Se ne parla da tempo oramai di Ecobonus e di Superbonus 110%, ma tutto sembra ancora non partire nel concreto in quanto sia gli attori sono molteplici sia le “regole” non sono forse ancora del tutto chiare …
Tuttavia ora sembra che il sito dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) si sia impegnato a rendere il tutto più comprensibile anche per i non addetti ai lavori … o anche a loro, dal momento che troppo spesso si parla con professionisti del settore che ancora non sembrano avere le idee chiare al riguardo … e temporeggiano!
Da poco, andando sul sito dell’ENEA, viene subito lanciato in automatico un assistente virtuale in basso a destra: il nome Virgilio, assegnato a questo Assistente Ecobonus, è assai emblematico! Analogamente lo si può lanciare esplicitamente cliccando sul cerchio colorato, sempre in basso a destra, in cui compare appunto un numeretto in rosso a indicare che c’è una comunicazione utile da visionare:
Andando sul sito dell’ENEA, viene subito lanciato in automatico un assistente virtuale in basso a destra (attivabile anche cliccando sul cerchio colorato sempre in basso a destra)
Vendono quindi proposte delle domande che forniscono indicazioni utili sia a capire se si può usufruire di tale incentivo, come definito dal Decreto Rilancio (Decreto Legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito con modifiche nella Legge 17 luglio 2020, n.77) che ha introdotto con l’art.119 il SUPERBONUS, un’aliquota di detrazione nella misura del 110% delle spese sostenute tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021. Con l’art. 121 sono disciplinate le opzioni della cessione del credito e dello sconto in fattura.
Nel seguito mostro, a titolo di esempio, uno specifico albero di domande e risposte che al termine forniscono informazioni sufficientemente chiare.
Innanzitutto viene chiesto chi uno sia: rispondo “Una persona fisica“:
La seconda domanda è Ha solo redditi assoggettai a imposta sostitutiva o a tassazione separata (cedolare secca sugli affitti o forfettari)? Rispondo No:
Alla terza rispondo che sono proprietario:
Rispondo poi che non ho eseguito su altri due immobili interventi relativi al Superbonus:
Così rispondendo, viene asserito che posso accedere al Superbonus:
Relativamente alla tipologia d’immobile, rispondo trattasi di una villetta a schiera, indipendente, ma affiancata ad altre unità abitative:
Rispondo quindi che è una unità non classificata come A/1, A/8 o A/9:
Relativamente al fatto che l’immobile sia sottoposto a vincolo (paesaggistico, culturale, ecc…), rispondo Si:
In questo caso viene detto che si può accedere al Superbonus con regole speciali: si avrà infatti il 110% anche per gli interventi trainanti e la realizzazione di un intervento trainante non è obbligatoria:
Relativamente a dove sia ubicato l’edificio rispondo Nessuno dei precedenti:
Viene ricordato che se l’edificio non è soggetto a vincolo (paesaggistico, culturale, ecc..) deve essere realizzato almeno un intervento trainante:
Viene quindi indicato l’elenco degli interventi trainanti:
Quindi vengono fornite le indicazioni riportate integralmente nel seguito:
Il Superbonus spetta nel caso di interventi di isolamento termico delle superfici opache verticali (pareti generalmente esterne), orizzontali (coperture, pavimenti) ed inclinate delimitanti il volume riscaldato, verso l’esterno o verso vani non riscaldati che rispettano i requisiti di trasmittanza “U” (dispersione di calore), espressa in W/m2K che interessano l’involucro dell’edificio, anche unifamiliare, o dell’unità immobiliare funzionalmente indipendente e che disponga di uno o più accessi autonomi dall’esterno sita all’interno di edifici plurifamiliari, con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo. I parametri cui far riferimento sono quelli applicabili alla data di inizio dei lavori. I materiali isolanti utilizzati devono rispettare i criteri ambientali minimi di cui al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 11 ottobre 2017. Per tali interventi il Superbonus è calcolato su un ammontare complessivo delle spese pari a: – 50.000 euro per gli edifici unifamiliari o per le unità immobiliari funzionalmente indipendenti site all’interno di edifici plurifamiliari; – 40.000 euro, moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio, se lo stesso è composto da due a otto unità immobiliari; – 30.000 euro, moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio, se lo stesso è composto da più di otto unità. Ciò implica che, ad esempio, nel caso in cui l’edificio sia composto da 15 unità immobiliari, il limite di spesa ammissibile alla detrazione è pari a 530.000 euro, calcolato moltiplicando 40.000 euro per 8 (320.000 euro) e 30.000 euro per 7 (210.000 euro).
Se si va poi a sondare i possibili interventi di Ecobonus, si ottengono queste ulteriori informazioni:
Se si sceglie, invece, precedentemente il ramo dell’ultima opzione (“non devo eseguire interventi trainanti o li ho già eseguiti“), dato che avevamo detto che potevo anche non realizzare interventi trainanti perché ci sono vincoli paesaggistici, vengono fornite le seguenti indicazioni:
Gli interventi di Ecobonus che può realizzare come interventi trainati del Superbonus sono qui sotto elencati. Per ogni tipologia di intervento deve soddisfare oltre ai requisti di Superbonus anche i requisiti previsti in Ecobonus per la singola tipologia di intervento. Trova i requisiti di Ecobonus nei nostri vademecum.
I limiti di spesa massima di Ecobonus vanno divisi per 1.1 per trovare i corrispondenti in Superbonus. Gli interventi ammessi sono: – Sostituzione di serramenti e infissi; –Coibentazione strutture con incidenza inferiore o uguale al 25% della superficie disperdente lorda; – Schermature solari; – Caldaie a biomassa; – Caldaie a condensazione, generatori di aria a condensazione; – Pompe di calore e sostituzione di scaldacqua tradizionali in scaldacqua in pompa di calore; – Sistemi ibridi; – Microcogeneratori; – Building automation.
Dalla pagina home del sito si può andare nella sezione DETRAZIONI FISCALI e quindi in quella VADEMECUM ECOBONUS dove sono presenti le seguenti sezioni specifiche relative ciascuna a ciascun intervento contemplato:
Un dolce facile e, secondo me, squisito sono le pere cotte al forno!
Dal momento che le pere idonee impiegano piuttosto tempo a cuocere, un metodo più veloce di cottura è quello che utilizza la funzionalità Crisp presente nei fornetti a microonde della Whirpool. Si tratta di un metodo di cottura che integra tre funzionalità: microonde, ventilato e grill. Tale cottura richiede l’utilizzo di un’appositateglia, detto appunto piatto Crisp che va collocato sul piatto in vetro del microonde: diventando rovente, permette la cottura dei cibi assai simile al forno tradizionale e ben differente quindi dal semplice uso del microonde. Una teglia di questa tipologia è solitamente inclusa nei modelli che presentano la funzione Crisp, ma se ne possono acquistare poi anche altre a parte di diverse dimensioni commercializzate dalla Whirpool stessa (AVM190 Piatto Crisp a bordo alto per Forno a Microonde, AVM250 – Piatto Crisp piccolo per forno a microonde, AVM280 Piatto Crisp a bordo alto per forno a microonde, AVM290 Piatto Crisp medio per forno a microonde, AVM305 Piatto Crisp grande per forno a microonde) o da marche differenti che talvolta offrono un prodotto analogo a un minor prezzo (Snips Piatto Teglia Crispy Alto Linea Tempo Zero Microonde 27.6 cm). Quando si ha intenzione di adoperare questa tipologia di teglia, essa va collocata direttamente sul piatto in vetro del microonde che deve essere impostato come rotante.
La funzione Crisp è brevettata dalla Whirlpool ma, in realtà, anche altre aziende non hanno tardato a riprodurre la stessa funzione chiamandola semplicemente in modo diverso: la Samsung, ad esempio, l’ha chiamata crusty cook, la LG invece crispy, mentre la Panasonic la indica come panacrunch. Perciò se hai uno di questi forni a microonde, utilizza tale funzione … e magari, se devi acquistarne uno, valuta se prendere un modello che integri quest’utile metodo di cottura veloce e che porta a risultati assai simili a quelli che si avrebbero con una cottura al forno tradizionale.
Ma ritorniamo alla nostra ricetta!
Conviene mettere della carta da forno per evitare che magari si creino incrostazioni nella teglia Crisp. Si mettono quindi le pere (intere e lavate) in un quantitativo tale da riempire completamente la teglia, facendo così in modo che stiano bene in piedi tutte quante. Pere idonee alla cottura sono, ad esempio, i Martin Sec e le Kaiser, entrambi di dimensioni contenute e assai dolci.
Si aggiunge poi un po’ di acqua (un dito), del vino rosso in modo che si formi uno sciroppo di cottura: si sparge un tre cucchiai di zucchero di canna e/o miele tutto sopra le pere.
Si possono aggiungere nocciole o altri sementi. A metà cottura si può aromatizzare con varie spezie, come, ad esempio, della scorza di limone(intera o grattugiata), vaniglia, cannella, chiodi di garofano, anice stellato, cardamomo, pimento (o pepe garofanato), pepe nero, pepe verde, ginepro, noce moscata, macis, zenzero …
Si fa cuocere con il Crisp per almeno 20 minuti: come sempre, conviene impostare un po’ meno il tempo di cottura per poi eventualmente allungarlo se il caso! Ci si deve infatti ricordare che la cottura con il Crisp ha le peculiarità della cottura a microonde, per cui più materiale c’è da cuocere più i tempi di cottura si allungano, per cui più pere ci sono più ci vorrà tempo.
Le pere cotte si prestano a essere gustate in molti modi, ad esempio, con amaretti morbidi o duri sbriciolati, con gelato, con una fetta di torta al cioccolato, con yogurt, miele, noci, semi e cereali, con ricotte e robiole fresche, formaggi stagionati e composte di frutta o miele, … e addirittura con insalate di verdure e carni bianche, grandi brasati e arrosti di carni rosse!
Un piatto facile facile e molto apprezzato è l’insalata di polpo!
Si prende un polpo piuttosto grandino (700g ÷ 1 kg) lo si lava, lo si mette coperto d’acqua dentro una pentola a pressione, con qualche foglia di alloro. L’uso della pentola a pressione è consigliato sia per rendere il tempo di cottura più veloce (15÷ 20 minuti dall’entrata in pressione) sia per contenere l’odore. Va benissimo anche un polpo surgelato che può essere messo a cuocere addirittura ancora duro se non si ha tempo di aspettare che scongeli … in questo caso può essere il caso di aumentare un po’ il tempo di cottura: conviene comunque sempre lasciare un po’ ancora a mollo nell’acqua calda il polpo una volta cotto e, aperto il coperchio della pentola a pressione, sondare con una forchetta che la cottura sia stata bene ultimata (la forchetta deve entrare bene anche nella parte più spessa del tentacolo): diversamente si riaccende il fuoco per un po’, anche senza necessità di richiudere ermeticamente la pentola.
Si taglia poi il tutto a pezzettini facendo unicamente attenzione a eliminare l’occhio al centro del polpo, agevolmente individuabile in quanto scuro e duro: il resto si mangia tutto! Anche le ventose dei tentacoli si possono lasciare, eliminando magari solo alcune loro parti che magari risultano un po’ viscide.
A parte si devono avere pronte delle patate bollite o magari, ancor meglio, quelle precedentemente cotte al forno dentro della carta stagnola (vedi: Ricette facili facili: le lasagne al forno), pressapoco di una quantità analoga al polpo. Anche queste devono essere tagliate a pezzettini di dimensione simile.
Si aggiunge quindi del buon olio di oliva dove si è mescolato uno spicchio d’aglio tritato (e.g. utilizzando le punte di una forchetta): c’è chi preferisce metterne due o tre di spicchi solo per dare il sapore e poi toglierli … io preferico usarne uno tritato bene e mescolarlo all’olio da usare per condire l’insalata di polpo in modo che si distribuisca meglio!
Si mettere quindi un po’ di prezzemolo tritato e delle olive nere, meglio se si hanno quelle taggiasche, magari già snocciolate.
Si mescola il tutto con un po’ di sale (non troppo essendoci già le olive salate) e si lascia raffreddare fuori dal frigo: mai mettere in frigo del cibo ancor caldo o anche solo tiepido!
Per chi ama il peperoncino, un pizzichino non fa male … ma lo può aggiungere nel proprio piatto solo chi lo apprezza … 😉
Già molto tempo fa avevo scritto il post Windows 10 Snipping Tool replaced by the better Snip & Sketch app(tradotto in italiano) relativo all’allora nuova app Cattura e annota [EN: Snip & Skatch] che si stava andando a sostituire al programma Strumento di cattura [EN: Snipping Tool] oramai assai datato e quindi con meccanismi d’interazione superati. Tuttavia quell’app non risulta di default presente in una nuova installazione di Windows 10 per cui è necessario scaricarla dallo Store di Microsoft gratuitamente: ve lo consiglio caldamente se per voi è un’esigenza frequente quella di voler catturare parti dello schermo, ad esempio per tenere traccia di alcune operazioni o avvertimenti visualizzati o, come nel mio caso, per scrivere tutorial o altro!
In questo post voglio parlarvi però di un’altra funzionalità presente di default in Windows 10 che estende ancor più quelle capacità di cattura di quanto mostrato sullo schermo. Infatti, piuttosto spesso catturare del contenuto di una pagina di un sito web quando questo risiede su parti che richiedono uno scroll (verticale/orizzontale) per poterlo visualizzare interamente. Ovviamente i sistemi tradizionali di cattura dello schermo intero o parziale (e.g. Strumento di cattura, Cattura e annota) non sono sufficienti, in quanto consentono di catturare, in toto o in parte, solo ciò che è attualmente visualizzato. Perciò, se si opera con quei tool e si desidera avere un’immagine che catturi parti di una pagina web che non sta in un’unica schermata video, le uniche soluzioni possibili sono:
Diminuire lo zoom del browser (e.g. 60%) in modo che venga visualizzato sullo schermo tutta la parte d’interesse, sebbene più in piccolo: ovviamente tale procedura non fornisce una possibile soluzione solo qualora la parte da catturare non sia troppo lunga.
Effettuare più catture dello schermo, effettuando di volta in volta uno scroll opportuno in modo da poi ricomporre i diversi pezzi con un editor d’immagini. Questa procedura è sempre possibile ma richiede una successiva rielaborazione con programmi specifici (e.g. Photoshop, Affinity Photo) delle immagini acquisite, SW che non sempre uno possiede o sa utilizzare al meglio: risulta comunque un’operazione dispendiosa anche in termini di tempo!
La soluzione semplice e veloce è invece quella di utilizzare la seguente funzionalità, assai utile seppur poco conosciuta, intrinseca nel browser Edge, presente di default in Windows 10: Acquisisci schermata web.
È quindi sufficiente selezionare dal menù in alto a destra […] di quel browser la voce Acquisisci schermata web per avere sullo schermo, leggermente scurito, due possibili opzioni: Selezione libera oppure Pagina intera. Con la prima opzione viene catturata per intero tutta la pagina del sito web, anche se molto lunga. Con la seconda opzione compare un riquadro di selezione rettangolare (con i margini tratteggiati) che può essere esteso anche oltre le dimensioni del testo attualmente visualizzato a video, consentendo così di catturare le parti della pagina del sito che si desiderano.
Attivazione, dal menù del browser Edge, della funzionalità di Acquisisci schermata web, attivabile anche tramite lo shortcut cntl + shift + s
Opzioni di cattura resi disponibili in Acquisisci schermata web
Con l’opzione Selezione libera, compare un riquadro di selezione rettangolare (con i margini tratteggiati) che può essere esteso anche oltre le dimensioni del testo attualmente visualizzato a video, consentendo così di catturare le parti della pagina del sito che si desiderano.
Si noti che tale funzionalità Acquisisci schermata web risulta attivabile (quando il browser Edge è lanciato) anche utilizzando la shortcut cntl + shift + s molto simile a quello per lanciare l’app Cattura e annota [i.e. tasto Windows + shift + s].
Risulta poi possibile sia avere copiato il tutto nel blocco degli appunti, in modo da poi effettuarne un incolla dove meglio si desidera, oppure scegliere Aggiungi note, poterlo salvare con nome dopo magari averci disegnato qualcosa sopra con colori preimpostati. Si noti che le possibilità di editing sono simili a quelle dell’app Cattura e annota seppur più limitare (non si può scegliere la tipologia di penna e neppure effettuare un ritaglio dell’immagine catturata).
Le possibilità di editing sull’immagine acquisita sono limitate: si noti lo scroll a destra di questo tool di editing che dimostra come sia estesal’immagine acquisita e quindi modificabile
Per concludere, penso che molti di voi possano trovare utile sfruttare questa funzionalità intrinseca nel browser Edgepresente di default in Windows 10.
Questa mattina brutta sorpresa … Chiedendo all’Echo Dot Amazon: “Alexa Radio3” o anche “Alexa, metti Radio3” mi è stato risposto “Purtroppo la skill Radio3 non è più disponibile. Puoi trovare altre skill sull’app Alexa“!!! Medesimo risultato chiedendo di ascoltare Radio2 o Radio1 …
Se è successo anche a te, non preoccuparti! Per fortuna ho capito come superare quella problematica stranamente verificatasi per la prima volta proprio questa mattina! … se poi hai fretta e non vuoi leggere altro al riguardo di skill particolari attivabili su Alexa, vai in fondo al post per sapere come ho risolto! 😉 ______
P.S. 25/2/2021 – Lo skill della RAI è stato corretto: ora contempla nuovamente l’attivazione dei canali radio RAI anche semplicemente pronunciando “Alexa metti Radio1/Radio2/Radio3” come d’altra parte da sempre è stato indicato nella descrizione di quello skill stesso. Purtroppo se si chiede solo “Alexa, Rai Radio1 / Radio2 / Radio3“, viene ora chiesto da Alexa: “Riproduco la stazione RAI Radio1 / Radio2 / Radio3?” ed è necessario rispondere “Sì” perché inizi la trasmissione, … diversamente tace!
Associare a ciascun Echo Dotanche un collegamento Bluetooth con il proprio smartphone assegnandogli un nome distintivo
Ovviamente per poter utilizzare uno qualsiasi dei precedenti skill è necessario innanzitutto attivarli (se non già attivi di default) o andando nell’app Alexa dallo smartphone o sullo store di Amazon e filtrando con la sezione skill:
Inoltre ci sono stazioni radio virtuali realizzate da Amazon Music stessa. Ad esempio, chiedendo ad Alexa: “Alexa metti la radio solo anni 70” viene attivata la stazione Solo anni 70 da Amazon Music.
Nota poi che la richiesta di attivazione “Alexa, quali sono le notizie di oggi?” è un contenitore di skill, per cui se uno desidera attivare uno skill specifico associato a tale invocazione, è opportuno specificare esplicitamente la fonte che si desidera consultare (e.g. “Alexa, quali sono le notizie di oggi da TGcom24?”)
Le possibilità di richiedere un qualcosa sono molteplici e le azioni che intraprende Alexa possono essere ben differenti pur impartendogli un ordine quasi analogo. Ad esempio chiedendole: “Alexa metti radio classica” attiva musica classica in Rai radio 3 classica da RadioPlay Radio mentre chiedendole: “Alexa metti della musica classica” attiva una playlist di musica classica da Amazon Music.
Skill collegate a un sito/blog (e.g. Gioxx’s Wall che indica nella descrizione: “Gioxx’s Wall pubblica a cadenza non meglio precisata notizie, approfondimenti e prove prodotto, quello che riguarda la tecnologia è pane quotidiano. Puoi leggere il blog puntando il browser all’indirizzo gioxx.org o chiedere ad Alexa di leggere gli ultimi titoli pubblicati!“)
Skill di rilassamento. Trovo belli i rumori naturali, magari da attivare prima di dormire, temporizzando lo spegnimento di Alexa opportunamente. Ad esempio: Rumore Ambientale: Oceano (“Alexa, avvia/lancia/metti [un] Rumore dell’oceano”): nota che solo la prima volta Alexa ti chiederà se vuoi abbonarti a un servizio di ascolto con audio HD di tale stazione e ovviamente conviene rispondere “No” in modo tale da non vedersi addebitato nulla sul proprio account Amazon associato! In questo modo, da questo momento in poi potrai ascoltare immediatamente le onde del mare con una qualità “normale” (🤔 mi chiedo: ma in audio HD, come potrebbero essere diverse? 🙄) semplicemente pronunciando quella frase e senza più ricevere nuove richieste vocali per acconsentire a eventuali abbonamenti. Talvolta Alexa ti dice che “tale funzionalità è disponibile solo per utenti ‘Premium‘” chiedendoti di acquistarla … ma anche in questo caso rispondendo ‘no’ ti consente comunque ascoltare del suono di onde del mare!
Nota che se si chiede “Alexa, avvia/lancia/metti Rumore del mare” (e non dell’oceano), viene sempre chiesto inizialmente di abbonarsi a un servizio specifico, ma rispondendo ‘no‘ viene lanciata una musica disponibile con Amazon Music Prime con un sottofondo del mare.
Nota che se invece si chiede “Alexa, avvia/lancia/metti [un] Rumore della pioggia” viene inizialmente richiesto di abbonarsi ad Amazon Music Unlimited per ascoltare un brano che non è incluso in Amazon Music Prime (che ha già più di 2 milioni di brani compresi nell’abbonamento a Prime) o di abbonarti al solito ascolto con audio HD … ma poi se uno dice che uno non vuole abbonarsi, effettuando vocalmente esattamente la medesima richiesta viene messo in ascolto del rumore della pioggia!
Insomma, sembra che Alexa ci provi a farti abbonare anche ad Amazon Music Unlimited, ma poi, se non acconsenti e rispondi ‘no‘ alla sua richiesta, lei comunque cerca di accontentarti come può e (almeno per un po’) non ti infastidisce più chiedendoti eventuali nuovi abbonamenti … anzi ti fornisce eventuali consigli, come quello su come programmare l’interruzione del rumore ambientale dopo un certo lasso di tempo desiderato, informazione utile se si usa tale funzionalità alla sera per addormentarsi! 😉 Si noti che comunque l’abbonamento a Amazon Music Unlimited è gratuito nei primi 30 giorni e si può disdire entro tale termine senza pagare nulla andando a interromperlo per tempo dalla sezione I tuoi iscrizioni e abbonamenti (traduzione in italiano non certo corretta, ma così viene indicata!), sezione raggiungibile da Account e liste -> Iscrizioni e abbonamenti. Tra l’altro può tornare utile visitare ogni tanto quella sezione anche per verificare di non avere attivato involontariamente (tu o un qualsiasi utilizzatore del tuo Echo Dot) un abbonamento non desiderato in modo da interromperlo prima del termine del periodo di prova (che comunque rimane attivo fino alla data scadenza, anche se disdici quella prova gratuita): comunque se viene attivato un abbonamento in prova viene comunque inviata una email che avverte della attivazione per cui uno fa in tempo comunque a interromperla!
Sezione I tuoi iscrizioni e abbonamenti raggiungibile da Account e liste -> Iscrizioni e abbonamenti: utile anche per verificare di non avere attivato involontariamente un abbonamento non desiderato o per interromperne uno prima della scadenza del periodo di prova gratuito
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Ma infine, qual è dunque la soluzione per continuare a sentire, in tempo reale, Radio 1, Radio2 e Radio3 della RAI?
Non appena ho sentito Alexa che mi diceva che quello skill non era più disponibile, mi sono subito messo in azione per trovare una soluzione, andando a vedere lo skill RaiPlay Radio. Accedendo alla descrizione di quello skill ho trovato subito la soluzione sperimentando le metodologie di attivazione proposte. Basta dire:
Invece, inspiegabilmente il terzo metodo d’invocazione, il più semplice e usuale e indicato ancor oggi anche nella descrizione dello skill [“Alexa (metti) Radio1/Radio2/Radio3“] non funziona più!!! Probabilmente la RAI ha aggiornato tale skill e, non so per quale motivo, ha eliminato quel comodo e assi utilizzato metodo di attivazione. Magari se ne accorgeranno anche loro e prossimamente lo prevederanno nuovamente nella definizione di quello skill!
Inspiegabilmente il terzo metodo d’invocazione, il più semplice e usuale e indicato ancor oggi anche nella descrizione dello skill [“Alexa (metti) Radio1/Radio2/Radio3“] non è più previsto!!! Per fortuna gli altri due metodi di attivazione continuano a funzionare!
Permane la problematica che la versione del notiziario regionale di Radio 3 trasmessa da Alexa è quello del Lazio e non quella della regione in cui uno si trova, come invece avviene se lo si ascolta da una qualsiasi radio FM o anche DAB: ovviamente questa problematica deve essere risolta dalla RAI e speriamo presto!! Diversi sono commenti allo skill RaiPlay Radio a tale proposito e che chiedono da tempo una risoluzione di tale problematica …
Con questo post inizio una nuova sezione di “ricette” che ho provato nel tempo: in verità non fornirò proprio sempre il quantitativo preciso degli ingredienti e anzi anche questi ultimi potrebbero variare un po’ in base sia alle preferenze … sia a quello che c’è in frigo! 😉 D’altra parte il bello di cucinare sta proprio anche nella possibilità di variare, proponendo lo stesso piatto ogni volta simile ma mai identico alla volta precedente …
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Lasagne al forno
Parto con le mie preferite: le lasagne! Sebbene abbia letto che si possono cuocere anche con il crisp, fino a oggi io le ho sempre fatte sempre in un forno elettrico ventilato, magari facendone più teglie e occupando la parte restante dei ripiani, eventualmente rimasta libera, con patate (non troppo grosse, lavate con la buccia e ciascuna ricoperta con carta stagnola) o cipolle: infatti conviene sempre riempire il forno per bene in modo da sfruttare pienamente il calore e l’energia prodotta, che è indipendente da quanto cibo si è messo a cuocere. Questo discorso non vale invece per la cottura a microonde dove sia l’energia sia il tempo impiegato dipendono dalla quantità di cibo inserito: perciò, ad esempio, il tempo per cuocere due pere sarà pressapoco il doppio per cuocerne una sola. Avere delle patate cotte al forno può servire poi sia per preparare altri piatti quali, ad esempio, un’insalata di polipo (vedi ricetta seguente) o dell’insalata russa sia per mangiarle dopo averle opportunamente farcite con burro, formaggio o altro: diverse sono le ricette relative alle jacked patatoes (e.g. Giallozafferano o Il cucchiaio d’argento) e sostanzialmente basta prendere la patata già cotta precedentemente al forno dentro della carta stagnola, tagliarla a metà per inserirci dentro gli atri ingredienti. Sebbene quelle ricette generalmente non lo prevedano, personalmente preferisco togliere la carta stagnola utilizzata per cuocerle, spelarle fredde e poi aprirla condendola a piacere e quindi riscaldando il tutto al microonde o ancore meglio con il crisp.
Torniamo ora alle lasagne! Sebbene si possano fare in diversi modi (e.g. al pesto e fagiolini) quelle tradizionali con il ragù sono a mio parere le migliori. Quindi, innanzitutto è necessario fare il ragù comperando dal macellaio della carne apposita e facendosela tritare insieme a della salciccia che indubbiamente saprà meglio insaporire il tutto.
A parte si trita della carota, del sedano e della cipolla (quella rossa la trovo più gustosa): io uso il tritatutto in modo da avere il tutto tritato finemente (tipo crema) e velocemente, sebbene ci siano altri che preferiscono mantenere i pezzetti di verdura ben individuabili. Quanta verdura mettere in proporzione alla carne? Io ne metto tanta … pressapoco lo stesso volume … ma va a gusti: comunque la verdura dà buon gusto e fa bene, per cui meglio non lesinare! Metto quindi a soffriggere per un 5 minuti in una pentola antiaderente quella verdura tritata con dell’olio di oliva, aggiungendo poi la carne tritata mescolandola fin quando i amalgama bene il tutto e la carne perde il suo rossore. Aggiungo quindi del passato di pomodoro, o dei pelati e magari anche qualche pomodoro fresco tagliato a pezzettini. Mescolo il tutto e faccio cuocere a fuoco lento inserendo anche dei gusti tipici per gli arrosti (e.g. rosmarino, salvia, alloro, ginepro, origano, timo, maggiorana, basilico, erbe provenzali) magari già presenti in preparati in barattolo. Da non dimenticarsi il sale e il vino, quest’ultimo magari da versare in un secondo momento, a metà cottura o più. Personalmente preferisco usare del vino scuro, ad esempio della barbera ma qualsivoglia va bene … una volta, non avendone in casa, ho utilizzato addirittura del marsala! 😉 La cottura a fiamma bassa e con coperchio non completamente coprente ci mette almeno un’oretta … dipende anche da quanto pomodoro uno mette e dalla densità che si vuole ottenere: per inserirle nelle lasagne meglio non concentrare troppo.
Per chi invece vuole seguire una classica ricetta del ragù alla bolognese, ecco nel seguito gli ingredienti:
Tipica ricetta di ragù alla bolognese
Occorre poi preparare della besciamella. In una pentola antiaderente alta mettere un pugno di burro (e, se non se ne ha a sufficienza, si può aggiungere anche dell’olio di oliva) e, una volta fuso, aggiungere un due cucchiai abbondanti di farina mescolando il tutto: più farina si mette più la besciamella viene densa e si riesce a formare agevolmente … ma non è opportuno esagerare troppo (al max 3 cucchiai). Versare quindi il latte (un litro) gradualmente continuando a mescolare in modo da eliminare man mano i grumi di farina/burro e rendere il tutto omogeneo. Aggiungere gusti come pepe nero e magari un po’ di curry. Non dimenticarsi ovviamente il sale, da dosare assaggiandola. Si fa bollire il tutto continuando a mescolare fino a raggiungere la densità desiderata: meglio mantenerla non troppo densa, soprattutto se si usano le sfoglie precotte secche di lasagne, sebbene io preferisca utilizzare le sfoglie fresche, in particolare quelle sottilissime che alcune marche propongono (e.g. di Rana).
Sulla teglia da forno, di vetro o di ceramica, si stende del butto e/o olio e si posa un primo strato di sfoglia di pasta. In genere metto in basso lo strato di ragù coprendolo poi con una seconda sfoglia di pasta, poi del formaggio tagliato a fette o sottilette con un po’ di besciamella, poi altro strato di sfoglia, poi dell’affettato (prosciutto o arrosto mortadella) ricoprendolo con un po’ di besciamella, poi altro strato di pasta. Si possono poi mettere altri strati analoghi ma in genere questi bastano per una teglia di altezza normale. Infine, nello strato più alto si copre la sfoglia con abbondante besciamella e quindi si sparge sopra una buona dose di formaggio grattugiato (e.g. parmigiano).
Infornare il tutto e cuocere a 180 gradi per un 40 minuti. Anche qui è opportuno starci dietro e verificare lo stato di cottura che generalmente è un po’ differente tra le teglie collocate nel forno in alto e in basso (in genere cuociono prima quelle in alto).
Talvolta si vuole riportare in un file Word del testo preso da altre fonti, quali, ad esempio, siti Web, email, file PDF o altre fonti ancora. Spesso ci si ritrova con linee andate a capo non desiderate e magari anche con caratteri spuri che si devono poi eliminare in qualche modo per rendere più leggibile il tutto. Assai comune è avere un’interruzione di paragrafo alla fine di ogni riga all’interno di un paragrafo logico e due interruzioni di questo tipo tra paragrafi logici. Il testo ottenuto dal copia & incolla non può quindi essere formattato bene è tutta una serie di paragrafi di una riga. La presenza di tutti gli a capo si può vedere bene in Word configurandolo in modo da visualizzare i segni di formattazione(i.e. clic sul simbolo ¶ sulla barra degli strumenti sulla scheda Home per attivare/disattivare questa opzione).
Fare tutta questa pulizia a manina è certo possibile … ma non è proprio un lavoro edificante, tanto più se si tratta di un testo lungo! Per fortuna esiste la possibilità in Word sia di utilizzare la funzionalità Sostituisci che appunto modifica del testo in un altro, con anche la possibilità di effettuare tale sostituzione per tutto il documento (Sostituisci tutto) – o per quella parte eventualmente selezionata – , dopo magari avere provato prima con una singola sostituzione!
Nel caso si desideri semplicemente sostituire dei CR (Carriage Return /ritorno a capo), LF (Line Feed/avanzamento linea) o tab, può essere sufficiente effettuare una sostituzione ricercando rispettivamente ^p^l oppure ^t.
Si noti che il simbolo ^ (carat) si trova come <shift> 6 nella tastiera inglese e <shift> ì in quella italiana.
Sostituzione di tutti gli a capo con uno spazio per tutto il testo o per quello selezionato qualora se ne sia selezionato parte
Tuttavia se la “pulizia” del testo indicata precedentemente non risulta sufficiente, come purtroppo spesso accade, si può allora ricorrere a eseguire un’opportuna macroche effettua più sostituzioni se opportune. Se creare da zero una macro una può non essere banale (anche se spesso basta semplicemente sfruttare la funzionalità di Registra nella sezione Macro, che appunto consente di registrare delle azioni eseguite da interfaccia utente per poi poterle far ripetere automaticamente in altre occasioni), eseguirne una creata da altri risulta assai semplice.
La gestione delle Macro si trova nella sezione Visualizza
Premendo il tasto Crea nella finestra di gestione Macro (che compare effettuando un doppio click sull’icona Macro del menù), si apre l’editor che consente di scrivere il codice da associare a quella nuova macro. Nel nostro caso sarà sufficiente copiare e incollare quel codice trovato nel forum!
p che dice “La seguente serie di azioni wildcard di Trova/Sostituisci pulisce il testo incollato da e-mail, siti Web e così via, che inseriscono interruzioni di paragrafo alla fine di ogni riga. Si noti inoltre che il processo presuppone che vi siano almeno due interruzioni di paragrafo di questo tipo tra i paragrafi “reali”.
Per eseguire a wildcard di Trova/Sostituisci, aprire il dialogo Trova/Sostituisci, quindi fare clic su ‘Altro >>’ e, tra le ulteriori opzioni che compaiono, fare clic su quella ‘Usa caratteri jolly‘.
Nota: a seconda delle impostazioni internazionali del sistema, potrebbe essere necessario sostituire tutte le virgole (,) nelle espressioni Find/Replace precedenti con punti e virgola (;). Per esempio, [ ^s^t]{1,}^13 diventa [ ^s^t]{1;}^13
La macro seguente automatizza la sequenza Find/Replace di cui sopra, oltre a gestire eventuali problemi d’internazionalizzazione.
Sub CleanUpPastedText()
'Turn Off Screen Updating
Application.ScreenUpdating = False
Dim StrFR As String, i As Long
'Paired F/R expressions, each separated by |
StrFR = "[ ^s^t]{1,}^13|^p|([!^13^l])([^13^l])([!^13^l])|\1 \3|[^s ]{2,}| |([a-z])-[^s ]{1,}([a-z])|\1\2|[^13^l]{1,}|^p"
'Address any Internationalisation issues
If Application.International(wdListSeparator) = ";" Then
StrFR = Replace(StrFR, ",", ";")
End If
With ActiveDocument.Range.Find
.ClearFormatting
.Replacement.ClearFormatting
.Forward = True
.Wrap = wdFindStop
.Format = False
.MatchAllWordForms = False
.MatchSoundsLike = False
.MatchWildcards = True
'Process all F/R expressions
For i = 0 To UBound(Split(StrFR, "|")) Step 2
.Text = Split(StrFR, "|")(i)
.Replacement.Text = Split(StrFR, "|")(i + 1)
.Execute Replace:=wdReplaceAll
Next
End With
'Restore Screen Updating
Application.ScreenUpdating = True
End Sub
NOTA: Qualora nell’eseguire una macro appaia una finestra di popup, del Microsoft Visual Basic, Application Edition, che dice: “Le macro del progetto sono disattivate. Per informazioni si come attivare le macro, vedere la Guida in linea o la documentazione dell’applicazione host“, allora si deve procedere ad abilitare, almeno temporaneamente, l’esecuzione di macro non firmate, quali ad esempio quella che abbiamo appena creato noi:
Abilitare (temporaneamente) l’esecuzione di macro non firmate per quel progetto: File -> Opzioni -> Centro protezione -> Impostazioni centro protezione -> Impostazioni delle macro -> Abilita tutte le macro
Spesso conviene salvare l’IBAN di un destinatario di un bonifico qualora si preveda di doverne in futuro effettuare altri, senza quindi avere da riscrivere quel codice rischiando magari di sbagliarlo.
Talvolta tuttavia capita che un destinatario cambi conto corrente e può quindi succedere che semplicemente salvando quel nuovo IBAN aggiungendolo a un contatto/beneficiario analogo, si rischi poi nel futuro di non sapere bene quale sia quello più recente e quindi da scegliere!
Purtroppo quando si aggiunge o si seleziona un beneficiario durante la compilazione di un bonifico, nella pagina che contiene la lista di tutti quelli salvati, non esiste anche la possibilità di modificarne o cancellarne alcuni. Non ho mai compreso il motivo di una tale interfaccia in quanto, ad esempio, penso che a chiunque risulterebbe assai conveniente, nel momento in cui salva il nuovo IBAN di un beneficiario, desiderare di cancellare il riferimento a quello che magari precedentemente aveva, informazione divenuta ormai non solo inutile ma che potrebbe addirittura indurre in 6!
Nel seguito mostro la procedura per cancellare o modificare un beneficiario/contatto nella lista di quelli precedentemente salvati per tre banche differenti (e.g. Intesa SanPaolo, IngDirect, BNL), ma penso che anche per altre la logica (perversa) sia analoga: è sufficiente ricercare la sezione apposita relativa alla gestione della lista dei beneficiari/contatti, ricordandosi che questa risulta inspiegabilmente disgiunta dalla pagina di mera selezione che si raggiunge partendo dalla sezione relativa ai bonifici.
Come si può notare i click che si devono effettuare per raggiungere la sezione appropriata e quindi realizzare l’operazione desiderata (modifica o cancellazione) non sono pochi e anzi nel caso peggiore ne richiede ben 5!
Si pensi che, per taluni banche non risulta neppure agevole creare in rubrica un nuovo contatto dai dati appena inseriti nell’effettuare un bonifico! Infatti, mentre per alcuni siti di banche è sufficiente, nel modulo di richiesta del bonifico, selezionare la spunta su un’opzione presente del tipo Aggiungi in rubrica il beneficiario (per così poterlo recuperare dalla rubrica per pagamenti successivi), per altri è possibile farlo solo dopo avere effettuato il pagamento del bonifico e tramite una procedura che richiede molteplici passaggi! Nel seguito la sequenza di passaggi necessari per inserire come nuovo contatto nella rubrica il beneficiario di un bonifico appena eseguito nel caso del sito Intesa SanPaolo: ben 5 passaggi… quando sarebbe bastata una check-box nel modulo di compilazione del bonifico stesso come avviene, ad esempio, per il sito del Conto Corrente Arancio ING Direct! 🙄
Procedura nel sito Intesa SanPaolo:
Procedura per Conto Corrente Arancio della ING Direct:
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BNL – Banca Nazionale del Lavoro:
_____________
ING Direct:
Si noti che, se quando si inserisce un nuovo bonifico ad un beneficiario (che ha cambiato IBAN) indicando il medesimo nominativo già indicato nella lista contatti salvati e chiedendo di salvare anche quello, viene chiesto – tramite una finestra di popup – se si desidera aggiornare il suo IBAN o meno in quella lista dei contatti: se si risponde positivamente, si evita così di avere due stessi contatti (magari chiamati con minime variazioni) a cui sono associati IBAN diversi (il vecchio ed il nuovo).
Mentre dal sito esiste uella voce di menù per la gestione della lista beneficiari, dall’app INGdirect sembra non si possa modificare/cancellare un beneficiario, ma risulta possibile solo selezionarne uno già memorizzato o salvarne in quella lista uno nuovo nel mentre si effettua un bonifico.
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Intesa SanPaolo:
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Tra le “stranezze” che si possono riscontrate nel pagamento di un CBILL e da cui possono derivare problemi (anche per via delle segnalazioni di errore generiche e quindi non assolutamente d’aiuto!), evidenzio la seguente, presente nel sito della BNL dove si legge che si può effettuare SOLO durante la settimana lavorativa e dalle 5:00 alle 22:00 😳 🙄:
“CBILL è il servizio innovativo che digitalizza le fatture e le bollette e ti permette di consultarle e pagarle online. Orari e disponibilità del servizio Il servizio di CBILL è disponibile dal lunedì al venerdì, puoi inviare le tue richieste esclusivamente dalle 05:00 di mattina alle 22:00 di sera. Non è possibile inserire operazioni in prenotazione“.
… sono impazzito un week-end a cercare di effettuare tale tipologia di pagamento dal sito della BNL che restituiva sempre un errore (mentre per un pagamento analogo dal sito dell’INTESASANPAOLO non avevo avuto problemi!!
Ricevo proprio oggi una comunicazione da parte dell’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate di verificare le coordinate bancarie comunicate in quanto un rimborso di cui ero beneficiario risultava respinto per mancato accredito.
Non ero neppure certo di avere inserito mai nel portale dell’Agenzia delle Entrate il mio IBAN, ma per fortuna nella medesima email veniva anche indicato come fare ad aggiornarle:
Le nuove coordinate bancarie si possono comunicare con una delle seguenti modalità:
Tramite i servizi telematici (cassetto fiscale utilizzando le credenziali Fisconline)
Tramite pec, di uso esclusivo dell’interessato, trattandosi di attività non delegabile. In questo caso il modello di richiesta deve essere firmato digitalmente.
Presentando l’apposito modello presso un qualsiasi Ufficio Territoriale dell’Agenzia delle Entrate esibendo un documento d’identità in corso di validità, la cui fotocopia andrà allegata al modello.
Sicuramente la prima modalità è la più agevole e veloce, per cui sono entrato con lo SPID nella mia area riservata del portale fisconline dell’Agenzia dell’Entrate:
Come descriverò in dettaglio nel seguito, ho poi visto che avevo da tempo registrato un IBAN ma, pur non avendo mai cambiato ne banca ne conto corrente, l’IBAN associato era cambiato anni fa con comunicazione della banca e ovviamente non mi ero ricordato di cambiarlo anche in quella registrazione … anzi, non mi ero neppure ricordato di averlo un tempo inserito!
