italiano ed inglese (US), non verrà segnalato nulla se si scrivono parole ortograficamente corrente per una di quelle due lingue (e.g. per “questa è una home di countryside” non verrà segnalato alcun errore ortografico).
Gli errori ortografici sarebbero già comunque evidenziabili (1) – Installare il supporto per le lingue di interesse da Settings -> Language (IT: Impostazioni -> Linguaggio)
Gli errori ortografici sarebbero già comunque evidenziabili (2) – Selezionare la lingua in cui si desidera scrivere, per vedere evidenziati gli eventuali errori ortografici
Gli errori ortografici sarebbero già comunque evidenziabili (3)
Quando è attivoGrammarly for Microsoft Edgee si scrive, ad esempio, un nuovo post in inglese con l’editor di WordPress, vengono anche in questo caso automaticamente evidenziate (mentre si scrive), con una linea rossa, alcune parti del testo che necessitano migliorie. Spostando il cursore sopra la parte sottolineata, compare poi una popup con la modifica suggerita e, cliccandoci sopra, anche in questo caso quella viene direttamente applicata al testo. Si noti però che non vengono evidenziati i solo errori di battitura, bensì anche quelli grammaticali e magari sono proposte anche possibili migliorie. Infine, risulta presente un tasto See more in Grammarly per ricevere ulteriori delucidazioni sul suggerimento proposto: seguendo tale link si imparano, tra l’altro, molti aspetti della lingua Inglese che magari non si conoscono!
Grammarly for Microsoft Edge consente una più sofisticata analisi del testo scritto con suggerimenti anche grammaticali e non solo di battitura
Tale correttore funziona unicamente quando il testo è in inglese, per cui non serve a nulla quando si scrive in una lingua differente (e.g. italiano): infatti, nelle opzioni si può unicamente specificare se si desidera correggere per un inglese americano, britannico o australiano. Perciò, quando si scrive in un altra lingua (e.g. italiano) conviene affidarsi al correttore ortografico di Windows 10 (attivando ovviamente opportunamente la lingua operando, come visto precedentemente, dalla toolbar in basso).
Tale correttore funziona unicamente quando il testo è in inglese e si può unicamente specificare se si tratta di inglese americano, autraliano o britannico
Inoltre i suggerimenti di correzione possono comparire non immediatamente dopo aver attivato tale funzionalità nelle opzioni del browser (può essere necessario aspettare anhe diversi minuti perché fornisca indicazioni: probabilmente tutto il testo presente (e.g. nel modulo per scrittura di un nuovo post nel sito WordPress) deve essere analizzato ed immagino ci siano ritardi anche dovuti alla necessità di stabilre un apposito collegamento con i server di Grammarly. Ovviamente questo ritardo non si presenta se l’opzione risulta impostata sempre, ma come già suggerito, ve lo sconsiglio!
Si noti che in fondo viene indicato, con un pallino rosso, il numero di errori che il correttore ha individuato nel testo:
Nel seguito riporto altri esempi di correzioni/suggerimenti che ho utilmente ricevuto per il post precedentemente, scritto in inglese:
Si noti che ovviamente la presenza attiva di questa estensione può rallentare anche molto il browser per cui, in generale, conviene mantenere attiva quella estensione SOLO quando effettivamente serve (e.g. check finale prima di pubblicare un nuovo post). Inoltre, operando solo su testo inglese, se si scrive in altre lingue (e.g. italiano) conviene ancor più disattivarlo in quanto oltre a rallentare non serve a nulla e può inoltre interferire con i meccanismi di correzione ortografica che abbiamo visto essere insiti in Windows 10.
Ho visto poi che esiste un sito specifico Grammarly e che esistono versioni anche a pagamento per quel prodotto che offrono funzionalità ancora più avanzare … anche se a me sembra che quelle offerte dalla versione gratuita siano più che sufficienti per un uso non professionale!!
Quindi oltre al plug-in per il browser Edge, ne esistono anche altre versioni (plug-in per Microsoft Office suite – che sia aggancia a Word ed ad Outlook – e applicazione stand alone per Windows).