Perciò, ATTENZIONE a ricordarvi di modificarle le coordinate IBAN registrate nel portale dell’Agenzia delle Entrate sia se cambiate conto corrente sia se la banca vi comunica modifiche dell’IBAN stesso, pur voi non cambiando ne banca ne conto corrente!
Dopo aver visitato inutilmente la sezione relativa al Profilo utente, che mi sembrava logicamente la più indicata a contenere informazioni relative al mio IBAN così come anche altri dati personali quale la mia email, ho incominciato a navigare nelle diverse voci di menù un po’ casualmente senza trovare dove sapere/modificare il mio IBAN. Ho visto che nella sezione Contatti risulta presente e modificabile tramite il tasto Gestisci, sia il numero di cellulare sia la email: nulla però relativamente all’IBAN!
Anche nella sezione Contatti viene consentita la gestione solo di numero telefonico ed email
Ritornando quindi nella homepage del sito dell’Agenzia delle Entrate e andando quindi esplicitamente nella sezione CITTADINI e quindi nella sua area relativa a Pagamenti e rimborsi, sono giunto finalmente alla pagina relativamente appunto ad ACCREDITO RIMBORSI SU CONTO CORRENTE:
Sono quindi andato nella sezione Assistenza tecnica e fiscale ed ho quindi telefonato al contatto telefonico indicato per chiedere appunto assistenza. L’attesa è stata minima (5 minuti) e l’operatore si è dimostrato cortese: da costui ho appreso che la sezione da raggiungere per modificare/inserire il proprio IBAN è Servizi per -> Richiedere -> Accredito rimborsi ed altre somme su c/c. Devo ammettere che non l’avrei mai trovato … e immagino quante persone come me devono rivolgersi a quel call center solo per ottenere questa informazione! 😦
Il link diretto è attualmente Servizi Telematici – Richiedere (agenziaentrate.gov.it) ma potrebbe modificarsi nel tempo, come avviene sovente nei siti della PA, fatto fastidioso sì, ma che potrebbe anche essere indice di una evoluzione – si spera in positivo – dell’interfaccia utente di questi portali di utilità pubblica!
Da questa pagina si può innanzitutto vedere visualizzate le coordinate bancarie attualmente attribuite e poi anche eventualmente modificarle/cancellarle o vedere un riepilogo delle operazioni precedentemente effettuate:
Dopo la modifica ad esempio dell’IBAN per aggiornarlo, viene quindi data regolare conferma dell’esito dell’operazione:
Esito dell’operazione di modifica dell’IBAN
Una volta modificato quindi il mio IBAN, ho dato comunicazione di ciò al mittente della comunicazione, chiedendo di fornirmi conferma di ricezione e possibilmente qualche idea delle tempistiche per quel rimborso. Gentilmente mi ha prontamente risposto confermandomi l’avvenuta registrazione del mio IBAN e dalla conseguente convalida per quel rimborso … ma sulle tempistiche non si è sbilanciato essendo questa procedura “automatica” evidentemente non così veloce: “Ora bisogna attendere la procedura automatica di accredito per la quale non possiamo darle una tempistica precisa, ma possono essere necessari fino a due mesi“. 😲
_______ P.S. 2022 L’interfaccia dei siti cambiano continuamente (in genere migliorando e ascoltando magari i suggerimenti/lamentele degli utilizzatori) per cui, sebbene il link per accedere alla sezione per configurare/modificare li proprio IBAN sia rimasto lo stesso, la sezione apposita si può ora anche raggiungere direttamente dalla homepage nella sezione Servizi più richiesti, cliccando sul bottone Richiesta Accredito su c/c (in basso a destra): non so, tuttavia, se questa sezione mostri i servizi più richiesti dall’utilizzatore autenticato o, in generale, da tutti gli utenti del sito, ma penso valga più quest’ultima mia ipotesi!
Diversi mesi fa avevo scritto un post (TObike: una bella iniziativa decennale che deve essere mantenuta nella bella Torino!) sulle deprecabili condizioni delle postazioni di TObike e di come quell’iniziativa, tra le prime in Italia, fosse degradata nel tempo per una cattiva gestione che aveva comportato una mancanza di mezzi funzionanti … oltre che di posteggi. Avevo anche indicato in quel post evidenziato come la soluzione TObike, rispetto alle più recenti che non richiedono un parcheggio in posti predefiniti, mantenesse comunque dei vantaggi non indifferenti soprattutto nel centro cittadino.
Purtroppo la mia segnalazione all’URL di Torino sembrava non fosse servita a molto, da momento che, a tutt’oggi, non avevo ricevuto nessuna risposta, nemmeno una di cortesia, da quella email biciclette@comune.torino.it a cui l’URP aveva inoltrato il tutto!
Tuttavia, or ora visitando il sito Facebook di TObike, sembrerebbe che qualcosa si stia finalmente muovendo …. Magari le proteste di cittadini, come la mia, hanno forse aiutato a smuovere un po’ le cose!
Tuttavia, per ora, da parte mia, non posso solo che inserire qui ulteriori due foto, fatte proprio ieri: l’abbastanza recente postazione TObike in c.so Principe Oddone, nei pressi di p.zza Baldissera. Tutte le postazioni risultano anche qui abbandonate e non funzionanti, solo segni di evidenti atti di vandalismo: entrambi fanno male al cuore a chiunque passi li veda passando di lì, soprattutto se uno è un ciclista e sta percorrendo quella pista ciclabile! Ieri quando sono passato e avevo avuto quell’orribile visione, avevo sperato almeno che si provvedesse a togliere la carcassa di quella come di tutte le altre bici deturpate che si trovano oramai ovunque in città e nei suoi parchi, se proprio non c’era la volontà di rimettere in piedi un servizio assai utile come era quello di TObike!
Sembra invece, per fortuna, che ci sia un epilogo migliore!
Certo è, comunque, che per riprendersi almeno i clienti di un tempo ora dovrà faticare un po’ di più, dopo le tristi esperienze che quelli hanno dovuto subire! Spero inoltre che predispongano opportune telecamere, gestite da un servizio di sorveglianza remoto, atte a individuare per tempo eventuali nuovi atti di vandalismo in modo da intervenire tempestivamente! La tecnologia esiste (e.g. vedi vecchio post su Testing a Bosch IP camera (DINION IP 5000i IR)), basta utilizzarla …
Mai come in questi ultimi anni, benché ne siano trascorsi sempre più da quegli eventi, è opportuno dare spazio alla memoria per non dimenticare. L’oblio porta infatti inevitabilmente a rifare gli stessi errori del passato e addirittura a negare le evidenze storiche. Solo pochi giorni fa ho sentito di persino un professore di storia torinese che nega la shoah! In un mondo dove i negazionisti di ogni tipo si fanno sempre più spazio, è sufficiente fare una semplice ricerca con un motore di ricerca per scoprire (semmai ce ne fosse la necessità) e comprendere che un nuovo potenziale precipizio non è poi così distante se si riuscirà a mantenere questa memoria anche tra i più giovani.
Perciò, proprio ora che pochissimi sono gli ultimi testimoni oculari ancora in vita, è importante ascoltare con attenzione le parole di Liliana Segre, senatrice a vita italiana, superstite dell’Olocausto e testimone dei campi di concentramento nazisti, nel un suo intervento dello scorso anno, 27 gennaio 2020, al Parlamento Europeo:
27/1/2020
Vi invito anche a vedere questa racconto lucido di eventi vissuti, con le parole di una “donna libera e di pace” (come lei stessa si definisce alla fine) che narrano di eventi ormai lontani eppure ancora così vicini, su chi ha fatto finta di niente e ha permesso che ingiustizie e atrocità si perpetrassero. … un racconto su come si possa togliere a delle persone non solo la speranza, ma anche la dignità.
Insomma, sentire e ricordare affinchè un passato non possa diventare anche un futuro.
In questo anno strano anche per via dell’emergenza Covid, la memoria passa anche attraverso iniziative proposte gratuitamente in streaming. Segnalo, ad esempio, questo spettacolo che mi sembra interessante:
Giorno della Memoria 2021 | a Chieri Eventi a Torino “Giorno della Memoria a Chieri: in streaming lo spettacolo “Le canzoni di Anna Frank“ Mercoledì 27 gennaio, il Comune di Chieri commemora il Giorno della Memoria proponendo gratuitamente, alle ore 18, in streaming sul sito istituzionale e sui canali social Fb @comunechieri@ChieriOn@BibliotecaArchivioChieri, lo spettacolo di parole e di musica “Le Canzoni di Anna Frank“, realizzato dall’associazione Shalom e dalla cooperativa di artisti Esibirsi (con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino).
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“Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà anche noi, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.” – Anna Frank
Anche altre realtà della cintura torinese non sono da meno in quanto ad iniziative:
Dal sito Facebook della città di Rivalta: 𝗚𝗜𝗢𝗥𝗡𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝟮𝟬𝟮𝟭 – 𝟮𝟲 𝗚𝗘𝗡𝗡𝗔𝗜𝗢𝗢𝗥𝗘 𝟭𝟴:𝟯𝟬: 𝗪𝗘𝗕𝗜𝗡𝗔𝗥 𝗔 𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗗’𝗨𝗢𝗠𝗢 Partecipa al webinar “A MEMORIA D’UOMO” tenuto dal prof. Claudio Vercelli, all’interno del programma della Giornata della Memoria. Affrontiamo insieme il tema del Neofascismo tra i giovani, del revisionismo e del negazionismo. Clicca sul link e partecipa: https://meet.google.com/ijz-zeya-gca Per facilitare la conduzione, vi chiediamo di entrare con microfono e videocamera spenti.
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“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza“. — Liliana Segre
“Prima, durante e dopo la mia prigionia mi ha ferito l’indifferenza colpevole più della violenza stessa. Quella stessa indifferenza che ora permette che Italia ed Europa si risveglino ancora razziste; temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite”. — Liliana Segre
“Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare“. — Liliana Segre
“Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui“. — Liliana Segre
La pubblicità è l’anima del commercio si dice, ma tutte le volte che vedo, soprattutto su Internet, immagini o addirittura spot pubblicitari che palesemente dicono non solo inesattezze ma belle e proprie fandonie, mi si torcono le budella! Mi viene talvolta addirittura da chiedermi come questo venga, di fatto, consentito nonostante le innumerevoli leggi e associazioni a difesa del consumatore.
Oramai siamo assuefatti da decenni alle innumerevoli pubblicità che promettono dimagramenti da favola o ricrescita dei capelli miracolose … ma, sempre più, l’insieme delle false promesse sta coinvolgendo altri settori come quelli tecnologici. Se da una parte, anche in questo caso, queste pubblicità ingannevoli possono contare sull’ignoranza della gente comune, dall’altro viene anche da pensare come quelle stesse persone acquirenti possano essere davvero così troppo sprovvedute: eppure, se c’è chi paga queste martellanti pubblicità a caro prezzo, vuole dire che per questi accalappiatori imbroglioni i conti alla fine tornano a loro vantaggio!
La necessità di scrivere questo post è nata impellente dopo avere visto troppe volte in queste ultime settimane attivarsi un video pubblicitario tra i diversi che vengono automaticamente lanciati da YouTube e che si possono eventualmente interrompere solo dopo 4 secondi: sto parlando del “miracoloso” WiFi X. Solitamente, come penso molti fanno, appena scaduti i 4 secondi premo il tasto Salta gli annunci per riuscire finalmente a vedere il video ricercato di mio interesse: d’altra parte questo è il fardello che spesso si deve accettare se si desidera ottenere un servizio gratuitamente e, indubbiamente, quello offerto da YouTube e dai gestori dei molteplici suoi canali è assai utile in diverse circostanze! Tornando a quello spot specifico, sebbene la sua prima videata non mi dicesse nulla di nuovo (“Come avere una connessione WiFi super veloce ovunque, in qualsiasi momento in soli 6 secondi!“), già la seconda aveva stimolato la mia curiosità dubitatrice (“I provider dei servizi internet non vogliono farti conoscere questo trucchetto economico!“). Ho quindi visto per intero tutto quello lo spot, meravigliandomi nel suo susseguirsi di messaggi falsi e tendenziosi.
Nel seguito riporto alcuni screenshot di messaggi lanciati nello spot, associandoci alcuni miei commenti per poi fare una considerazione finale.
La congiura, questa è la prima regola della mentalità complottista tanto in voga oggigiorno e spesso ora anche utilizzata a scopi pubblicitari! Che la trasmissione dati possa essere limitata per sopperire a eventuali sovraccarichi di una rete, o di un tratto di essa, è un qualcosa d’innato nella definizione dei protocolli di gestione/trasmissione di una qualsiasi rete, cioè è intrinseca nella logica pensata e necessaria per far funzionare al meglio una qualsiasi rete, sia questa una rete locale domestica o una pubblica ad alta velocità o meno. Niente trucchi e niente inganni dunque, semplice inevitabile applicazione automatica di eventuali meccanismi che consentano, in caso di sovraccarico, di riuscire a offrire un servizio al meglio e non rischiare pericolosi colli di bottiglia. Certo, magari in quelle situazioni di sovraccarico assai rare possono essere favoriti i servizi che maggiormente sarebbero negativamente influenzati da una limitazione di banda, ma nessun complotto! Inoltre le velocità oggi raggiungibili sia da una linea fissa sia anche da una linea mobile sono oggettivamente al di sopra di quelle che potevano essere le migliori aspettative solo pochi anni fa!
Che un dispositivo locale, quale è quello pubblicizzato, sia in grado di modificare la gestione dei dati trasmessi nella rete pubblica (i.e. nel payload, interno ai pacchetti dati, proprio dei protocolli trasportano appunto i i dati dell’utente) è evidentemente una sciocchezza! Si tratta, infatti, di un comune repeater WiFi di fascia bassa che (anche se non viene fornita alcuna specifica tecnica ma si parli unicamente di una velocità di 300Mbps) sicuramente supporta la sola banda 2,4 GHz e non anche quella dei 5GHz, come avviene nei repeater di fascia alta, capaci quindi di velocità anche assai maggiori (e.g. fino a 1300 Mbps , seppur solo per un dispositivi che distino per un raggio minore rispetto a quanto richiesto per l’altra banda con velocità minore comunque fornita). Si parla di quella velocità di 300Mbps come se fosse una cosa straordinaria mentre invece è la normalità per qualsiasi repeater di fascia bassa: comunque, si tratta ovviamente della velocità massima che quel dispositivo può supportare internamente alla rete locale, ad esempio per fare accedere un PC collegato a quel WiFi a dei dati presenti su un Hard Disk locale nella LAN, non certo necessariamente per una trasmissione verso un server remoto dove il collo di bottiglia non è certo dato dalla velocità interna alla propria LAN e neppure a quella della propria linea di accesso alla rete pubblica! Insomma, non fornendo alcun dato tecnico serio e, anzi, affermando dichiarazioni che non dicono nulla,unicamente mirate ad abbindolare un incompetente (e.g. WiFIX funziona bloccando il rapporto dati internet verso il proprio provider internet), viene venduto a circa 50€ un reapater WiFi non di marca analogo ad altri di marca che si trovano a meno di 20€. Ben altre prestazioni hanno altri repeater di marca a doppia banda (2,4GHz e 5GHz) venduti a un prezzo analogo a quello proposto per quello di fascia bassa! Anzi, ricercando su Amazon si può trovare un prodotto direi identico anche esteticamente (seppur marchiato con altro nome) a quello pubblicizzato che costa meno dei soliti 20€ tipici dei repeter di tale fascia. Ovviamente io non comprerei neppure quello, seppur ben più economico, in quando esistono dispositivi di marca a un prezzo analogo, ben recensiti e con apposite app per configurarli a dovere: comunque, almeno in quello lì venduto su Amazon sono ben presenti le caratteristiche tecniche (e.g. ripetitore WiFi single band, con velocità di trasferimento complessiva di 300 Mbps, poiché la banda dei 2,4 GHz non permette di sostenere velocità molto elevate) e già addirittura nel titolo viene correttamente indicato che si tratta di un semplice Ripetitore Wi-Fi di Fascia Media, … quindi, nulla di miracoloso come farebbe invece intendere quello spot pubblicitario ingannevole!!
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Ovviamente, quanto prima descritto nel dettaglio è solo uno dei molteplici spot pubblicitari martellanti e abbindolatori, automaticamente proposti su Internet.
Si tratta di spot pubblicitari creati ad hoc e che puntano a pagine di prodotti venduti online: nella URL vengono inseriti dei parametri (e.g. ?advert=434989111122&place=youtube.com&gclid=Cj0KAASSEER-ABhDFARIkjbfyu735t6398-vMAYoPsEfdfsfsert45UTR9Y6wSyny9oaAvD7Ew_wrd) che consentono di riconoscere quale sia il procacciatore di potenziali clienti, in modo che costoro si prendano una percentuale su click o sulle eventuali vendite … insomma, nulla di nuovo nel mondo del commercio, ma la correttezza e la veridicità delle informazioni fornite deve, a mio parere essere rispettata!
Ad esempio, un altro altrettanto ingannevole (ma perlomeno non mendace) analogo spot pubblicitario, sempre presente in questo periodo sulla pubblicità proposta da YouTube, è quello che propaganda la vendita di Xtra-PC che è di fatto una qualsiasi chiavetta USB in cui è stato installato del SW di un sistema operativo opensource (uno dei tanti linux) che si potrebbe scaricare gratuitamente da Internet e mettere in qualsivoglia altra chiavetta! Ovviamente se quest’ultima viene poi inserita in un PC prima della sua partenza (con una eventuale semplice configurazione del boot) comporta il caricamento di quel Sistema Operativo opensource che, in genere, è leggero e performante per semplici esigenze (e.g scrittura di un documento, navigazione su Internet), pur avendo ovviamente tutti i limiti propri di tale modalità di esecuzione (primo tra tutti la limitata velocità di lettura/scrittura di una qualsiasi chiavetta rispetto ad altre modalità di memorizzazione quali SSD/Hard Disk). Insomma una chiavetta da 16G, di marca sconosciuta, venduta a circa 18€ (in quanto in “offerta”, altrimenti scrivono che varrebbe 30€!!) quando se ne può acquistare una di marca, della medesima capacità,a circa 8€ o anche meno!! Per ottenere il medesimo risultato, basterebbe poi andare a scaricare un sistema operativo opensource e, da qui, magari qualche altro programma gratuito d’interesse (e.g. Open Office): per andarlo a installare nella chiavetta USB si può poi utilizzare un programma apposito (e.g. Unetbootinper Windows, Linux e macOS; Rufusper Windows). Per maggiori dettagli a tale proposito, puoi visitare questi tutorial dove puoi trovare una semplice spiegazione di dettaglio:
Concludendo: prima di comperare una qualsiasi “offerta” miracolosa pubblicizzata, tanto più quando su Internet tramite social, è indispensabile stare accorti alle truffe e vale la pena almeno verificare a quanto viene venduto altrove un prodotto analogo, se non identico, ad esempio ricercandolo su Amazon. Anche se poi si decide di acquistarlo altrove, su quel marketplace è assai probabile trovare qualsiasi tipologia di oggetto e quindi agevolmente si riesce già subito a effettuare una comparazione tra diverse soluzioni. Inoltre, sempre in quel marketplace, per ciascun prodotto è possibile poi leggere i commenti lasciati dai precedenti acquirenti e questo può sicuramente risultare un ulteriore aiuto. Anche qui, tuttavia, non si deve essere acritici, in quanto almeno alcuni di quei commenti (soprattutto quelli troppo lunghi e dettagliati) possono essere non del tutto disinteressati in quanto inseriti a fronte di un vantaggio (e.g. prodotto ottenuto gratuitamente): seppure quel marketplace vieti tali procedure e cerchi d’impedirne la diffusone, tale pratica è difficilmente eliminabile del tutto!
Sebbene generalmente io sia orgoglioso di essere italiano e di vivere in Italia, talvolta mi capita di vergognarmi di esserlo e, purtroppo, ciò sta avvenendo sempre più spesso non solo per alcune scelte del Governo e d’istituzioni/associazioni, ma pure per il comportamento di singoli loro addetti o anche solo di semplici cittadini!
Questo post è rivolto non solo a quegli immigrati che provengono da realtà povere sia economicamente sia culturalmente, risultando purtroppo troppo spesso facile preda della malavita che li assolda ai loro biechi scopi, ma soprattutto a quelli che, mettendo da parte le loro competenze acquisite con studi talvolta non riconosciuti all’estero, si adattano a lavori di qualifica ben inferiore a quelli che potrebbero in teoria ottenere, attività che quindi sono in grado di svolgere al meglio viste le loro qualità, lavori gravosi che quindi spesso gli italiani disdegnano.
Ultimamente ho cercato di aiutare un lavoratore straniero per ottenere il prolungamento del permesso di soggiorno e sono venuto a contatto con un intero mondo, sconosciuto ai più, in cui troppo spesso la burocrazia, l’incompetenza e l’indisponibilità degli addetti la fa da padrona, rendendo oltremodo complicata e assurda tutta una procedura che potrebbe essere molto più lineare e corretta. Quella persona che ho cercato di aiutare è stata, diversi anni fa, badante di mio padre, negli ultimi anni della sua vita, e so quindi bene che si tratta non solo di un gran lavoratore, ma anche di un’ottima persona per cui è sempre stato per me un piacere aiutarlo quando si è poi trovato in qualche difficoltà, ricambiando almeno in parte le attenzioni e l’affetto che ha da sempre dimostrato verso la nostra famiglia. Inoltre, si tratta di una persona colta con tanto di diploma, corso di laurea non terminato non certo per mancanza di sue capacità e impegno: non è inusuale che per casi della vita, talvolta pilotati da eventi di nazioni intere, impongano a persone di lasciare il loro Paese in cerca di un lavoro che serva da sostentamento per loro stessi e per le loro famiglie.
Veniamo alla descrizione dei fatti. A febbraio 2020 l’ho accompagnato alla questura di Torino in c.so Verona 4 per presentare tutta la documentazione che gli era stata indicata necessaria per ottenere il permesso di soggiorno. Era dovuto venire a Torino da un paesino distante diverse decine di chilometri dove ora sta accudendo un altro vecchietto: anche solo raggiungere fisicamente quel posto era stata un’impresa, nonostante fosse stato in parte accompagnato in macchina. Dopo una lunga e problematica attesa, sebbene ci fosse una prenotazione con giorno e ora indicati, eravamo poi riusciti ad accedere agli sportelli, ovviamente con ingressi contingentati e con mascherina per via dell’emergenza Covid già in essere. Ricordo che avevo dovuto discutere per fare in modo di poter entrare anch’io per accompagnare quel signore e poterlo quindi eventualmente aiutare per eventuali problematiche che fossero sorte. In effetti è risultato che mancava l’attestato di conoscenza della lingua italiana, ora indispensabile, per cui sarebbe stato necessario iscriversi a un esame apposito e portare entro 10 giorni un documento che attestasse tale iscrizione. Ci viene detto che l’iscrizione a quel test poteva essere inoltrato anche personalmente tramite computer accedendo all’apposito portale del Ministero dell’Interno. Mi ricordo che già mi ero chiesto: ma se è così semplice e veloce, perché non possono già quegli addetti inoltrarlo, velocizzando la procedura e quindi risparmiando così anche loro del tempo, non dovendo più fissare un nuovo appuntameno e poi, a breve, ricevere nuovamente quella persona per la sola consegna di quell’avvenuta iscrizione?
Comunque sia, ho rassicurato quel signore, dicendogli che l’avrei portato a casa mia e, con il mio PC, avremmo velocemente risolto il tutto effettuando tale iscrizione: per l’esame poi non sarebbe stato certo un problema comprendendo lui oramai bene l’italiano e riuscendolo a parlare la nostra lingua in modo comprensibile se non completamente corretto!
Nella pagina Test di conoscenza della lingua italiana del portale del Ministero dell’interno, veniva indicato come sottotitolo: “Per sostenere il test deve inviare alla prefettura della provincia in cui risiede una domanda attraverso la procedura informatica attiva sul sito web dedicato https://nullaostalavoro.dlci.interno.it:
Infatti, navigando quindi in https://nullaostalavoro.dlci.interno.it veniva indicato esplicitamente che uno dei servizi offerti dal portale era appunto la benedetta “richiesta di ammissione al test di conoscenza della lingua Italiana ai fini del rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo“. Insomma, non senza un po’ di perplessità da parte mia per quella navigazione un po’ eccessiva da un portale a un altro, sembrava comunque proprio che fossi infine giunto nella pagina corretta! 🤔 Inoltre, per fortuna in quella sezione del portale del Ministero dell’Interno relativo al Sistema Inoltro Telematico, l’autenticazione veniva consistita anche tramite una semplice registrazione, senza quindi utilizzare necessariamente lo SPID che quasi sicuramente un immigrato non possiede … oltre al fatto che sia i tempi/procedure per acquisirlo non sono certo immediate, sia le modalità di utilizzo sono tutt’altro che agevoli per chiunque, figuriamoci per un generico immigrato (vedi un mio precedente post a tale riguardo)!
Effettuiamo quindi la registrazione fornendo tutti i dati anagrafici richiesti ed entriamo nell’area autenticata del portale. Tuttavia, nessuna voce del menù consentiva d’inoltrare tale richiesta per effettuare il test di conoscenza della lingua italiana. Dopo diversi tentativi di navigazione dentro i molteplici menù, desisto e andiamo nel più vicino ufficio di servizio immigrati per ottenere delucidazioni. Dopo l’ovvia attesa, riusciamo ad avere udienza da un’addetta: con mia meraviglia, dalla sua postazione autenticata con le loro credenziali di sindacato, quella voce di menu relativa alla presentazione della domanda era presente! Eppure nulla in quel portale indicava la necessità di rivolgersi a un Patronato per poter accedere a quel servizio di prenotazione e tantino nulla di ciò ci era stato indicato alla questura! La domanda d’iscrizione al test viene quindi finalmente inoltrata tramite loro, senza neppure dover pagare nulla! Felici come pasque usciamo non sapendo però quello che scopriremo solo successivamente: tutte le comunicazioni associate a quella richiesta, così inoltrata dal Patronato (e.g. il foglio da presentare quando si effettua la prova o, successivamente, il suo esito finale), si possono recuperare solo accedendo con la medesima utenza che ha effettuato la domanda, cioè tramite loro!Perciò, anche se la presenza di una nuova comunicazione giunge all’email indicata nella compilazione della domanda stessa (in quel caso la mia, dal momento che lui non l’aveva), nel suo contenuto non è presente alcun documento allegato bensì solo il link per recuperarlo … e per farlo è necessario avere delle credenziali che uno personalmente non possiede non avendo potuto effettuare di persona quella richiesta!! Dal momento poi che, per via dell’emergenza Covid, il luogo e le date per effettuare quel test erano state rimandate, in quel periodo non è stato possibile riuscire a leggere il contenuto di quelle comunicazioni nemmeno recandosi (e rifacendo la coda) presso il Patronato, dal momento che quel servizio immigrati era chiuso a data da definirsi: ancora oggi Google Maps immortala quel fogliettino che avevamo trovato allora, rimasto appeso per mesi …
Il servizio immigrati dei Patronati sono rimasti chiusi per mesi con nessuna indicazione sulla data di riapertura … quindi risultava impossibile accedere a qualsiasi informazione raggiungibile solo tramite loro che avevano inoltrato la domanda (e.g. documenti relativi al test di conoscenza della lingua italiana)
Insomma, l’esistenza di una nuova convocazione mi era arrivata via email, ma mi era stato impossibile scaricare dal sito quel documento non avendo ovviamente le credenziali di quel padronato – chiuso per via del Covid – che ne aveva inoltrato la richiesta inizialmente, non essendoci riuscito io autenticandomi come privato. A quel punto, mi sono recato quindi personalmente alla Prefettura di Piazza Castello chiedendo di poter parlare con qualcuno relativamente appunto a quei test sulla conoscenza dell’italiano. Per fortuna ho trovato un’addetta molto gentile che, compresa la situazione, mi ha fornito personalmente il documento di convocazione da presentare all’atto dell’esame dove era presente anche l’informazione sulla nuova data e luogo di svolgimento. Quell’addetta, seppur assai gentile, mi aveva confessato che non ero il primo ad averle detto di aver avuto problemi a inoltrare personalmente la domanda per effettuare quel test di conoscenza dell’italiano, una volta autenticato in quel portale come privato cittadino, … ma dal momento che si trattava di un problema centralizzato sembrava che nessuno si fosse preoccupato più di tanto di quell’anomalia, seppure complicasse di molto la procedura che l’immigrato doveva effettuare! 🙄 P.S – Mi resta il dubbio che quella voce non comparisse perché non si era usato lo SPID ma solo le credenziali utilizzate registrandosi, anche se non credo fosse quello il problema … e comunque nulla di ciò era segnalato nel portale.
Nuova convocazione del test di conoscenza della lingua italiana, essendo la precedente stata rimandata per via dell’emergenza Covid
P.S. – Ho provato ora ad accedere al medesimo sito https://nullaostalavoro.dlci.interno.it: ora viene subito fornita al seguente indicazione che, secondo me, è un’ulteriore conferma di come tutti questi portali non siano integrati tra loro e si debba saltare da uno all’altro per poter trovare la gestione di servizi relativi a un medesimo contesto ben specifico, in questo caso l’immigrazione.
Lo sportello UNICO per la gestione delle problematiche relative all’immigrazione sembra ancora un miraggio.
Comunque io, un italiano esperto d’informatica, non era riuscito a effettuare in autonomia una domanda che, per quanto indicato dall’addetto della questura, avrebbe potuto effettuare personalmente la persona straniera che desidera ottenere il permesso di soggiorno!
Il mio assistito ha quindi svolto il test di conoscenza della lingua italiana con i ritardi imputabili all’emergenza Covid e recandosi in una scuola nella cintura torinese, non certo comoda da raggiungere come la sede torinese inizialmente indicata.
Per riuscire poi a ottenere l’esito di quel test (non immediatamente rilasciato nonostante l’esiguo numero – solo 20 di cui una metà assenti ingiustificati – di candidati per ciascuna sede, nuovamente sarebbe dovuto andare all’ufficio del padronato che aveva presentato la richiesta, ritornando a Torino dal lontano paesello! Per fortuna, contattando via email la medesima persona della questura dei piazza Castello che già precedentemente era stata così gentile, mio ha detto che gli esiti pubblicati in maniera anonima online, sempre dal sito della Prefettura, erano comunque validi per la domanda del permesso di soggiorno sebbene dovessero essere abbinati al documento di convocazione all’esame: infatti, sapendo la sede dove si era tenuto il test e il codice personale identificativo presente appunto nel foglio di convocazione, si riusciva a conoscere l’esito senza doversi nuovamente recare dal patronato e fare altre code! Comunque l’esito della prova sarebbe poi dovuta giungere in forma elettronica direttamente alla questura.
L’esito del test era stato positivo, come anche quello di tutti i partecipanti che si erano presentati in quella medesima sede quel giorno. Visionando i file Excel degli esiti sulle diverse sedi dove si era tenuto l’esame, ho notato che ben pochi non l’avevano superato se non quelli indicati come assenti ingiustificati … viene da chiedersi come mai non si fossero presentati, viste le complicazioni e le difficoltà che io stesso avevo avuto nell’aiutare quel mio amico!!! D’altra parte, quando nel presentare la domanda all’ufficio servizio immigrati avevamo chiesto se potevano consigliarci qualche testo per potersi preparare al meglio a quella verifica, ci era stato risposto testualmente che anche i cinesi che erano appena arrivati da poche settimane in Italia lo passavano e che quindi lui non doveva certo preoccuparsi dal momento che l’italiano oramai lo comprendeva e lo sapeva parlare da farsi capire! Insomma mi sembra di poter dire che tale requisito per ottenere il permesso di soggiorno sia una richiesta burocratica che complica inutilmente una procedura già dispendiosa in termini di risorse e tempo, non solo per l’immigrato ma anche per tutti gli attori in gioco!
Due giorni fa quel signore aveva nuovamente l’appuntamento in questura e questa volta davvero sperava di avere tutte le carte in regola per ottenere l’agognato permesso di soggiorno … e invece no! Non solo non avevano acquisito alcuna indicazione dell’esito del suo esame di conoscenza dell’italiano che sarebbe dovuto pervenire loro in forma elettronica (problema comunque sanato fornendo noi l’esito in forma cartacea) ma questa volta gli viene notificato che c’erano delle mancanze contributive di anni addietro in cui il suo reddito aveva superato la soglia minima che consente di evitare di effettuare la dichiarazione dei redditi. Una sua manchevolezza sicuramente, ma che, a mio parere, si sarebbe potuta evidenziare già mesi addietro quando gli era stata notificata la mancanza del test di conoscenza della lingua italiana per poter procedere. Nuovamente i soliti 10 giorni per ritornare e produrre la documentazione, vale a dire in questo caso la sanatoria del debito fiscale. Gli viene indicata l’Agenzia delle Entrate come il luogo idoneo per risolvere il problema: tuttavia, una volta recatosi nella sede più vicina in centro, là gli viene invece detto che doveva rivolgersi a un CAF. Sempre a piedi, torna praticamente indietro recandosi allora al CAF vicino all’ufficio di servizio immigrati che già conosceva essendo nei pressi della questura. Non senza difficoltà riesce a parlare con un’addetta di tale CAF che gli dice che loro potevano sanare solo la dichiarazione dei redditi dell’ultimo anno!! Disperato mi telefona e mi faccio passare l’addetta per comprendere meglio quell’assurdità. Mi conferma il tutto dicendo che era una scelta della UIL, in quanto se loro sanavano le tasse di loro assistiti per anni precedenti all’ultimo, non solo ovviamente il contribuente doveva pagare le dovute sanzioni e interessi, ma anche loro come sindacato venivano penalizzati economicamente subendo una multa/tassazione che sia! Pur continuando a non capire la logica di tutto quel suo discorso, rimanendomi comunque il dubbio che la legge prevedesse davvero tale assurda penalizzazione per il Patronato, le spiego che eravamo disposti a sopperire eventuali addizionali imputate loro: nulla da fare! Chiedo allora come poteva fare quel poveretto a mettere a posto la sua posizione con il fisco per quindi riuscire a ottenere il permesso di soggiorno. La sua risposta secca è stata che non lo sapeva … facendo intendere che già troppo tempo aveva perso per fornirci risposte … o meglio non risposte direi io!!
Dal momento che mi sembrava impossibile che un CAF non potesse effettuare tale operazione relativamente ad anni passati, ho telefonato a una amica che lavora in un un altro sindacato, la CISL. Si meraviglia anche lei di quanto mi aveva detto l’operatrice del CAF dell’altro sindacato e mi indica la sede principale di CISL di via Bertola 49/A angolo via Palestro quale la sede migliore per avere un appuntamento in tempi utili. Mi suggerisce pure di provare a telefonare al numero 011-5741511 per evitare magari di recarmi sul luogo personalmente … ma la linea di quel numero si sconnette sempre immediatamente. Solo dopo diversi tentativi riesco poi a ottenere una risposta dal centralino generale 011-195065 dove tuttavia mi dicono che per avere un ticket di accesso dovevo inviare una richiesta via email a CAAF.torino@cisl.it o diversamente dovevo necessariamente recarmi personalmente in quella sede. Ovviamente suggerisco al mio amico di recarsi di persona in via Bertola visto i tempi stretti a disposizione. Dopo un po’ mi telefona dicendomi disperato che il primo posto libero era ben dopo la scadenza dei 10 giorni: mi faccio passare l’addetta alle prenotazioni e le spiego la problematica temporale improrogabile e lei, dopo avere internamente contattato qualcuno, riesce allora gentilmente a inserire la prenotazione il giorno prima della scadenza fissata dalla questura! Dopo quasi 3 ore di tentativi, finalmente si apre dunque uno spiraglio di soluzione … 🙄
Concludendo per ora il resoconto assurdo di questa via crucis per cercare di ottenere un permesso di soggiorno per un lavoratore immigrato, ci tengo ancora a sottolineare l’inspiegabile comportamento da parte dell’addetta del CAF di via Bologna 11 o forse del sindacato UIL stesso nella sua interezza, se vera è la giustificazione fornitami telefonicamente sul motivo del loro rifiuto a operare la sanatoria fiscale per anni precedenti all’ultimo! Stiamo infatti parlando di un sindacato dei lavoratori, cioè di un’istituzione che dovrebbe essere preposta ad aiutare il lavoratore bisognoso di assistenza, che in questo caso era poi solo relativa alla soverchiante burocrazia di procedure impossibili da gestire autonomamente da chiunque, non certo solo da un immigrato.
Non ho parole … 🤐
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30/01/2021
In mezzo a tanta burocrazia, malcostume, incompetenza e addirittura scortesia se non maleducazione, per fortuna ci si imbatte in persone non solo cortesi e impegnate ma che riescono a trovare la soluzione idonea al problema che mi era stato presentato come insolubile sia da operatori d’istituzioni pubbliche e CAF sia da fior fiore di professinisti privati!
Il CAF della CISL ha provveduto a elaborare i Moduli Unici dal 2015 ma ha detto che non poteva risolvere il problema relativo ai pochi giorni lavorativi del dicembre 2014 in quanto potevano operare solo per gli ultimi 5 anni. Di fatto, sentendo poi anche dei commercialisti privati, mi hanno confermato anche loro la medesima cosa essendo gli anni precedenti ormai andati in prescrizione. Come fare allora a fornire la documentazione richiesta dalla Questura anche per quell’anno? Si noti che il reddito del signore per quell’anno era stato di poche centinaia di euro non avendo lavorato che neppure per un mese intero e quindi era stato ben al di sotto del massimale richiesto per dover necessariamente compilare il Modulo Unico per quell’anno. Nessuno, interpellando CAF e commercialisti privati, mi avevano saputo fornire una soluzione possibile.
Non sapendo più che pesce prendere, ho preso coraggio e ho scritto nuovamente all’impiegata Donatella della Prefettura che, come indicato, già in altre due occasioni aveva saputo risolvere prontamente problematiche da noi riscontrate relative al test di conoscenza dell’italiano. Questo funzionario, Assistente Sociale della Prefettura di Torino – Area IV Immigrazione Diritti Civili ed AsilodiPiazza Castello 205, mi ha nuovamente prontamente risposto via email dicendomi che aveva rappresentato a un patronato specifico la situazione da me decritta: mi invitava quindi a contattare Valter o a passare nel suo ufficio presso il Patronato EPASA Servizi per l’Immigrazione, in modo tale che potesse capire meglio il problema e darmi qualche soluzione possibile. Scritto quindi a quel Patronato ieri alle 17:15, ricevo una conferma di ricezione via email alle 22:45 in cui mi viene comunicato che sarei stato contattato il giorno successivo, cioè oggi, di sabato, nel tardo pomeriggio. Alle 18:43 di oggi sabato 30/01/2021 ricevo la telefonata da quell’impiegato che, compreso immediatamente il problema, mi chiede d’inviargli via email il documento del contratto INPS relativo all’assunzione per quel 2014 (o al limite di una comunicazione successiva dell’INPS) in modo che da quella possa poi recuperare le informazioni che la Questura richiede per quel lontano anno ormai in prescrizione.
Da loro sono venuto a sapere che teoricamente la questura dovrebbe chiedere la copia dei bollettini pagati relativamente agli ultimi 2 anni, il mod 730/unico degli anni in cui ha superato un reddito di 8000€, il cud/101 rilasciato dal datore per gli anni in cui il reddito è stato inferiore a 8000.
Insomma, in questa Italia dove pagliacci e sbruffoni incompetenti si sprecano a tutti i livelli, avere avuto a che fare, anche solo per pochi scambi di email o di frasi al telefono con persone come queste due che, anche a tarda ora, si impegnano a fornire un servizio e a risolvere problematiche relative a immigrati, non solo fa molto piacere, ma fa anche sperare in una Italia migliore.
Per chi si trovasse ad avere problematiche analoghe o comunque in questo contesto, lascio questo riferimento davvero prezioso:
Patronato EPASA Servizi per l’Immigrazione via Perugia, 36 – 10152 Torino Tel: +39 011.1967.2503 – Fax: +39 011.1967.2510
Orari lunedì – martedì – giovedì dalle ore 8.30 alle ore 13.00 e dalle ore 14.30 alle ore 17.00 mercoledì – venerdì dalle ore 8.30 alle ore 12.30
Ormai da diversi mesi fior fiore di articoli ne parlano e video, talvolta terrorizzanti, descrivono le possibili implicazioni della prossima entrata in vigore dei nuovi termini di servizio di WhatsApp.
Tuttavia io, che ho da tempo tutti e tre questi programmi di messaggistica (WhatsApp, Telegram o Signal) oltre anche a Skype e Messenger, sto notando solo in quest’ultima settimana una notevole installazione di Telegram e Signal da parte di diversi miei contatti. Infatti, non appena qualche persona, presente nei propri contatti, installa per la prima volta una di quelle applicazioni, subito giunge una notifica con un messaggio apposito. Ovviamente quella chat si può poi subito eliminare se non s’intende, almeno nell’immediato, iniziale un dialogo con quella persona: la gesture da utilizzare è sempre la medesima oramai assodata, cioè tenere premuta la chat da eliminare per qualche secondo in modo da vederla selezionata (tramite un segno di spunta), quindi premere l’icona del cestino (in alto a destra) e infine confermare.
Cancellare una chat, magari una che segnala che un nuovo contatto appena installato l’app
Ovviamente questa cancellazione non preclude la possibilità in futuro d’iniziare una nuova chat ricercando quel contatto tramite l’apposita lente di ricerca (in alto a destra).
Insomma, nulla di nuovo rispetto alle procedure utilizzate anche da WhatsApp. Si noti infatti che, sebbene le interfacce dei tre sistemi di quei messaggistica differiscano esteticamente, la maggior parte delle operazioni risultano molto simili se non identiche: d’altra parte come non potrebbero essendo così uguali le funzionalità principali fornite (invio/ricezione messaggi, videotelefonata)?
Differenze maggiori si possono notare semmai nelle opzioni che si possono impostare (e.g. sicurezza e privacy) o nelle metodologie utilizzate per realizzare alcune funzionalità più avanzate (e.g. associazione e collegamento con altri dispositivi quale il proprio PC personale): comunque, generalmente la metodologia e procedura da utilizzare è spesso pressapoco analoga (e.g. lettura di un QR code per ottenere l’associazione).
Anche relativamente alle prestazioni dei servizi principali non ho notato un’evidente differenza e questo anche utilizzando la videotelefonata (i.e. sicuramente il servizio che tecnicamente potrebbe maggiormente fornire qualità differenti in quanto le metodologie di codifica e adattamento alla qualità della rete possono essere differenti, magari utilizzando modalità proprietarie). Tuttavia, anche per le videotelefonate, per tutti tre i sistemi di messaggistica la qualità è più che buona qualora entrambi i terminali siano collegati a un WiFi e risulta comunque, in genere, accettabile anche con un buon collegamento tramite una rete mobile 4G.
Differenze più sostanziali invece ci sono relativamente alla privacy e alle sue impostazioni, come in alcuni servizi opzionali. Nel seguito ne analizzerò alcune nel dettaglio.
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Condivisione della posizione corrente magari fornita addirittura per un certo tempo in real-time
Per il momento quest’ultima condivisione in real-time per un determinato lasso di tempo viene consentita solo in WhatsApp e in Telegram.
In WhatsApp la procedura è questa:
Condivisione della posizione in real-time per un certo lasso di tempo con WhatsApp (1)
Condivisione della posizione in real-time per un certo lasso di tempo con WhatsApp (2)
Condivisione della posizione in real-time per un certo lasso di tempo con WhatsApp (3)
In Telegram la procedura è questa:
Condivisione della posizione in real-time per un certo lasso di tempo con Telegram (1)
Condivisione della posizione in real-time per un certo lasso di tempo con Telegram (2)
Invece, nel caso di Signal si riesce per ora solo a condividere la mappa statica di una posizione, ad esempio quella corrente: non penso che questa limitazione sia voluta per motivi a priori di privacy, per cui probabilmente verrà introdotta a breve.
Infatti tutti quei sistemi si appoggiano, di fatto, a funzionalità proprie di Google Maps e quindi non introducono nullo di nuovo, sebbene forse il tutto venga reso più facilmente usufruibile essendo integrato nell’app.
Gestione delle chat anche da altri dispositivi (e.g. PC Windows 10) e non solo da app sullo smartphone
Molto comoda è poi la possibilità di poter gestire le chat anche da altri dispositivi (e.g. PC Windows 10)e non solo da app sullo smartphone. Mi ha sempre stupito il fatto che molti amici che utilizzano da anni WhatsApp non utilizzassero (e neppure conoscessero) la possibilità di condividere quel sistema di messaggistica anche sul proprio PC dal momento che risulta spesso assai utile, ad esempio quando si scambiano nella chat dei link che è meglio utilizzare da un PC (e.g. quelli per iniziare videoconferenze con Zoom). Anche qui tutte e tre le piattaforme prevedono di farlo installando un’apposita applicazione sul computer che poi viene associata al proprio account tramite la lettura di un QR code(in WhatsApp e Signal) o indicando il proprio numero telefonico ed effettuando quindi verifiche tramite OTP sul cellulare (in Telegram).
Nel seguito mostro i passaggi per effettuare una associazione di un dispositivo (e.g. PC) con WhatsApp, dopo avere installato l’apposita applicazione desktop scaricabile da Scarica WhatsApp oppure utilizzando da un browser WhatsApp Web:
Nel seguito mostro i passaggi per effettuare una associazione di un dispositivo (e.g. PC) con Telegram, dopo avere installato l’apposita applicazione desktop scaricabile da Telegram Messenger:
Nel seguito mostro i passaggi per effettuare una associazione di un dispositivo (e.g. PC) con Signal, dopo avere installato l’apposita applicazione desktop scaricabile da Signal >> Download Signal:
Si noti che può succedere, come è successo a me, che inizialmente, effettuando l’associazione di Signal, l’importazione dei contatti non avvenga correttamente seppur sia il PC sia lo smartphone fossero collegati al medesimo WiFi e, tramite questo, connessi a Internet. Ovviamente senza i contatti importati, risulta impossibile effettuare alcuna chat oltre a non vedere quelle precedentemente effettuate. Personalmente ho risolto ripetendo l’importazione (i.e. pressione del pulsante Importa ora) dopo avere cambiato la tipologia di connessione dello smartphone (i.e. connessione tramite la rete mobile e non tramite WiFi) ipotizzando che tale problematica fosse imputabile a quello. Nel seguito mostro la segnalazione di errore e quindi, con il secondo tentativo effettuato modificando la tipologia della connessione dati del cellulare, l’importazione corretta dei contatti e la visualizzazione delle chat già aperte visibili infatti in background: si noti che, con una procedura scomoda e poco intuitiva, è necessario dopo l’importazione scorrere in altro la finestra di Preferenze per riuscire a chiuderla tramite il tasto X [in alto a destra]!
Si noti che esistevano già sistemi di chat e videoconferenza prima di WhatsApp, quale ad esempio Skypema richiedevano (e richiedono tutt’ora) una registrazione dell’utente. Anche Messenger, l’originaria applicazione di messaggistica associata a Facebook, ha come utenza quella collegata appunto a quel social. La grande novità e intuizione di WhatsApp è stata quella di non richiedere nulla all’utente se non, verificato il suo numero telefonico, richiedere il permesso di recuperare i contatti presenti nel suo telefono e quindi riuscire ad avere subito l’elenco dei propri amici/conoscenti con cui scambiare i messaggi. Questa stessa peculiarità è stata poi adottata anche da Telegram e Signal per cui anche da questo punto di vista non esiste nessuna differenza e l’installazione/configurazione avviene per tutti e tre in pochi secondi.
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Considerazioni relative alla privacy
Relativamente alla privacy, tutte e tre presentano una sezione apposita al riguardo ma le possibili impostazioni sono assai differenti dal momento che diverso è il business plan di ciascuna.
WhatsApp sfrutterà la sua relazione con Facebook per guadagnare sempre più denaro grazie alla profilazione degli iscritti, conservando, elaborando i dati raccolti e utilizzandoli come materia prima preziosa per mettere aziende paganti in contatto con potenziali clienti. Perciò per lei le impostazioni di privacy disponibili nell’applicazione sono principalmente orientate nei confronti della condivisione di proprie informazioni verso gli altri utenti della piattaforma e non tanto verso il provider del servizio, vale a dire WhatsApp stesso. Anzi nei termini di servizio è esplicitamente indicato che viene effettuata una profilazione dell’utente a fini pubblicitari su Facebook (che ha appunto acquistato WhatsApp per tale scopo), sebbene sembri che un regolamento UE impedisca attualmente di vendere tali nostri dati a scopi pubblicitari. Sul sito online inoltre ci sono rassicurazioni sul rispetto della security/privacy: si parla di crittografia end-to-end di ogni media trasferito (messaggi, foto, video, messaggi vocali, documenti e chiamate) in modo che niente possa cadere nelle mani sbagliate. Tuttavia nei nuovi prossimi termini di servizio sembrerebbe che se uno avvia una conversazione con un account Business, quell’informazione venga acquisita dal sistema per poi eventualmente presentare su Facebook pubblicità targettizzate, cioè quelle meglio remunerate. Leggi anche FAQ di WhatsApp – Informazioni sulle nuove funzionalità business e sull’Informativa sulla privacy di WhatsApp, FAQ di WhatsApp – Privacy e sicurezza per i messaggi business, FAQ di WhatsApp – Come modificare le impostazioni sulla privacy.
Nel seguito mostro la sezione relativa alla privacy dell’app WhatsApp:
Nel caso di Telegram, piattaforma di messaggistica di Pavel Durov, per ora sembra si mantenga grazie agli investimenti privati del suo fondatore che, dopo aver creato Vkontakte (il “Facebook” russo), sembra non avere problemi di liquidità. Tuttavia ora che l’app ha raggiunto centinaia di milioni di utenti attivi, si parla già di possibili fonti d’introito esterne, quali annunci pubblicitari all’interno dei Canali (i.e. le stanze nelle quali un solo autore diffonde messaggi/aggiornamenti rivolti a un pubblico interessato) e i pacchetti di sticker a pagamento dei quali gli autori percepiranno comunque una percentuale degli incassi. Comunque sia, almeno dichiaratamente, il punto centrale della piattaforma rimarrà il rispetto della privacy, per cui anche questi eventuali annunci pubblicitari non saranno tarati su dati relativi agli utenti.
Nel seguito mostro la sezione relativa alla privacy dell’app Telegram:
Nel caso di Signal sembrerebbe che l’app si mantenga solo grazie all’afflusso di denaro che proviene dalla Signal Foundation, organizzazione non-profit co-fondata da Brian Acton, il fondatore di WhatsApp. Lo scopo della fondazione è proprio quello di rendere le comunicazioni private accessibili a chiunque e disponibili ovunque. Perciò, Signal, pur non richiedendo pagamento di canoni mensili e non raccogliendo alcun tipo di dato dagli utenti, non ha un vero modello di business basandosi solo su donazioni esterne.
Nel seguito mostro la sezione relativa alla privacy dell’app Signal dove rilevanti sono, a mio parete, la possibilità di disattivare l’apprendimento delle parole digitate sulla tastiera software e di avere un PIN, viene periodicamente richiesto, che mantiene crittografa le informazioni memorizzate dal programma:
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Alcune peculiarità distintive
Ciascuno di questi sistemi di messaggistica ha ovviamente alcune peculiarità distintive. Nel seguito analizzerò quelle che reputo più interessanti.
Un peculiarità interessante di Signal è di poter impostare i messaggi di una chat con una durata temporale predefinita. Infatti, esiste l’impostazione Messaggi a scomparsa nel menù raggiungibile dai tre puntini [in alto a destra] che consente determinare la scomparsa dei messaggi inviati [anche lato destinatario] dopo un tempo definito impostato prima del loro invio. L’impostazione di default è OFF, vale a dire i messaggi della conversazione permangono nel tempo fino a una loro eventuale cancellazione esplicita. Tuttavia si può impostare, da 5 secondi fino a una settimana, ladurata dei messaggi che si invieranno da quel momento in poi. Nel seguito viene mostrato come si presenta la selezione del tempo di visibilità dei messaggi di una conversazione sia nell’app sia nell’applicazione desktop:
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Strategie di marketing e business plan
Senza volere fare dietrologie sulla decisione di WhatsApp di modificare le condizioni di servizio, si può affermare, senza timore di essere smentiti, che come spesso avviene quando un servizio ha molto successo, i gestori dello stesso cercano d’introdurre nuove fonti di guadagno introducendo forme di abbonamento (generalmente mal viste dagli utilizzatori) o trovando remunerazioni con la pubblicità e/o vendita d’informazioni utili al marketing … e questo anche se inizialmente il servizio magari era nato in forma sperimentale senza particolari finalità di lucro. Nulla da stupirsi quindi che un servizio come WhatsApp, così tanto di successo, lo stia facendo! Vale la pena di ricordare che quell’app è stata lanciata proprio al momento giusto quando con la diffusione dei primi smartphone la loro soluzione di messaggistica è andata a sostituirne un altra metodologia (SMS/MMS) assai limitata (e.g. messaggi ciascuno di 160 caratteri al massimo, sebbene eventualmente fossero poi concatenabili) e decisamente (incomprensibilmente) costoso addirittura ancora oggi seppur molto meno di allora! Insomma, una ricerca di guadagno senza chiedere nulla all’utenza che non è nulla di particolarmente scandaloso e a cui siamo già da tempo abituati (Google lo fa da sempre). Infatti anche solo utilizzando un qualsiasi browser per ricercare qualcosa quelle informazioni su di noi vengono raccolte e magari anche associate a un account ben preciso qualora uno si sia anche autenticato in quel browser come spesso uno fa per usufruire di particolari servizi. Anche andando a visitare la maggior parte dei siti, questi da tempo utilizzano capacità di memorizzazione intrinseche dei browser stessi (e.g. cookie) in modo da riuscire anche a tracciare le navigazioni dell’utente, sempre allo scopo principale di fornire pubblicità personalizzata, vale a dire quella più influente e quindi la meglio remunerata. Le leggi sulla privacy hanno cercato, in teoria, di proteggere i cittadini da queste incursioni sulle proprie informazioni personali, per cui oramai è assai comune che, prima di riuscire a vedere bene un sito, venga presentata una finestra, parzialmente coprente la pagina, che chiede di accettare diverse condizioni di profilazione prima di poter procedere. Senza accettarle, risulta spesso impossibile visualizzare per intero il contenuto del sito stesso e, anche se magari alcuni permessi si potrebbero anche escludere, poi alla fine uno preme il pulsante indicato accettando tutto quello richiesto e finalmente poter visualizzare l’informazione ricercata senza più perdere tempo!!
NON HO PAROLE. A che servono i sistemi di controllo di abusi e di protezione dell’uso improprio dei propri dati?
Insomma, a mio parere, di fatto la legge sulla privacy ha principalmente solo reso più fastidiosa e lenta la navigazione su Internet senza essere riuscita a garantire una reale maggiore sicurezza che dati relativi alla propria privacy risultino protetti! Si tratta di un discorso analogo alle miriadi di firme che si devono apporre tutte le volte che si effettua una qualsiasi operazione bancaria: risulta di fatto impossibile comprenderne realmente le implicanze di ciascuna di quelle firme a meno di perdere diversi minuti nella lettura delle condizioni spesso scritte in piccolo e che magari rimandano ad altri documenti o leggi. Mi sembrano tutte tipiche operazioni tese più a confondere che a chiarire, non aiutando affatto nella comprensione di ciò che si sta facendo e inducendo altresì comunque accettare tutto grazie all’ignoranza! Insomma … una presa per i fondelli, seppur avvalorata da leggi … 🙄
Esempio di messaggio su apposita finestra di popup che si sovrappone accedendo a una pagina di un sito, oscurandone per buona parte il contenuto fino alla sua accettazione.
Invece, sia Telegram sia Signal dichiarano di non essere interessate ai dati degli utenti basandosi su modelli di business differenti. Inoltre, mentre il codice di WhatsApp non è pubblico, quello sia di Telegram sia di Signal sono open source (i.e. codice di Signal su GitHubsia lato client sia lato server; codice di Telegramsolo lato client).
Si noti che solo Signal ha rilasciato open source anche il SW lato server: comunque sia, non è certo garantito che le versioni pubblicate sul repository pubblico siano poi esattamente quelle che stanno girando sui loro server per cui fidarsi è bene ma dubitare è altrettanto lecito! Infatti, la presenza di poche righe di codice potrebbero fare infatti la differenza in termini di privacy e questo qualsiasi programmatore lo sa. Anche relativamente al SW lato client, è vero che si potrebbe in teoria decompilare quello scaricato dallo Store per verificare l’esatta corrispondenza con i sorgenti presenti nel repository Git … ma penso che nessuno lo abbia fatto o lo farà mai!
In qualsiasi programma poi possono essere inserite backdoor, vale a dire modalità “segrete” per accedere a informazioni diversamente inaccessibili. Anche il backup che uno usualmente richiede per non rischiare magari di perdere delle chat in caso di rottura/furto del cellulare, comportano che quelle informazioni risultino memorizzare su qualche server e non necessariamente opportunamente crittografate in modo sicuro.
WhatsApp – Impostazioni-> Chat-> Backup delle chat
In Telegram il backup è contemplato ufficialmente solo tramite l’applicazione desktop andando in Settings -> Advanced -> Export Telegram data. Tuttavia ho letto che esiste anche un Bot (GDPRbot) che consente di effettuare un qualcosa di analogo operando da smartphone, ma personalmente non l’ho mai effettuato (vedi anche Cosa sono e come funzionano i bot di Telegram):
Signal – Impostazioni -> Conversazioni -> Backup delle chat crittografate su un proprio dispositivo di memoria esterno
Si noti, infine, che spesso questa come altre app, che diventano pressoché “indispensabili” seppur gratuite, poi obbligano a cambiare cellulare in quanto non supportano più modelli “vecchi“, ad esempio anteriori al 7/2013 per telefoni Android (vedi: WhatsApp, ecco gli smartphone non più supportati dal primo gennaio 2021).
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Considerazioni finali
Che fare allora? Sicuramente è bene non trasferire mai informazioni sensibili (e.g. delle credenziali) tramite una chat, qualsiasi essa sia, così come non è opportuno farlo con qualsiasi altro mezzo anche più tradizionale come può essere una chiamata telefonica che comunque potrebbe sempre essere intercettata! Che poi qualcuno che ci offra un servizio gratuitamente e desideri trarre un profitto indirettamente non c’è da stupirsi e mi sembra anche sia accettabile se uno ne ha la consapevolezza. Anche i SW open source, d’altra parte, non sono quasi mai atti benefici, ma possono essere comunque un mezzo per trarre guadagni da per altre vie (e.g supporto tecnico).
Sicuramente WhatsApp sfrutta maggiormente la sua predominanza e diffusione e quindi può permettersi d’imporre condizioni che possono dar fastidio a chi ci tiene alla propria privacy, sopratutto se si tratta di un personaggio pubblico o di una azienda. Da quello che ho letto, delle ripercussioni in tal senso si avrebbero anche semplicemente mantenendo installata quell’app, senza neppure usarla se non raramente, da momento che per installarla già si sono dovuti dare diversi permessi (e.g. accesso alla memoria e ai propri contatti, localizzazione) come d’altra parte avviene anche per le altre app dal momento che per operare anche solo per le funzionalità dichiarate l’accesso a quelle informazioni risulta necessario (e.g. se si vuole in una chat inviare una foto o un documento, l’app deve necessariamente avere i diritti per accedere alla memoria così come poter leggere i contatti del telefono per riuscire a sapere se a quel numero è associato un’utenza WhatsApp.
Personalmente ho installato tutte e tre le app da tempo, anche solo per il fatto che non è mai un bene avere un predominio di una soluzione rispetto ad altre che di fatto sono tecnicamente analoghe e anzi, sotto certi aspetti addirittura superiori (e.g. per funzionalità specifiche, maggiori garanzie di privacy e configurazione/gestione dei gruppi). Penso quindi sia un bene provare anche le altre soluzioni e anche incominciare a utilizzarle con quei contatti che già le possiedono: lo sforzo è minimo e sicuramente il vantaggio sia di contrastare l’egemonia di WhatsApp sia di poter sfruttare eventualmente se d’interesse in alcune situazioni, alcune delle peculiarità specifiche di ciascuana di quelle applicazioni di messaggistica.
Oramai mantenere delle lampadine non a led non ha più senso in quanto non solo i consumi si riducono generalmente di un decimo, ma anche i prezzi sono oramai paragonabili alle lampadine alogene/a filamento. Inoltre anche la qualità della luce spesso migliora rispetto alle alogene che tendono ad abbagliare e per questo di solito vengono impiegate solo tramite riflessione sul muro/soffitto. Di lampadine a led ora ne esistono anche con una bella tonalità calda che ben si adatta a un ambiente casalingo. Il flusso luminoso per Watt delle odierne generazioni di LED supera ampiamente quello delle lampadine tradizionali: a seconda della temperatura di colore si aggira oggi sui 40–80 lm/W. A seconda della loro esecuzione, i LED possono durare 50.000 ore e anche di più (il più dipende più dalla bontà circuiteria associata ai led!) . Questo significa che gli interventi di manutenzione si diradano al massimo e si può anche pensare di averli addirittura integrati nel lampadario/plafoniera stessa. La luce emessa dai LED non contiene infrarossi né ultravioletti. La loro superficie sviluppa poco calore e quindi si presta all’illuminazione anche di oggetti delicati. In paragone alle lampade a bassa tensione (e.g. 12V) , uno dei vantaggi più rilevanti è la luce senza IR/UV e la conseguente mancanza di radiazioni termiche e conseguente maggiore efficienza energetica. Altri vantaggi secondari sono il loro perfetto funzionamento anche a temperature basse e la resistenza a urti/vibrazioni. Viceversa i LED soffrono nelle temperature ambiente elevate: se diventano troppo alte (e.g. nelle saune), ne risente sia il flusso luminoso sia la loro durata.
Mentre per le lampadine classiche (generalmente con attacchi del tipo E27 o E14) o alogene (generalmente con attacco R7S) è sufficiente cambiare lampadina, nel caso dei tubi al neon e dei faretti, il cambio di tecnologia comporta una modifica più o meno rilevante.
Nel seguito mostro una tabella che ho trovato in Rete che indica approssimativamente i consumi (in Watt) per ottenere la medesima luminosità (in Lumen) con le diverse tecnologie: penso dia concretamente una idea del risparmio energetico che si può ottenere semplicemente cambiando tecnologia!
Luminosità lampadina
200-300 Lumen
300-500 Lumen
500-700 Lumen
700-1000 Lumen
1000-1250 Lumen
1250-2000 Lumen
Lampade ad incandescenza
25-30 Watt
40 Watt
60 Watt
75 Watt
120 Watt
150-250 Watt
Lampade alogene
18-25 Watt
35 Watt
50 Watt
65 Watt
100 Watt
125 Watt
Lampadine a basso consumo
5-6 Watt
8 Watt
11 Watt
15 Watt
20 Watt
20-33 Watt
Lampadine LED
2-4 Watt
3-5 Watt
5-7 Watt
8-10 Watt
10-13 Watt
13-20 Watt
Consumi (in Watt) per ottenere la medesima luminosità (in Lumen) con le diverse tecnologie
Per di più incide la durata media di una lampadina che se nel caso d’incandescenza è di un 1-3 anni, nel caso di fluorescenza è 6-10 anni, nel caso di LED è 15-25 anni … sempre che la parte elettronica sia fatta bene ovviamente, altrimenti anche quelle di ultima tecnologia avranno una più breve durta, come spesso dobbiamo constatare!!
Con l’ottima lampada tubolare della Osram da 17.5 W / 2700, si riesce a ottenere una bella luce calda equivalente a una lampadina alogena da 150 W che si può sostituire a piantane o lampadari con riflessione sul soffitto.
Lampadina a led a 220V da 12-15W con attacco E12 in sostituzione a lampadina puntiforme a basso voltaggio [12V] e di elevata potenza/consumo [150W] (eliminato trasformatore e cambiato porta lampadina)
In tal modo, tra l’altro, si può eliminare il trasformatore e si evita necessariamente di dove mantenere i fili di elevata sezione che esistevano tra lampadina e quel trasformatore dove la tensione di 12V imponeva elevati valori di corrente. In questo link si può trovare un utile calcolatore che aiuta a conoscere la sezione necessaria dei cavi elettrici in base a tensione, potenza, caduta di tensione e lunghezza.
_____ NOTA – Si ricorda che le linee elettriche devono essere dimensionate in modo che, in ogni condizione di normale funzionamento, la caduta di tensioneΔU sia sempre molto contenuta – entro pochi punti percentuali dalla tensione di alimentazione – per garantire che ai carichi siano applicate tensioni che si scostino di poco dalla tensione nominale. La massima caduta di tensione ammissibile è dettata dagli utilizzatori e in particolare per le lampade deve essere ΔU < 4% perciò generalmente si impone sia entro il 3%. Essendo la potenza di una lampadina a incandescenza di, ad esempio, 42W e la tensione di rete di 220V, da P= VI = V2/R si deduce che ha pressapoco una resistenza di circa R = 1152 Ohm. Si potrebbe anche misurare la corrente con un tester da cui si troverebbe una corrente di I = 0,18A da cui analogamente si ottiene una resistenza approssimativa analoga (R = V/I = 1222 Ohm).
Nel caso dei neon (o fluorescenti) lineari, questi possono essere sostituiti con analoghi (come forma e dimensioni) tubi a led.
Se paragonati alle altre tipologie di lampadine dove il risparmio è all’incirca di un ordine di grandezza, si può subito evidenziare che da un punto di vista puramente energetico i tubi a led non consumano tanto di meno rispetto agli analoghi neon tradizionali: tuttavia i vantaggi esistono comunque sebbene di diverso tipo, quali l’accensione immediata, non scaldano e richiedono plafoniere più semplici ed economiche, non necessitando di elettronica aggiuntiva.
Per montare un tubo a led, o si cambia la plafoniera, acquistandone una specifica associata al prodotto, oppure è necessario operare in modo da eliminare il sistema di reattore + starter in quanto questo ora risulta non solo inutile ma anche controproducente in quantoil reattore continua ad assorbire corrente con un conseguente minore risparmio energetico. I tubi neon possono infatti essere collegati direttamente al 220V sebbene le modalità di connessione possono essere differenti. A seconda della tipologia di tubo a led, il collegamento del neutro e fase del 220 può essere differente per cui nell’acquisto di tubo a led e plafoniera è necessario verificare che siano compatibili tra loro, così come nell’eventuale modifica da effettuare a plafoniere preesistenti che erano pensate per neon tradizionali. Generalmente l’alimentazione è effettuata solo dai due morsetti da un lato ma potrebbe, come mostrato in figura, dover essere effettuata invece da uno dei morsetti (qualsiasi) da entrambe le parti del tubo (in questo ultimo caso può essere conveniente collegare insieme entrambi in connettori da ciascun lato nel cablare l’alimentazione della plafoniera): alcuni dettagli di possibili collegamenti per una tipologia di led si può trovare in Istruzioni montaggio tubi LED T8, T10 e T5.
A seconda della tipologia di tubo a led, il collegamento necessario del neutro e della fase del 220 può essere differente
Tutto il processo di funzionamento dei tradizionali neon poteva avvenire solo con una iniziale tensione elettrica pari a 400 Volt che viene generata appunto tramite quello starter e al reattore (o ballast) che fornisca all’accensione appunto tale sovratensione. Per questo motivo i tubi comuni neon non si accendono immediatamente e producono il loro caratteristico e fastidioso sfarfallio prima che avvenga l’accensione completa. Invece i “neon” a led non solo non producono calore ma anche la loro accensione risulta immediata senza generazione di alcuno sfarfallio … un motivo in più per installarli! Senza scendere troppo nei dettagli, i tradizionali tubi a neonsono costituiti da un tubo di vetro sigillato che contiene all’interno una goccia di mercurio e un gas nobile di riempimentoa bassa pressione: alle due estremità ci sono due elettrodi che, attraversati da energia elettrica, producono un flusso di elettroni atti a sollecitare i gas a emettere radiazione nell’ultravioletto il quale, a sua volta, spinge il materiale fluorescente a emettere una radiazione nello spettro visibile, vale a dire la luce generata che vediamo. Parte di questa radiazione visibile viene trasformata in calore che riscalda il tubo e quindi risulta energia sprecata seppure l’efficienza di un neon classico risulti già comunque migliore rispetto a quello delle lampadine a incandescenza.
Il reattore magnetico è costituito di un monoblocco dotato internamente di una bobina avvolta sopra un nucleo magnetico a base di ferrite. Avendo quindi con un “alto” valore d’induttanza risulta avere le seguenti due funzioni:
Inizialmente serve per creare l’innesco dello starter che funge da interruttore temporizzato ed è costituito da due elettrodi contenuti in un’ampolla di vetro contenete gas inerte. Al momento dell’accensione, quello starter fa passare corrente per pochi secondi e poi apre il circuito non facendo quindi più passare corrente: ai capi dell’induttore si genera quindi una sovratensione pari a V = L di/dt (dove V = tensione attraverso l’induttore, L = induttanza dell’induttore, di/dt = derivata della corrente che scorre attraverso l’induttore) che provoca l’accensione effettivo del neon vale a dire l’emissione del materiale fluorescente di radiazioni nello spettro del visibile. Questa temporizzazione è necessaria infatti per far diventare incandescenti i filamenti d’innesco della scarica nel gas contenuto nel tubo.
Successivamente, quando il neon si è accesso, ha la funzione di regolare la tensione e limitare la corrente mantenendo costante la sua intensità.
Interno di un neon tradizionale dove esiste un filamento che all’accensione diventa incandescente innescando la della scarica nel gas contenuto nel tubo.
È vero che esiste in vendita un dispositivo apposito da posizionare al posto dello starter classico e che “magicamente” dovrebbero far funzionare i tubi LED senza nessuna modifica all’impianto della plafoniera … In realtà si tratta solo di un filo che può eventualmente funzionare semplicemente da fusibile per alcune configurazioni di collegamento … comunque un collegamento con un filo ha il medesimo effetto! Si noti che questi pseudo starter per tubi a led vengono talvolta venduti a un costo non irrisorio (più di 6€ per un filo dentro una scatolina di plastica!) almeno se acquistati separatamente ai led … ma ce ne sono anche a un prezzo minore. Comunque mantenere reattore e sostituire lo starter con questo per tubi a led per non modificare l’impianto preesistente può essere comodo, ma è sicuramente un accrocchio che diminuisce l’efficienza energetica che si desidera massimizzare con il cambio di tecnologia.
Sebbene comunque l’induttanza del reattore non generi sovratensioni non essendoci variazioni elevate di corrente in assenza dello starter classico, è molto meglio escluderlo (e.g. o cortocircuitarlo) staccando uno dei due cavi e attaccandolo al morsetto dell’altro (o staccarli entrambi e collegarli assieme con un mammut.
Soluzione che mantiene il sistema in una plafoniera preesistente inserendo al posto dello starter tradizionale uno specifico per tubi a led (in pratica è un fusibile per 220V che effettua un cortocircuito)
Conclusione, è molto meglio effettuare la modifica alla plafoniera escludendo il reattore e cortocircuitando lo starter (o analogamente sostituirlo con uno pensato per i tubi a led) o al limite prenderne una nuova idonea specifica per tubi a led che, tra l’altro, risulta molto più economica della precedente non avendo alcun dispositivo elettronico al suo interno. Se poi il tubo a led è da mettere sopra un mobile, non è necessario avere una plafoniera ermeticamente chiusa (inutile e sottrae inoltre comunque un po’ di luce) e il suo costo risulta ancora minore!! Alcuni suggerimenti:
Ovviamente si possono acquistare i tubi a led anche disgiuntamente alla plafoniera, soprattutto nel caso in cui si opti di effettuare una (semplice) modifica su plafoniere preesistenti:
Esistono poi soluzioni integrate in cui i led sono direttamente collegati nella plafoniera. Questa tipologia di soluzione rende il tutto più sottile ma implica di dovere un domani sostituire il tutto in caso di guasto. La durata delle luci a led è comunque molto elevata per cui anche questa tipologia di soluzione può essere tenuta in conto. Un esempio:
Nel seguito mostro uno dei due tubi a led che ho nesso in alto sui mobili della cucina che illuminano piacevolmente l’ambiente senza abbagliare.
Semplice ed economica plafoniera a vista collocata sopra un mobile
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Faretti a led
Un altro vantaggio si ottiene sostituendo tutti i faretti alogeni che generalmente sono presenti nei mobiletti del bagno e della cucina, oltre che talvolta nelle contro soffittature. Generalmente il loro consumo è di 20W o 35W e si può anche qui ridurre di un ordine di grandezza rendendo tra l’altro più gradevole la luce essendo più diffusa e non generando calore. Ovviamente nell’acquisto dei faretti alogeni è necessario verificare le dimensioni di fori: per il mio foro andavano bene quelli da 5,46 cm di diametro! 🙂
Le seguenti foto mostrano come agevolmente abbia sostituito le tre luci alogene da 20W a 12V con altrettanti faretti a led da 3W. Ovviamente ho dovuto sostituire anche il trasformatore convertitore alimentatore tensione costante per illuminazione lampada lampadina LED (max 15W … io intanto devo alimentare solo per 9W avendo 3 faretti da 3W ciascuno!). Si noti che i trasformatori pensati per le alogene richiedono, per poter funzionare, un assorbimento maggiore di quello minimo dei faretti a led. Infatti, inizialmente avevo cercato di sostituire solo le lampadine con altre a led con analogo attacco G4 e avevo dovuto comunque lasciare in una delle tre la lampadina alogena. A parte un discorso di estetica, quella soluzione non era certo quella più adeguata anche da un punto di vista energetico!
Lampadina con attacco G4 messa in sostituzione della analoghe alogene da 20W/12V
Tutti i faretti continuano a essere alimentati in parallelo, analogamente ai precedenti alogeni, solo che ora pur essendo alimentato a 12VDC, richiedono assai poca corrente per cui anche la sezione necessaria dei cavi risulterebbe ben minore … ma ovviamente si può mantenere i fili preesistenti di sezione maggiore! I noti che l’alimentazione dei faretti deve avvenire tenendo conto del collegamento e non sono interscambiabili. Il filo da collegare al negativo è contrassegnato con una riga tratteggiata nera mentre quello positivo no: le uscite rispettive del trasformatore convertitore sono ovviamente distinte e ben indicate anche dall’etichetta presente nel coperchio che copre i collegamenti).
Cavi del faretto a led – il cavo da collegare al meno è contrassegnato da una tratto nero
Beh … l’effetto è tutto un altro a parte il risparmio energetico che comunque non è indifferente anche per questi pochi e piccoli faretti!!
Troppo spesso ci troviamo ad avere ottimi elettrodomestici, usati per decine di anni senza mai avere problemi, e poi trovarsi a decidere sul da farsi quando un accessorio presenta qualche problema rendendolo così inutilizzabile: non essendo quel prodotto più in produzione da anni, non risulta più possibile reperire neppure il pezzo di ricambio recandosi nei negozi appositi e neppure ricercandolo su Internet, nemmeno di seconda mano su eBay!
È questo il caso del tritatutto KRUPS ROTARY 500 che ho dal 1990, regalo di matrimonio assai azzeccato da momento che per più di 30 anni ha svolto egregiamente il suo compito quasi quotidianamente! Tuttavia qualche giorno fa i rivetti che tenevano le due lame dell’attrezzo per tritare (il più utilizzato) si sono rotti: una delle due lame si è quindi staccata del tutto dal supporto rendendo quell’accessorio inutilizzabile 😦
Come ho già detto nella premessa, inutile è stato per me cercare di trovare quel pezzo di ricambio. Il commesso del negozio di ricambi per elettrodomestici vicino a casa, seppur generalmente molto fornito, quando ha visto che si trattava di un accessorio della KRUPS ROTARY 500, mi ha detto che era ormai quasi un ventennio che quel prodotto non era più in produzione e che impossibile risultava trovare quell’accessorio di ricambio. … e aveva ragione! Infatti, eppure su eBay sono riuscito a trovarlo neppure di seconda mano!
Pensare di saldarlo o incollarlo era impossibile così come togliere del tutto quei rivetti di cui era partita la testa per sostituirli, in quanto inglobati nel delicato pezzo di plastica.
Soluzione? Tre piccoli fori con mini trapano e tre viti in acciaio inox (in modo tale che non arrugginiscano andando a contatto con gli inevitabili liquidi alimentari) autofilettanti, quelli venduti generalmente per l’idraulica.
La cosa più difficile è stata trovare tali viti di acciaio inox, in quanto mi sono reso conto che ben poche ferramenta le tengono. Per fortuna girandone diverse, sono poi finito in una ferramenta “vecchio stampo” che aveva questo come altri pezzi generalmente introvabili (e.g. anelli seeger) che cercavo da tempo: semmai tu fossi di zona a Torino, si trova in corso Martorelli 41B Torino (Ferramenta Gentili Vanessa).
Riattaccata la lama creando tre forellini con un mini trapano e poi avvitandoci dentro delle viti in acciaio inox.
La cosa che ho trovato più strana è che in nessuno dei negozi siadi pezzi di ricambio/riparazione sia di ferramenta, da me interpellati per chiedere una possibile soluzione al problema, mi abbiano suggerito questa soluzione che si è poi rivelata anche assai semplice da attuare. Tutti a consigliarmi di buttare via tutto e prendere un frullatore nuovo … alcuni a dirmi addirittura che ero già stato fortunato che quello mi era durato così tanti anni!! 🙄🤐
P.S. Con il tempo si è poi anche tolto uno delle parti di rivetto della parte in basso. Poiché la testa delle viti era troppo alta, ho allora adottato un altro metodo: un bullone con la testa piatta con relativo dado, sempre ovviamente di acciaio inossidabile affinché non arrugginisca. Togliendo la vite da sopra (quella che avevo precedentemente messo quando sola parte superiore del rivetto si era tolto) e facendo poi passare da sotto il bullone (di lunghezza e sezione opportuna), la parte interna del rivetto è uscita del tutto: quindi, ho potuto fissare quel bullone con il suo dado!
Se poi uno possedesse una rivettatrice con un rivetto di sezione e lunghezza opportuna, si sarebbe ovviamente giungere a un risultato analogo… ma la soluzione con bullone e dado mi sembra più agevole da perseguire! 😉
Confronto tra diversi modelli di videocamere della Xiaomi/IMILab
Le telecamere da interno della Xiaomi / IMILab sono sicuramente tra le migliori in quella fascia di prezzo. Io da anni le uso e oramai, nel tempo, ne ho provate diverse. In particolare ho utilizzato i seguenti modelli:
In un precedente post ho già descritto le caratteristiche e peculiarità di tali telecamere e riprendo nel seguito il breve riassunto finale che avevo inserito.
La prima (Mi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM) è fissa: possiede le medesime caratteristiche di qualità delle sorelle “maggiori” e, se uno non ha la necessità di ruotare da remoto la visione, direi che è quella più idonea non solo in quanto la più economica, ma anche perché tiene meno posto e può essere direzionata ancor meglio delle altre avendo una base ampia che la rende molto stabile qualsiasi sia l’inclinazione data. NOTA: per questa telecamera nel programma di gestione su PC è necessario modificare l’impostazione del sampleRate da 16000 a 8000 nel file device_profile.dll in cui è identificata come “model”:”mijia.camera.v3“. Diversamente l’audio, con le importazioni presenti dall’installazione, risulta accelerato (ancor più di quello di Paperino rendo quasi impossibile la comprensione del parlato).
La seconda (Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080p) è motorizzata e la doppia testata consente alla telecamera di ruotare e catturare una visuale orizzontale a 360° e una visuale verticale a 96°: la visuale verticale, a mio parere, non è particolarmente ampia come uno talvolta desidererebbe e può risultare insufficiente (e.g. se collocata sopra un mobile alto, quasi al soffitto, non si riesce a riprendere la stanza completa dall’alto, a meno di posizionala attaccata al muro verticale con l’apposita staffa in dotazione: diversamente la precedente videocamera fissa si riesce a inclinare molto di più e si può quindi direzionare opportunamente anche appoggiandola semplicemente sopra un mobile seppur molto alto. NOTA: questa telecamera nel programma di gestione su PC nel file device_profile.dllviene identificata come “model”:”chuangmi.camera.ipc009“
La terza (IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezza) non è marchiata Xiaomi ma è della IMILab che è comunque una delle prime filiali di Xiaomi. Si tratta di un’azienda IoT che si occupa di progettazione e ricerca e sviluppo di prodotti indipendenti, sviluppo e manutenzione di software e hardware, ricerca e sviluppo e applicazioni d’intelligenza artificiale, applicazioni di data mining di piattaforme per la casa intelligente, ecc. Per molti versi, a parte qualche differenza estetica, la loro telecamera IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezza è molto simile a quella precedente della casa madre, in quanto anche lei è motorizzata e viene gestita sempre dalla medesima app Xiaomi Home. Tuttavia presenta alcune caratteristiche distintive che la rendono più avanzata, almeno attualmente e all’apparenza. Infatti, sempre agendo dalla app ufficiale Xiaomi Home, che presenta un’interfaccia utente peculiare a seconda del dispositivo in quel momento gestito, nel caso di questa videocamera viene consentito d’impostare non solo il motion detection ma anche il tracking:perciò, non solo viene individuato un oggetto in movimento (o comunque un cambiamento nell’immagine ripresa come avviene anche nelle altre videocamere Xiaomi e in grado di generare una segnalazione di avvertimento se desiderato) ma questo può essere anche “seguito” con un silenzioso movimento della telecamera che consente di ottenere una maggiore sua ripresa nel tempo, perciò anche quando l’oggetto sarebbe uscito dall’attuale visione inizialmente posizionata nella videocamera. Questa funzionalità di tracking in teoria può sembrare molto utile: tuttavia, in realtà, molto spesso, soprattutto in un interno, il campo visivo grandangolare della telecamera già consente di riprendere per intero tutto un ambiente e quindi generalmente posizionando opportunamente il dispositivo quella funzionalità risulta superflua sebbene funzioni egregiamente. Si noti poi che se uno intende utilizzare tale telecamera anche come antifurto, sebbene la rotazione della telecamera risulti molto silenziosa, muovendola da remoto la rende più individuabile, seppur sia stato opportunamente impostato a OFF il led di funzionamento. Inoltre, diversamente dalle due precedenti videocamere della Xiaomi, in modalità notturna utilizza dei led a infrarossi che, seppur tenui, risultano un po’ visibili: si noti che, seppur non si veda alcuna luce led nelle altre telecamere della Xiaomi, anche in quelle la visione in notturna risulta analogamente ottima per cui quei seppur tenui led a infrarossi rendono inutilmente ancor più visibile quella telecamera della IMILab nel buio/penombra senza apportare un apparente vantaggio. Infine gli aggiornamenti del firmware di quest’ultima telecamera, almeno quelle collegate al server europeo residente attualmente in Germania, avvengono più raramente per cui certe funzionalità possono risultare meno aggiornate (e.g. non supporta ancora una funzione PTZ gestibile anche dal programma Windows che verrà descritto nel seguito): le versioni attuali dei firmware, così come aggiornati fino a oggi dal server europeo, sono per la Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080p la vers. 4.0.9_0409, mentre per la IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezza si è ancora alla vers. 4.0.7_0089) NOTA: questa telecamera nel programma di gestione su PC nel file device_profile.dllviene identificata come “model”:”chuangmi.camera.ipc016“
Per scegliere a quale WiFi è meglio collegare una videocamera, conviene sia vedere la potenza dei diversi WiFi presenti, utilizzando una delle apposite app che consentono appunto di testare le reti WiFi rilevate. Nel nostro caso interessa analizzare solo quelle a 2.4GHz in quanto quelle telecamere non supportano anche quelle a 5GHz (sebbene la nuova Mi 360° Home Security Camera 2K Pro supporti ora anche quelle seppure, per ora ha un costo decisamente più elevato!). Io generalmente utilizzo l’app gratuita WiFI Analyser ma ce ne sono comunque anche delle altre che sembrano altrettanto valide.