Once the plug-in is installed, a specific Grammarly voice in the menu will be available and, when requested, a window on the right will show the detected errors andd several Grammarly options will be avaìilable on the top menu:
Le funzionalità offerte già dalla versione gratuita mi sembrano più che valide
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Si noti infine che il browser Edge presenta il seguente fastidioso comportamento quando viene utilizzato l’editor di WordPress: se si fa un cut&past di una parte di testo per spostarlo, al contenuto reinserito viene applicato talvolta un tag HTML di <span> (e.g. <span style=”display: inline !important; float: none; background-color: #ffffff; color: #444444; cursor: text; font-family: Georgia,’Bitstream Charter’,serif; font-size: 12px; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: 400; letter-spacing: normal; orphans: 2; text-align: left; text-decoration: none; text-indent: 0px; text-transform: none; -webkit-text-stroke-width: 0px; white-space: normal; word-spacing: 0px;”> evidenziate con una linea rossa </span>) che altera lo stile del testo: per riportarlo alle condizioni iniziali si richiede quindi un editing nel codice HTML.
utilizzando il cntrl+x / cntrl+v per spostare del testo, talvolta viene cmabiato il suo stile tramite l’utilizzo del tag HTML <span>
Per ovviare a questo inconveniente e mantenere lo stile preesistente del testo, anzichè utilizzare il cntrl+x / cntrl+v, è sufficiente selezionare il testo da spostare e poi trascinarlo dove si desidera, mantenendo premuto il tasto destro del mouse:
Selezionando il testo da spostare e poi trascinandolo dove si desidera, mantenendo premuto il tasto destro del mouse, evita modifiche nel suo stile (1)
Selezionando il testo da spostare e poi trascinandolo dove si desidera, mantenendo premuto il tasto destro del mouse, evita modifiche nel suo stile (2)
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Esiste poi anche un plug-in per altri browser quale ad esempio Chrome:
Plug-in per il browser Chrome
Ancora più interessante è l’estensione per Officeche aggancia Grammarly sia a Word sia ad Outlook: è necessario in questo caso autenticarsi, ma il servizio base continua ad essere gratuito. Le correzioni vengono visualizzate in una finestra a destra e, se accettate, vanno a modificare direttamente il testo originario.
Sometime it is useful to read an ebook not on a Kindle device but on a PC/tablet, possibly because it is a coloured comics or you need to project it somewhere,
I tried to download and install the Amazon Kindle app in a five years old iPad Air (A1460 model) and, with my surprise, the following message appears: “This article requires iOS 11.0 or higher version. You need to update to iOS 11.0 to download this article“.
In the Apple Store there is no more a Kindle app compatible with an iOS version less than 11.0
Unfortuntely, that iPad cannot be updated to the 11 iOS release but only to the previous 10.x.x sub release one … and in the Apple Store there are no more a Kindle app compatible with that previous iOS version!!!
I even tried to contact the kind Amazon customer service to ask how to install a Kindle app that can be compatible with my iPad, and they confirm that the App Store one is the only app now available ….
I think it is very absurd that old releases of an app like that, even though with fewer features, are no more available on a Store, so maintaining the possibility of its use for old devices!! 😦
Therefore, to be able anyway to read an eBook on that iPad, the only way is to use the web reader version, the Kindle Cloud Reader, compatible for every browser. The English version is on read.amazon.com but there are even national versions (e.g. leggi.amazon.it site for Italian users).
In the Amazon site it is stated that “Kindle Cloud Reader is compatible with the following browsers:
Google Chrome 20 and higher.
Mozilla Firefox 10 and higher.
Safari 5 and higher on Mac OS X/iOS 5 or newer.
Internet Explorer 10.
However, I am using Edge browser and it works very well even on that not mentioned browser!
Kindle Cloud Reader works on every browser, also in Edge
You can find more information on this reader, compatible with most browsers, from this article, where are explained its main features, like the off-line reading one.
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P.S.
I do not know if it is possible in the Apple environment, but in the Android one you can extract the installation program (i.e. the .apk) of an app installed on a device so it can be then installed also on another one. So, if you know someone that have an older release of the app installed on one of his devices, you can manage to install it even in your old one 🙂