L’app WiFI Analyser, una delle app che consentono di testare le reti WiFI. Nel nostro caso interessa analizzare solo quelle a 2.4GHz
Inoltre può essere utile andare a vedere la pagina di dettaglio delle Informazioni di rete [Impostazioni -> Impostazioni aggiuntive -> Informazioni di rete] e in particolare i dati relativi alla potenza del segnale WiFi e il valore di RSSI (Received Signal Strength Indication) oltre all’eventuale frequenza di perdita dei pacchetti. Ovviamente tanto maggiore è la potenza del segnale meglio è ma è anche da tenere in conto quell’altro parametro RSSI che rappresenta un’indicazione del livello di potenza ricevuto dalla radio ricevente dopo l’antenna e tiene conto della possibile perdita di cavo. Pertanto, maggiore è il valore RSSI, più forte risulta il segnale: quando un valore RSSI è rappresentato in una forma negativa (ad esempio −100), più vicino è al valore a 0, più forte è stato il segnale ricevuto.
Sezione Impostazioni -> Impostazioni aggiuntive -> Informazioni di rete dell’app Xiaomi Home
Purtroppo in tutti quei modelli di telecamera, se uno desidera modificare la configurazione del collegamento del dispositivo a uno dei propri WiFi (magari per effettuare quella valutazione di cui sopra o perché uno sposta il dispositivo di stanza dove un’altra rete wireless risulta sicuramente più potente) è necessario resettarlo e riconfigurarlo daccapo. Infatti la scelta della rete WiFi che si intende utilizzare viene proposta unicamente durante quell’iniziale procedura e poi non può più essere modificata semplicemente andando nella sezione Impostazioni -> Impostazioni aggiuntive -> Informazioni di rete dove è infatti possibile solo visualizzare la rete WiFi che si era configurata. Personalmente questa scelta mi sembra troppo rigida e non ne comprendo molto l’utilità, bensì solo la scomodità! 😦
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Premessa relativamente al programma nativo Windows 10 per gestire videocamere Xiaomi / IMILab
In questo post mi soffermerò ora su un aspetto per molti ignoto e che lo era anche a me fino a pochi giorni fa: la possibilità da un PC Windows 10 di gestire e vedere in realtime i video provenienti dalle diverse telecamere (eventualmente collocate anche in case differenti, raggruppandole opportunamente in modo da vederne, in ciascun gruppo, anche più di una contemporaneamente … o addirittura avere una visione globale di tutte quante (fino a 9 contemporaneamente)!
Infatti, ufficialmente la Xiaomi fornisce solo l’app Android/iOS Xiaomi Home che generalmente viene installata sul proprio smartphone. Certo, averla sempre a disposizione può sicuramente essere utile soprattutto se uno utilizza la funzionalità di assistenza alla sorveglianza domestica che consente appunto di ricevere delle notifiche in caso di rilevazione di movimenti. Ovviamente tale funzionalità è da attivare solo quando necessaria (e.g. quando si è in vacanza o si è tutti al lavoro): da sottolineare, comunque, che tali segnalazioni non sempre giungono in tempo reale … talvolta, seppur raramente, mi sono arrivate addirittura dopo ore, per cui tale funzionalità non deve essere intesa come un servizio di antifurto del tutto affidabile! Comunque sia, utilizzando quell’app su uno smartphone, la visione risulta un po’ limitata dalle piccole dimensioni del suo schermo e, soprattutto ora che hanno finalmente introdotto la possibilità di vedere più telecamere contemporaneamente, sicuramente l’esigenza di visualizzare il tutto su di un monitor di dimensioni maggiori si fa davvero sentire! Inoltre, seppur in condizioni non casalinghe, tali telecamere potrebbero essere gestite da un personale che ha l’esigenza di vedere sempre su un monitor la situazione in realtime, come avviene generalmente nei sistemi di videosorveglianza di categoria superiore, assai più costosi.
È vero che oramai uno smartphone si può collegare a un monitor esterno e che esistono addirittura alcune marche (e.g. Samsung)che forniscono SW (Samsung Dex) che, quando installati su un PC Windows 10, consentono di remotizzare sul PC la gestione e la visualizzazione delle app. È vero anche che esistono emulatori Android gratuiti che si possono installare su un PC Windows 10 e lanciare anche stand alone (e.g. Bluestacks, Memu, Nox), non essendo inglobati in un sistema di sviluppo: una volta scaricata dal loro interno un’app dal Play Store, questa può lanciata anche a tutto schermo sul PC.Windows 11 poi includerà la possibilità di ospitare app Android entro la fine del 2022 anche in Italia…
Tuttavia si tratta sempre di soluzioni non del tutto agevoli e molto meglio sarebbe avere un’applicazione nativa da lanciare direttamente sul PC!
Ufficialmente Xiaomi non la fornisce un’applicazione su Windows(P.S. 8/2022 – Vedere nuovo programma nativo Windows ufficiale a questo link) e, anche chiedendo alla Community Xiaomi (almeno a quella italiana) se da qualche parte esistesse una soluzione alternativa all’installazione di un emulatore, mi era stato risposto negativamente! 😦 Per fortuna invece la risposta corretta è che questa applicazione esiste, benché non sia stata ufficialmente rilasciata e quindi non sia supportata … ma funziona benissimo!! Sono venuto a sapere della sua esistenza grazie a un commento ricevuto a un mio post precedente relativo a queste videocamere ed effettivamente, indagando e ricercando meglio su Internet, tracce evidenti della sua esistenza ce ne sono diverse. 😉
Il video che ho trovato con le informazioni di maggior interesse è Install Xiaomi Mi Home Security Cameras on Windows Computer | Download – YouTube che fornisce anche il link a uno zip condiviso sul cloud Google Drive (IMICamera_DSmartLife_Windows_PC_App_v1.0.zip – Google Drive) dove scompattandolo si può avere il programma in oggetto senza neppure la necessità di effettuare un’installazione. Tale programma dovrebbe (secondo quanto mi ha prontamente risposto il gentile proprietario di quel canale YouTube a un mio commento al video) essere esattamente quello scaricabile da una pagina del sito ufficiale cinese di IMILab a cui sono state solo apportate alcune modifiche minori per 1) Poter usare nuove fotocamere non supportate dall’app ufficiale (i.e. supporto anche delle fotocamere Mijia e Xiaovv); 2) Poter cambiare l’area (le regioni ufficiali supportate sono solo Cina e India) estendendola anche ad altre regioni (i.e. Stati Uniti / Europa / ASIA SE). Questo implica utilizzare un linguaggio (i.e. inglese) e un server differenti. Dal momento che l’impostazione dell’area è definita tramite un tipico file di configurazione di un’applicazione Windows (i.e. config.dll) e questo file non è presente tra quelli che uno si ritrova dopo un’installazione dell’app scaricabile dal sito IMILab, sempre quel proprietario del canale YouTube mi ha detto che è possibile copiare quel semplice file di configurazione config.dll nella cartella radice dell’installazione per vedere comunque modificata l’area nell’app ufficiale, sempre che si preferisca utilizzare quella anziché la versione da lui modificata e resa disponibile su Google Drive: l’unica differenza, in quel caso, rimarrebbe l’impossibilità di aggiungere quelle nuove tipologie fotocamere rispetto a quelle supportate da quel programma originariamente. … ma tanto io non le posseggo!
Sempre sollecitato da mie domande, anche quel proprietario del canale YouTube non ha saputo darmi una possibile spiegazione per cui IMILab stia fornendo così poco supporto per questa applicazione Windows, sebbene sia un requisito assai richiesto dalla clientela internazionale e potrebbe davvero fare la differenza rispetto ad altre soluzioni attualmente rese disponibili sul mercato da altre ditte anche prestigiose come la TP-Link (e.g. Telecamera Wi-Fi Interno della TP-Link). Sinceramente mi risulta assai strana questa posizione del marketing dal momento che la richiesta del mercato è evidente, tanto più che quel SW è già in uno stato sicuramente di beta avanzata seppure esista ancora un file di debug (log.txt) che viene generato e che riporta passo passo l’esito di ciascuna fase di esecuzione del programma e delle connessioni remote instaurate nel tempo: spero quindi che a breve venga ripreso e lanciato ufficialmente da Xiaomi / IMILab stessa. Come specificherò meglio nel seguito, ovviamente a regime, dopo le prime prove, quel file di log presente nella directory principale dell’applicazione (e.g. C:\Program Files (x86)\imilab\С°×ÖǼÒ) sarebbe meglio cancellarlo periodicamente per non occupare inutile memoria seppure le sue dimensioni non siano verosimilmente elevate anche dopo giorni consecutivi di utilizzo dell’applicazione.
Si noti che la pagina del sito IMILab da cui è possibile scaricarloesiste solo nella versione in cinese e non anche in quella in inglese (unica altra lingua contemplata) in cui manca proprio quella voce del sotto-menu relativo al Supporto:
Quella prima voce del sotto.menù relativa al supporto, esiste solo nella versione in cinese
Risulta comunque agevolmente possibile avere una traduzione approssimativa in italiano di quella pagina in cinese utilizzando, ad esempio, le funzionalità di traduzione rese disponibili dal browser: scorrendo in basso si trova la sezione Download finale PC fotocamera e cliccando quindi sul tasto arancione Windows sottostante, si può scaricare l’eseguibile del programma d’installazione: (i.e. https://cdn.cnbj2.fds.api.mi-img.com/chuangmi-cdn/pc/IMICamera_setup.1.5.0.1.exe). Si noti che nella sezione più in alto esiste un analogo tasto arancione Windows che tuttavia scarica un altro programma relativo a “casa di Xiao Bai Hui“: non so bene cosa sia ma penso consenta di gestire diversi dispositivi di domotica e magari si tratta di un SW realizzato per una demo.
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Considerazioni relativamente alla privacy e al pericolo di contrarre virus/malware
Dal momento che l’accesso a videocamere implica ovviamente problematiche di security e di privacy, prima d’installare e provare il programma (sia quello ufficiale scaricabile del sito cinese di IMILab sia quello reso scaricabile dal proprietario anonimo del canale YouTube) ho fatto un minimo d’indagini che tuttavia non sono assolutamente esaustive per cui tenetene conto di ciò. Infatti, da programmatore so benissimo che un programma, soprattutto quando installato, può sia inserire virus/malware sia inviare informazioni anche a più destinatari (e.g. i video delle telecamere, le credenziali) e queste potrebbero ovviamente anche essere usate impropriamente. Si noti, infatti, che entrambe le versione del programma non risultano certificate per cui al momento dell’installazione giustamente il sistema di protezione del PC Windows di default interviene bloccandola e mostrando la seguente finestra di popup che sollecitata a non eseguire quel programma di dubbia provienienza:
Avvertimento di protezione del PC Windows che di default interviene bloccando il tentativo d’installazione si un programma non certificato e quindi di dubbia provenienza:(1)
Se uno è pronto ad affrontare l’eventuale rischio, può comunque premere il link Ulteriori informazioni e quindi scegliere di premere Esegui comunque.
Avvertimento di protezione del PC Windows che di default interviene bloccando il tentativo d’installazione si un programma non certificato e quindi di dubbia provenienza:(2)
Come mai pur essendo consapevole di tutti i potenziali rischi, mi sono comunque deciso a installare entrambe le versioni del programma per provarle? Innanzitutto le mie telecamere non riprendono nulla di potenzialmente interessante per qualsiasi potenziale hacker 😉 per cui, in ogni caso, il rischio relativo alla privacy è comunque minimo! Sì è vero, i commenti rilasciati da tutti i visitatori della pagina YouTube sono tutti positivi ma questo non è poi così rilevante in quanto si sa che il gestore di un canale ha la facoltà di eliminare, se lo ritiene opportuno, alcuni commenti “scomodi” o inappropriati! Le informazioni presenti sull’identità di DSmartLife sono poi pressoché nulle, riportando unicamente che si tratta di una persona della Corea del Sud. Io, sul mio canale YouTube ho inserito il riferimento a questo mio blog, da cui agevolmente chiunque può recuperare informazioni sulla mia persona, ma comprendo che soprattutto in altri Paesi, questo possa non risultare conveniente pur essendo una persona onesta e senza doppi fini. Diciamo che sicuramente un’ottima impressione come tecnico mi ha dato il fatto che quel suo canale fosse ben gestito e le risposte ai commenti fossero date in tempi rapidi e con contenuti appropriati. Per apportare modifiche a un codice sorgente o lo possiedi in quanto hai collaborato in qualche modo alla sua realizzazione, oppure lo hai decompilato, oppure comunque hai compreso come funziona e quali sono i parametri che vengono letti da file per poi essere utilizzati per renderlo operativo ad esempio su server differenti e anche per altre videocamere. In entrambi i casi dimostri di avere le opportune competenze tecniche. Sarà poi forse perché ho lavorato in un centro di ricerca e quindi sia portato a pensare che esistano ancora (o sempre più) persone disposte comunque a condividere con altri del codice sviluppato e forse ingiustamente non valorizzato come avrebbe dovuto da chi originariamente lo aveva magari richiesto. Magari anzi, avendone le capacità e interesse tecnico, quel SW viene poi modificato per apportare utili migliorie inizialmente non presenti. Esistono ancora (o sempre più) persone che credendo che sia giusto che un SW utile venga reso disponibile anche gratuitamente, magari guadagnandoci solo quel poco che un canale su YouTube o un Blog riesce a dare!
Relativamente al potenziale pericolo di virus/malware, dopo avere sia installato e fatto eseguire il programma originale scaricato dal sito IMILab, sia scompattato ed eseguito quello modificato e disponibile su un’area pubblica di Google Drive, ho provveduto a far girare un’analisi completa dell’antivirus Defender, anche tramite un’esplorazione isolata, la più completa: l’esito non ha rilevato alcun SW indesiderato: ovviamente anche qui metto le mani avanti non assicurandovi la certezza assoluta che non ci siano controindicazioni anche in uesto senso!
Non avendo sotto mano il codice sorgente, non posso certo dire dove il flusso video e i dati della mia autenticazione nel programma vadano, ma mi sembra verosimile la risposta che quel proprietario del canale YouTube (Dennis) mi ha dato relativamente al mio commento relativo alle problematiche di privacy: “Per quanto riguarda la sicurezza, il programma utilizza il Mi Home Server e le sue interfacce (API). Non è meno o più sicuro dell’app Mi Home, quindi se per te va bene quel livello di sicurezza dell’app, puoi usare anche questo programma. Se poi imposti come server uno fuori dalla Cina, allora è meglio, per ogni evenienza“. Insomma, stiamo parlando di un sistema di videosorveglianza casalingo non di uno di una banca o di un ufficio dell’FBI! Infatti, sebbene venga specificato nei prodotti Xiaomi che una crittografia completa protegge la privacy (per cui sembra esista un qualche livello di sicurezza a livello trasmissivo) ed esista anche la possibilità d’impostare una password per accedere da remoto a ciascuna videocamera (Impostazioni generali -> impostazioni aggiuntive -> Impostazioni di sicurezza), comunque minima risulta la certezza che davvero nessuno abbia accesso ai video in realtime o a quelli registrati in locale magari accedendo al server remoto, tanto più quando questo fosse collocato in Cina e non fosse quindi vincolato da leggi locali che garantiscano in qualche modo la privacy dei dati!
Sebbene esista la possibilità d’impostare una password per accedere da remoto a ciascuna videocamera, minimo è il livello di sicurezza sull’accesso ai video in realtime o a quelli registrati in locale
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Installazione programma nativo Windows per gestire videocamere Xiaomi / IMILab
P.S. 8/2022 – Vedere nuovo programma nativo Windows ufficiale a questo link.
In entrambi i casi si deve inserire nella stessa directory principale (i.e. la stessa dove è presente l’eseguibile IMICamera.exe), un file config.dll con il seguente contenuto.
File di configurazione che deve essere presente nella directory principale d’installazione
Nel caso 1) quel file esiste già ed è sufficiente modificare solo “cn” in “de” per far sì che il server di gestione sia quello europeo, evidentemente collocato in Germania, e non quello cinese. Nel caso 2), invece, quel file deve essere creato/copiato in quanto originariamente non presente.
Attenzione: ovviamente per effettuare delle modifiche a un file di configurazione si deve utilizzare un editor di caratteri quale notepad++ o ultraedit e non, ad esempio, un Microsoft Word che infatti introdurrebbe caratteri di formattazione che renderebbero il file non più utilizzabile dal programma!!
Si noti inoltre che tutte le volte che uno cambia la regione del server, deve nuovamente autenticarsi accedendo all’applicazione.
Come da descrizione del video, le codifiche possibili sono:
– “cn” per Cina, – “sg” per Middle East & Asia, – “i2” per India, – “de” per Ue e Regno Unito – “us” per Nord e Sud America.
Si noti che questi sono gli unici server disponibili e ogni server gestisce un’area geografica e non un paese. Se per sbaglio si mette un codice server errato, verrà visualizzato l’errore “Net error, click to retry” (i.e. “Errore di rete, fare clic per riprovare“).
In entrambi i casi viene generato un file di debug log.txt che riporta passo passo l’esito di ciascuna fase del programma e delle sue connessioni remote. Dal momento che tali informazioni vengono accodate a ogni utilizzo del programma, questo file nel tempo potrebbe assumere dimensioni anche notevoli e, non essendo di alcuna utilità se non a scopo di debug del programma ed eventualmente scoprire il perché di possibili problemi, dovrebbe essere cancellato periodicamente.
File di debug log.txt che conviene periodicamente cancellare per liberare spazio inutilmente occupato.
In quel file si possono leggere anche le modalità con cui le diverse telecamere si sono collegate al programma. Queste possono essere di tre tipologie (dalla più veloce alla meno):
Mode=LAN [se si trova collegata allo stessa LAN (e.g. device is from 192.168.1.127:39235[….] Mode=LAN)]
Mode=P2P [se il WiFi del PC non è il medesimo (e.g. device is from 217.171.66.123:42751[….] Mode=P2P)]
Mode=RLY [lo stream passa attraverso un server remoto (e.g. device is from 47.254.151.46:10001[….] Mode=RLY)]
Andando a vedere le informazioni relative a quell’indirizzo IP [e.g. utilizzando WHOIS IP, Domain Lookup, Name, Info, Search (ip-address.org)] mostrato nel caso della connessione di una mia telecamera remota in con modalità relay [i.e. RLY], si scopre agevolmente che le informazioni passano attraverso un server in Germania (avendo io impostato in config.dll la regione “de“, ciò mi sembra verosimile!):
In entrambi i casi c’è un arresto anomalo dell’applicazione se si passa con il mouse sopra all’icona del proprio profilo dal momento che questo comporterebbe l’apertura di un menu di scelta della regione. Essendo stati modificati manualmente quei valori tramite il file config.dll per estendere l’utilizzo dell’applicazione anche ad altre regioni, non potendosi selezionare il corrente valore di regione in quel menu di profilazione, si verifica appunto quel crash dell’applicazione che quindi dovrà essere rilanciata.
Mai passare con il mouse sopra all’icona del proprio profilo: dal momento che questo comporterebbe l’apertura di un menu di scelta della regione ( i cui valori sono stati modificati manualmente tramite il file config.dll per estendere nuove regioni) questo comporta un crash dell’applicazione.
Nel seguito mostro alcuni screenshot che esplicitano come inserire le proprie credenziali Xiaomi seppure l’interfaccia mostri ancora in questa prima videata le scritte in cinese. Una volta autenticati, si deve attendere qualche secondo perché il programma appaia (probabilmente essendoci ancora i log di debug, questa lentezza nell’apertura iniziale potrebbe essere imputabile ad una sua compilazione ancora in modalità debug) e si acceda alla videata di default non più con nessuna scritta in cinese e che mostra 4 video per volta, eventualmente anche in più pagine, se sono molte le videocamere regisrate per quell’utente La visione in realtime di ciascuna si può ottenere cliccando in ciascuna l’icona centrale di play. Si può poi scegliere dal menù a sinistra di vedere solo le telecamere relative a una specifica stanza, così come impostato nella configurazione delle telecamere stesse. Ad esempio in cucina c’è una sola telecamera mentre nel salone ce ne sono tre (di cui una offline).
Andando con il mouse in una videata specifica, compare una sezione in basso che consente sia avere il playback[disponibile in tutte le tre videocamere che possiedo, ma sembrerebbe non presente in tutte quelle possibili] cioè di visualizzare le registrazioni precedenti (magari agendo sui tasti + e – oppure trascinando la barra temporale in rosso), sia di ascoltare l’audio sia di rendere la visione a tutto schermo [qiesta si può ottenere anche cliccando due volte sull’i9mmagine e si può poi tornare alla visualizzazione a più videocamere premendo sulla tastiera il tasto Esc, quindi con una procedura direi standard]. Ovviamente l’abilitazione dell’audio, tramite la pressione dell’icona dell’amplificatore, può essere fatta solo per una videocamera per volta. Premendo l’icona della macchina fotografica si scatta una foto dell’istante mostrato e quella immagine uno se la ritrova sul desktop del PC.
Dal menù in alto a destra si può scegliere se avere una visione di 1, 4 o 9 camere per pagina: si noti che le scritte non vengono correttamente dimensionate se la finestra dell’applicazione non è a tutto schermo. Mostro quindi come appare una visione di ben 9 videocamere su di un’unica pagina: essendo grande lo schermo che ho collegato al PC, i video risultano di una grandezza e qualità più che accettabile!
Nel video viene anche specificato che può essere necessario impostare permessi sul firewall di default di Windows Defender: tuttavia io non ho dovuto effettuare nessuna modifica alle sue impostazioni pur avendolo attivo.
Può essere necessario impostare permessi sul firewall di default di Windows Defender
Il file device_profile.dll contiene infine i parametri specifici per ciascun modello di videocamera.
il file presente nell’installazione originale di IMILab contempla già un gran numero di modelli, vale a dire i seguenti:
NOTA – Sebbene non abbia personalmente provato non essendo interessato a gestire anche quei due ulteriori modelli di telecamera, sembrerebbe che a ogni nuovo lancio dell’applicazione ufficiale questa riscriva l’elenco presente in quel file per cui una delle modifiche effettuate da Dennis è stata proprio quella di evitare che avvenga tale riscrittura. Qualora quindi uno sia interessato a gestire con questa applicazione videocamere non ufficialmente supportate, è indispensabile utilizzare la versione modificata da Dennis.
Per sapere quale ‘name’ ha una propria telecamera, si può rinominare temporaneamente il file device_profile.dll, eseguire l’applicazione e controllare quindi il file log.txt dove compariranno dei warning relativi ai modelli di telecamera collegati e per i quali non esiste un riferimento in quel file di profilazione. In questo modo si possono trovare i nomi assegnati ai modelli di fotocamera che si possiedono. Dopo avere riportato il nome del file come era originariamente, si possono ora modificare i profili dei modelli di telecamera posseduti. Perciò, nel caso uno possegga un modello di telecamera non riconosciuto, è opportuno andare a vedere nel file di log.txt i messaggi di [WARN] relativi ai modelli ignorati e quindi cercare poi d’inserirli nel file device_profile.dll seguendo il medesimo formato di quelle già definite e procedendo a valorizzare i parametri presenti con una modalità empirica, per tentativi insomma tenendo conto di come vengono valorizzati per i modelli già contemplati!
Estratto di alcune righe del file di log.txt che segnala un Warning per telecamere non gestite in quanto di un modello i cui parametri non sono presenti in device_profile.dll
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Come risolvere nell’applicazione su PC la problematica della voce accelerata per la telecamera per la videocamera fissa Mi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM
Ho notato che da questa applicazione su PC, per la Mi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM, la voce registrata risultava molto accelerata (i.e. addirittura molto di più della voce di Paperino e perciò incomprensibile) mentre con altre telecamere che ho (e.g. Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080p) la voce registrata si sente bene. Dal momento che dall’app ufficiale Xiomi Home la voce è OK per tutte quelle tre videocamere che posseggo, questa problematica era sicuramente imputabile all’applicazione PC, verosimilmente dovuta a una non corretta configurazione, nel file device_profile.dll, dei parametri relativi all’audio per quella telecamera basic. Seguendo il metodo sopra descritto, ho compreso il ‘name” di quella telecamera e ho cercato empiricamente di modificare i valori assegnati ai parametri relativi all’audio. Per meglio identificare il modello di quella specifica telecamera, dal momento che ne ho di tre tipologie, ho provato a cancellare la parte di configurazione relativa a una dei modelli identificati dal log.txt, salvato il file device_profile.dll così modificato e poi lanciando l’applicazione, non risultano più visibili le sezioni relative a quel device di cui si sono cancellati temporaneamente i valori di configurazione consentendo così, eventualmente con più tentativi, d’identificare con precisione il nome del modello che interessa (e.g. se le riprese che non si vedono sono relative a quella ipologia di telecamera cancellata, vuol dire che è quella di nostro interesse a cui modificare i valori dei parametri audio, diversamente di procedere ad effettuare una procedura analoga per uno degli altri modelli identificati). Ho quindi risolto semplicemente modificando l’impostazione del sampleRate da 16000 a 8000 nel file device_profile.dllin cui quella telecamera basic è identificata come “model”:”mijia.camera.v3“. Così facendo anche per lei l’audio si riesce ad ascoltare correttamente ;-).
Dal file log.txt si riesce a comprendere il nome assegnato a ciascun modello d telecamera che uno possiede
Modificando il valore del sampleRate a 8000, si risolve la problematica della voce accelerata che si ha con le impostazioni presenti originariamente in device_profile.dll per quella telecamera identificata con il name mijia.camera.v3
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Annotazioni associate al video (tradotte in italiano con aggiunta di mie note)
Riporto nel seguito parte delle note presenti sempre in quel video, tradotte in italiano per tua comodità:
00:00 Introduzione 00:49 Caratteristiche 01:42 Scarica, Estrai, Esegui app 02:30 Accesso tramite Mi Account ID e Guida all’utilizzo 03:13 Accesso al firewall, funzionalità di riproduzione 05:06 Cambia area server 06:22 Problema di arresto anomalo del menu del profilo 06:54 Controllare il supporto per lo streaming di rete locale 08:02 Aggiungere fotocamere personalizzate all’app 09:50 Osservazioni conclusive
NOTE 1. No Camera, Go to Youpin Error (errore Nessuna fotocamera, vai a Youpin): il server predefinito dell’app di Windows è impostato sulla Cina. Cambialo nell’area geografica della tua app Mi Home Mobile come mostrato al minuto 5:04. Cambiare in config.dll il machineCode da “cn” a “sg” per Middle East & Asia, “i2” per India, “de” per Ue e Regno Unito e “us” per Nord e Sud America. Si noti che questi sono gli unici server disponibili e ogni server serve un’area geografica e non un paese, ad esempio se l’area dell’app Mi Home è la Turchia, il server sarà “sg”. Se si mette un codice server errato, verrà visualizzato l’errore “errore di rete, fare clic per riprovare”. 2. Le fotocamere seguenti NON sono attualmente supportate: i. Fotocamera Xiaofang ii. Fotocamera Dafang iii. Fotocamera IMILab EC2 (viene visualizzato solo hub) iv. IMILab chuangmi.camera.v5 Non è stato possibile trovare impostazioni di lavoro per le telecamere di cui sopra. Per favore fatemi sapere se trovate le impostazioni del device_profile per farli funzionare in modo da poterlo condividere con gli altri. 3. Login Failed, Please Retry Error (errore Accesso non riuscito, riprova): questo errore mostrato qui: https://i.ibb.co/TL71hV1/MIError.png solito accade dopo aver cambiato le credenziali del tuo account Mi. La soluzione è disconnettersi dalla sessione corrente. Per far ciò, è necessario andare nella cartella “C:\Users\”nomeutente”\AppData\Roaming\imilab\IMICamera\Config“, aprire il file app_info utilizzando un editor di testo, modificare l’impostazione di “remember” a false anziché true. Infine salvare il file per far sì che uno si disconnetta dalla sessione corrente dell’app. Successivamente si dovrebbe essere in grado di accedere all’app con le nuove credenziali. Nota: nel path, sostituire a “nomeutente” con il proprio corrente nome utente di Windows. La cartella AppData è in genere nascosta. Se la cartella “Config” è vuota, scaricare questo file app_info: https://t.ly/yTII e posizionarlo all’interno della cartella “Config“, quindi aprire l’app.
NOTA mia: il file app.info mostrato per primo è quello che ho trovato io dopo l’installazione del programma scaricato dal sito IMILab e presenta diverse sezioni (settings, updater e user_XXXX) mentre quello scaricato da quel link ha solo la sezione settings con il solo parametro remember impostato a false. Tuttavia, anche sostituendo quel file con quello scaricato più corto, al primo lancio dell’applicazione originale Xiaomi (che richiede nuovamente, solo in questo caso, l’autenticazione con inserimento di email e password), quegli altri parametri vengono nuovamente valorizzati: quel file quindi sembra contenere informazioni utili, quali quelle di autenticazione e dell’ultima modalità di visualizzazione impostata.
4. System Failure, Please try again Error (errore Errore di sistema, riprova): questo errore di solito è causato quando non si ha un numero di telefono collegato al proprio account Mi. Si può provare ad accedere utilizzando il proprio numero di cellulare registrato facendo clic sul pulsante sotto il pulsante di accesso verde presente nell’app. Se non funziona, si dovrebbe collegare il proprio numero di cellulare al proprio account Mi nel sito mi.com. 5. Funzioni PTZ e riproduzione: se la funzione PTZdelle telecamere supportate (i.e. la rondella che permette di far muovere le telecamere motorizzate) non funziona, è necessario aggiornare il firmware della fotocamera all’ultima versione collegandosi al server cinese tramite l’app Mi Home Mobile. Dopo l’aggiornamento riuscito, puoi tornare al server locale e PTZ dovrebbe funzionare nell’app di Windows. La funzione Playback funziona solo per alcune telecamere Mi e Mijia mentre per le altre non è supportato. Nota mia: con le versioni attuali dei firmware così come aggiornati fino a oggi dal server europeo, (i.e. Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080pvers. 4.0.9_0409 ; IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezzavers. 4.0.7_0089) solo per la prima videocamera Xiaomi la funzione PTZ mi funziona e non per la telecamera IMILab che infatti ha un firmware di versione precedente. Probabilmente se lo aggiornassi collegandola temporaneamente al server cinese, funzionerebbe anche per lei quella funzione, secondo quanto suggerito! … non avendo per ora grande necessità di tale funzione per quella specifica telecamera, probabilmente aspetterò che il server europeo effettui direttamente lui il prossimo aggiornamento del firmware di quella videocamera … o magari proverò ad aggiornarne una anche solo per curiosità 😉 6. Buffering Error and “Error while decoding frame” (Errore di buffering e “Errore durante la decodifica del fotogramma“) nel file di log: questo errore è in genere causato da un valore “full_encrypt” errato del profilo della fotocamera nel device_profile.dll. Per risolverlo, si dovrebbe andare sul profilo “model” della fotocamera in device_profile.dll e modificare il valore “full_encrypt“. I valori probabili sono 300, 400, 999 o 999999, ecc. Si deve provare con ogni valore e vedere se l’errore si risolve. Se non si conosce il valore di “model” della fotocamera, conviene modificare il nome del file device_profile.dll in device_profile_1.dll e aprire l’app. L’app non mostrerà alcuna fotocamera. Aprire quindi log.txt, e si dovrebbe trovare il modello di quella fotocamera sotto “ignore model” (e.g. “ignore model: chuangmi.camera.ipc013d“). Dopo aver annotato i modelli ignorati, modificare di nuovo il nome del file in device_profile.dll.
____________________ Altri post di possibile interesse:
P.S. – La mia IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezza ha ancora una versione 4.0.7_0089 del firmware, l’ultima rilasciata in Europa, ben precedente della versione 4.0.9_0409 invece resa disponibile per la Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080p. Non mi meraviglia perciò che la funzione PTZnon mi funziona nell’applicazione Windows solo per questo modello. Dal momento che la versione del firmware rilasciato dal server cinese generalmente è più recente, come fare per aggiornarlo collegando temporaneamente il dispositivo a quel server in Cina solo per aggiornare il suo firmware per poi ricollegarlo a quello europeo?
Da manuale, l’unico modo è resettare il dispositivo e quindi collegarlo al server cinese impostando l’app Mi Home in Cina. Per fare ciò si dovrebbe quindi impostare lo smartphone sulla regione cinese (pur mantenendo ovviamente la lingua in italiano!) e reinstallare quindi l’app Xiami Home dalla versione cinese del Play Store di Google, configurare la fotocamera e quindi forzargli l’aggiornamento del firmware andando nella apposita sezione di configurazione presente in quell’app. Dopo l’aggiornamento, ovviamente si deve ripetere il processo inverso riportando il telefono alla regione Italia, reinstallare quindi l’app Xiaomi Home dal Play Store italiano, resettare il la videocamera per riconnetterla al server europeo … ora mantenendo ovviamente la più recente versione del suo firmware. Penso che sia troppo per me … anche perché non è certo garantito che tale aggiornamento abiliti il controllo PTZ nell’applicazione Windows. Dai commenti a quel video sembra che l’esito dipenda dal modello della fotocamera. 😦 … penso quindi che aspetterò un aggiornamento ufficiale dal server europeo. … a meno di ricorrere all’installazione di una versione unofficial dell’app MI Home che sembra consenta appunto di avere tra le impostazioni, proprio quella di decidere a quale server ci si collega e quindi, nella riconfigurazione di una videocamera, a quale collegarlo. Nel seguito lascio alcuni articoli che ne parlano e il link al canale Telegram di xCape da cui si può scaricare la sua ultima versione:
Qualcuno si ricorda i servizi giornalistici e i relativi commenti sui social che disquisivano sugli italiani, così preoccupati della privacy da non scaricare l’app Immuni, ma tutti pronti a scaricare l’app IO.it per usufruire dei 150 euro di cashback? A pochi giorni dalla effettiva pubblicazione dell’app IO.it apparivano su quasi tutti i giornali articoli tipo questo de La Repubblica: App, IO batte Immuni: così il cashback ha spinto i download molto più dell’emergenza sanitaria.
In pochi giorni effettivamente l’app IO.it era stata scaricata da 8 milioni di persone mentre l’app Immuni in sette mesi aveva raggiunto i 9 milioni.
Si, si certo: Immuni mica restituiva dei soldi spesi e poi relativamente alle problematiche di privacy, se spendo dei soldi in modo onesto, perché dovrei nasconderlo? Avere la tracciabilità delle spese può anzi portare, in teoria, solo a vantaggi a combattere l’evasione, no?
Ma a distanza di ormai quasi un mese, i numeri cosa dicono?
Ieri sera, dopo avere letto un post su Facebook di un amico, che appunto disquisiva sui dati di scaricamento di quelle due app, sono andato anch’io a guardare le statistiche rese disponibili sui loro rispettivi siti:
I numeri dicono quindi un’altra cosa rispetto alle previsioni. Dicono che dopo un iniziale numero d’installazioni dell’app IO.it nella prima settimana, in seguito l’entusiasmo è assai scemato fino alla situazione attuale che mostra addirittura un numero di disinstallazioni di quell’app maggiore rispetto a nuove installazioni! Infatti, solo ieri sera alle 00:12 ho fatto uno screenshot che mostrava un numero d’installazioni di IO.it pari a 9.206.645 e adesso, a poche ore di distanza (di cui molte addirittura notturne), alle 10:17 il numero si è ridotto a 9.169.280 … cioè è diminuita di 37000, evidenziando che ben più sono state le persone che l’hanno disinstallata rispetto a quelle nuove che l’hanno ora installata. Infatti, generalmente, se uno non pensa più di usare un programma lo disinstalla dal proprio cellulare anche solo per liberare memoria, e in questo caso si decrementa il conteggio come sta avvenendo ora per l’app IO.it.
Relativamente all’effettivo uso delle rispettive app, ovviamente non si può dire nulla: se hanno fatto un’app Immuni che, per funzionare in background, ha necessità di particolari procedure non so … io, personalmente, non l’ho mai installata. Comunque anche l’app IO.it, una volta impostate in essa le carte da utilizzare per il cashback e averlo opportunamente abilitato per tutte, almeno per quella funzionalità potrebbe anche mai più essere più lanciata: diverso il discorso se uno la disinstalla in quanto credo che ciò comporti la cancellazione di tutte le impostazioni anche lato backend e quindi anche l’eventuale cashback richiesto.
Le statistiche di Immuni in queste ore invece sono rimaste invariate: quello che in questo caso stupisce, sebbene ancora oggi molti territori siano in fascia rossa, è che anche il numero di notifiche inviate risulta esattamente il medesimo (sebbene, leggendo nelle note, si dica “Notifiche di possibile esposizione al rischio generate dall’applicazione. La rilevazione è parziale poiché vengono rilevate tutte le notifiche per i dispositivi iOS e solamente un terzo di quelle inviate da Android che hanno a disposizione la tecnologia necessaria per rilevarle in modo sicuro“)!
Insomma, benché ci fossero state polemiche sull’app Immuni (che riguardava la nostra salute ed era basata su meccanismi di privacy molto spinti) scaricata tra mille polemiche da un numero relativamente piccolo di persone, anche quella IO.it, che sembrava essere stata installata a manetta, ha raggiunto più o meno la medesima soglia ed ora, anzi, stà addirittura regredendo lentamente!
Ma poi, di che numeri stiamo parlando, tenendo conto della popolazione italiana sopra i 15 anni, vale a dire su un numero di potenziali utilizzatori pari a 52.425.291? Meno del 18% della popolazione.
Insomma, come sempre una analisi statistica può aiutare a cercare di rispondere in modo ragionevole se non oggettivo al 100% la realtà delle cose.
Si può quindi dire che dai dati mostrati entrambe le app abbiano avuto un consenso analogo (circa 10 milioni di persone) su una percentuale minima della popolazione (meno del 18%): le installazioni attive di Immuni è pressoché costante, mentre quella di IO.it è in lieve flessione nonostante l’indubbio picco iniziale nella prima settimana. Questi i dati oggettivi. Soggettivamente credo che l’app Immuni non si sia dimostrata di particolare utilità e le persone che già non l’hanno installata probabilmente non la installeranno, … al massimo ci saranno delle disinstallazioni fisiologiche, ma non emorragiche se non al termine della pandemia. Invece, relativamente all’app IO.it, le considerazioni sono più complesse, ma altrettanto chiare: nonostante l’indubbio incentivo economico che aveva fatto invogliare diverse persone a installarla inizialmente, le difficoltà per renderla effettivamente utilizzabile ha fatto desistere molti non solo a provarla, ma addirittura sta inducendo persone a disinstallarla.
Ovviamente, sarebbe anche interessante confrontare gli utenti che hanno attivato Immuni e quelli che lo hanno fatto per IO.it. Tuttavia questo è impossibile anche a livello centralizzato (se non forse chiedendo a Google sulla base degli acquisti effettuati sul suo Play Store!) in quanto gli utenti sono anonimi per Immuni, per cui non si può certo stabilire se coloro che hanno installato Immuni siano pressapoco le stesse persone che hanno ora installato IO.it. Anzi, verosimilmente sono due insiemi parzialmente anche molto disgiunti, ma la soglia raggiunta nella popolazione è di fatto pressapoco la medesima e comunque le considerazioni che ho fatto mi sembrano sufficientemente oggettive.
Questo post si aggiunge a un altro precedente in cui avevo mostrato le funzionalità delle telecamere della Xiaomi e intende mostrare alcune nuove importanti funzionalità introdotte recentemente. Già da tempo altre ditte prestigiose avevano fatto uscire sul mercato prodotti analoghi, sia come prestazioni sia come prezzo, a quello della Xiaomi e che avevano un SW di supporto che consente di visualizzare contemporaneamente in real-time i video provenienti da più telecamere. È vero, trattandosi di un’app generalmente utilizzata su uno smartphone, le dimensioni dei singoli video risultano di ridotte dimensioni, ma comunque tale funzionalità risulta assai utile per avere una visione d’insieme per poi eventualmente passare a una visione di dettaglio su una telecamera specifica di maggior interesse. Ad esempio, la TP-Link da mesi ha reso disponibile la Telecamera Wi-Fi Interno, Videocamera sorveglianza 1080P, Visione Notturna, Audio Bidirezionale, Notifiche in tempo reale del sensore di movimento (Tapo C200) che appunto presenta due funzionalità rilevanti in diverse situazioni:
La visualizzazione d’insieme in real-time di più telecamere
La possibilità di attivare la registrazione a orari predefiniti
Da tempo quindi attendevo un upgrade del SW dell’app Xiaomi Home che colmasse il divario che si era creato con la concorrenza: per fortuna l’aggiornamento non si è fatto attendere molto e c’è stato proprio a Natale!
Un importante aggiornamento dell’app Xiaomi Home c’è stato proprio a Natale!
Tra l’altro hanno aggiunto (o almeno non l’avevo notato precedentemente) anche la possibilità d’iscriversi per ricevere la future versioni beta dell’app, quelle che introdurranno nuove funzionalità non ancora pienamente testate: ovviamente mi sono iscritto subito!
Possibilità di registrarsi per ricevere le versioni beta dell’app per testarle
Questa nuova versione ha introdotto la possibilità di “navigare” nelle stanze, così come assegnate ai diversi device/telecamere: un apposito menù in alto filtra i dispositivi a seconda della stanza. Con un tocco prolungato su una singola caselle rappresentante un dispositivo, la si può spostare a piacere ed eventualmente, rilasciando e avendola quindi selezionata, la si può rimuovere da quella sezione di Preferiti premendo quindi l’icona cestino in basso a destra: analogamente si può inserire in quella sezione Preferiti un dispositivo che non sia già presente.
Con un tocco prolungato sulla immagine di un dispositivo, lo si può spostare a piacere
Nel menù in basso che compare solo quando uno o più dispositivi vengono selezionati, sono presenti ulteriori funzionalità quali, ad esempio, quella di condividerli con altre persone della famiglia.
Selezionando alcuni dei dispositivi, possono poi essere applicate azioni del menù che compare in basso
Un apposito interruttore ON/OFF consente di mettere o meno in modalità risparmio energetico ciascuna telecamera (1)
Un apposito interruttore ON/OFF consente di mettere o meno in modalità risparmio energetico ciascuna telecamera (2)
Un menù in alto consente di navigare tra le diverse stanze impostate
Un hamburger menù in alto a destra consente di gestire anche il look delle diverse stanze:
Cliccando su Tutte le telecamere, si raggiunge la pagina che consente di vedere in real-time, cliccandoci sopra, diverse le telecamere attive: agendo sul menù in alto a destra si può avere una visualizzazione grande o piccola. In entrambe queste due tipologie di visualizzazione, cliccando sulla freccia nell’angolo in basso a destra, si può passare alla solita visione singola a tutto schermo di quella telecamera con anche la possibilità di pilotarla remotamente.
Visualizzazione piccola (1)
Visualizzazione piccola (2)
Visualizzazione grande
In realtà, questa sezione deve ancora essere migliorata in quanto innanzitutto non funziona conMi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZMbensì solo con Mi Home MJSXJ02CM Videocamera di Sicurezza 360° 1080p e IMI 1080P Telecamera IP di Sicurezza: probabilmente sarà necessario un prossimo aggiornamento del firmware di quella telecamera. Inoltre la visualizzazione anche delle telecamere che attualmente supportano tale funzionalità non è ottimale: solo un numero limitato di telecamere per volta si attivano a una visualizzazione in real-time per un certo lasso di tempo e quando sono in visione statica, spesso l’immagine mostrata non corrisponde con quella reale di quella specifica stanza (viene mostrata duplicata quella di un’altra). Ad esempio, nel seguito mostro il caso in cui sia due stanze hanno la medesima immagine statica (una non corrispondente perciò con la stanza reale) sia le riprese della telecamera in centro, unaMi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM, non vengono visualizzate se non andando nella solita modalità a singola videocamera, raggiungibile cliccando sulla freccia in basso a destra.
La visualizzazione statica di una stanza spesso non corrisponde alla realtà. Inoltre per le Mi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM non funziona ancora la visualizzazione in questa modalità multipla.
Anche cliccando su una telecamera Mi Home Security Camera Basic 1080P SXJ02ZM da una pagina che la mostra, si apre la finestra seguente con il cursore centrale che continua a girare: solo cliccando sul link Più operazioni, si apre la classica pagina di visualizzazione/gestione della singola telecamera dove viene mostrato il video in real-time.
Utile sarebbe anche poter impostare intervallo data/orario in cui programmare delle registrazioni, funzionalità già presente nell’analoga videocamera della TP-Link: spero che introducano anche questa ulteriore funzionalità che risulta utile in diverse circostanze.
Inoltre non risulta ancora supportata la possibilità di gestire/visualizzare videocamere MI Home da un PC Windows 10 neppure utilizzando un programma di terze parti. L’unica possibilità sembra sia di utilizzare sul PC un emulatore Android e quindi installare dal Play Store la solita app Xiaomi Home … ma certo questa procedura non è particolarmente agevole e sarebbe sicuramente meglio avere una soluzione nativa o tramite browser, resa disponibile dalla ditta costruttrice!! … ne parlerò magari in un prossimo post 🙂
Allora voglio lasciare questo post di ricordo, con il link a quattro belle canzoni che ho voluto riascoltare proprio in questi due giorni e che invito anche voi ad ascoltare o riascoltare!
“Accettare la solitudine richiede forza per sopportare l’uscita dal mondo e il coraggio per entrare in noi stessi. Un libro è sempre un buon compagno per compiere questo viaggio“: dal post Solitudine di Natale. La mia lista di libri per sconfiggerla sul blog di Elena Ferro.
Quando degli insulti immotivati ti arrivano dalle chiamate di spam pubblicitarie al cellulare, direi che siamo davvero arrivati alla frutta!!
Proprio pochi giorni fa ho ricevuto, mentre ero in macchina una telefonata dal seguente numero sconosciuto (+390652831337) proveniente da un probabile call center: una signora ha incominciato a presentarsi e a propormi una delle solite offerte, in questo caso specifico relativo a un nuovo contratto telefonico con la Vodafone. Non essendo interessato e aspettando tra l’altro una telefonata urgente, l’ho prontamente interrotta dicendole gentilmente che non ero interessato. Per risposta ho ricevuto: “Cosa? Sei un cretino!“. Non avendo certo intenzione di proseguire ulteriormente quella inutile telefonata, ho prontamente allungato la mano sul display dell’auto per interromperla … liberando così il telefono per chiamate più utili ed edificanti!
Devo dire che è la prima volta che mi capita di essere addirittura insultato con questa modalità, in questo modo … e per così poco. Solo un’altra volta, una di queste telefoniste a cui avevo detto che non mi interessava ma poi, in quella occasione, interrompendo subito la comunicazione, mi aveva immediatamente ritelefonato per lamentarsi dell’interruzione da parte mia della telefonata, dispiaciuta per essere stata per questo trattata male. Quella volta mi ero quasi sentito io in colpa, mettendomi nei panni di quella lavoratrice che si trovava a dover fare, per vivere, una così ingrata attività! Quel “lavoro” sicuramente è per loro logorante, in quanto sia inutile sia risulta verosimilmente fastidioso in chi riceve quelle telefonate, sensazione spiacevole che non può che essere di rimando al chiamante! Ma come non reagire malamente quando si è disturbati quasi giornalmente da telefonate inutili di spam che arrivano in momenti anche inadatti? Che dire, infatti, del disturbo che recano a noi cittadini che, per rispondere, dobbiamo interrompere ciò che stiamo facendo … o magari addirittura riposavamo o eravamo a letto per un malore? Insomma questa tipologia di chiamate sono senza dubbio una perdita di tempo, di concentrazione … e magari anche di agognato riposo!
Mi chiedo allora: ma a che punto siamo arrivati? Come siamo giunti a questo assurdo limite? Le leggi sulla privacy a che servono se, di fatto, nulla possono risultare di utilità in queste circostanze? Spesso si devono firmare consensi per accettare o meno proposte pubblicitarie, ma anche cercando di negarli sempre, poi queste telefonate continuano ad arrivare soprattutto se uno è titolare di una linea telefonica e/o di un allaccio gas/luce per cui certi “acconsenti” probabilmente si sono dovuti impostare per poter ricevere comunicazioni quali bollette o quant’altro!
Come fare dunque per cercare almeno di arginare, se non eliminare del tutto, questo continuo disturbo? C’è insomma un numero da chiamare o qualcuno che può far sì che questo fastidioso fardello prosegua e anzi peggiori nel tempo, essendo oramai quasi quotidiane questa tipologia di chiamate di spam? Ovunque, per via delle leggi sulla privacy, si devono stampare e firmare fogli, e anche accettare richieste presentate con finestre popup per poter proseguire nella lettura di un sito internet … e poi invece, come se nulla fosse, si viene disturbati un po’ a tutte le ore sia al telefono fisso ma sempre più anche al cellulare da chiamate spam con “offerte” spesso tranello. Questo è quanto di fatto si consente con tutte le leggi sulla privacy che si sono formalmente affermate e che risultano, di fatto, inutili e introduco principalmente inutile burocrazia? Davvero non si può fare di meglio?
Ho provato allora a cercare su Internet e sembrerebbe che una soluzione miracolosa non esista proprio! Sembra infatti chesolo per il numero di telefono fisso uno può, almeno in teoria, appellarsi al Registro Pubblico delle Opposizioni, un servizio patrocinato dal Ministero dello Sviluppo Economico che, appunto, consente a chiunque di richiedere la rimozione del proprio numero dalla disponibilità degli operatori dei call center, pur mantenendolo nell’elenco telefonico pubblico. La procedura d’iscrizione del proprio numero telefonico fisso in questo registro è assai agevole soprattutto qualora si effettui via Web. Gli screenshot seguenti mostrano la semplice procedura passo-passo:
Tuttavia l’effettiva utilità d’iscrivere il proprio numero di telefono fisso in quel Registro Pubblico delle Opposizioni rimane assai dubbia, a meno di non ricorrere in tribunale, in quanto pur risultando il mio numero iscritto da anni, perdurano le telefonate di spam/pubblicitarie anche con metodologie che fanno uso di registrazioni automatiche … per cui sicuramente utilizzano impropriamente un elenco memorizzato di numeri telefonici da chiamare! 🙄🤐😣
L’effettiva utilità d’iscriversi al Registro Pubblico delle Opposizioni rimane dubbia, a meno di non ricorrere in tribunale, in quanto io pur risultando il mio numero fisso iscritto da anni, perdurano imperterrite le telefonate di spam/pubblicità, anche con registrazioni automatiche!
Comunque, a parte il fastidio del telefono che squilla, spesso basta fare in modo che una segreteria telefonica casalinga si attivi quasi subito e ci riveli la reale finalità della chiamata!
Il problema invece maggiore permane per il numero del proprio cellulare per il quale sembra non sia possibile fare nulla nemmeno giuridicamente!! È vero che quel numero non compare in un elenco telefonico ma molto probabilmente quando uno ha stipulato un qualche contratto (e.g. luce, gas, telefono) uno ha necessariamente indicato il proprio numero di cellulare e ha probabilmente acconsentito che questo venga utilizzato ovviamente dal gestore: il problema è che costui sfrutta quel consenso e la conoscenza del tuo numero anche successivamente, quando tu magari non sei più suo cliente, e magari anzi lo passa anche ad altre consociate/call center che operano nei più disparati settori!
_________________ Inserire i numeri di spam ricevuti nella blacklist del telefono
Una prima semplice soluzione è quella d’inserire nella blacklist del proprio cellulare i diversi numeri telefonici di spam man mano che ti telefonano, sperando così di limitare nel futuro delle loro telefonate. Infatti tutti i cellulari consentono d’inserire il numero telefonico in una lista nera in modo che successive chiamate da quel numero vengano poi ignorate. La procedura per effettuare questo inserimento dipende da telefono e telefono, ma in genere esiste la possibilità di farlo agevolmente operando nella videata delle chiamate ricevute.
Nel seguito mostro, in particolare, la procedura sul mio smartphone Samsung Galaxy Note 10+, sebbene probabilmente non sia tanto differente da quella propria di cellulari anche di altre marche, essendo questa funzionalità sicuramente presente.
Dalla sua videata delle chiamate ricevute, premendo l’icona d’informazioni di dettaglio sul numero specifico del chiamante, si giunge a una pagina dove è presente la possibilità di bloccare eventuali sue chiamate successive. Se si desidera si può comunque lasciare che nel registro delle chiamate ricevute anche quelle risultino poi comunque presenti, seppur il telefono non abbia squillato come conseguenza dell’azione d’inserimento delle stesse in quella blacklist. Il secondo screenshot seguente mostra, ad esempio, come un medesimo numero di un call center abbia telefonato più volte ogni giorno e il telefono abbia automaticamente rifiutato tutte quelle chiamate di spam automaticamente per via del fatto che precedentemente avevo messo quel numero nella blacklist (nota: per catturare lo schermo con l’icona Blocca, quel numero l’avevo ora tolto temporaneamente dalla blacklist; infattiquell’icona si tramuta in Sblocca una volta premuta, per consentire così eventualmente di togliere successivamente quel numero dalla blacklist, ad esempio qualora vi fosse stato inserito erroneamente). Si noti che, dal menù (tre puntini in alto a destra) della sezione Telefono -> tab Registro, si può anche impostare di nascondere da quell’elenco le chiamante di spam ricevute e bloccate. Ovviamente si può anche aggiungere manualmente un numero specifico nella blacklist del proprio telefono, andando in Telefono -> tab Registro -> Impostazioni -> Blocca numeri.
_____________ Utilizzare una funzionalità spesso presente negli smartphone di diversi costruttori e che segnala/blocca chiamate da numeri presenti in blacklist in Rete
Una soluzione non alternativa ma direi addizionale, è poi quella di usare una funzionalità che spesso è presente negli smartphone di alcune marche, vale a dire quella che, a seconda delle impostazioni d’utente, segnala o blocca chiamate che sono state indicate (e.g. da diversi utenti) come di Spam e sono quindi state inserite in una blacklist (privata? … pubblica?) presente in Rete. Utilizzare questa funzionalità intrinseca (se presente) del proprio cellulare è ovviamente assai meglio di utilizzare una delle tante app che effettuano quel medesimo “servizio”, sia perché si evita sia di occupare memoria sia soprattutto di avere un’ulteriore applicazione che gira in background. Non trascurabile poi, a livello di privacy, è il fatto che ovviamente tutti questi “servizi” necessariamente hanno la necessità di conoscere tutti i numeri telefonici che chiamano il mio cellulare e la sicurezza che questa informazione non venga usata anche per altri scopi non mi sembra possa essere garantita, soprattutto qualora si usino app di terze parti (i.e. magari sviluppatori privati)!
Vediamo quindi come fare sempre con il mio smartphone Samsung Galaxy Note 10+, sebbene probabilmente non sia tanto differente da quella propria di cellulari anche i altre marche, sempre se questa utile funzionalità sia presente. Si parte sempre dalla sezione Telefono -> tab Registro questa volta selezionando la voce Impostazioni. Io l’ho attivato pur non impostando Blocca chiamate spam e phishing: in tal modo il telefono sì suona ma mostra sotto il numero telefonico del chiamante una indicazione Sospetto Spam per cui uno almeno è preparato e magari può anche decidere di non rispondere. Selezionare l’opzione Blocca chiamate spam e phishing per il momento la trovo forse un po’ limitante in quanto magari alcune telefonate di qualche negozio/servizio che uno utilizza potrebbe essere identificato come tale … Ma forse è solo un eccesso di precauzione e cambierò idea! 🙂
___________ Utilizzare un’app dei terze parti che segnala/blocca chiamate da numeri presenti in blacklist in Rete
Come già sottolineato, questa è proprio l’ultima spiaggia in quanto non solo si occupa memoria ma soprattutto si ha un’ulteriore applicazione che gira in background. Non trascurabile poi, a livello di privacy, è il fatto che ovviamente tutti questi “servizi” necessariamente hanno la necessità di conoscere tutti i numeri telefonici che chiamano il mio cellulare e la sicurezza che questa informazione non venga usata anche per altri scopi non mi sembra possa essere garantita, soprattutto qualora si usino app di terze parti (i.e. magari sviluppatori privati)!
Personalmente non ho mai utilizzato nessuna di queste app che filtrano le chiamate, bloccando o segnalando il probabile spam, per cui se volete approfondire questa opzione, vi rimando ai link di utilità che ho inserito in fondo al post, relativi ad alcuni articoli che ho trovato che analizzano alcune di queste app.
Ormai da più di due anni WhatsApp ha consentito di creare gruppi con restrizioni, in modo tale da poter limitare anche di molto le attività consentite ai membri non definiti come amministratori del gruppo stesso. Prima gli unici poteri che un amministratore aveva, erano quelli sia di poter aggiungere o rimuovere membri sia di concedere diritti di amministratore a qualcun altro di costoro: queste funzionalità sono ovviamente ancora presenti. Si noti che un amministratore può togliere o addirittura cancellare un membro qualsiasi del gruppo, anche uno che abbia diritti di amministratore!!
Qualsiasi amministratore può inserire o togliere tra gli amministratori un membro del gruppo
Qualsiasi amministratore può inserire o togliere tra gli amministratori un membro del gruppo e anche rimuoverlo (anche se amministratore)
Ora invece hanno a disposizione anche altre opzioni che, in alcune situazioni, possono risultare molto utili per limitare inutili e fastidiose intromissioni da parte di alcuni appartenenti al gruppo. In tal modo alcuni gruppi riescono a rendere le chat di gruppo più affidabili in quanto scritte unicamente dagli utenti impostati come amministratori: tutti gli altri membri possono solo leggerle e quindi essere a conoscenza dei loro contenuti, ma non possono né replicare né iniziare nuove chat.
Generalmente, per default, ciascun membro è libero non solo d’inoltrare post che vengono inoltrati a tutti gli altri membri ma anche di modificare le informazioni del gruppo stesso. Potrebbe perciò, ad esempio, cambiare il nome del gruppo, l’immagine del profilo e persino inviare messaggi fastidiosi sia nel numero sia nei contenuti: non esiste infatti alcun controllo/validazione dei messaggi inoltrati da parte degli amministratori, cosa che invece può essere avvenire in altri sistemi come ad esempio i commenti su WordPress o i post nei gruppi privati di Facebook.
Un qualsiasi gruppo può essere limitato per i membri non amministratori e le impostazioni necessarie possono essere introdotte anche in un successivo momento rispetto alla creazione del gruppo stesso, magari come conseguenza di comportamenti non idonei da parte di membri che, tuttavia, non si desidera comunque eliminare dal gruppo. Quest’ultima è, di fatto, una possibilità alternativa per risolvere problematiche comportamentali, ma non in genere la più indicata in gruppi nati principalmente per fornire ai membri informazioni su tematiche d’interesse e dove comunque i messaggi provengono solo da un sottoinsieme dei membri, appunto quelli definiti come amministratori. A qualsiasi gruppo anche preesistente possono essere applicate le restrizioni seguenti semplicemente modificando alcune impostazioni.
Innanzitutto, un amministratore può limitare la possibilità di modifiche alle informazioni di gruppo ai soli membri impostati con i diritti di amministratori, operando come mostrato nel seguito:
In secondo luogo, l’amministratore può limitare ai soli membri con diritti di amministratore la possibilità sia d’iniziarne nuove chat sia di rispondere a quelle inserite da altri amministratori dell gruppo:
Esistono poi altre impostazioni che possono ugualmente ritornare utili quale la possibilità di rendere “effimeri” i messaggi delle chat del gruppo, vale a dire che non saranno più visibili dopo una settimana, sebbene possano ovviamente essere salvati dai qualsiasi membro del gruppo. Quella impostazione si può attivare e disattivare a piacere modificando così nel tempo la permanenza dei messaggi inviati nell’intervallo di tempo in cui permane quell’opzione.
Quando è impostatata questa opzione, tutti i messaggi inviati sono “effimeri“, vale a dire che non risulteranno più visibili dopo una settimana
Una pratica giornaliera non particolarmente in uso oggigiorno è il lavaggio nasale. Da decenni lo pratico lavandomi la faccia al mattino, aspirando un po’ di acqua (bastano poche gocce dal palmo della mano) da entrambe le narici e quindi aspirando in bocca e sputando e soffiandomi successivamente il naso, chiudendo alternativamente una narice con il dito. Insomma, una pratica di pochi secondi che è più lunga da scrivere che da eseguire!!
In questi tempi, il lavaggio nasale non è generalmente contemplato nemmeno dai “maniaci” della pulizia corporea, ma posso dire con cognizione di causa che è assai utile per prevenire raffreddori e anche (almeno in parte) i sintomi di allergia da polline. Io in gioventù ero molto allergico ad alcune tipologie di polline e da quando (a circa 30 anni) effettuo regolarmente il lavaggio nasale ne soffro molto meno. Avevo iniziato a considerarlo dopo un breve corso di meditazione che avevo fatto in gioventù: tra i diversi aspetti affrontati, aveva contemplato anche quello relativo alla pulizia personale, elencando quelli idonei ad acquisire una buona cura del proprio corpo oltre che della propria mente. Non so bene se corrisponda effettivamente a realtà, ma ricordo bene che quel maestro di meditazione aveva detto che il lavaggio nasale era un tempo nelle persone una pratica molto più abituale di oggigiorno … ed effettivamente quando lo aveva detto mi ero ricordato che la mia prozia lo faceva abitualmente.
Ricercando ora su Internet, ho appreso che tale pratica viene chiamata Jala neti ed è una pratica antichissima dell’Hatha Yoga, per il quale il respiro riveste un’importanza sacrale. Per questo motivo il raffreddore rappresenta una patologia particolarmente fastidiosa perché complica, il passaggio del flusso d’aria all’interno delle narici influendo negativamente sulla stessa pratica yoga. Lo “strumento” necessario si chiama lota ed è un recipiente provvisto di becco, originariamente a forma di piccola teiera.
Viene generalmente indicata anche come pratica semplice e di grande efficacia, prezioso alleato per alleviare e prevenire ogni forma di raffreddore e congestione nasale. Molti sono i benefici correlati:
Rimuove sporcizie e batteri dalle cavità nasali
Risulta efficace nel trattamento di allergie e sinusiti
Allevia le infiammazioni alle vie respiratorie
Concorre al trattamento delle affezioni delle orecchie.
Grazie a un regalo di mia nipote (che lo aveva acquistato in Francia in quanto in Italia, un tempo, non era ancora disponibile) ho provato a utilizzare una recente versione del tradizionale lota, il Rhino Horn, che appunto agevola il lavaggio nasale, rendendo il tutto meno “rumoroso” e realizzandolo direi ancor meglio: comunque in commercio esistono anche altre variazioni sul tema, ma la forma di corno di quel prodotto mi sembra sia la più consona. Il tempo necessario è sì maggiore, ma comunque ancora assai ridotto (e.g. meno di 2 minuti) e i benefici si vedono anche solo dopo pochi giorni! Avendo io poi dei polipi nasali (che per via dell’emergenza Covid chissà quando riuscirò a togliere!) ero andato da un otorinolaringoiatra che anche lui mi aveva consigliato l’uso di quel dispositivo in alternativa ai costosi (e meno efficaci) spruzzatori di acqua sterile e con osmosi adeguata, appositamente venduti in farmacia per la pulizia del setto nasale.
Rhino Horn, semplice dispositivo che agevola il lavaggio nasale
Il suo funzionamento è assai banale: niente pile ne corrente, … solo la forza di gravità!! Basta mettere nel corno di plastica un piccolo qualitativo di sale da cucina con l’apposito micro-cucchiaio in dotazione, versarci dell’acqua a temperatura corporea, scuotere leggermente per far meglio sciogliere il sale tappando opportunamente con le mani i due fori del corno, appoggiare su una narice l’estremità con il foro più piccolo e incominciare a versare una metà del contenuto d’acqua che uscirà “magicamente” dall’altra narice. Si ripete poi la stessa procedura con l’altra narice, versando la rimanente altra metà di acqua. Soffiando poi bene in ciascuna narice,chiudedo l’altra, e quindi inspirando da entrambe in modo da richiamare in bocca quel po’ di acqua rimasta per poi sputarla, conclude questa assai semplice procedura.
Questa salutare pratica di lavaggio nasale si esegue una volta al giorno generalmente al mattino (preferibilmente non alla sera subito prima di coricarsi): nel caso di raffreddore si può anche eseguire più volte.
Un possibile piccolo inconveniente che può verificarsi le prime volte, è che l’acqua scenda in gola o esca dalla bocca anziché dall’altra narice: ciò è dovuto ad un’inclinazione del capo non corretta per cui, se ciò avviene, è necessario riprovare posizionandosi meglio: il video in fondo al post magari può risultare d’aiuto!
Ora si può trovareil Rhino Horn anche su Amazona poco meno di 15€ (se scegli il colore che costa meno e con spese di spedizione incluse!) e penso proprio sia un oggetto da avere e da usare quotidianamente, … vincendo magari la possibile “paura” iniziale nell’usare un qualcosa di “strano” ma che, credetemi, non solo è banale da usare, ma addirittura piacevole oltre che utile!
Ne esiste anche una versione più piccola ad uso dei bambini (che, pur essendo più piccolo, costa leggermente di più 🤔). I bambini sono più soggetti a raffreddori e anche le complicazioni possibili sono maggiori rispetto agli adult: per questo la pratica del lavaggio nasale è particolarmente indicata anche e soprattutto per loro, fin da piccoli.
Mai come in questi giorni si è compresa l’utilità della Carta d’identità Elettronica (CIE) che consente infatti una più agevole autenticazione sicura in molti siti della Pubblica Amministrazione e si presenta, secondo me, come una migliore alternativa allo SPID, più complesso da attivare e da utilizzare. Si tratta di un metodo di autenticazione che non implica l’uso di altre app o di codici OTP inviati, ad esempio, via SMS! Si tratta anche della soluzione migliore per autenticarsi la prima volta nell’app IO.it sempre che uno possegga la CIE (comunque si può sempre fare anche se quella cartacea non è ancora scaduta) … ed abbia anche un cellulare con il lettore NFC.
Infatti l’unico neo, non indifferente, è che per utilizzare online la CIE, è necessario avere un lettore NFC, non sempre integrato negli smartphone, soprattutto quelli di fascia bassa.
Si noti che, per fortuna, anche qualora uno non ritrovi più il PIN/PUK associato alla propria carta d’identità elettronica, è sempre possibile richiederlo nuovamente andando in una anagrafe del Comune che lo aveva rilasciato originariamente: a parte la coda che uno deve probabilmente fare, le due parti dei codici vengono fornite in breve tempo in parte a mano e in parte per posta … inaspettatamente assai velocemente!
Si ricorda che, nel momento in cui si presenta al proprio Comune di residenza richiesta per la carta d’identità elettronica, viene rilasciato al richiedente, nell’attesa che la stessa carta d’identità sia pronta e ritirata dal cittadino o recapitata presso il suo domicilio, un foglio che riporta il numero della carta d’identità provvisorio insieme a due codici, PIN e PUK, collegati alla Carta d’Identità Elettronica (CIE 3.0) rilasciata al cittadino. I codici numerici sono composti di otto cifre:
Le prime 4 cifrevengono fornite da Comune al momento del rilascio delle ricevute della richiesta del documento;
Le successive 4 cifre sono riportate nella lettera con cui viene recapitata al cittadino la nuova CIE (e.g. presso il domicilio prescelto se non ritirata a mano all’anagrafe).
Quindi, se si perdono i fogli che riportano le cifre che compongono il codice PIN della carta d’identità, questo non può essere recuperato se non presentando richiesta di uno nuovo direttamente all’anagrafe del Comune di residenza che lo aveva rilasciato, come già evidenziato. Tale richiesta deve essere accompagnata da una dichiarazione sostitutiva di smarrimento dei codici da parte del cittadino e copia di un documento d’identità non autenticata. Vedere eventualmente anche la pagina apposita nel sito del Ministero dell’interno. Tuttavia, in un aggiornamento di CIEonlineè stata inserita la possibilità di ristampare i codici PIN/PUK direttamente dall’applicativo web (vedere https://www.cartaidentita.interno.gov.it/richiesta-di-ristampa) per cui ora è possibile richiedere il recupero all’anagrafe del Comune che ha emesso la CIEdella seconda parte del codice PIN/PUK consegnata insieme al documento inviando una email alla propria anagrafe indicando i propri dati codice fiscale, numero delle propria carta d’identità elettronica (sul fronte in alto a destra), e allegando una dichiarazione sostitutiva di smarrimento dei codici (esempio). Se la email indicata è la medesima già utilizzata precedentemente quando si è richiesta la CI, questa seconda parte viene inviata via email. Se si sono perse invece entrambe le parti, queste devono essere stampate dall’operatore ed è quindi indispensabile recarsi nella propria anagrafe (o in qualsiasi altra del medesimo Comune). Comunque anche in questo caso la richiesta di recupero deve essere accompagnata da una dichiarazione sostitutiva di smarrimento dei codici. Il cittadino può fornire un indirizzo mail a cui far pervenire la seconda parte dei codici: in tal caso l’operatore CIE firmerà digitalmente la richiesta sul gestionale CIEonline, la quale produrrà un’email automatica all’indirizzo indicato. Verrà prodotta prodotta una stampa relativa alle prime metà dei codici, che viene consegnata direttamente in busta chiusa al cittadino che avesse smarrito anche tali parti dei codici. Qualora invece il cittadino non fornisca un indirizzo email, il sistema chiederà all’operatore di stampare, far firmare e scansionare un atto di delega in cui il cittadino dichiara di essere impossibilitato alla ricezione della seconda metà dei codici di sicurezza mediante e-mail, e di quindi delegare l’operatore a procedere alla stampa anche di quello per consegnarglielo, producendo così la stampa di entrambe le metà del PIN/PUK, da consegnare personalmente al cittadino richiedente.
Non spetta agli operatori CIE detenere in copia i codici prodotti per un documento d’identità né al momento della sua produzione né alla eventuale richiesta di ristampa. Il servizio di un loro recupero rientra nel servizio di “customer care” delegato ai Comuni, con particolare attenzione rivolta alla seconda metà dei codici fornita infatti via mail direttamente al cittadino (o, in alternativa, stampata solo previa acquisizione di apposita delega del richiedente).
Si noti infine che per la Carta d’Identità Elettronica esiste anche un SW gratuito scaricabile dal sito ufficiale della CIE ed installabile su un PC. Dotandosi di un lettore NFC idoneo da collegare al proprio computer, questo può consentire la multiutenza per accedere a siti. Tuttavia questa soluzione non è utilizzabile sempre, essendo talvolta l’applicazione che ne richiede la lettura (e.g. IO.it) non disponibile su PC.
Software CIE necessario per utilizzare la Carta di Identità elettronica per l’accesso in rete ai servizi erogati dalle PP.AA.
Al limite, si potrebbe usare su un tablet Android che si appoggi quindi al Play Store per acquisire le sue applicazioni, le stesse utilizzate dagli smartphone: in questo caso si deve avere però l’accortezza di verificare che il lettore NFC supporti anche quel tipo di sistema operativo. Anche se non ho provato, non penso proprio che questi lettori esterni possano essere utilizzati con smartphone che non abbiano integrata già la funzionalità NFC, seppur collegandoli al loro connettore microUSB/microUSB-C mediante un apposito adattatore. Da notare che la CIE è una carta contactless (non presenta un chip visibile come ad esempio le tessere sanitarie), per cui è necessario avere un lettore adeguato che in genere non costa poco (e.g. >38€): personalmente non li ho provati ma ho visto che non tutti i modelli riescono a leggere la CIE 3.0, attualmente distribuita ma magari solo le versioni precedenti!! Insomma, è indispensabile leggere i commenti delle persone che già l’hanno acquistata per non sbagliare!
Ad esempio, questo modello, dai commenti si deduce che riesce a leggere SOLO le CIE fino alla versione 2.0, rilasciate qualche anno fa e NON anche quelle attualmente in distribuzione!
Infine, senon si utilizza l’app IO.it per almeno 30 giorni, verrà richiesta nuovamente un’autenticazione completa tramite CIE/SPIDe non basterà solo l’inserimento del PIN scelto all’atto di registrazione:
Se non si utilizza l’app IO.it per almeno 30 giorni, viene richiesta nuovamente un’autenticazione completatramite CIE/SPID
Si è visto da alcuni miei precedenti post relativi allo SPID, che sempre più sarà indispensabile che ogni persona attivi questa forma di autenticazione anche solo per poter accedere a siti ormai quasi indispensabili, se si vuole evitare di dover fare inutili code, come ad esempio il portale dell’INPS o dell’Agenzia delle Entrate.
Chi ha già ottenuto le credenziali specifiche di questi o altri portali della Pubblica Amministrazione (PA) sembra che potrà continuare a utilizzarle … almeno per ora, anche se spesso, come nel caso dell’INPS, non ne vengono più rilasciate di nuove e per i nuovi utenti viene solo più consentita l’autenticazione tramite uno SPID o magari anche, in alternativa, tramite la Carta d’Identità Elettronica (CIE). Sebbene con quest’ultima modalità la procedura sia sicuramente più semplice (anche solo per il fatto che è univoca, tuttavia richiede di avere uno smartphone con la funzionalità NFC che consente di effettuare la “lettura” delle informazioni presenti in quella carta stessa! … e non tutti i telefoni, soprattutto quelli di fascia bassa, posseggono tale funzionalità!! Ovviamente poi uno deve essersi salvato il PIN rilasciato metà alla richiesta della CIE e l’altra metà contestualmente al suo ritiro, sempre su un foglio stampato (vedi questo mio post al riguardo)
Si noti poi che, se uno possiede sia la Carta d’Identità Elettronica (CIE) [con relativo PIN associato] sia uno smartphone con la funzionalità NFC, in genere i gestori di diverse forme di SPID (e.g. PosteID) consentono di richiederlo operando esclusivamente online e perciò senza richiedere un fastidioso riconoscimento di persona o tramite webcam, servendosi appunto del riconoscimento tramite CIE. D’altra parte generalmente per accedere a siti istituzionali, si possono utilizzare come alternativa SPID, CIE o CNS!! Purtroppo ciascun gestore di SPID utilizza in genere lo smartphone della persona a cui questo è associato, ad esempio tramite un’app, e così pure avviene per l’app CieID, per cui in genere non si riesce a gestire con un medesimo cellulare gli SPID/CIE di più persone, rilasciati da un medesimo gestore (e.g. PosteID, CieID)!!
Tecnicamente si sarebbe potuta precedere questa funzionalità semplicemente consentendo la registrazione di più utenze tramite la medesima app e poi, differenziare l’utilizzatore a seconda di una scelta iniziale con richiesta del codice PIN per entrare nell’app con l’autenticazione propria dell’utente selezionato all’accesso … 🤔 Forse, è vero, la “sicurezza” che ne sarebbe derivata poteva essere un po’ inferiore, … ma comunque, di fatto, si tratta anche ora sempre di una pseudo-sicurezza in quanto basata su un metodo che si appoggia a un dispositivo che può essere rubato/usato da altri/manomesso informaticamente da un virus, … e neppure viene imposto che sia configurato almeno il PIN di blocco su quel cellulare stesso! Anche le password/PIN necessarie per operare sullo SPID/CIE potrebbero poi essere scritte magari su un adesivo collocato sul cellulare stesso, per non essere dimenticate!! 🙄 D’altra parte non sono mica credenziali per effettuare acquisti dal proprio conto corrente, attualmente realizzate con metodi ben più agevoli e forse meno sicuri di quelli (in teoria) propri di uno SPID!!
Il fatto secondo me assurdo è che si presuppone che tutti, anche anziani, portatori di handicap e quant’altro, abbiano necessariamente uno smartphone personale e sappiano usarlo propriamente anche quando le procedure richieste non sono del tutto banali …
Come fare allora per poter gestire, con il proprio smartphone di figlio, parente, amico, oltre al proprio SPID anche quello di una o più persone che non ne sono in grado di poterlo gestire? Semplice: basta attivare ogni altro SPID da un gestore differente per cui la metodologia da costui adottata (e.g. uso di app) viene unicamente configurata con quell’unica utenza possibile. Per assurdo si può anche configurare sul proprio telefonino l’app CieID su una utenza (e.g. il padre anziano che abbia la carta d’identità elettronica) e l’app dello SPID di un gestore (e.g. PosteID) su un’altra utenza (la propria), tanto generalmente quei due metodi di autenticazione “sicura” risultano proposti in alternativa!! Questi pur semplici “trucchetti” possono tornare quindi assai utili in diverse situazioni assai comuni e dimostra, secondo me, l’inutilità di non prevedere una multiutenza per quei metodi di autenticazione previsti da alcuni gestori di SPID. Inoltre, con alcuni metodi di autenticazione SPID1 (quello con minor grado di sicurezza) come quello rilasciato con il TimID, prevedendo questi un’autenticazione con l’invio di un OTP via SMS, forse si potrebbe riuscire a impostare su uno stesso numero di cellulare più SPID (TimID). Durante la registrazione di un secondo TimID (e.g. di una persona anziana assistita), si potrebbe indicare il medesimo numero di cellulare già utilizzato per chiederne un altro di TimID (e.g. il proprio): sempre che non facciano controlli sul numero telefonico che uno inserisce nella registrazione, potrebbe essere un’ulteriore scappatoia, sempre che uno possa ovviamente operare sul telefono che ha quel numero telefonico. Se per caso vengono fatti controlli per cui il numero telefonico associato a uno SPID deve risultare univoco, sicuramente è possibile prevedendo di avere un telefono con dual SIM(molti ormai contemplano d’inserire una seconda SIM al posto della memoria microSD) e quindi gestire da un medesimo dispositivo due numeri differenti: in questo modo almeno si evita almeno di dover fare acquistare un cellulare a una persona che diversamente non ne farebbe uso! Personalmente non ho provato per cui non so dirvi se viene effettuato un controllo lato verifica dei dati inseriti, ma non credo, per cui se provate fatemi sapere l’esito scrivendo un commento al post!!
Non sono a conoscenza se tutti i gestori di SPID ora prevedano, all’atto di registrazione, anche (almeno come alternativa all’uso di un’app) una verifica di autenticazione tramite invio via SMS di un OTP (One Time Password). Sicuramente le Poste Italiane lo prevedono. Può essere quindi una valida scelta soprattutto se si riesce ad andare in un ufficio periferico per evitare code, La procedura per lo SPID prevede la presenza fisica, allo sportello/ufficio, del richiedente (tutte le altre modalità sono in genere agevolmente praticabili e alcune anche risultano onerose – video chiamate, possesso di altre carte quali CNS o CIE con relativi lettori idonei. Comunque, qualora la persona possegga la carta d’identità elettronica CIE e un cellulare con la funzionalità NFC, la richiesta dello SPID delle Poste può agevolmente avvenire da casa ed essere subito attivo in pochi minuti… ). Se si è in un piccolo paese in cui ci si conosce facilmente tutti, può neppure essere neppure indispensabile portare la persona se inferma, qualora l’impiegata gentile la conosca di persona, vista la sua condizione! La richiesta al Servizio di Poste Italiane abilitato a SPID avviene in questa caso in due fasi. La prima allo sportello dove, oltre alla prevista procedura, si deve esplicitamente dichiarare che si desidera certificare il numero di telefono per l’autenticazione dell’identità tramite SMS. La seconda fase si esegue sul sito posteid.poste.it selezionando la modalità di registrazione a PosteID tramite SMS.
Anche in questo caso, tuttavia, per quanto riguarda le multiple registrazioni su uno stesso numero telefonico non so rispondere. Se si utilizza l’app non è possibile di sicuro (poiché si configura proprio sullo smartphone su cui è installata, e quindi l’associa al proprio numero di telefono e non è possibile inserirne altri. Se si utilizza il meccanismo degli SMS dipende da come effettuano le verifiche, cioè se il loro SW esegue o meno i controlli di unicità. Se si scelgono invece diversi gestori di SPID (e.g. Poste e TIM) il controllo di univocità non viene sicuramente effettuato per cui possono coesistere più meccanismi di autenticazione (anche riferiti a persone differenti) su un medesimo telefonino.
Alexa sta diventando sempre più l’assistente vocale più diffuso e in grado d’interfacciarsi con dispositivi esterni anche di terze parti (e.g. Webcam Xiaomi, prese Meross). È sufficiente avere un Echo Dot, spesso in promozione a poche decine di euro, o magari anche uno un po’ più costoso ma che funzione anche d’orologio, e (semplicemente pronunciando “Alexa“) si possono impartire le richieste e i comandi più svariati, estesi anche da appositi Alexa Skillrealizzati da terza parti. Alcuni di questi ultimi, se d’interesse, si possono attivare gratuitamente sia dal sito Amazon, andando nella sua apposita sezione, sia dall’app Amazon Alexa che consente anche di configurare i diversi apparati casalinghi abilitati a quella tipologia di comandi vocali. Gli Alexa Skill sono innumerevoli e in continua espansione: per agevolarne la ricerca risultano suddivisi per categoria.
App Amazon Alexa che consente anche di configurare i diversi apparati casalinghi abilitati a quella tipologia di comandi vocali
Esiste un’apposita categoria con cui si possono filtrare tutti gli Alexa Skill attivabili gratuitamente
Essendo l’oggetto di questo post quello di mostrare come sia possibile ascoltare un Podcast generico, chiedendolo vocalmente ad Alexa, la prima cosa da fare è ovviamente ricercare se esiste un apposito Skill, probabilmente realizzato dal produttore del Podcast stesso d’interesse o uno che comunque ne raggruppi diversi e consenta di ascoltare anche quello. Se in particolare siamo interessati ai podcast realizzati dalla trasmissione radiofonica Ad alta voce di RAI3, che consentono di ascoltare audiolibri di qualità, la prima cosa è quindi ricercare proprio quella tra gli skill, ma si scopre subito che non porta ad alcun risultato, sebbene venga suggerita tra le opzioni di ricerca: la RAI ha realizzato unicamente per ora solo skill dedicati alle notizie e alle trasmissioni in diretta.
La ricerca di uno skill che consenta di ascoltare i podcast di Ad alta voce non restituisce risultati utili
Ho provato anche a chiedere al servizio clienti Amazon, sempre efficiente e attento alle esigenze della clientela ma questa volta nemmeno lui ha saputo darmi indicazioni: “Nel caso specifico da te descritto in chat, in riferimento alla skill podcast Radio Rai Play, sono spiacente nel comunicarti che al momento tale skill non è proposta dalla relativa azienda nel nostro catalogo. Per maggiori informazioni sulle Skill di Alexa, consulta questa pagina“.
Nessuna indicazione utile nemmeno dal pur efficiente servizio clienti Amazon!
In teoria, l’app Alexa dovrebbe avere già integrati alcuni dei servizi musicali più famosi e utilizzati dagli utenti (Spotify, TuneIn, Deezer e Amazon Music), ma non ho trovato un modo agevole di lanciare una puntata specifica che mi interessa dei podcast della trasmissione RAI3 Ad Alta Voce, seppure questa sia presente sia in Tunein radio sia in Apple Podcast.
Quello di Tunein è già precaricato su tutti i dispositivi abilitati per Alexa e offre, agli ascoltatori, radio FM/AM, Internet radio e podcast gratuiti da tutto il mondo. Infatti, anche solo chiedendo “Alexa, apri Tunein“, Alexa riconosce il comando e risulta possibile anche richiedere di ascoltare stazioni radio/podcast specifici tramite quel canale (e.g. “Alexa, apri Radio Classica da Tunein“). Tra gli Alexa Skill, ma solo in quello statunitense c’è poi anche Tunein Live (vedi: How do I enable TuneIn Live on Alexa?) che consente l’ascolto dei contenuti di Premium TuneIn, inclusi i concerti in diretta della NHL, insieme alla copertura completa delle notizie da MSNBC, CNN, CNBC, Newsy e altro ancora.
In Podcast italiani non sono presenti i podcast di Ad Alta Voce desiderati. In Apple Podcasts invece sì: infatti, andando anche nel sitoApplePodcastssi ritrova proprio quello relativo Ad Alta Voce, sebbene contenga solo 56 episodi e quindi solo i podcast relativi alle ultime puntate.
Nel sito ApplePodcasts si ritrovavo anche gli ultimi podcast relativi alla trasmissione Ad Alta Voce
Nel sito Tunein radio si ritrovavo anche gli ultimi podcast relativi alla trasmissione Ad Alta Voce
Anche in Tunein radio ci sono podcast relativi a quella trasmissione, benché anche qui solo le ultime (20) puntate! Tra l’altro, si noti che, dopo gli ultimi aggiornamenti di Chrome/Edge, dal sito tunein.com/podcastsnon risulta più possibile ascoltare (almeno attualmente) i podcast, per cui risulta necessario installarsi l’applicazione su PC Windows o l’app da smartphone/tablet Android.
Dall’app Tunein Radio si possono salvare le stazioni podcast che uno preferisce: nell’immagine ne sono indicate alcune di rilievo (in inglese) per conoscere meglio Alexa. In particolare consiglioEcho Tips Podcast
Infatti, attivando lo skill Apple Podcast e quindi chiedendo ad Alexa: “Alexa, riproduci il podcast Ad alta voce“, viene trovato ed eseguito il podcast più recente di quella trasmissione. Analogamente chiedendole: “Alexa, apri Ad Alta Voce da Apple Podcast”.
Analogamente si può ascoltare un podcast di quel programma anche chiedendole: “Alexa, apri Ad Alta voce da Tunein”.
Il problema che si incontra è comunque quello di chiedere di ascoltare un libro specifico e di quello la puntata desiderata!! Per default viene riprodotta l’ultima e uno può solo andare, per quanto ho sperimentato, avanti o indietro. Insomma, per spostarsi tra le puntate relative a quel libro si può unicamente chiedere ad Alexa: “Vai indietro“ “Vai avanti“ “Stop“
È vero che la volta successiva che si richiede, con il medesimo comando, di aprire un podcast di Ad Alta Voce, Alexa riprende esattamente dal punto in cui era arrivata la volta precedente e questo è assai comodo, … tuttavia non sembra davvero possibile effettuare una ricerca dei libri disponibili e ascoltabili e, in particolare, è una impresa assai ardua cercare di attivare direttamente una puntata desiderata di uno specifico libro!! Personalmente, dopo diversi tentativi, ho desistito!!
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Come allora si può fare per rendere più agevole l’ascolto di un libro specifico anche da parte di un anziano magari con difficoltà sia alla vista sia all’utilizzo di un PC?
Innanzitutto diciamo che, con una minima spesa mensile, può essere attivato il servizio Amazon Audible che consente di ascoltare centinaia di libri semplicemente poi chiedendo “Alexa, leggi [nome libro]” e poi successivamente eseguire altri comandi come “Alexa, avanti veloce”, “Alexa, torna indietro”, “Alexa, stop”, “Alexa, pausa”, “Alexa, vai”, “Alexa, continua il mio libro” => vedi anche Leggere un libro Audible con Alexa.
Quindi l’interazione con il servizio Amazon Audiblediventa assai agevole e semplice sebbene forse le letture di quei libri, seppure siano moltissimi, difficilmente eguaglino, a mio parere, quelle realizzate dagli attori professionisti che hanno interpretato i romanzi di “Ad Alta Voce“!!
Tuttavia, se uno non ha intenzione di spendere nulla, esiste comunque una soluzione utilizzabile per ascoltare qualsiasi podcast presente in Rete cioè raggiungibile tramite qualsiasi link web, anche eventualmente disponibile su un cloud (e.g. Google Drive, Amazon Drive, Dropbox) magari anche il proprio e non necessariamente pubblico bensì accessibile tramite le proprie credenziali.
Riferimento a un Podcast generico accessibile tramite un link anche eventualmente di un’area su un cloud privato
Si possono quindi creare o scaricare i podcast relativi alle diverse puntate di un libro letto (e.g. quelli di Ad Alta Voce) e collocarle su un proprio cloud, pubblicarlo sul proprio sito Web, generarne un RSS e, successivamente, distribuirlo gratuitamente su piattaforme come Spotify, iTunes o caricarlo su Spreaker o servizi analoghi … insomma on un qualcosa di banale! … oppure si può recuperare un link già esistente a essi che qualcuno ha già predisposto ☺. La soluzione più agevole è ovviamente quest’ultima se si trovano i link per tutte le puntate del libro d’interesse (l’elenco completo si trova in Ad alta voce – puntate– Rai Radio 3 – RaiPlay Radio e Ad alta voce – audiolibri – Rai Radio 3 – RaiPlay Radio). Ad esempio, su Pod.casts esiste una sezione relativa proprio a quel programma radiofonico: benché non siano tutti, ma attualmente ce ne sono 167 episodi, quindi comunque non pochi, probabilmente gli ultimi in ordine temporale.
In Tunein ci sono solo le ultime 20 puntate di cui si può copiare la relativa URL.
Dal momento che si sono trovati gli episodi in podcast basta solo più renderli visibili da Alexa tramite lo skill My Pod (Mia Lista) che si può installare gratis e che consente appunto d’impostare un riferimento a podcast generici reperibili in Rete: fino ad un massimo di 10 link per volta, quell’utile skill si può utilizzare gratuitamente. Nel nostro caso quel numero può essere sufficiente in quanto rende agevolmente accessibili vocalmente 10 episodi per volta … e successivamente si possono poi modificare quei 10 riferimenti per poter sentire i seguenti episodi altrettanto agevolmente … 🙂
Alexa Skill My Pod (Mia Lista) che consente d’impostare un riferimento a podcast generici reperibili in Rete: fino a 10 link per volta quell’utile skill si può utilizzare gratuitamente
Come indicato nella descrizione e da me evidenziato con la freccia rossa nella figura precedente, per configurare quello skill con i riferimenti ai podcast d’interesse è necessario andare inhttps://www.mypodapp.com .
Dopo avere premuto il tasto Get started now (Inizia ora), viene chiesto di autenticarsi in Amazon e di avviare una procedura per collegare quello skill alle impostazioni che da quel sito web si effettueranno. Le volte successive verrà chiesto unicamente di consentire tale collegamento e viene specificato che “Puoi rimuovere l’accesso in qualsiasi momento visitando Il mio account su Amazon“.
Per inziare a configurare My Pod e collegarlo al proprio account Amazon, premere Get started now
Viene chiesto di autenticarsi in Amazon e di avviare una procedura per collegare quello skill alle impostazioni che da quel sito web si effettueranno. Le volte successive verrà chiesto unicamente di consentire tale collegamento e viene specificato che “Puoi rimuovere l’accesso in qualsiasi momento visitando Il mio account su Amazon“
L’accesso ad Amazon del Alexa Skill My Pod può poi essere rimosso in qualsiasi momento andando in Il mio account sul portale Amazon
Sempre la prima volta, viene chiesto di accettare alcune clausole che non implicano costi:
la prima volta, viene chiesto di accettare alcune clausole che non implicano costi
A questo punto si può creare una Playlist e metterci dentro fino a 10 riferimenti a podcast disponibili in Rete:
Si può creare una Playlist e metterci dentro fino a 10 riferimenti a podcast disponibili in Rete (1)
Si può creare una Playlist e metterci dentro fino a 10 riferimenti a podcast disponibili in Rete (2)
Da Pod.casts si seleziona il podcast d’interesse (e.g. la prima puntata della lettura del libro La coscienza di Zeno) e si copia l’URL relativo a esso (facendo click con il tasto destro e selezionando Copia collegamento).
Da Pod.casts si seleziona il podcast d’interesse (e.g. la prima puntata della lettura del libro La coscienza di Zeno e si copia l’URL relativo a esso (1)
Da Pod.casts si seleziona il podcast d’interesse (e.g. la prima puntata della lettura del libro La coscienza di Zeno) e si copia l’URL relativo a esso (2)
Analogo discorso se invece si copia un podcast da Tunein:
In Tunein esiste una sezione relativa a diversi podcast del programma Ad Alta Voce (solo le ultime 20 puntate)
Oltre all’URL del podcast si deve inserire anche un nome da associare e che sia facile da riconoscere per Alexa (e.g. La coscienza di Zeno 1) (1)
Oltre all’URL del podcast si deve inserire anche un nome da associare e che sia facile da riconoscere per Alexa (e.g. La coscienza di Zeno 1) (2)
Analogamente si può fare per successive 9 puntate (ricordo che gratuitamente di possono configurare in MyPod solo 10 link per volta):
Si possono creare gratuitamente fino a 10 link per quella playlist
A processo ultimato il collegamento dello skill si completa e viene mostrata la seguente pagina che indica anche come fare per richiamare quei podcast da un dispositivo Alexa:
“Alexa, chiedi a Mia Lista di mettere [nome podcast, nel mio caso La coscienza di Zeno 1]”
Esistono ora 4 tipologie di servizi di Amazon Music: Dal 3 aprile 2020 è possibile accedere ad Amazon Music anche se non si ha un abbonamento ad Amazon Prime: prima di quella data quel servizio era incluso solo per coloro che avevano sottoscritto Amazon Prime, mentre ora il servizio incluso con quest’ultimo si chiama Amazon Music Prime.
Amazon Music Free dovrebbe permette (dal 3 aprile 2020) di ascoltare musica su Alexa senza abbonamento ma con annunci pubblicitari, così come accade anche per la versione gratuita di Spotify. Questo abbonamento permette di ascoltare solo musica in Playlist appositamente create per questo servizio: quindi si può scegliere di sentire una canzone specifica. Tuttavia attualmente la pagina Amazon Music: Ascolta musica gratis porta, in realtà alla medesima pagina di Amazon Music Unlimited per cui non so bene come venga ora gestito non potendolo provare avendo io l’abbonamento Prime.
Amazon Music Prime, compresa con l’abbonamento di Amazon Prime, permette l’ascolto di oltre 2 milioni di brani e migliaia di playlist.
Amazon Music Unlimited (1 terminale) (3,99€ al mese) permette l’ascolto di oltre 60 milioni di brani e migliaia di playlist per un solo dispositivo Echo/Fire.
Amazon Music Unlimited (con un costo in generale di 9.99€ al mese) permette l’ascolto di oltre 60 milioni di brani e migliaia di playlist.
Amazon Music HD (con un costo in generale di 14.99€ al mese) permette l’ascolto di oltre 60 milioni di brani in alta definizione e oltre 2 milioni di brani in Ultra HD (UHD), oltre mille brani in 3D su Amazon Echo Studio.
Tutti i connettori sono un punto fragile e soggetto a danni se si prendono colpi o vengono usati male. Diversi notebook di nuova generazione hanno ora un attacco USB-C per l’alimentazione oltre che per la trasmissione dati, analogamente a quanto già avviene da tempo per gli smartphone. Questo forse li può rendere più delicati anche se anche un mio PC di qualche anno fa, seppur alimentato tramite un attacco classico da computer, lo avevo dovuto far riparare proprio perché il connettore interno non faceva sempre un corretto contatto.
Esistono poi anche tablet che hanno un connettore magnetico, assai comodo da attaccare/staccare e senza poi rischiare di dare, con il tempo, problemi nel connettore. Si tratta comunque di tablet particolari, come ad esempio i Surface Microsoft fino al 2019, che richiedono un alimentatore proprietario e quindi inevitabilmente costoso. Probabilmente anche per questo motivo, l’ultimo modello di quella medesima linea di prodotto Microsoft, ha ora adottato anche lui un’alimentazione standard USB-C pur rinunciando così alla comodità che la precedente soluzione calamitata aveva.
Anche nei comuni smartphone, qualsiasi tipologia di connettore abbiano (micro USB, micro USB-C , Lightning tipico del mondo Apple), il connettore è un punto delicato e, a forza di mettere e togliere, può facilmente essere una causa di guasto … e si sa, un cellulare che non riesca più a essere alimentato con continuità deve necessariamente essere riparato o sostituito!
Ho da poco visto però che esistono sul mercato dei cavi che, pur attenendosi ai tre standard di fatto visti (micro USB, micro USB-C, Lightning), hanno introdotto la comodità tipica di un attacco calamitato. Si tratta del Cavo Magnetico NetDot di 12th Generazione che viene in genere venduto in pacchi da tre con lunghezze anche differenti (e.g. tutti e tre lunghi 1m oppure di tre lunghezze differenti quali 1m, 1,5m, 2m). Ciascun filo viene fornito con tutte quelle tre le tipologie di connettore per cui risulta compatibile qualsiasi sia il connettore del proprio telefono/tablet/PC. Ciascun filo deve poi essere attaccato, dal lato presa USB, a un alimentatore idoneo per il dispositivo che si intende alimentare. Quella medesima presa USB può poi essere anche usata per connettere lo smartphone a un PC per un trasferimento dati. Si noti che supporta una alimentazione fino a 18W che è sicuramente più che sufficiente per degli smartphone anche con ricarica rapida ma non lo è per altri dispositivi (e.g. Chromebook e ultimi Macbook)
Quando risulta alimentato, la parte staccabile ha una illuminazione che rende l’estremità del filo ben visibile soprattutto al buio rendendolo, anche in queste condizioni, più agevolmente attaccabile/staccabile.
Da specifica, la trasmissione dati che si riesce a raggiungere, ad esempio quando si connette con questo cavo lo smartphone a un PC, è di 480Mbps perciò non particolarmente veloce ma, per quella tipologia di trasferimento, è più che accettabile: infatti la quantità di dati da trasferire non è in genere elevata e inoltre l’utilizzo più frequente del cavo è per l’alimentazione.
La trasmissione dati, ad esempio quando si connette con questo cavo lo smartphone a un PC, non è particolarmente veloce ma per quella tipologia di utilizzo è più che accettabile
Attenzione di prendere quelle della generazione più recente in quanto ne vengono ancora vendute anche di generazioni precedenti che, pur costando praticamente lo stesso, non solo non sono compatibili con quelli delle ultime generazioni (per cui il connettore che si lascia nello smartphone/tablet/PC è diverso) ma soprattutto non consentono la trasmissione dati ma possono essere utilizzate solo per l’alimentazione, tipica invece dei connettori tradizionali e del nuovo modello di 12 generazione. Non conviene quindi assolutamente acquistare quindi quei prodotti di vecchia generazione in quanto può sempre tornare utile utilizzare quella porta anche per trasmettere appunto dati e non solo per ricevere l’alimentazione!
Per concludere, questi cavi che si attaccano magneticamente, evitando così di mettere e togliere continuamente il filo dal connettore del dispositivo, che alla lunga può danneggiasi, mi hanno decisamente convinto e ve li consiglio!
Non so quanti di voi si sono accorti della presenza di una nuova icona che è comparsa dal 10 /12/2020 all’estrema destra del menù che consente indicare il mezzo che si intende utilizzare per ricevere i percorsi più indicati. Quell’icona mostra una persona in bicicletta e risulta perciò piuttosto esplicita sebbene risulti generalmente nascosta se si utilizza lo smartphone in portrait mode, in quanto più a sinistra ci sono le scelte che già erano presenti, vale a dire in macchina, con mezzi pubblici/treno, a piedi, con il taxi. Certo sarebbe stato, a mio parere più opportuno non posizionarla come ultima scelta in modo da rendere subito ben visibile la sua presenza, tanto più ora che è stata appena introdotta e ben pochi ne sono a conoscenza di questa nuova funzionalità introdotta in Google Maps. Se si posiziona invece ilo smartphone in landscape mode, tutte le voci di quel menù di scelta risultano visibili ma, comunque, anche nell’altra posizione più utilizzata, è sufficiente scorrere con il dito quel menù per far compare anche quella ulteriore nuova scelta che può tornare di utilità a chi, come me, utilizza generalmente la bicicletta per i suoi sp9ostamenti anche in città. Infatti non di rado alcuni tratti cliclo-pedonabili si rendono accessibili e il tragitto da percorrere si riduce anche di molto, soprattutto se può contemplare l’attraversamento del centro città. Ad esempio, nel seguito mostro come per giungere da un punto a un altro distante un 10km, quindi quasi dall’altra parte della città, i tempi di percorrenza con la bici risultino addirittura i più bassi, di poco rispetto alla macchina ma decisamente di meno rispetto all’utilizzo del mezzo pubblico più idoneo. D’altra parte, chiunque usi la bici in città lo sa bene che, in generale, molto spesso i tempi sono analoghi all’utilizzo di un auto e decisamente migliori nel caso si utilizzino dei mezzi pubblici. Tuttavia, questa può risultare ancora una “novità” per alcune persone e le indicazioni temporali realistiche che Google Maps fornisce direi sono un modo assai oggettivo per evidenziare al meglio questa realtà!!
Generalmente in una città i tempi di percorrenza se si utilizza la bici sono analoghi o migliori rispetto all’utilizzo di altri mezzi (e.g. auto, mezzi pubblici)
Purtroppo, almeno per ora, il calcolo dei percorsi suggeriti da Google Maps se uno utilizza una bici, si basano, sembra, esclusivamente o principalmente sui tempi di percorrenza e sulla possibilità di utilizzo di quel mezzo di locomozione in quel territorio e non tengono invece conto della presenza o meno di piste ciclabili. Spesso il loro utilizzo potrebbe invece essere assai utile anche a scapito di un maggior tempo di percorrenza. Infatti un percorso effettuato, almeno per la maggior parte, su piste ciclabili, risulta sicuramente più sicuro e rilassante!!
Ho provato infatti a cercare i percorsi suggeriti per andare da casa mia a Piazza d’Armi e neppure delle seconde scelte indicano un percorso che sfrutti al meglio tutte le piste ciclabili disponibili che in quel caso specifico si potrebbero prendere dove ho indicato con la freccia per poi percorrere tutto il percorso per intero su piste ciclabili! Solo in uno dei possibili tragitti alternativi suggeriti si ricongiunge con quella pista ciclabile ma non la sfrutta interamente.
Neppure delle seconde scelte viene indicano un percorso che sfrutti al meglio tutte le piste ciclabili disponibili (i.e. che parta da dove indicato con la freccia rossa)
Anche andando poi a ricercare le potenziali opzioni da associare al percorso, non risulta possibile specificare come preferenza un tragitto che contempli il maggior uso possibile di piste ciclabili … anzi permane come unica scelta quella di eventualmente richiedere di evitare traghetti!! 🙄
Come unica opzione presente indicando un tragitto in bici, c’è quella di evitare traghetti … e non la certo più utile di utilizzare al meglio le piste ciclabili disponibili!! (1)
Come unica opzione presente indicando un tragitto in bici, c’è quella di evitare traghetti … e non la certo più utile di utilizzare al meglio le piste ciclabili disponibili!! (2)
Nell’attesa che questo nuovo interessante servizio introdotto in Google Maps migliori prevedendo, ad esempio, anche quella opzione sicuramente molto appropriata, segnalo alcuni porta cellulari da bici che, se si utilizza questa funzionalità di navigazione, risultano non solo utili ma direi indispensabili per non dover operare in con una guida non consona e sicura (e.g. tenendo il cellulare in mano). Il loro costo è assai modesto e le funzionalità fornite sono davvero notevoli sia in termini di orientamento sia di sicurezza nel tener saldo lo smartphone. Alcuni, ancora più economici, fanno semplicemente uso di elastici per tenere saldo il cellulare, adattandosi agevolmente alle sue dimensioni. Infine, alcuni addirittura consentono di ospitare un powerbank(larghezza max 6cm e spessore max 2cm) in un apposito scomparo parallelo a quello che ospita il telefono, da collegare a quest’ultimo e consentire quindi una maggior durata i funzionamento, sicuramente indispensabile soprattutto se si percorrono diversi chilometri, in genere un’esigenza che si sente un po’ meno per tragitti cittadini. Ovviamente il cellulare deve esser impostato per non andare in powersafe dopo secondi/minuti ma deve mostrare sempre sul display il percorso, consumando ovviamente più la carica della batteria.
Ovviamente, anche da PC con un browser si può andare sul sito Google Mapsed effettuare una ricerca del percorso migliore scegliendo come mezzo di locomozione la bici, sebbene risulti meno di utilità non potendo essere poi utilizzato come navigatore! Anche qui, comunque, l’unica opzione resa disponibile è quella di evitare eventualmente dei traghetti. Tra l’altro ho notato che dal sito è presente anche l’opzione aereo mentre non è presente l’opzione taxi disponibile invece nella versione app su smartphone Android … strano!
Anche andando sul sito Google Mapssi può effettuare una ricerca del percorso migliore scegliendo come mezzo di locomozione la bici
La modalità di locomozione Taxi è presente solo nella versione app di Google Maps
Ebbene sì, … anch’io ho compiuto 60 anni lo scorso anno e ho ricevuto a casa la carta Pass60. Si tratta di una pregevole iniziativa della Città di Torino che, come si recita nel sito Progetto Pass 60 2020, offre a tutti i residenti una tessera nominativa (allegata alla lettera inviata a tutti gli aventi diritto in quanto 60enni) che permette di accedere, gratuitamente o mediante il pagamento di una quota simbolica, a una varietà di opportunità culturali, sportive e ricreative come la possibilità di assistere a spettacoli teatrali ed a concerti, effettuare itinerari culturali e turistici, acquistare a tariffa agevolata l’abbonamento Musei Torino Piemonte, frequentare corsi e attività sportive.
Purtroppo il 2020 non è stato dei migliori e direi che ben pochi avranno, me compreso, avuto modo di sfruttare anche solo minimamente quella pretora di opportunità che quella carta consente ai neo 60enni!! Avendo teoricamente la validità di un anno solare e scadendo quindi il 31/12/2021, mi sono mosso per sapere se davvero avrei dovuto rinunciare a tutti i suoi vantaggi e magari almeno utilizzarla ancora per rinnovare la tessera musei che ho rinnovo da anni, anche se quest’anno non ho ancora rifatto per diversi motivi.
Con piacere ho ricevuto risposte che lasciano sperare per il meglio e che riporto nel seguito sperando di rendere felice anche qualche altro coscritto!!
Da pass60@comune.torino.it ho ricevuto conferma che “la Civica Amministrazione sta verificando l’opportunità di estensione del periodo di fruizione della tessera PASS60 per gli aventi diritto nati nel 1959 che, a causa del lockdown non hanno potuto usufruire appieno delle opportunità offerte. A fine emergenza sanitaria, con l’avvio della ripresa lavorativa, sono stati contattati tutti gli Enti/Associazioni che hanno collaborato alla realizzazione del progetto. Pertanto, non appena possibile, il Servizio scrivente provvederà a comunicarLe quanto verrà deciso in merito all’opportunità da Lei rappresentata. Con la presente si coglie l’occasione per ricordarLe, come riportato nella lettera ricevuta a suo tempo, che se intende ricevere informazioni su future opportunità o altre informazioni utili, può rispondere semplicemente a questa email confermando di essere interessato. Il suo indirizzo sarà esclusivamente utilizzato per informazioni istituzionali dal Servizio scrivente nel rispetto dell’art. 13 del Regolamento Europeo UE/2016/679“.
Gentile risposta ricevuta contattando il progetto Pass60
Per ulteriori informazioni: Servizio Tempo Libero – Ufficio Iniziative Terza Età – Corso Ferrucci, 122 – tel. 011 01125833 – e-mail: pass60@comune.torino.it
_______________________ P.S. 2022 – Si legge: “Nel corso del 2020, i cittadini e le cittadine aventi titolo, nate/i nel 1959, che hanno ricevuto a casa la tessera nel mese di dicembre 2019, a causa dell’ emergenza sanitaria, delle limitazioni e delle misure imposte soprattutto nell’ambito dello sport, della cultura e del tempo libero, non hanno di fatto potuto usufruire appieno delle opportunità offerte. Per tale motivo con deliberazione del 1/12/2020, mecc. n. 2020 02717/010 la Giunta Comunale ha approvato la proroga del periodo di fruizione della tessera PASS60 per le/i nate/i nel 1959, per il periodo 1 marzo 2021 – 28 febbraio 2022 per consentirne la piena fruizione per un’annualità effettiva. Il progetto per la classe 1960 che avrebbe dovuto ricevere la tessera Pass60 a dicembre 2020 per fruire dell’iniziativa nel corso del 2021, non è ancora stato avviato; lo sarà non appena il quadro sanitario epidemiologico e le misure governative lo avranno consentito e anche in questo caso si posticiperà la fruizione dello stesso, analogamente a quanto operato a favore della classe 1959.”
Peccato che non sia giunta nessuna comunicazione via email o via posta ordinaria, per cui ben pochi hanno saputodi tale delibera pubblicata solo in questa pagina del sito del Comune di Torino 😦 Io stesso ho rinnovato la tessera musei senza lo sconto previsto con quella tessera e nulla mi è stato suggerito nemmeno dalla biglietteria nonostante abbia mostrato la tessera e chiesto se ancora era usufruibile lo sconto!
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Una analoga gentile e cordiale risposta ho ricevuto contattando l’Associazione Abbonamenti Musei: “Buongiorno, in questo momento non può utilizzare il pass60, perché abbiamo sospeso le vendite e i rinnovi dell’abbonamento. Non si preoccupi che lo sconto scade il 31/12/2020. Alla riapertura dei musei verrà prorogata la possibilità di utilizzare il suo buono sconto“.
Il codice sconto presente sul Pass60 sarà ancora valido alla riapertura dei musei nel 2021 per l’acquisto di un nuovo abbonamento
Dal momento che in questo periodo natalizio è presente una promozione per acquisti online di voucher multipli, non nominativi, da convertire poi in abbonamenti alla prossima riapertura delle casse, ho domandato se fosse possibile acquistare ora online il voucher da 45€ (sebbene all’atto dell’acquisto indicato solo per gli over 65) da convertire poi in abbonamento personalmente alle loro casse e presentando il Pass60 con relativo codice sconto che porterebbe il costo dell’abbonamento proprio a quella medesima cifra. In tale modo, si potrebbe usufruire anche di uno sconto per il rinnovo della tessera per altre persone, ad esempio familiari o amici, per via della promozione in essere per il periodo natalizio. .
Ulteriore mia richiesta sulla possibilità di acquisto del voucher online da 45€ con la possibilità di usufruire dello sconto pubblicizzato per l’acquisto di un secondo biglietto
Tuttavia la loro risposta seppur gentile (mi hanno persino telefonato al numero di cellulare associato all’anagrafica del mio precedente abbonamento) è stata negativa in quanto, l’acquisto online di un voucher non è previsto per la promozione Pass60 e quella attualmente presente per gli over 65, seppur del medesimo prezzo di 45€, non è utilizzabile in quanto poi l’atto della conversione in abbonamento effettivodi quel voucher richiede di essere associato a un cittadino di almeno 65 anni.
Insomma, personale gentile e attento alla clientela, ma sistema di abbonamento assai rigido e con regole che trovo non sempre logiche anche nell’ottica d’invogliare all’acquisto più persone, ad esempio, anche solo più componenti di una medesima famiglia.
Ad esempio la promozione attualmente pubblicizzata prevede sì uno sconto del 25%, nel caso di più voucher acquistati, ma poi il sistema di e-commerce applica rigidamente questa regola senza una logica sensata per cui,provando a mettere nel carrello tre biglietti (caso tipico di una famiglia di tre persone: uno SENIOR, l’altro INTERO e infine uno YOUNG)lo sconto risulta inferiore dall’acquistarne in un primo momento solo due(e.g. SENIOR e INTERO) e poi solo successivamente il terzo, con un’altra transazione (e.g. YOUNG)!! Per di più, in qualsiasi caso se uno valorizza, durante l’acquisto online, una delle forme di convenzione presenti, il minimo sconto generalmente previsto per queste ultime prevale sull’offerta attuale, per cui la convenienza risultadi molto inferiore a quella che si avrebbe non indicando alcuna convenzione!! 🤔
Se fossi stato in loro, la logica per invogliare a più acquisti soprattutto in famiglia l’avrei pensata diversamente, anche solo nell’ottica di rendere più logica e chiara la scontistica applicata!!
Sconto di 11,25€ per l’acquisto di abbonamento INTERO e abbonamento SENIOR (totale 85.75€)
Sconto di 4€ per l’acquisto di abbonamento INTERO e abbonamento SENIOR se si è specificato convenzione (e.g. socio Coop) (totale 93€)
Sconto di 8€ per l’acquisto di abbonamento INTERO, abbonamento SENIOR e abbonamento YOUNG (totale 121€)
Insomma,la scontistica dipende molto dalla procedura che uno segue per effettuare l’acquisto online dal sito. Infatti, non conviene assolutamente indicare di avere una convenzione e inoltre lo sconto maggiore si ottiene acquistando prima solo i due biglietti INTERO/SENIOR e poi, successivamente a parte, il terzo YOUNG, magari applicandogli una convenzione se possibile!🤔 Perciò, attualmente per l’acquisto dei tre medesimi abbonamenti in oggetto si passa, a seconda della procedura che uno effettua, da un minimo di 113,74€[(52 + 45 – 11,25) + (32 – 4)] a un massimo di 125€ [(52 + 45 + 32 – 4)] … o, qualora non si acquistino insieme tutti e tre e non si indichi alcuna convenzione, un valore intermedio di 121€ [52 + 45 + 32 – 8] assai prossimo a quello massimo! 🤐
Qualcosa nella logica di quel sistema di e-commerce mi sembra non torni… non solo come logica ma anche a livello di puro marketing!🙄
Mi sembra di avere sufficientemente evidenziato, nei post precedenti dedicati a questo tema, che il sistema Italia cashless è un bel casino ! Ho impiegato più di un’ora di tentativi da parte mia per inserire le diverse tipologie di pagamenti cashless … io che penso di essere un “esperto” del settore. Non oso pensare le difficoltà che incontra un cittadino generico, anche fosse uno laureato in discipline non tecniche!!! Ripeto perciò alcune considerazioni già espressa in precedenti post: l’app IO.it mi sembra ben fatta da un punto tecnico e ora, a poco a poco, seppur con il ritardo di una settimana (alquanto comprensibile per me che sono stato sviluppatore vista la complessità del tutto) i diversi malfunzionamenti sembrano risolti seppur permangano rallentamenti imputabili penso sia a verosimili “colli di bottiglia” con i sistemi si comunicazione messi a punto con i diversi gestori dei pagamenti cashless sia forse anche a un dimensionamento del backend che non ha tenuto conto dei possibili picchi nelle richieste, come ovviamente avviene inizialmente ed è avvenuto in questo primo periodo in cui molte sono state le richieste di registrazione al sistema … anche se mi aspetto che ce ne saranno verosimilmente ancora molti, dal momento che penso ben pochi abbiano a oggi terminato totalmente la configurazione richiesta!
Insomma un sistema complesso, ben realizzato sebbene forse con un backend sottodimensionato per sopportare picchi di traffico, ma comunque ben fatto e che quindi ha richiesto molto lavoro di progettazione e sviluppo. Che poi le procedure previste cozzino con la sua usabilità per una buona fetta della popolazione, da quel punto di vista puramente tecnico poco conta!
Nella sezione dell’app dedicata al cashback, l’apposito pulsante recita: “Attiva il cashback gratis“: ma è proprio così? Quanto è costato alla comunità la progettazione e lo sviluppo di questo sistema che, come dettaglierò in seguito, secondo me è stato pensato senza tener conto di quei principi di democrazia e uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini?
Attiva il cashback gratis, recita il pulsante per iscriversi al programma: ma è proprio così?
Tuttavia il mio giudizio deve necessariamente tener conto di diversi altri aspetti che esporrò nel seguito.
Innanzitutto mi sembra evidente che le persone che, per motivi socio-economici, più di tutte avrebbero necessità di quel rimborso previsto dall’iniziativa governativa, sono quelle che ben difficilmente riusciranno ad attivare tutto l’ambaradan necessario, a meno che non ricevano per tempo un aiuto notevole da parte di qualcuno e non solo finanziario (e.g. fornitura e mantenimento di apparecchiatura idonea, magari anche non personale ma reso disponibile in luoghi pubblici). Ovviamente questo supporto dovrebbe provenire da istituzioni pubbliche e non si dovrebbe necessariamente contare su amici o parenti, come mi sembra invece stia attualmente avvenendo se si è fortunati.
Inoltre, anche come tecnico, mi viene proprio da domandarmi se l’informatica sia davvero al servizio della società e dell’uomo, se proprio è in grado di funzionare solo richiedendo tutte le procedure che ho descritto nei precedenti post dedicati al cashback.Personalmente penso che ci sia un modo diverso per utilizzarla … più utile socialmente e più “umana“!
Mi pongo e vi pongo i seguenti quesiti a cui cercherò di dare alcune mie risposte personali … potete ovviamente esprimere le vostre opinioni commentando questo post!
Era indispensabile richiedere una così pesante attività da parte di ciascun cittadino seppur nell’ottica giusta sia del tracciamento del denaro (e quindi ostacolare l’evasione fiscale) sia per motivi sanitari (i.e. evitare il contatto con i contanti notoriamente sporchi e portatori di potenziali malattie)?
Era indispensabile avere un così elevato livello di sicurezza nell’autenticazione da richiedere l’utilizzo dello SPID o della CIE? Non è ovvio che un cittadino che utilizzi metodi cashless desideri aderire al cashback previsto dal decreto ministeriale?
Tale cashback non poteva essere effettuato in modo automatico accreditando il rimborso su ciascuna specifica carta con cui era stato effettuato il pagamento?L’eventuale conteggio delle transazioni totali per verificare il superamento di una soglia predefinita (che si sarebbe, tra l’altro, potuta evitare d’imporre) non si sarebbe potuto realizzare anche qui automaticamente, interagendo unicamente con i gestori dei pagamenti cashless, sulla base del codice fiscale di ciascun cittadino.
Insomma, da un punto di vista tecnico credo davvero che un’operazione di cashback sui pagamenti cashless si sarebbe potuta effettuare con procedure tali da non coinvolgere minimamente il cittadino (se non forse per una opzionale notifica del proprio cashback in essere) bensì interagendo unicamente con i gestori dei pagamenti cashless (e.g. per ogni transazione di un cliente, il gestore di pagamento cashless chiede al sistema cashback di Stato un rimborso fornendo il codice fiscale del cliente che lo ha effettuato; una volta ricevuto tale rimborso – nelle misure previste dalle regole stabilite dallo Stato – tale gestore lo riversa poi al cliente stesso, tramite il medesimo suo sistema cashless. Sarebbe bastato – per burocrazia e non certo per necessità, in quanto chi non vorrebbe un rimborso in denaro? – che dall’app/portale del gestore del sevizio cashback ci fosse una sezione in cui il cliente chiede di aderire al programma per quel metodo di pagamento e ricevere sul medesimo il rimborso: d’altra parte già Satispay e Nexi lo fanno … anche se poi il rimborso avviene sul conto corrente con l’IBAN che il cittadino ha dovuto indicare nell’app IO.it che quindi si rende indispensabile attivare!!).
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P.S. 17/12/2020 – Ho ricevuto or ora una email da Satispay che recita: “Il Cashback di Stato non viene accreditato istantaneamente sul tuo account Satispay! Riceverai l’Extra Cashback di Natale a febbraio, direttamente sul conto corrente che vedrai indicato nella sezione “Cashback di Stato” all’interno dei Servizi dell’app“:
Analogo discorso per la mia carta di credito VISA del circuito Nexi, tramite l’app Nexi:
Anche con la carta Hypesi può andare nella sezione cashback di Stato e abilitare con apposito interruttore tale tipologia di rimborso che viene eseguito direttamente sull’IBAN associato alla carta medesima:
Abilitazione del cashback di Stato sulla propria carta Hype
La partecipazione al cashback sembra non essere quindi necessariamente vincolata all’uso dell’applicazione IO, ma esistono anche dei sistemi alternativi messi a disposizione dagli Issuer Convenzionati: questi canali alternativi probabilmente sono destinati ad aumentare nel tempo e possono essere, ad esempio, app, siti di e-banking, servizi dedicati presso sportelli fisici. Oltre a Satispay,Nexy Pay e Hype personalmente sperimentati, ho visto anche che sono già preparati per il Cashback di Stato App Sella, App Postepay, App BancoPosta, Enel X Pay, YAP, Flowe e prossimamente BancomatPAY. Stranamente assenti sono per ora le carte rilasciate dalle stragrande maggioranza delle banche … 🤔
Sembrerebbe, perciò, che il rimborso delle spese sostenute pagando con Satispay verrà rimborsato direttamente sul conto corrente che uno ha indicato in Satispay per effettuare le ricariche/rimborsi e quindi il meccanismo di cashback esuli dall’uso dell’app IO.ite dalle sue impostazioni!! Insomma il metodo che ho descritto come tecnicamente possibile per qualsiasi metodologia cashless, senza alcuna necessità di operazioni aggiuntive da parte del cittadino e con procedure per di più complicate che prevedono autenticazioni che lo sono altrettanto da ottenere ed utilizzare!!
Complicato è invece, in tal modo, sia il sistema per conteggio globale dei pagamenti cashless tenendo conto di tutte le metodologie possibili sia, sopratutto, capire bene dove il cashback previsto viene effettuato dal momento che ciascun metodo di pagamento può avere associato un IBAN differente da quello che uno ha indicato nell’app IO.it e di cui, come ho già evidenziato, si sarebbe benissimo potuto fare a meno, come d’altra parte anche l’uso di quella app almeno relativamente alla funzionalità relativa all’iniziativa di cashback di Stato! Insomma, complicazioni affari semplici … e sviluppo, in quell’app IO.it, di funzionalità inutili oltre che complicate sia tecnicamente sia per un loro utilizzo da parte di un cittadino generico!
Tanto paga Pantalone …
Quello che più mi meraviglia non è solo il fatto che, per autenticare l’utente, questi sistemi non richiedano SPID o quant’altro bensì una semplice usuale password, ma soprattutto mi chiedo chi tenga a questo punto traccia del numero di pagamenti effettuati (per vedere se il numero minimo di transazioni è stato raggiunto) e quale sia il valore di quelli a cui spetta il cashback!! Sicuramente medesimo deve essere il backend con cui dialogano tutti i sistemi per sapere la esigibilità di un rimborso.
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Sempre da un punto di vista tecnico, penso che tale sistema sarebbe addirittura risultato più semplice da realizzare, prevedendo interazioni solo tra sistemi informatici e, eventualmente, con personale tecnico preparato, non dovendo invece interagire verso un’utenza in generale priva di conoscenze specifiche e quindi prona a compiere interazioni e tempistiche non consone o agevoli per il sistema.
Infine, credo come cittadino che una procedura che non avesse richiesto un coinvolgimento diretto del cittadino sarebbe risultata più giusta ed equa in quanto avrebbe raggiunto tutti senza creare le distinzioni attuali che si basano non certo sulla convenienza o sulla necessità, bensì unicamente sul grado di conoscenze informatiche e talvolta sugli apparati in possessoal cittadino (e.g. smartphone con connessione dati, o addirittura uno con funzionalità NFC).
E ancora, … era necessario, al fine di raggiungere i giustifini predefiniti di lotta all’evasione e ai contagi, prevedere anche i cosiddetti superbonus che mi sanno tanto di gratta&vinci e che, tra l’altro, potrebbero agevolmente essere vinti tramite meccanismi impropri, coadiuvati magari da opportuni sistemi informatici (e.g. realizzando pagamenti ricorsivi da una persona-prestanome a un’altra e viceversa, nell’ottica di raggiungere entrambe il massimo numero di transazioni effettuate)? Chi paga, poi, questi inutili superbonus se non noi tramite le tassazioni? Chi saranno quegli spendaccioni che li vinceranno, tenendo anche presente delle regole non banali a cui devono sottostare? Cos’è questo “incentivo” se non un malsano incitamento alle spese pazze, con anche conseguenze sulla salute mentale di quella parte della popolazione più debole, analoghe alla frequentazione di sale giochi? Questi “vincitori” saranno poi resi noti e magari intervistati alla TV per pubblicizzare ulteriomente questa iniziativa del cashback, o verranno tenuti segreti come nella migliore tradizione delle vincite alle lotterie?
Troppe sono state le iniziative forse ideologicamente anche giuste (Bonus Vacanza, Bonus mobilità, contributo rottamazione esteso all’acquisto di veicoli con motore termico meno inquinante) ma realizzate e messe a punto con metodologie e finanziamenti inadatti che hanno fatto sì che fossero rese disponibili unicamente a un numero assai ridotto di cittadinie non hanno quindi modificato per nulla lo status quo se non presentandosi, di fatto, solo come l’ennesima propaganda di Stato che non porta alcun vantaggio strutturale e collettivo. Si è trattato di elargizioni a pioggia e a macchia di leopardo per pochi fortunati casuali che, sia con mezzi e conoscenze informatiche adeguate sia con perseveranza, sono riusciti a ottenere vantaggi che si sono esauriti nel giro di pochissimo (un giorno nel caso del bonus mobilità, una settimana per quello relativo all’acquisto di veicoli con motore termico)
Altre iniziative come queste ne seguiranno (e ricordo che vengono sovvenzionante dalle nostre tasse), se è vero che ho già letto di un contributo per l’adeguamento dei televisori (con apposito adattatore esterne tipo quelli già tristemente sperimentati non molti anni fa con il passaggio dall’analogico al digitale) al prossimo passaggio al nuovo digitale terrestre DVB-T2. In quest’ultimo caso, forse, essendo la televisione diventata il mezzo preferito non solo d’intrattenimento, ma anche di diffusione delle informazioni di Stato (e questo ovunque nel mondo), i contributi stanziati (sempre ovviamente a spese della collettività) saranno maggiori e capaci di coprire un maggior numero di persone … ma non so se l’obiettivo finale sarà poi quello da sperare. Da quel poco che ho letto al riguardo sul DVB–T2, mi sembra sia l’ennesima modifica dello standard per la diffusione di trasmissioni in broadcast con metodologie sempre più performanti in termini di qualità d’immagine a parità di banda occupata, … ma, oltre alla maggiore qualità dell’immagine, lo scopo mi sembra più quello sia d’indurre l’acquisto di nuovi apparati idonei, qualora non sia sufficiente solo un aggiornamento SW di quelli già esistenti (possibile sembra solo per alcuni recenti prodotti dopo il 2016) a renderli compatibili … sia soprattutto di rilasciare quelle frequenze che verranno presto utilizzate per il 5G e che a oggi sono invece utilizzate per trasmissioni televisive digitali.
Insomma un progresso tecnologico che non so dire quanto corrisponda a un progresso dell’Umanità.
Per intanto, anche se viene indicato esplicitamente che si dovrebbe vedere sull’app IO.it il cashback con un ritardo massimo di 72 ore … il mio cashback segna ancora 0€ pur avendo effettuato il primo acquisto con una carta di credito VISA, registrata sia sull’app IO.it sia su quello Nexi apposito della carta medesima: i tempi di notifica previsti non sembrano a oggi quindi quelli indicati … ma questo è davvero l’ultimo dei problemi!! 🤐
P.S. 13/12/2020 – Sebbene un po’ in ritardo, l’indicazione del cashback maturato è comparsa!
Il proprio cashback doverebbe esserer visualizzato sull’app IO.itcon un ritardo massimo di 72 ore: tuttavia i tempi previsti non sembrano a oggi rispettati (1)
ATTENZIONE – Nella pagina seguente relativa al Cashback (che compare cliccando sul riepilogo su sfondo blu presente nella sezione Portafoglio) si può notare che, per ciascuna carta inserita, è associato un interruttore on/off. Se si trova a off, i pagamenti effettuati con quella carta NON saranno conteggiati per il cashback!!! Viene da chiedersi: ma perché tale assurda complicazione? Perché mai uno dovrebbe inserire una carta di pagamento cashless nel sistema e poi non volere ricevere il cashback per i pagamenti da quella effettuati? Forse perché vuole pagare quanto più in incognito? 🤔🙄
Il proprio cashback doverebbe esserer visualizzato sull’app IO.it con un ritardo massimo di 72 ore: tuttavia i tempi previsti non sembrano a oggi rispettati (2)
Si noti poi che il rimborso massimo per ciascun acquisto è di 15€ , perciò si ha il 10% solo fino a una spesa massima di 150€. Questo particolare non è così ben pubblicizzato dai media e sinceramente non lo avevo inizialmente compreso, non potendo certo uno leggere in dettaglio tutte le “regole” del gioco sebbene tutto sia chiaramente esposto nel sito Cahsback | Italia Cashless (cashlessitalia.it): ovviamente questa “regola” fa scendere la percentuale di rimborso per spese superiori ai 150€. Si noti infine che se si fanno acquisti dilazionati a rate, magari per cercare di raggirare quel limite, comunque il sistema dovrebbe accorgersene e sembra si rischi di essere esclusi dal programma … anche se non vedo come uno possa fare altrimenti se si desidera aderire ai famigerati prestititi per gli acquisti!
Il rimborso massimo per ciascun acquisto è di 15€ sebbene questo non sia così ben pubblicizzato dai media
I miei dubbi e le mie considerazioni precedenti fanno riferimento principalmente alla metodologia adottata per effettuare questo cashback di Stato ed anche su alcune delle “regole” che sono state definite. Ma è interessante anche vedere il seguente video che mette in luce ulteriori aspetti che è utile considerare e che perciò riassumerò sinteticamente nel seguito. Troppo spesso un sistema politico dà qualcosa che apparentemente sembra un vantaggio ma che, sulla lunga distanza, rischia di far perdere dei diritti e può indurre maggior povertà e diseguaglianza sociale. In quel video vengono perciò poste diverse domande a cui si cerca di dare una possibile risposta. Come sempre è bene meditare per tempo e riflettere anche sulle ipotesi più pessimistiche …
Interessante video che può aiutare a estendere la visione che uno si è incominciato a fare sul cashback di Stato
Perché, se il fine è quello di combattere l’evasione, non sono stati inclusi nel programma anche i pagamenti effettuati per le proprie attività professionali di coloro che attualmente pagano in contanti per pagare meno tasse? Tutti lo sanno che una gran parte del sommerso è imputabile a questo scorretto comportamento di diversi professionisti che lavorano in proprio. È vero che i clienti saranno più portati a chiedere a questi professionisti di poter pagare con cashless ea emettere fattura per ottenere il cashback … ma come già avviene spesso, il professionista potrà sempre proporre due importi da pagare, uno con fattura e uno senza con un risparmio ben superiore ai 15€ previsti dal cashback per ogni transazione!! Lui risparmia sulle tasse e il cliente sull’IVA … e quando sia fornitore sia cliente hanno entrambi un vantaggio evadendo il fisco, lo si sa bene cosa succede … 🙄 Quindi alla gente converrà, almeno economicamente, continuare a evadere il fisco pagando in contanti.
Anche se è vero che 10 transazioni al mese non sono molte e probabilmente si riescono a fare in una settimana se si usa un metodo cashless anche per prendere un caffè al bar, lo scopo sembra anche quello di portare il cittadino a spese incontrollate per raggiungere l’obiettivo finale del cashback o addirittura del super-cashback, puntando su quella avidità di risparmio spendendo di più, già spesso sfruttata dalle campagne di vendita promozionali e dai giochi di lotteria/gratta&vinci/bingo che portano talvolta a pericolose dipendenze: ma le sale da gioco (consentite dalle attuali leggi) portano soldi, no? … e allora che importa!!! Facciamo la lotteria degli scontrini e il super-cashback!
Gli italiani, soprattutto in questo periodo d’incertezza, sono portati a non comperare e a non investire anche se hanno dei soldi in banca: tutto ciò, per il sistema economico è destabilizzante. Molto meglio se le persone spendono e magari si indebitano: la nostra è una economia basata sul debito e lo scopo principale dell’iniziativa sembra proprio quello di drenare il più possibile sulle ricchezza delle persone e farle finire nella casse dello Stato. È bene ricordare che, per ogni transazione elettronica effettuata, c’è sempre una percentuale che viene trattenuta dalle banche e questo con l’uso del contante non avviene: anche coloro che hanno dichiarato di annullare tale importo (e.g. circuito PagoBancomat) in realtà sembra che almeno per ora si tratti solo di una prova, valida sicuramente per un tempo limitato di qualche mese e solo per transazioni al di sotto un certo importo (e.g. micropagamenti sotto i 10€).
Forse questo sistema di cashback che invoglia agli acquisti, potrebbe servire al sistema economico attuale per ripartire dopo i problemi anche imputabili all’epidemia? Oppure, in breve tempo, non si vedranno semplicemente lievitare tutti i prezzi proprio di quel 10% ritornato idealmente come cashback, così come è avvenuto già in altri contesti (e.g. aumenti dei buoni pasto; con il passaggio dalla lira all’euro, sebbene in un contesto differente) dal momento che, come sempre accade, i prezzi si adeguano al livello di spesa delle persone, seguendo la ben nota legge economica della domanda e dell’offerta? Risulta perciò probabile un prossimo aumento dei prezzi che peserà poi soprattutto su quella fascia di popolazione che non è riuscita ad attivare quel meccanismo di cashback, cioè quella che, come ho già fin da subito evidenziato, dovrebbe essere invece soccorsa in quanto fascia debole (e.g. anziana, bassa scolarità e istruzione, situazione economica)!
Va infine tenuto presente che il contante oggi costituisce un modo per avere fisicamente e oggettivamente ciò che ci appartiene, sebbene facilmente svalutabile con meccanismi su cui non abbiamo un personale controllo: se un domani tutto il frutto del nostro lavoro si riducesse a un numeretto fornito da una banca/fondo d’investimento (come già sotto molti versi avviene già oggi) sempre più il cittadino risulterebbe necessariamente in balia delle forze economiche e di conseguenza anche politiche.
Il dubbio amletico dunque rimane e si rinforza: attivare o non attivare quel cashback di dubbia utilità sociale? Ma se uno può ricevere un vantaggio economico per sé, perché non cercare comunque di ottenerlo (seppur con fatica) sebbene risulti ovvio che, così aderendo, uno ricade tra i privilegiati, dal momento che molti non saranno in grado di beneficiarne per i molteplici motivi esposti … senza contare poi i potenziali risvolti oscuri che non sembrano non trascurabili?
Per concludere poi, voglio cercare di far scaturire in voi almeno un sorriso, seppur tra i mille dubbi che penso giustamente emergono sempre più nelle nostre menti. Mi chiedo, sospendere la notifica delle spese al raggiungimento della soglia massima, sarà una funzionalità già prevista? Che ne dite di proporre che almeno quell’app IO.it introduca un tasto per poter sospendere temporaneamente la registrazione di alcuni acquisti che uno non desidera vengano comunicati/visualizzati sulla piattaforma? Metti, ad esempio, che uno vada in un night club, sempre Covid permettendo, o in un sexy-shop!! D’altra parte persino su Amazon si possono “nascondere” degli acquisti effettuati: anche se ovviamente “loro” li continuano a sapere 🙄 … almeno la moglie no!!! 🤪
Meditate e commentate gente, soprattutto commentate … 😕
____________ P.S. 3/1/2021
Sebbene abbia più volte utilizzato l’app IO.it anche ultimamente, mi è stata richiesta una nuova autenticazione con SPID. Pensavo che fosse dovuto al fatto che era passato evidentemente un mese dalla mia precedente autenticazione “sicura”. Trovavo questa scelta inappropriata per un sistema che dovrebbe essere di agevole utilizzo per un cittadino: che sicurezza in più viene data obbligando una volta al mese a rifare un acceso con SPID rispetto a quello di richiederlo magari al limite dopo un lungo periodo d’inutilizzo?Perché poi richiedere d’impostare il PIN d’accesso obbligatoriamente dal momento che uno l’aveva già impostato al precedente accesso con SPID? … comunque, per fortuna, quel PIN può essere ridefinito identico al precedente!§ Tuttavia, successivamente alcuni amici che avevano attivato IO.it molto dopo di me mi hanno detto che è successa la medesima cosa anche a loro. A questo punto sono propenso a pensare che si tratti di un qualcosa da imputare all’ultimo aggiornamento dell’app avvenuto 29/12/2020 che probabilmente ha cancellato parte delle informazioni salvate nella memoria propria di quell’app tra cui il riferimento che uno si fosse già autenticato con SPID e avesse già impostato un proprio PIN!
Finalmente oggi sono riuscito a inserire anche le carte di credito e quella di debito V-PAY mancanti dopo gli inutili tentativi di questi ultimi giorni mentre non avevo avuto particolari problemi a inserirne altre di quella medesima tipologia prima del 8/12/2020, cioè dalla data di attivazione del programma.
L’inserimento delle sia di Carte di credito, debito e prepagate sia di BancoPosta e PortePay è rallentato, come ancora evidenziato in arancione nell’elenco dei mezzi di pagamento cashless presente nella pagina per inserirne uno nuovo.
L’indicazione di possibili rallentamenti persiste per l’inserimento sia di Carte di credito, debito e prepagate sia per BancoPosta e PortePay
Comunque da oggi ho verificato che basta, magari, premere per qualche volta il tasto RIPROVA quando la registrazione fallisceo ricominciare da capo se si verificano intoppi (e.g. l’icona temporale ruota per diversi minuti senza mostrare nulla sull’esito dell’operazione che si sta eseguendo) o, ancora, quando si verificano errori di comunicazione anche incomprensibili … e il tutto sembra avere iniziato a funzionare nuovamente dopo le problematiche sopravvenute da giorni per registrare questi metodi di pagamento.
Un ostacolo aggiuntivo si è poi presentato per la registrazione della mia carta di debito V-PAY che alcune banche (e.g. ING DIRECT, Unicredit) hanno fornito da tempo come mezzo di pagamento al posto della classica carta del circuito PagoBANCOMAT: si tratta infatti di una carta che rientra nel circuito VISA. Essendo una carta di debito, ovviamente la si deve registrare nell’app IO.it selezionando l’opzione Carta di credito, debito o prepagata. Tuttavia, anche se con app della banca accettavo il pagamento degli 0,02€ necessari per validarla, poi la registrazione falliva con una indicazione, lato app IO.it, di transazione rifiutata … segnalazione che, tra l’altro, compariva e scompariva così velocemente da non riuscire quasi a leggerne il contenuto! Questa problematica si riproponeva anche nei tentativi successivi! Leggendo poi bene, ho compreso che quella carta, usata in passato esclusivamente come fosse un bancomat e quindi per pagamenti in negozi/distributori fisici e mai per acquisti online, necessita di una specifica attivazione per poter essere utilizzata anche online con un massimale di spesa non nullo … e quella transazione degli 0,02€ richiesti dall’app IO.it è a tutti gli effetti una transazione online, per cui veniva rifiutata, seppure tramite l’app della banca acconsentivo alla transazione!!!
Alcune banche (e.g. ING DIRECT) consentono di richiedere l’attivazione di quella carta di debito per transazioni online anche operando dal loro sito o dalla loro app.
Altre invece no (e.g. Unicredit) e si deve necessariamente andare personalmente a richiedere tale abilitazione direttamente nella propria filiale: in verità l’Unicredit rilascia due tipologie di carte di debito, una che ha le informazioni tipiche di una carta di credito (i.e. identificata da 15 numeri) e una che è effettivamente solo un bancomat perciò con un minor numero di cifre identificativo. Queste ultime vengono riconosciute automaticamente (senza inserire neppure il nome della banca, semplicemente ricercandole tra i Bancomat, mentre le prime si devono caricare selezionando la prima scelta di carte di credito/debito … ed essere abilitate appunto agli acquisti online con massimale non nullo! Un mio amico che non riusciva a inserire quest’ultima tipologia nell’app IO.it e dopo queste mie indicazioni si è recato nella sua filiale dove l’operatore allo sportello addirittura non era a conoscenza di questa condizione sine qua non per poter avere la loro carta di debito utilizzabile per il cashback di Stato!! 🙄 Dopo l’abilitazione alle transazioni online, finalmente è anche lui riuscito a registrare quella carta di debito nell’app IO.it . Relativamente poi all’Unicredit tieni conto che potrebbe anche essere che hai già abilitata nella carta di debito l’opzione di acquisti online ma il massimale di spesa inserita di default è zero … per cui la situazione è analoga: per cui se per caso ti dicono che è già attiva l’opzione acquisti online, è necessario dire loro di verificare il massimale di spesa che deve ovviamente essere non nullo! 🙄
Nel caso della carta di debito ING DIRECT, andando quindi nell’app della banca nella voce di menu relativa alle carte di debito, si può provvedere ad abilitarla per le transazioni online. Inoltre, andando specificatamente nelle diverse opzioni, si può anche inserire una specifica password (ovviamente con i soliti 8 caratteri come minimo, maiuscole, minuscole, numeri e carattere speciale!! 🙄🤨) da utilizzare qualora, per qualsiasi motivo, il meccanismo di verifica tramite il token rilasciato dall’app stessa della banca non funzionasse o non si riuscisse a utilizzare.
Molto probabilmente una carta di debito tipo quella del circuito V-PAY non è per default abilitata a transazioni online per cui è necessario richiedermene l’abilitazione
Procedura per abilitare transazioni online su una carta di debito tipo quella del circuito V-PAY (1)
Procedura per abilitare transazioni online su una carta di debito tipo quella del circuito V-PAY (2)
Procedura per abilitare transazioni online su una carta di debito tipo quella del circuito V-PAY (3)
Può anche accadere di trovarsi elencate tra i propri metodi di pagamento cashless alcuni di cui uno non sa dirsi l’origine: si tratta delle versioni “virtuali” delle proprie carte utilizzate da Apple, Google, Samsung o chicchessia tramite i loro wallet, qualora uno ne abbia abilitato qualcuno:
Infine nella pagina relativa al riepilogo delle carte inserite per il cashback (la prima mostrata nelle figure precedenti e raggiungibile dalla sezione Portafoglio cliccando sulla striscia di riepilogo del cashback attualmente ottenuto) è necessario verificare che tutti gli interruttori a destra di ciascuna carta inserita siano ad ON, diversamente il cashback per quella carta non risulta abilitato, seppure uno l’abbia inserita nel sistema, magari già con difficoltà. Viene da chiedersi il perché di questa ennesima complicazione: chi mai inserirebbe una carta in IO.it per poi non volere avere rimborsata la percentuale prevista per una spesa con la medesima effettuata? 🤔
Insomma un bel casino … e più di un’ora di tentativi da parte mia per inserire le diverse tipologie di metodi cashless … da me che penso di essere un “esperto” del settore. Non oso pensare le difficoltà che incontra un cittadino generico, anche fosse uno laureato in discipline non tecniche!!! Ripeto perciò la considerazione già espressa nel mio precedente post: mi sembra evidente che le persone che, per motivi socio-economici, più di tutte avrebbero necessità di quel rimborso previsto dall’iniziativa governativa, sono quelle che ben difficilmente riusciranno ad attivare tutto l’ambaradan necessario, a meno che non ricevano per tempo un aiuto notevole da parte di qualcuno. Ovviamente questo supporto dovrebbe provenire da istituzioni pubbliche e non si dovrebbe necessariamente contare su amici o parenti, come mi sembra invece stia attualmente avvenendo se si è fortunati.
Era indispensabile richiedere una così pesante attività da parte di ciascun cittadino nell’ottica giusta sia del tracciamento del denaro e ostacolare l’evasione fiscale sia per motivi sanitari (i.e. contatto con i contanti notoriamente sporchi e portatori di potenziali malattie)?
Infine, credo come cittadino che una procedura che non avesse richiesto un coinvolgimento diretto del cittadino sarebbe risultata più giusta ed equa in quanto avrebbe raggiunto tutti senza creare distinzioni sulla base non della convenienza o sulla necessità, bensì unicamente sul grado di conoscenze informatiche e talvolta sugli apparati in suo possesso (e.g. smartphone con connessione dati, o addirittura uno con funzionalità NFC).
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P.S. 8/3/2021
Puntualmente ho ricevuto la notifica dall’app IO di avvenuto accredito del cashback maturato a dicembre 2020:
Il Kindle di Amazon è di fatto diventato il punto di riferimento per la lettura di ebook in quanto ha acquisito sempre più quelle caratteristiche che lo rendono il dispositivo più indicato ed economico a parità di prestazioni. L’unica funzionalità che sinceramente si fa sentire è quella di sintesi vocale che invece risulta possibile solo tramite PC/tablet (e,g, tablet Fire di 4ª Generazione e successivi, utilizzando la loro funzionalità Da Testo a Voce) perdendo tuttavia il grosso vantaggio dato dai dispositivi che utilizzano la tecnologia e-ink (minor affaticamento della vista, bassi consumi). Solo alcuni primi modelli di ebook-reader di altre marche (e.g. LeggoIBS) avevano avuto questa funzionalità che li differenziavano da quelle del colosso americano, ma poi stranamente era stata eliminata nelle versioni successive. 🤔 … pur essendo una funzionalità assai utile per diverse categorie di persone (e.g. anziani, ipovedenti, giovani con DSA) 🙄. Si noti tuttavia che, se uno possiede un dispositivo Alexa (e.g. Echo Dot) o anche solo ha installato l’app Alexasul proprio smartphone, è possibile farsi leggere da una ottima voce sinterizzata qualsiasi libro presente nella propria libreria Kindle: certo non sarà come una lettura da parte di un attore come avviene negli audiolibri presenti in Audible, la consociata Amazon che fornisce abbonamenti ad audiolibri, ma devo dire che la buona qualità di quella sintesi vocale mi ha stupito!
Talvolta si hanno documenti in formati differenti (e.g. .doc, .pdf) o anche ebook distribuiti senza DRMin un formato differente da quello nativo del Kindle (e.g. epub) e risulta comodo e conveniente, anche solo per non stancare la vista o per portarseli dietro agevolmente, averli anche sul proprio Kindle. Sebbene oramai i Kindle sembra siano in grado di leggere i formati più differenti (i.e. Formato Kindle 8 AZW3, Kindle AZW, TXT, PDF, MOBI non protetto, PRC non convertiti; HTML, DOC, DOCX, JPEG, GIF, PNG, BMP convertiti), risulta sicuramente conveniente riportare il proprio documento/libro in un suo formato nativo o anche solo in MOBI soprattutto quando, ad esempio, lo si ha in quello epub assai diffuso oppure in quello crb tipico dei fumetti, entrambi stranamente non supportati.
Per fortuna esistono software gratuiti che nel giro di pochi secondi riescono a convertire il documento in un formato valido e a inviarlo al Kindle collegato al PC tramite un cavo USB.
La procedura è quindi alla portata di chiunque, basta aver installato, ad esempio, Calibresul proprio PC e avere collegato il proprio Kindel alla porta USB del medesimo. Esistono anche altri programmi sempre gratuiti (e.g. FBReader) che consentono non solo di leggere ebook ma anche di modificarli e convertirli, ma sicuramente Calibre è il più completo.
Nel seguito la semplice procedura passo-passo supponendo di avere un libro .epub da volerlo convertire in MOBI per poi poterlo inviare al Kindle e leggerlo su quel dispositivo. Eventualmente puoi anche riferirti alla dettagliata guida che quel programma gratuito ha reso disponibile online, anche se penso non sia necessario, a meno che uno non desideri apportare particolari modifiche editoriali al testo di quel file.
Si noti che una volta installato e lanciato Calibresi possono ricercare/caricare i libri che uno ha sul proprio PC semplicemente andandoli a ricercare nelle diverse directory dove uno le ha messi.
Una volta installato Calibre, il programma calibre- E-book management compare tra le app elencate nello Start di Windows
Non appena si sblocca un Kindle collegato al PC tramite un cavo USB, sia quel dispositivo si dispone in “Modalità Unità USB” sia subito il PC lo riconosce e il File Manager di Windows mostra un nuovo dispositivo collegato in Questo PC (My PC): viene chiamato appunto Kindle e associato, ad esempio, a una unità D: . Tuttavia aprendolo, il suo contenuto risulta incomprensibile.
Si noti che, se per caso lato Kindle non compare automaticamente la seguente videata, vuole dire che il collegamento con il PC non è avvenuto correttamente molto probabilmente per via del cavo che conviene quindi cambiare:
Quando il Kindle si connette a un PC tramite cavo USB, si porta in questa modalità
Lato PC, in Questo PCcompare un nuovo dispositivo Kindle che al suo interno ha cartelle con contenuto non agevolmente comprensibile
Se invece si va a vedere l’interfaccia di Calibre, relativamente alla sua voce Dispositivo del menu in alto, si vede l’elenco di tutti gli ebook presenti nello stesso.
Directory relativa al Kindle sbloccato e collegato al PC
Con la voce Dispositivo del menu in alto, si accede all’elenco di tutti gli ebook presenti nello stesso
Dopo quindi aver premuto l’icona + Aggiungi libri in alto a sinistra e avere caricato il libro d’interesse (in qualsiasi formato esso sia, ad esempio come file Word o pdf) ricercandolo nella memoria con una solita finestra di ricerca file, si nota, tra le voci del menù quella di Converti che appunto consente di convertire un qualsiasi file così caricato nel sistema dopo averlo selezionato dall’elenco.
Convertire il file selezionato in un altro formato (1)
Convertire il file selezionato in un altro formato (2)
Effettuata la conversione, ad esempio da epub a MOBI, nella directory specifica della biblioteca di Calibre si può vedere la presenza del libro nei due formati. Dove il programma Calibre ha collocato il file convertito lo si può scoprire anche cliccando con il tasto destro del mouse sul libro stesso o cliccando su link “Fai click per aprire” che si trova a destra subito sotto la copertina del liro stesso.
Copy path consente di copiare appunto il percorso in cui si trova il libro convertito nel formato indicato
Nella directory Biblioteca di calibre il libro è presente sia nel suo formato originale (e.g. epub) si in quello convertito (e.g. mobi)
Se si desidera infine trasferire quel libro convertito in un formato compatibile al Kindle (e.g. AZW3, MOBI) in un proprio dispositivo di quella tipologia collegato correntemente al PC, è sufficiente selezionarlo nell’elenco e poi selezionare la finestra a tendina di Invia al dispositivo, magari selezionando l’opzione più completa cioè quella che fa scegliere quale dei formati compatibili in cui è stato convertito si vuole trasferire su quel dispositivo. SI noti che si può inviare il medesimo libro anche più volte, cioè in più formati (e.g. AZW3, MOBI): questo può magari servire per vedere se, per caso, la visualizzazione risulta migliore in un formato rispetto agli altri. Personalmente ho notato che la conversione nel formato proprio di Amazon AZW3 mantiene maggiori informazioni di formato, quale ad esempio il font presente nel file Word originale, per cui direi che conviene prediligere tale formato. Dopo avere selezionato il formato che si desidera, premere il tasto OK e aspettare che il caricamento finisca (in basso a destra viene data notifica dello stato del trasferimento corrente).
Aggiungi file consente di selezionare il file da trasferire nel dispositivo collegato
Ritornando poi alla voce di menù Dispositivo, si può constatare che il libro è stato effettivamente transferito comparendo ora in elenco:
Il nuovo ebook trasferito compare ora nell’elenco dei file presenti sul dispositivo
Si noti che sia la conversione sia il trasferimento del file si effettua in meno di un minuto.
Scollegando quindi il Kindle, si può infine andare ad aprire il libro trasferito presente con una icona contrassegnata come nuovo:
Il nuovo ebook, appena trasferito, è presente nel Kindle contrassegnato come nuovo
La formattazione dell’ebook convertito è quella che si precede che sia
Si noti tuttavia che i libri caricati direttamente tramite collegamento con un PC non i possono aggiungere a una libreria FreeTime vale a dire non è possibile condividerli con altri Kindle di famiglia collegati al medesimo account Amazon (e.g. il Kindle della figlia): infatti quella voce del menu non compare cliccando sopra quel libro specifico mentre è presente qualora si tratti di un ebook acquistato nello store Amazon:
Un libro caricato da PC non è tuttavia condivisibile con gli altri Kindle di famiglia collegati al medesimo account Amazon
Un qualsiasi generico libro comperato nello store di Amazon risulta condivisibile con gli altri Kindle di famiglia collegati al medesimo account Amazon (i.e. tramite Aggiungi alla libreria FreeTime
“Il vecchio ti può lasciare una grande saggezza, ma poi spetta al giovane fare l’azione e convertirla in qualcosa di concreto nel mondo di oggi“.
Video, sul canale Facebook dedicato al padre, in cui Folco parla della sua iniziativa di rendere scaricabile gratuitamente “La fine è il mio inizio – redux.epub“
Queste sono le ultime parole di questo video che Folco ha pubblicato sul canale Facebook dedicato al padre, parlando della sua bella iniziativa di rendere disponibile gratuitamente una riduzione (ne comprende circa unsuo 40%) di uno dei libri forse più famosi di Tiziano Terzani, sebbene sia postumo. Per chi non lo conoscesse e non l’abbia letto, mi limito a dire che si tratta di un libro che riporta testualmente gli ultimi colloqui che quel padre, poco prima di morire, ha rivolto al figlio, appositamente registrati affinché quel suo discorrere sereno, nonostante le sofferenze, potesse lasciare una traccia. Insomma, gli ultimi pensieri che ha voluto lasciare non solo a quel familiare, ma anche a tutti coloro che lo hanno apprezzato o che avrebbero saputo trovare uno spunto dalla sua esperienza di vita.
Le capacità innate di quell’uomo, la sua intelligenza e caparbietà che lo hanno contraddistinto nonostante le sue umili origini, le sue esperienze di vita per molti versi decisamente estreme e addirittura talvolta, secondo me, non troppo eticamente corrette, le persone di rilievo incontrate e le culture assimilate vivendo, da solo o con la famiglia, in molteplici parti del mondo in situazioni storiche anche tragiche e/o irripetibili, ma anche la sua malattia terminale giunta a un’età non giovane ma nemmeno troppo anziana, sono stati l’amalgama di un pensiero filosofico importante di cui quel libro sa riassumerne il succo, pur con quella semplicità che, penso, sappia renderlo comprensibile a tutti. Esprimere dei concetti esistenziali, saper dare dei consigli suffragandoli con motivazioni concrete derivanti da esperienze personalmente vissute, avere una visione della vita e forse anche della Storia da parte di chi ha saputo staccarsi dal mondo materiale per cercare di comprendere dall’alto l’essenza del nostro esistere … ecco, questo penso sia, in sintesi, ciò che ha voluto lasciare con quel suo dialogare a ruota libera, riportato in quel libro. Ripercorrere tutta la propria vita e saperne trarre degli insegnamenti universali non è da tutti e penso che Tiziano, a modo suo, ci sia riuscito!
Da tempo mi sono iscritto al gruppo Facebook dedicato a Tiziano Terzani e talvolta ho letto qualche post pubblicato o ascoltato qualche video magari registrato dal figlio Folco che ha voluto, in qualche modo, portare avanti il lavoro del padre. Il carisma del padre ovviamente non sempre traspare in lui, ma quanti ne sarebbero in grado, d’altra parte? Devo comunque dire che ho apprezzato molto questa sua scelta di rivedere oggi personalmente quel libro, a più di un decennio di distanza dalla sua iniziale pubblicazione. Ci tiene a precisare che non si tratta di un Bignami e neppure di una operazione analoga a quelle un tempo compiute dal Reader’s Digest con i suoi “libri condensati”. Nulla è stato modificato o aggiunto, lasciando quindi inalterate le frasi così come le aveva pronunciate il padre: l’operazione è stata unicamente quella di depurare il testo originario da quelle parti meno universali, magari specifiche del periodo storico in cui ha vissuto e di cui il parlato fa spesso riferimento. Insomma, un’operazione “semplice”, a detta di Folco, perché agevolmente si sono potuti individuare nei capitoli quelle parti puramente di racconto e storiche (seppur notevoli, costituendone circa un suo 60%) che poco però aggiungevano al discorso filosofico che anima il libro e che ne costituisce la sua principale essenza. Quelle parti eliminate, inoltre, sono probabilmente quelle più ostiche da digerire a un giovane d’oggi, generalmente non portato dalla attuale cultura a sopportare tomi quali quello di un Guerra e Pace per intenderci, anche solo per il numero di pagine da leggere! D’altra parte per certi discorsi, per far “sentire” e “vibrare” certe corde insomma, forse è sufficiente molto meno, magari anche solo un video di pochi minuti. Questo è quello che Folco intende fare con questa operazione assolutamente non commerciale. Per questo ho ancor di più apprezzato questa sua decisione di rendere questa riduzione scaricabile gratuitamente come ebook, da chiunque e in modo assolutamente anonimo: quello che fornisce per farlo è solo questo link in un’area che ha reso pubblica in Dropbox. Si noti che il libro è stato arricchito da alcune foto, anche a colori, per di più inedite o che per lo meno non erano presenti neppure nell’edizione commerciale rilegata originale.
Pagina di Dropbox con, in alto a destra, il link per scaricare quel libro gratuitamente
Il libro nella sua edizione cartacea originaria del 2006
Davvero un regalo per questo strano Natale 2020 insomma, rivolto, come lui stesso ha sottolineato, soprattutto ai giovani affinché sappiano, anche da questo periodo di costrizione forzata per via della pandemia, trovare uno spunto per pensare, per riflettere, per migliorarsi nell’ottica di poi agire al meglio nella loro propria futura vita. D’altra parte la prima frase del libro, presente nell’intestazione, è già tutto un programma:
È POSSIBILE FARE UNA VITA, UNA VERA VITA UNA VITA IN CUI SEI TU UNA VITA IN CUI TI RICONOSCI
Quindi scarica anche tu da questa pagina quel libro gratuito nel formato epub non proprietario: si può poi usare Calibreo FBReader entrambi programmi gratuiti e opensource. Se poi vuoi leggerlo sul tuo Kindle, lo puoi caricare dopo averlo convertito in un formato accettato da quel dispositivo (e.g. MOBI) sempre tramite l’apposita funzionalità che lo stesso Calibre mette a disposizione (vedere il prossimo post).
Per agevolare chi legge tale post e potrebbe avere problemi nell’utilizzo di software, ho messo a disposizione le versioni da me convertite nei formati mobi (idonea per un caricamento su un Kindle), Word e pdf:
Versione in formato pdf (nota: la versione pdf presenta diverse problematiche di visualizzazione quando derivata direttamente dalla conversione con Calibre. Questa che condivido è perciò stata perciò ottenuta salvando in pdf dalla versione in Word convertita precedentemente con Calibre, in modo da presentare meno problemi di sovrapposizione di caratteri, seppur ne persistano ancora alcuni). P.S: vedere anche il post Come caricare sul proprio Kindle un qualsiasi e-book o documento in cui indico che con la conversione nel formato AZW3, proprio di Amazon, si riescono a mantenere maggiori informazioni del file originario (e.g. tipologia dei font).
Libro La fine è il mio inizio – redux.epub aperto su PC con Calibre
Per chi volesse poi vedere da YouTube, sempre gratuitamente, il film che era stato tratto da quel libro, lo può fare dal seguente link:
Film che era stato tratto da quel libro, ora disponibile anche integralmente su YouTube
“Abbiamo bisogno di un po’ di saggezza e un po’ di tranquillità. Queste parole, di un uomo che sta andando via e lo fa con un sorriso, è proprio quello di cui abbiamo bisogno. Questa visione ampia e distaccata“.
Questo post nasce dalle recenti esperienze avute personalmente relativamente al sistema Italia cashless. Infatti, in questi giorni ho cercato di aiutare, in prima persona, diversi amici/parenti (più di una decina) per rendere il loro personale sistema di cashback attivo … per cui mi sento di poter esprimere qualche prima considerazione in merito!
Ci tengo a precisare che la richiesta di aiuto mi è pervenuta non solo da conoscenti di bassa scolarità e/o anziani, ma anche da insegnanti di scuole superiori, avvocati, medici, psicologi, addirittura ex amministratori delegati di grandi aziende!! Forse allora qualcosa non torna … tanto più quando si vede come, invece, è semplice la procedura da seguire sull’app di Satispay per ottenere questo cashback di Stato (vedi in fondo al post gli screenshot) per quella forma specifica di pagamento cashless!
Avevo già scritto un post precedente per spiegare come cercare di attivare il tutto e magari può interessarti leggerlo prima di inoltrarti oltre in questo post!
Innanzitutto, voglio sottolineare che mi sembra evidente che le persone che, per motivi socio-economici, più di tutte avrebbero necessità di quel rimborso previsto dall’iniziativa governativa, sono quelle che ben difficilmente riusciranno ad attivare tutto l’ambaradan necessario, a meno che non ricevano per tempo un aiuto notevole da parte di qualcuno. Ovviamente questo supporto dovrebbe provenire da istituzioni pubbliche e non si dovrebbe necessariamente contare su amici o parenti, come mi sembra invece stia attualmente avvenendo se si è fortunati. Infatti, la procedura per attivare il cashback, prima di divenire in qualche modo automatica (sempre che non si cambi qualcosa tra i parametri inseriti e.g. IBAN), coinvolge un numero di attori e sistemi davvero impressionante, con variabili in gioco che rendono il tutto assai complesso anche per un addetto ai lavori. Non richiede solo di avere sia un conto in banca che consenta un metodo di pagamento cashless siauno smartphone, magari uno che abbia anche la specifica funzionalità di lettura NFC, generalmente non presente nei dispositivi di fascia bassa … requisiti già di per sé limitanti per molti cittadini! La procedura richiesta, per di più, non è univoca coinvolgendo, come opzione, l’autenticazione con uno SPIDche, come già evidenziato in un precedente post, ha modalità di funzionamento assai differenti a seconda del gestore scelto, essendo stata lasciata libera scelta a loro di come implementare quella tipologia di autenticazione “sicura”. La carta d’identità elettronica (CIE), poi, non è ancora sufficientemente diffusa sul territorio: il suo costo iniziale, oltre ai lunghi tempi di attesa per richiederla, hanno scoraggiato per molto tempo le persone ad acquisirla anche quando era già possibile come alternativa a quella cartacea: perciò, quest’ultima rimane attualmente la più diffusa fino la sua scadenza che spesso avverrà tra diversi anni. Non era magari meglio, fin dalle sue origini, cercare di diffonderla maggiormente diminuendone il costo e invogliando anzi le persone a rinnovare la carta d’identità seppur quella cartacea non fosse ancora scaduta, in modo da renderla quale unica soluzione percorribile per una autenticazione verso le Pubbliche Amministrazioni (PA)? Questo, ovviamente, avrebbe richiesto un maggior investimento per predisporre, in tempi brevi, un sistema di produzione efficiente e veloce. Invece, si è anche sponsorizzato lo SPID e questo ha determinato, probabilmente, dei costi ben maggiori oltre a un coinvolgimento di enti privati che, ovviamente, ne hanno tratto un guadagno (seppure io ignori di preciso quale sia, se non si è trattato di un finanziamento diretto che ha pesato sui nostri contributi). Come già evidenziato sempre in quel mio post precedente, per la stragrande maggioranza delle situazioni, mi sento di dire che l’uso della CIE risulta del tutto alternativo e analogo a quello del SPID … come, d’altra parte, risulta anche evidente dal fatto che anche l’app IO.it consente entrambe queste modalità di autenticazione come alternative!
Troppo poche sono le persone che attualmente hanno già attivato uno SPID o che posseggono una carta d’identità elettronica di nuova generazione (CIE) e che conoscono il codice PIN associato! Anche solo le code, molto più lunghe del solito, fuori dagli uffici postali, in questi giorni confermano chiaramente quella mia supposizione.
Quante sono poi le persone che, pur avendo già la CIE, non hanno un cellulare con la funzionalità NFC, indispensabile per leggerla o che anche solonon hanno conservato o hanno perso il PIN a essa associato, per cui risulta loro impossibile utilizzarla come metodo di autenticazione (seppur sicuramente più agevole e immediato rispetto allo SPID, non implicando l’uso di altre app o di codici OTP inviati, ad esempio, via SMS!).
Sembrerebbe che, se non si utilizza l’app IO.it per almeno 30 giorni, verrà richiesta nuovamente un’autenticazione completa tramite CIE/SPIDe non basterà solo l’inserimento del PIN scelto all’atto di registrazione:
Se non si utilizza l’app IO.it per almeno 30 giorni, sembra che verrà richiesta nuovamente un’autenticazione completatramite CIE/SPID
Dico subito che, secondo me, la soluzione migliore per autenticarsi la prima volta nell’app IO.it è usare la CIE (carta d’identità elettronica) se uno la possiede ed ha anche un cellulare con il lettore NFC: comunque si può sempre fare anche se quella cartacea non è ancora scaduta. È necessario ovviamente segnarsi bene il PINche viene consegnato sotto forma cartacea in due parti, una alla richiesta e una quando viene poi consegnata. ________________
Per fortuna, se anche uno non ritrova più il PIN/PUK associato alla propria carta d’identità elettronica, è sempre possibile richiederlo nuovamente andando in una anagrafe del Comune che lo aveva rilasciato originariamente: per maggiori informazioni vedi sempre questo altro post.
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I tempi di rilascio della funzionalità cashback nell’app e soprattutto nel suo backend sono poi stati a dir poco rocamboleschi. Che il sistema di backend sarebbe stato sotto stress in prossimità dell’attivazione del servizio c’era ovviamente da aspettarselo: tuttavia il dimensionamento del tutto sembra non avere retto a dovere per cui qualche sbaglio di valutazione sistemistico ci deve essere stato. La scelta di decidere come primo giorni di validità quello di un giorno festivo è stata poi davvero una furbata! Una gestione oculata avrebbe predisposto per tempo l’apparato tecnico necessario senza aspettare la data (8/12/2020) di attivazione effettiva del processo come previsto dal decreto ministeriale e pubblicizzato ovunque. Come già evidenziato, la scelta poi di un giorno di festività come data d’inizio ha dell’incedibile, sempre a mio parere!! Infatti, visti gli evidenti ritardi e problemi riscontrati in queste ultime settimane, la scorsa notte e nella giornata festiva odierna ci sono sicuramente perlomeno dei tecnici che stanno assiduamente lavorando per cercare, in qualche modo, di risolvere le problematiche che si stanno evidenziando soprattutto ultimamente per via del carico notevole su tutte le parti del sistema, come d’altra parte era più che prevedibile! Sebbene le modifiche che si stanno effettuando riguardino principalmente, penso, le parti di backend del sistema e la sua comunicazione con gli altri sistemi, addirittura la stessa app è stata aggiornata questa notte stessa: conviene, quindi, forzare dal Play Store l’installazione di quell’aggiornamento in quanto certi malfunzionamenti potrebbero magari derivare dal fatto di non usare la sua ultima release:
Soprattutto l’interazione sia con le banche sia con i gestori delle carte di credito e dei diversi gestori di pagamenti cashless, sembra che sia quella che maggiormente sta presentando problematiche. Infatti molto spesso (e anche in questo momento) non è stato risulta possibile neppure registrare l’unico metodo di pagamento attivo vale a dire quello delle carte di credito tradizionali. Ultimamente, solo una volta sono riuscito ad accedere a quella sezione e mi sembra di avere intravvisto che anche PostePay sembrerebbe ora disponibile … ma ancora mancherebbero i Bancomat e Satispay, sicuramente i più diffusi i primi tra la popolazione anziana ed i secondi in quella giovanile.
L’icona relativa al cashback è apparsa e scomparsa più volte nel tempo, in questi ultimi giorni e, in particolare, in queste ultime ore. Da poco è ricomparso nella sezione Portafoglio, specificatamente nell’area In evidenza, un riferimento relativo appunto al Cashback che viene indicato come nuovo. Prima, fin quando era evidenziata come in arrivo, cliccandoci sopra, si apprendeva che l’attivazione del cashback e l’inserimento dell’IBAN su cui avverrà il rimborso, si sarebbe potuto fare a preveda quella nuova sezione:
Da poco, invece, è ricomparsa, sembra in modo definitivo: se cliccata rende quindi disponibile la modalità di registrazione dell’IBAN, che deve essere a se stesso intestato, su cui avverranno i rimborsi.
Premendo poi la sezione Cashback in blu, viene ora visualizzata un riepilogo dove viene indicato sia il cashback accumulato sia il numero di transazioni valide eseguite:
Tuttavia permane da ieri nuovamente l’impossibilità di accedere alla sezione Portafoglio in cui registrare i propri metodi di acquisto cashless:
Restiamoo in attesa che il tutto funzioni …
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P.S.
Si noti che, devo ammettere con mia sorpresa, anche i diversi portali dei sistemi che forniscono sistemi di pagamento cashless (e.g. Satispay, Nexi) hanno inserito la possibilità di registrarsi per avere il cashback di Stato. Mi fa specie altresì, a questo punto, che quella possibilità non sia stata introdotta invece per le carte di credito fornite dei circuiti bancari (e.g Intesa Sanpaolo, BNL, ING Direct) tramite i loro specifici portali/app: per queste, quindi, ci si debba rivolgere necessariamenteall’app IO.it, o almeno così sembrerebbe …
Sull’app Satispay:
Sull’app Nexi:
Quello che più mi meraviglia non è solo il fatto che, per autenticare l’utente, questi sistemi non richiedano SPID o quant’altro bensì una semplice usuale password, ma soprattutto mi chiedo chi tenga a questo punto traccia del numero di pagamenti effettuati (per vedere se il numero minimo di transazioni è stato raggiunto) e quale sia il valore di quelli a cui spetta il cashback!! Come tecnico credo che il sistema di backend sia necessariamente univocoa cui arrivano, tramite appositi web services esposti, tutte le comunicazioni di spesa cashless registrate (a meno di complicare in modo esponenziale il sistema e i relativi controlli necessari) per cui, a questo punto, penso che si tratti dello stesso su cui si appoggia l’app IO.it, (sviluppata appositamente su commissione penso del Ministero) e di cui quell’app è semplicemente una delle possibili interfacce utente, seppur forse, almeno in teoria, la più conveniente riuscendo a fornire un riepilogo complessivo di tutte le forme di pagamento cashless che il cittadino intende utilizzare. Ma come agisce quel backend se, ad esempio, uno ha come riferimento su Satispay un IBAN diverso da quello che ha indicato su IO.it e sul quale ha registrato la medesimo mezzo di pagamento cashless? Analogo discorso relativamente alla carta di credito Nexi (i.e. Visa) che potrebbe avere un IBAN di appoggio diverso da quello indicato in IO.it, anche quando l’adesione al cashback di Stato si è aderito da entrambe le parti. … insomma, mi sembra, anche tecnicamente parlando, un bel marasma!!
Io, ad esempio, ho ora abilitato il cashback sulla carta di credito Nexi sia sul loro portale sia su IO.it . Su Satispay per ora l’ho abilitata solo dalla sua appma l’abiliterò anche da quella di IO.it non appena verrà da quella consentito, come già fin da ora indicato.
Staremo a vedere …
________________ P.S. 9/12/2020
Ora, magari ricaricando più volte le pagina, viene consentito l’inserimento dei Pago Bancomat: in loro inserimento avviene in automatico … anche senza indicare la banca! Sembra quindi che venga effettuata una richiesta in broadcast a tutte le banche italiane, immagino sulla base del proprio codice fiscale. Vendono così agevolmente inseriti tutti i bancomat intestati alla persona anche relativi a più banche, se presenti. I Bancomat VPay invece non vengono riconosciuti e probabilmente li si dovrà inserire come fossero delle carte di credito operando nel circuito Visa. Anche Carta BancoPosta o Postepaysembra attiva e nello stato in arrivo rimangono solo App e strumenti di pagamento digitali (e.g. Satispay) dove comunque probabilmente esiste già internamente alle medesime la possibilità di registrarsi al programma di cashback.
Si possono ora inserire BancoPosta/Postepay e PagoBANCOMAT
Sebbene sia indicato esplicitamente nell’help dell’app IO.it di verificare se il cashback di carte di credito/debito sia attivabile tramite le rispettive app delle proprie banche, nessun riferimento al cashback di Stato si trova, non se in generale ma sicuramente almeno nelle app della BNL, Intesa Sanpaolo e ING Direct.
Le app delle banche non sembrano avere, almeno per ora, alcuna indicazione d’iscrizione al programma di cashback di Stato
Persiste a ora l’impossibilità di registrare invece nuove carte di credito, cosa che era possibile già qualche giorno fa 🤔. Anche questa notte si è avuto un ulteriore nuovo aggiornamento dell’app IO.it! 🙄
Ulteriore nuovo aggiornamento di questa notte dell’app IO.it
____________ P.S: 10/12/2020
Anche oggi un nuovo aggiornamento dell’app IO.it.
Ormai gli aggiornamenti dell’app IO.it sono giornalieri per cui è bene sempre verificare e forzare eventualmente dal Play Store
Ora la scritta in rosso relativa allo stato di manutenzione della sezione Portafoglio è scomparsa ma permane l’impossibilità di caricare nuove carte di credito (“Si è verificato un errore temporaneo nel salvataggio di questa carta. Riprova.“) … ma appare ora una scritta in arancione possibili rallentamenti relativamente appunto alle voci per inserire sia Carta di credito sia PostePay: 🙄
Permane l’impossibilità di caricare nuove carte di credito … ma appare ora una scritta in arancione possibili rallentamenti sia per Carta di credito sia per PostePay
Come segnalato anche in un commento, è importante verificare, cliccando sulla sezione in blu relativa al Cashback, se tutte le carte inserite sono nello stato di attivo(ad esempio, anche a me una aveva stranamente lo switch ad OFF e quindi il cashback non era attivo per i pagamenti con quella specifica!): mi chiedo il perché di questa funzione dal momento che ovviamente uno vuole sempre aderire a un cashback con le carte che ha e che tra l’altro ha inserito in quell’app 🤔
Conviene verificare che tutte carte inserite siano nello stato di attivo, cliccando sulla zona blu relativa al Cashback
Comunque ora hanno introdotto, al termine della procedura d’inserimento di un nuovo sistema di pagamento cashless, la pagina di richiesta se si vuole inserire per quella carta specifica il cashback (risposta ovvia ma comunque richiesta magari per motivi di privacy o quant’altro! 🙄 ): si deve quindi trascinare a destra lo switch e premere il tasto Continua. Come indicato, se uno preferisce, l’attivazione al cashback di quella carta può avvenire anche successivamente andando (come mostrato precedentemente) nella sezione dedicata appunto al cashback in cui uno può entrare premendo la scritta cashback in blu con indicazione di quanti euro sono stati rimborsati fino a quel momento .
Pagina che compare al termine della procedura d’inserimento di un nuovo sistema di pagamento cashless, si deve quindi trascinare a destra lo switch e premere il tasto Continua.
Si noti infine che la registrazione del cashback nell’app IO.it non è immediato dopo che uno ha effettuato un acquisto con una delle carte registrate e abilitate appositamente, ma può avvenire anche dopo giorni!!! 🙄 … come d’altra parte indicato esplicitamente nell’help di IO.it. 😫 Dopo due giorni dal mio primo acquisto con carta di credito Visa, opportunamente attivata sia nell’app IO.it sia nel portale Next, il riepilogo del cashback presente nell’app IO.it segna a oggi ancora 0€ … Ben diversa è la tempistica in real-time che si ha in Satispay quando si acquista in un negozio che preveda un cashback promozionale specifico di quel metodo di pagamento … 🤔
Generalmente in un proprio blog/sito WordPress uno scrive i post nella propria lingua madre anche se può succedere che, per dare maggior visibilità a qualcuno specifico, uno magari lo scriva già originariamente in inglese. Comunque è ovviamente assai utile predisporre una qualche modalità che consenta a qualsiasi navigatore, ovunque si trovi nel mondo, di poter vedere agevolmente tradotto un post, in una delle lingue di sua conoscenza. Esistono le seguenti possibilit che verranno analizzate in dettaglio nel seguito del post
Utilizzare la funzionalità intrinseca in tutti i browser
Tutti i browser, sia si PC sia su smartphone, hanno integrata (o integrabile) una funzionalità di traduzione in qualsiasi altra lingua del sito visualizzato, qualsiasi sia la lingua in cui è stato scritto. Per maggiori dettagli vedere un mio precedente post.
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Inserire il link del post tradotto da Google Translator Web – iTool
Utilizzare il widget Google Translator di WordPress
In WordPress(così come nella maggior parte delle piattaforme per creare blog/siti) viene consentito d’inserire, nella pagina di ogni post, un widget che fornisce la possibilità di selezionare una differente lingua in cui la persona la vuole veder tradotta. In realtà WordPress non fa altro che utilizzare una funzionalità presente online, la stessa usata anche da qualche browser (i.e. Google Translator): impostare questa funzionalità nel proprio blog/sito può risultare comunque conveniente in quanto rende più agevole attivare la traduzione per un navigatore che lo desideri (sempre che non l’abbia già attivata come automatica tra le impostazioni del browser che sta utilizzando, come generalmente conviene fare!).
Ecco come inserire quell’apposito widget relativo appunto alla traduzione:
Il widget del Traduttore Google può essere inserito in un’area comune a tutti gli articoli del proprio blog/sito (1)
Il widget del Traduttore Google può essere inserito in un’area comune a tutti gli articoli del proprio blog/sito (2)
Tuttavia in questa pagina di help di WordPress viene detto che “Google Translate Widget non è più supportato e potrebbe essere interrotto in futuro. Se in precedenza hai abilitato tale widget, i visitatori possono fare clic sulla freccia nel menu “Seleziona lingua” per visualizzare un elenco di lingue disponibili per la traduzione. Facendo clic su una lingua nell’elenco verrà tradotto il contenuto del sito in quella lingua“.
Viene anche suggerito di realizzare, in alternativa, un sito multilinguavale a dire pubblicare la duplicazione di un post per ogni linguaggio che si intende supportare o, nel medesimo post avere quelle più traduzioni, prevedendo all’inizio dei link opportuni, ad esempio associati ciascuno a una bandiera, che rendano possibile raggiungere subito a sezione nella lingua desiderata o utilizzando anche dei language menu block come suggerito nel tutorial WordPress intitolato”Simple Multilingual Site Tutorial Using Blocks (No Plugins)“. Se per un sito commerciale questa soluzione è sicuramente la più appropriata per evitare magari traduzioni automatiche non consone, per un blog personale sicuramente quella dispendiosa (in termini tempo) soluzione non è, a mio parere, percorribile se non saltuariamente. Ad esempio, personalmente ho pubblicato solo un post bilingue, vale a dire appunto quello che spiega come poter impostare un browser per tradurre automaticamente un qualsiasi sito nella lingua desiderata!
Esempio di post bilingue in cui viene presentato all’inizio il link alla sua sezione relativo alle diverse lingue in cui è presente
Si noti inoltre, sfortunatamente, dovendo il blogger associare una sola lingua specifica relativa a tutto il suo blog, se scrive un post specifico in una differente, tra le scelte possibili di traduzione proposte da quel widget non compare la scelta dell’italiano!! Secondo me questa è una impostazione assurda che non tiene conto che un blog generalmente può contenere anche post in lingue differenti da quella di default (e.g. in inglese, risultando il post così rivolto a più persone a livello mondiale). Una non agevole soluzione a tale problema consiste nel richiedere prima di tradurre il post scritto, ad esempio, in inglese in una qualsiasi altra lingua (non l’italiano in quanto non disponibile nell’elenco, ma anche in inglese stesso!!) e successivamente richiedere sempre dal medesimo widget la traduzione in italiano: infatti dopo la prima traduzione, magari nella stessa lingua in cui il post è stato scritto, inspiegabilmente compare anche la possibilità di traduzione nella lingua di default del blog (e.g. italiano).
Poiché la lingua di default del blog è l’italiano, non compare nell’elenco questa lingua anche qualora quello specifico post sia scritto in una lingua differente!!
Devi richiedere di tradurre il post in qualsiasi lingua, anche la medesima del post (e.g. inglese) per vedere poi comparire tra le traduzioni possibili anche l’italiano!
NOTA: la indicazione d’Italiano nella lista può apparire sia in ordine alfabetico sia talvolta in cima alla lista.
Così operando, viene resa disponibile anche la traduzione in italiano …
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Inserimento immagine (con bandierina della lingua in cui tradurre il post, associata ad apposito link) nella sezione generalmente utilizzata per le condivisioni sui social
Un metodo alternativo (o addizionale) è quello d’inserire un’immagine di una bandiera specifica per ciascuna lingua che si intende predisporre (associandole un apposito link a Google Translator), nella sezione generalmente predisposta da WordPress in fondo a ciascun post per effettuare una sua eventuale condivisione su un social da parte del lettore.
Nel seguito la procedura passo passo che prevede di andare dal sito di amministrazione di WordPress, in Impostazioni -> Condivisione e aggiungere uno o più nuovi servizi specifici:
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator (1)
Si inserisce il nome del nuovo servizio, l’URL del sito di Google Translator e un’icona specifica associata.
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator Traduzione da ingese a italiano (2)
Relativamente poi all’icona, conviene andarsi a scaricare qualcuna di quelle generalmente disponibili online ed eventualmente ritoccarle opportunamente, Io ho preso quelle dell’Italia e della Gran Bretagna dal menù di iStock e le ho opportunamente ritoccate:
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Trovare l’icona della bandiera (3)
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Trovare l’icona della bandiera (4)
Nel seguito le immagini da me ritoccate che puoi agevolment salvarti premendoci sopra con il tasto destro del mouse:
Icona dell’Italia che si può associare ad una richiesta di traduzione in italiano
Icona della Gran Bretagna che si può associare ad una richiesta di traduzione in inglese
Dopo avere caricato quelle immagini poi nel tua libreria dei media, l’URL dell’icona da indicare in quel form per la creazione del nuovo servizio lo puoi conoscere, ad esempio, inserendo quella immagine in un post e quindi, cliccandoci sopra con il tasto destro del mouse, copiarne il collegamento (e.g. nel mio caso https://enzocontini.blog/wp-content/uploads/2020/12/bandierait.jpg): volendo, potresti puntare addirittura direttamente propio a questa mia URL!
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Trovare l’icona della bandiera (5)
Premendo infine Crea pulsante di condivisione, ci si viene a trovare quel nuovo servizio nell’elenco di quelli disponibili:
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Inserito il nuovo servizio EN->IT (6)
Analogo discorso si può fare per la traduzione, ad esempio, da italiano ad inglese dove, in questo caso URL di condivisione da inserire è:
I prefissi da indicare per le diverse lingue, qualora si intendesse inserire tale scorciatoia anche per altri linguaggi, sono, come al solito, i seguenti:
it per l’italiano en per l’inglese de per il tedesco fr per il francese es per lo spagnolo pt per il portoghese
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Traduzione da italiano a inglese (7)
Anche quel nuovo servizio verrà quindi elencato in aggiunta:
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Inseriti entrambi i nuovi servizi sia EN->IT sia IT->EN (8)
Conviene poi modificare l’etichetta in Traduci/Condividi in quanto i nuovi collegamenti introdotti sono di traduzione e non proprio di condivisione. Importante infine ricordarsi di premere il tasto Salva le modifiche, ovviamente!!
Aggiungere un nuovo servizio specifico collegato a Google Translator – Anteprima live, cambiare i’etichetta e salvare le modifiche (9)
A questo punto si potrà notare la presenza delle due icone relative alla richiesta di traduzione in fondo a tutti i post del blog:
In fondo a tutti i post del blog compaiono ora due icone relative alla richiesta di traduzione nelle rispettive lingue
Non sempre la traduzione del sito viene effettuata subito dal Google Translator, ma talvolta è necessario richiedere più volte di effettuare la traduzione desiderata (i.e. da: … in … ) ricaricando più volte la pagina (premere F5) (1)
Non sempre la traduzione del sito viene effettuata subito dal Google Translator, ma talvolta è necessario richiedere più volte di effettuare la traduzione desiderata (i.e. da: … in … ) ricaricando più volte la pagina (premere F5) (2)
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Chiedendo al servizo clienti WordPress, relativamente al widget Google Translator e a come consigliano di consentire una traduzione del proprio blog/sito, la loro risposta è stata la seguente, in verità non particolarmente utile non avendomi fornito nuove informazioni che già non avevo trovato e tra l’altro non particolarmente utili almeno nel mio caso (se non passando al piano Business che sembra avere un apposito plug-in che aggiunge la funzionalità multilingua!):
In alternativa, puoi aggiornare il tuo piano al piano Business, in questo modo potrai installare un plug-in che aggiunga la funzione multilingua al tuo sito. Per maggiori informazioni sul piano Business puoi visitare questa pagina https://it.support.wordpress.com/piano-business/
Risposta ricevuta dal supporto clienti di WordPress relativamente alla traduzione del proprio blog/sito
I know, there is on WordPress a well stressed help section where everyone can find many answers, but it may happen that you want to ask a specific question to the customer service because you did not find an answer in those F.A.Q.s
As it happens in many sites, the form to send your specific question is not easy to find and every time I have to spend some minutes to find the procedure to find the way to do that!!
The easiest way is to write an email to help@wordpress.com but you can even find the proper input form following these steps:
Steps to find the input form to ask questions to the WordPress customer service (1)
Steps to find the input form to ask questions to the WordPress customer service (2)
Steps to find the input form to ask questions to the WordPress customer service (3)
Da tempo se nel parla e sabato scorso è stato pubblicato il decreto attuativo del Ministero dell’Economia nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, dando il via libera definitivo al piano “Italia cashless”.
Fa specie vedere che ancora in un articolo de La Stampa (“In arrivo il cashback di Natale: fino a 150 euro di rimborso per acquisti con carta di credito“) del 22/11/2020 (con ultima modifica effettuata il 26/11/2020), quindi solo due giorni prima della sua pubblicazione avvenuta il 24/11/2020, vengano ancora descritte incertezze su quello che era un imminente decreto, relativamente sia alla sua data di attuazione (“Ancora da definire il giorno in cui entrerà in vigore la misura“) sia ai dettagli dei suoi contenuti (“sembra che la norma non valga per gli acquisti online“)!
Comunque, ora che è stato ufficialmente pubblicato il 24 novembre 2020 anche sul sito della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, si può finalmente leggere tale decreto attuativo direttamente per intero: in particolare si trova scritto che la sua Entrata in vigore del provvedimento era il 28/11/2020 … ma, in realtà, i sistemi informatici in grado di renderlo realmente attuativo a tutt’oggi non funzionano ancora a dovere … 🤔 … sebbene nei telegiornali ciò non venga affatto evidenziato, anzi si parla dell’elevata percentuale di cittadini che già si sono registrati per paretecipartre all’iniziativa!
D’altra parte anche sull’articolo di Carlo Gravian, apparso sempre su La Stampa di ieri 23/11/2020, viene esplicitamente detto: “La data ufficiale di partenza, quindi, è attesa a giorni, mentre è stato confermato che il piano andrà a regime a partire da gennaio 2021“. Leggendo bene il tutto, si apprende che, sostanzialmente, il programma in oggetto “prevede un rimborso ogni 6 mesi del 10% sulle spese effettuate con pagamenti elettronici con un tetto di a 150 euro ogni semestre” (i.e. un massimo di 300 euro di rimborso annuo). Le spese possono essere di qualsiasi tipo (e.g. colazione al bar, abbigliamento, idraulico, spese mediche). Ogni singolo componente maggiorenne di un nucleo famigliare può partecipare individualmente al piano per cui, ad esempio, in una famiglia di 4 persone si può arrivare complessivamente a recuperare sulle spese sostenute fino a un massimo di 1200 euro nei 12 mesi.
Si scopre tuttavia che, come in tutti i concorsi a premi, ci sono però delle specifiche regole che determinano i requisiti necessari per ottenere quell’aspirato cashback. Quest’ultimo termine è ormai ampiamente utilizzato da molteplici piattaforme di pagamento (e.g. Satispay) e sostanzialmente sta a indicare, semmai uno ancora non lo sapesse 🙄, una restituzione parziale del denaro speso in determinate condizioni specifiche. In questo caso specifico, i requisiti per ottenere quella restituzione del 10% sono i seguenti:
Ogni 6 mesi, avere effettuato almeno 50 operazioni con uno dei pagamenti elettronici consentiti e nelle modalità previste (e.g.NON acquisti nell’esercizio di attività d’impresa, arte o professione; NON acquisti online).
Essersi registrati nell’app IO.it, installabile sul proprio smartphone dallo store Android o Apple, come indicato anche nel portale IO, l’app dei servizi pubblici (italia.it). In quell’app si devono inoltre registrate tutte le forme di pagamento elettronico a proprio nome che uno intende utilizzare e che verranno quindi conteggiate.
Il rimborso, che spetta a ogni cittadino che aderisce al piano, viene calcolato in automatico dal sistema informativo realizzato dalla società PagoPa. Si noti che tali rimborsi, che avverranno entro 60 giorni dalla chiusura di ciascun semestre di cashback (i.e. luglio-agosto 2021, gennaio-febbraio 2022), non contribuiscono a formare il reddito e non vengono tassati. Tali accrediti verranno effettuati direttamente sul conto corrente del titolare delle carte: durante la registrazione, sembrerebbe che si debba indicare l’IBAN del conto sul quale vuole ricevere tale il bonifico … sebbene, almeno per il momento, io non sono ancora riuscito a trovare dove inserire nell’app IO.it quell’essenziale informazione! 🤔
_______________ P.S. 6/12/2020
È comparsa una sezione Portafoglio, nell’area In evidenza un riferimento relativo appunto al Cashback che viene indicato come in arrivo: cliccandoci sopra, si apprende che l’attivazione del cashback e l’inserimento dell’IBAN su cui avverrà il rimborso, si potrà fare a breve immagino da quella nuova sezione (P.S. vedere post successivo):
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In particolare, per accedere a quell’app è indispensabile possedere lo SPID o la CIE (Carta d’Identità Elettronica). Quindi se hai ancora la carta d’identità cartacea, devi necessariamente procurarti uno SPID qualora tu ancora non ne possegga già uno: a tale proposito, puoi eventualmente vedere questo mio post relativo al PosteID e al TimID.
L’app IO.it consente non solo di gestire l’iniziativa Italia cashless, e quindi anche di vedere gli acquisti effettuati e tenuti in conto nel conteggio del cashback, ma anche di offrire altri servizi dalle PA (Pubbliche Amministrazioni), ad esempio quelli dei Comuni … perlomeno, al momento, quelli maggiormente informatizzati. Ho notato, ad esempio, che Torino, la mia città, è fortunatamente tra quelli presenti! Anche nel sito vengono elencati i possibili servizi erogabili al cittadino che vanno dalle scadenze ai pagamenti e alle notifiche … per i documenti si deve ancora aspettare, sebbene quella voce sia già prevista. In oarticolare in Partecipa al Cashback con l’app IO – IO, l’app dei servizi pubblici (italia.it) viene fornita una descrizione sul “Cashback”, iniziativa del Piano Italia Cashless promosso dal Governo: in Guida al Cashback – IO, l’app dei servizi pubblici (italia.it) vengono dati tutti i dettagli. Da quella pagina si apprende che il servizio verrà realmente attivato dall’8/12/2020anche se già prima si può registrarsi nell’app e impostare alcuni dei metodi di pagamento cashless … ma non ancora l’IBAN del proprio conto su cui verrà effettuato il rimborso!
Possibili servizi erogabili al cittadino dal Anche nel sito di IO.it
Attualmente l’app IO.it si trova ancora nella modalità beta e non mi sorprende quindi che presenti ancora diversi problemi, seppur sia apparentemente già stata rilasciata, almeno in una sua versione precedente, già diversi mesi fa, avendo attivo come servizio quello del bonus vacanze (solo per chi ha un ISEE valido) relativo al periodo luglio-dicembre 2020. Il fatto di rilasciare al pubblico app in beta non deve comunque stupire più di tanto in quanto già da anni è usuale avvenga: Gmail, ad esempio è rimasta in beta version per anni … e qualsiasi programmatore sa che i bachi vengono fuori solo nel tempo e con un utilizzo reale di un programma sebbene testato, per cui in realtà qualsiasi programma è in beta per diversi mesi anche se reso pubblico sotto qualsiasi forma!
Dal portale, nella sezione relativa allaroadmap di sviluppo di quest’app dei servizi pubblici, si scopre poi che si tratta di un progetto ambizioso avviato nel 2018 e in continua evoluzione per cui, almeno per le parti nuove, immagino che rimarrà in beta version per un bel po’😏. Comunque, da un punto di vista di usabilità dell’interfaccia utente, mi sembra ben fatta seppur, come già evidenziato, attualmente presenti ancora diverse problematiche lato server, relativamente alla registrazione dei metodi di pagamento che il cittadino dichiara di utilizzare per i pagamenti e che quindi verranno tenuti in conto.
Nella sezione dedicata ai cittadini, è possibile anche iscriversi a una newsletter per essere informato via email sulle novità del progetto:
In particolare poi, per questo periodo natalizio di dicembre 2020, è previsto un rimborso extra fino a 150 euro (sempre con un cashback sempre del 10%): sarà necessario effettuare solo almeno 10 operazioni e il rimborso arriverà già a febbraio 2021. Insomma, sembra proprio che la logica si, anche e soprattutto a Natale, “più spendi più hai rimborsi” se è vero che per avere tutti i 150€ di cashback si deve spende la cifra non indifferente di almeno 1500€ ! Comunque sarà sicuramente un primo piccolo test reale della corretta funzionalità di tutto questo sistema non banale che richiede una non indifferente interazione tra gestori dei pagamenti elettronici, banche e commercianti.
Viene da chiedersi: ma chi paga quel 10% di rimborso? Ovviamente tutti noi con i contributi statali (i.e. tasse) … per cui mi sembra un po’ un gatto che si morde la coda, anche se, forse, può essere un metodo sia per far ripartire l’economia dei negozi, in questi mesi sicuramente stremati, sia per consentire il tracciamento del denaro e, quindi, di conseguenza combattere l’evasione fiscale. Essendo quest’ultimo spero il principale degli obiettivi, risulta allora comprensibile perché non siano stati considerati nel conteggio i pagamenti effettuati online, in quanto per quelli necessariamente già ora devono essere necessariamente effettuati tramite un pagamento cashless!
Esiste poi il super-cashback, cioè un bonus aggiuntivo di 1.500 euro che sarà erogato ogni sei mesi ai 100.000 consumatori che effettueranno più transazioni. Questa specie di vincita alla lotteria potevano, a mio parere, davvero evitarla anche perché personalmente non riesco a vederne proprio dei vantaggi a livello sociale. Mi sa solo di trovata pubblicitaria degna delle peggiori forme di marketing!
E per i commercianti? Sembrerebbe che non dovranno fare nulla se non ovviamente predisposti a ricevere il pagamento non in contanti, come usualmente già molti fanno. Sarà l’operatore del sistema che si occupa della gestione dei pagamenti elettronici/POS a comunicare alla piattaforma PagoPa le transazioni effettuate associate alle carte utilizzate.
Tali gestori possano poi decidere di azzerare le commissioni per micropagamenti fino a 5 euro, in modo da incoraggiare i negozianti ad accettare il cashless anche per quel tipo di commercio: d’altra parte ciò già avviene con alcuni sistemi quali ad esempio Satispay.
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Nel seguito mostro i passi per registrarsi e utilizzare l’app IO.it… evidenziando per ora ancora alcune problematiche lato server: d’altra parte è in beta e il servizio relativo a Italia cashless non è ancora ufficialmente partito sebbene il decreto attuativo sia datato, abbiamo visto, il 24/11/2020. Devo dire che la progettazione dell’app mi sembra ben fatta sebbene la sua configurazione, soprattutto relativamente alla registrazione dei metodi di pagamento, non è certo alla portata di tutti, anziani inclusi! … ma, forse, una qualsiasi metodologia informatica non lo può essere più di tanto. 🙄
Innanzitutto è necessario installare l’app ricercandola nell’apposito store del proprio smartphone (Androido Apple): lo si può fare direttamente dal telefonino stesso o programmarlo da un qualsiasi PC in cui uno si è autenticato rispettivamente come utente Google/Android Apple/iPhone:
L’app IO.it nello store di Google per smartphone Android
Si noti che, dal portale https://io.italia.it, sebbene non sia possibile autenticarsi e operare, oltre alla possibilità di programmare l’installazione dell’app, presenta anche altre pagine che forniscono informazioni sui servizi offerti e addirittura statistiche (raggiungibile cliccando il link Vai alla Dashboard presente lateralmente al numero delle persone che hanno scaricato l’app).
Una volta lanciata per la prima volta l’app IO.it viene chiesto d’autenticarsi tramite CIE (Carta d’Identità Elettronica) o SPID. Le successive volte, poi, sarà solo più necessario inserire un PIN di 6 cifre che ognuno imposta a proprio piacere durante questa prima fase di registrazione.
Solo la prima volta l’app IO.it viene chiesto d’autenticarsi tramite CIE (Carta d’Identità Elettronica) o SPID
Nel mio caso specifico ho effettuato la scelta di autenticazione con SPID rilasciatomi dalle Poste Italiane per cui mi è stata presentata la pagina delle Poste Italiane con richiesta d’inserire il mio nomeutente/password relativo al PosteID: ovviamente la procedura di autenticazione al primo lancio di quell’app risulta specifica del gestore dello SPID specifico utilizzato. Nel caso di uso del CIE per l’autenticazione, si deve necessariamente avere uno smartphone che abbia la funzionalità NFC e che questa sia attivata per essere in grado di “leggere” appunto la Carta d’Identità Elettronica: in questo caso verrà richiesto il PIN fornito insieme a quella carta e verrà chiesto di avvicinare lo smartphone alla CIE per poter da quella leggere le informazioni anagrafiche. Sicuramente, se uno possiede sia la CIE sia uno smartphone con la funzionalità NFC , la procedura risulta più agevole.
La procedura di autenticazione con lo SPID dipende dal gestore specifico che uno utilizza (e.g. PosteID)
Viene quindi richiesto d’inserire (due volte per verifica) un codice di sblocco che sarà quello che uno dovrà poi inserire tutte le volte che lancerà quell’app e vorrà accedere alla propria area privata, senza più dover ricorrere, per fortuna, nuovamente all’uso di SPID/CIE! Se uno ce l’ha presente sul proprio smartphone, può anche attivare l’autenticazione biometrica (e.g. con l’impronta digitale)
Viene infine richiesta la propria email proponendo già quella che uno ha associato allo SPID, se si è usato quel metodo di autenticazione, pur permettendo comunque di eventualmente cambiarla:
Per configurare la propria email, viene proposta quella che uno ha associato allo SPID, se si è usato quel metodo di autenticazione, pur permettendo comunque di eventualmente cambiarla.
Una volta entrati nella homepage, si possono navigare le diverse sezioni presenti in basso: messaggi, portafoglio, servizi e profilo.
La sezione dei messaggi presenta tre tab, ricevuti, in scadenza e archiviati:
Sezione dei messaggi con tre tab: ricevuti, in scadenza ed :
La sezione portafoglio, che sembra la più interessante 🤗, è quella che attualmente presenta problemi verosimilmente lato server. Infatti dovrebbe permettere sia di caricare/inserire i metodi di pagamento che si intende utilizzare, sia vedere i bonus e sconti. Purtroppo, nonostante i diversi tentativi, sempre il risultato ottenuto è stato questo: dopo lunga un’attesa di diversi minuti, compare la pagina che indica “problemi con un pagamento o l’aggiunta di un nuovo metodo“:
La sezione portafoglio presenta ancora problemi lato server (1)
La sezione portafoglio presenta ancora problemi lato server (2)
… ad eccezione di due sole volte 😎 … dove finalmente mi si è presentata la pagina che mi aspettavo. Tuttavia anche in quel caso fortunato, procedendo poi per l’inserimento della mia carta di credito, il salvataggio della stessa non è andato a buon fine fallendo la procedura di verifica. Verosimilmente ci sono ancora problemi con le comunicazioni tra i diversi sistemi coinvolti e/o il sistema è sottodimensionato a gestire un numero di richieste probabilmente elevato essendo stato il decreto approvato da poco e molte persone penso che stiano provando a utilizzarlo … ma, d’altra parte, un sitema come questo deve essere pensato per un utilizzo massiccio!
Nell’unica volta che mi è stata data la possibilità di aggiungere un metodo di pagamento, la procedura è poi fallita (1)
Come mostrato dallo screenshot seguente, per il momento sembrerebbe che solo le carte di credito/debito tradizionali siano considerate come metodo di pagamento consentito dal sistema, ma sembra che a breve anche altri metodi cashless (i.e. senza l’uso di contanti) saranno introdotti e già ne compaiono nell’elenco di quelli registrabili dall’app io.it (i.e. Bancomat Pay, PayPal, PostePay, Satispay)
Dopo avere inserito tutti i dati della mia carta di credito, al suo tentativo di salvataggio, dopo un’attesa per la verifica delle informazioni sulla carta, viene presentata un messaggio di “errore temporaneo nel salvataggio di questa carta, riprova” … sarai più fortunato!
Andando poi anche a vedere, come suggerito, l’apposita sezione di help in alto a destra, non si trova comunque una soluzione e spiegazione alla problematica attualmente in corso:
____________ P.S. 07/12/2020
Nuovamente il backend dell’app è un palla! Non solo non è ancora attivata la sezione Cashback (… d’altra parte il servizio dovrebbe iniziare domani mattina!), ma non è più visibile nuovamente la sezione relativa alla registrazione delle forme di pagamento cashless … per cui non solo non se ne può inserire di nuovi ma non è nemmeno possibile vedere l’elenco di quelli eventualmente già registrati. L’app ha ricevuto un aggiornamento, ma nulla è cambiato … anzi ora l’icona relativa al cashback è addirittura scomparsa nuovamente:
A poche ore dalla teorica attivazione del sistema di cashback il sistema è nuovamente in palla
Che il sistema di backend sarebbe stato sotto stress in prossimità dell’attivazione del servizio c’era ovviamente da aspettarselo: tuttavia il dimensionamento del tutto sembra non avere retto a dovere per cui qualche sbaglio di valutazione sistemistico ci deve essere stato. Le code alle poste, per intanto, si sono allungate … probabilmente anche per via delle persone che in questi giorni hanno richiesto lo SPID tramite quel provider …
Vediamo se domani mattina, un giorno di festa tra l’altro, il sistema riprende a funzionare: personalmente griderei al miracolo! … ma forse sono troppo pessimista 🙂
___________ P.S. 03/12/2020
Finalmente il processo di registrazione delle carte di credito sembra ora funzionare, anche se quella tipologia di pagamento cashless continua a essere l’unica forma registrabile (neppure la possibilità di registrare un Bancomat è a oggi concessa seppur indicata come “in arrivo“!). La procedura di validazione di ciascuna carta prevede una transazione di 0,02 € per cui tutto il processo di verifica proprio e specifico di ciascuna carta di credito deve essere completato, insomma una procedura tipica che può prevedere l’inserimento di un codice OTP inviato via SMS o la accettazione tramite un’apposita app della banca: insomma una procedura in più che rende davvero poco utilizzabile il tutto sicuramente da parte di persone anziane o comunque non informatizzate più di tanto … sempre che ovviamente abbiano sia una carta di credito sia uno smartphone! Restiamo quindi in attesa che si consenta l’inserimento di anche delle altre forme di pagamento cashless elencate che probabilmente richiederanno una procedura di attivazione più semplice e alla portata di tutti … 🙄,
Come mostrato nell’ultimo screenshot, io ho registrato entrambe le mie carte collegate ciascuna ad uno dei due circuiti più diffusi, per cui l’integrazione almeno con questi sembra sia ora attivo e funzionante 🙂
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Andando infine a curiosare nella sezione Servizi, i scopre che è possibile selezionare una o più aree di’interesse selezionandole da un elenco per ora assai ridotto … sebbene la pagina preveda addirittura una possibilità di ricerca. Per fortuna, il pur corto elenco i comuni attualmente presente comprende quello di Torino, la mia città!! 😋 Selezionandola, si trovano i link a diversi servizi già presenti online su Torinofacile.
Insomma, aspettiamo ancora qualche giorno in modo tale che i problemi tecnici evidenziati vengano risolti e proviamola poi nuovamente!! 🙂
Talvolta, può essere conveniente inserire i sottotitoli a un proprio video pubblicato su YouTube. In verità, dei sottotitoli nella lingua utilizzata nel video sono già automaticamente dedotti di default (ma non pubblicati, aspettando una autorizzazione del proprietario del video) da quella piattaforma fin dalla pubblicazione del video stesso, ma ovviamente possono non essere molto accurati … sebbene mi abbia stupito la qualità del riconoscimento effettuato a un mio video in italiano!
Comunque, sicuramente è conveniente rivedere quel testo inserito automaticamente, per effettuare le dovute probabili correzioni in alcune sue parti, anche se probabilmente non saranno troppi i cambiamenti da effettuare. Ovviamente, se uno ha poi il testo di ciò che è stato detto/letto, molto meglio fare un copy dall’editor e un past nell’opportuno form appositamente presente in YouTube relativamente al sottotitolo in quella lingua associato allo specifico video! Risulta inoltre talvolta conveniente predisporre dei sottotitoli anche in altre lingue rispetto a quella adottata nel video, anche solo in inglese, per dare ovviamente maggior visibilità ai contenuti detti.
In questo post vedremo come YouTube agevoli molto la creazione di sottotitoli e alla loro collocazione temporale, sebbene alcune operazioni debbano ancora essere fatte manualmente, soprattutto relativamente a sottotitoli in una differente lingua rispetto al parlato del video.
Ma partiamo dall’inizio per poi procedere passo passo 😉
La pubblicazione online di un video su YouTube può essere fatto generando il file video e poi caricandolo tramite l’interfaccia utente del sito YouTube di amministrazione dei propri video. In alternativa, i diversi editor video consentono già d’interfacciarsi a YouTube/Vimeo e caricare il video fin dalla sua generazione, ovviamente fornendo le credenziali opportune! Nel seguito mostro la funzionalità di Export & Share presente in Adobe Premiere Elements 2021:
Pubblicazione del video su YouTube direttamente dall’editor Adobe Premiere Elements 2021
Innanzitutto, per chi non lo sapesse, se si desidera visualizzare i sottotitoli di un video su YouTube, si può operare nelle due modalità seguenti:
Sottotitolo in sovrimpressione – Click sull’apposita icona relativa appunto al sottotitolo:
Sottotitolo in sovrimpressione cliccando sull’apposita icona
Testo che scorre esternamente al video – Tra le opzioni visibili premendo i tre puntini del menù subito sotto il video, premere la voce Apri trascrizione in modo da vedere il testo che scorre con evidenziato il passaggio in corso: questa funzionalità può essere attivata in alternativa alla precedente o anche in contemporanea (come mostrato nello screenshot seguente):
Testo che scorre esternamente al video premendo la voce Apri trascrizione
Per default, la lingua con cui i sottotitoli compaiono (se inseriti nel video) dipende dall’impostazione che uno ha definito nel browser. Tutti i browser consentono d’impostarla tra le loro opzioni di configurazione:
Ad esempio, avendo impostato per un mio video anche i sottotitoli in inglese, aprendolo con il mio browser Firefox impostato con quella lingua, i sottotitoli scorrono come previsto e non nel linguaggio originale di quel video:
I sottotitoli risultano in inglese se impostati per quel video e il browser è configurato con quella lingua
Risulta comunque sempre possibile selezionare i potenziali sottotitoli nelle diverse lingue definite per il video specifico che si sta vedendo, anche andando sulle impostazioni accessibili tramite la tipica icona a ingranaggio presente in basso a destra:
Analogo discorso da smartphone:
Da quel medesimo menù d’impostazioni (raggiungibile tramite la tipica icona a ingranaggio presente in basso a destra) è, tra l’altro, possibile anche impostare la definizione con cui si desidera vedere il video in corso, sebbene convenga in genere impostare nella modalità automatica, vale a dire quella che si adatta convenientemente alla banda correntemente disponibile: ovviamente per poter avere la scelta 1080p HD, quel video deve essere stato caricato con quell’alta definizione:
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Vediamo ora, nel dettaglio, come fare a inserire il testo prima nella lingua del video (e.g. italiano) e poi anche in un’altra (e.g. inglese).
Il Creator di YouTube produce automaticamente dei sottotitoli nella lingua originaria del video, cercando di riconoscere il parlato.
_______________________ NOTA BENE: talvolta i sottotitoli automatici non vengono stranamente creati. Andando a cercare nell’help si legge rerlativamante alla risoluzione di problemi relativi ai sottotitoli automatici: Se il tuo video non genera sottotitoli automatici, potrebbe essere dovuto a uno o più dei seguenti motivi:
I sottotitoli non sono ancora disponibili a causa dell’elaborazione di audio complessi nel video.
I sottotitoli automatici non supportano la lingua del video.
Il video è troppo lungo. (nota: se il video dura ore comunque la creazione dei sottotitoli non è immediata e può richiedere anche diverse ore)
Il video ha una scarsa qualità audio o YouTube non riconosce il parlato.
C’è un lungo periodo di silenzio all’inizio del video.
Ci sono più oratori il cui discorso si sovrappone o più lingue contemporaneamente. _______________________
Il risultato è spesso buono, seppur migliorabile ovviamente, perciò sicuramente risulta conveniente partire da questo testo, correggendolo quando il caso, piuttosto che riportare a mano tutto il testo parlato (a meno che uno abbia già in forma elettronica il testo del parlato, magari preparato precedentemente e letto nel corso del video: solo in questo caso conviene caricarlo e sostituirlo a quello generato automaticamente). Il processo di riconoscimento del parlato non è immediato e qualora il video non sia breve, può metterci anche diverso tempo, probabilmente più della durata del video stesso: inizialmente viene consentito perciò solo di aggiungere, ad esempio caricando un file, i sottotitoli, quindi solo successivamente risultano disponibili quelli generati dal Creator: la loro pubblicazione può essere effettuata dopo avere rivisto il testo generato automaticamente. Dopo le probabili modifiche/correzioni, la sezione del sottotitolo in lingua originale passa in una fase di sincronizzazione dove il Creator cerca di sincronizzare anche temporalmente il testo modificato al video.
Sincronizzazione temporale del testo dei sottotitoli, dopo avere modificato/corretto a mano quelli generati automaticamente dal Creator di YouTube: è necessario attentere prima che venga effettuata e possa essere pubblicato il tutto!
Inizialmente ho provato a modificare i sottotitoli automatici o inserirne di nuovi andando nel l’apposita sezione presente nella pagina Dettagli video. Tuttavia, premendo CARICA SOTTOTITOLI, mi viene proposto di caricare appunto un file con informazioni temporali o meno:
Pagina Dettagli video – CARICA SOTTOTITOLI consente solo di caricare appunto un file con informazioni temporali o meno (1)
Pagina Dettagli video – CARICA SOTTOTITOLI consente solo di caricare appunto un file con informazioni temporali o meno (2)
Cliccando invece sull’indicazione dei sottotitoli inseriti automaticamente da YouTube, viene visualizzata una pagina di “Pagina non disponibile“! 🙄😳
Pagina Dettagli video – Cliccando invece sull’indicazione dei sottotitoli inseriti automaticamente da YouTube, viene visualizzata una pagina di “Pagina non disponibile“! (1)
Pagina Dettagli video – Cliccando invece sull’indicazione dei sottotitoli inseriti automaticamente da YouTube, viene visualizzata una pagina di “Pagina non disponibile“! (2)
Pagina Dettagli video – Cliccando invece sull’indicazione dei sottotitoli inseriti automaticamente da YouTube, viene visualizzata una pagina di “Pagina non disponibile“! (3)
Che fare dunque? Ho notato poi che esiste anche una voce specifica ai sottotitoli nel menù a sinistra e, procedendo per quella via, sono riuscito nel mio intento. Cliccando sulla sezione Sottotitoli del video, inizialmente si trova subito la versione creata automaticamente da YouTube riconoscendo il parlato nel video stesso. Si noti che si può duplicare ed eventualmente modificare premendo l’apposito link associato a quella voce in elenco, per ora la sola presente:
Nella sezione Sottotitoli del video, inizialmente si trova subito la versione creata automaticamente dal Creator di YouTube riconoscendo il parlato nel video stesso
In particolare cliccando su DUPLICA E MODIFICA, si visualizza il testo così come è stato riconosciuto: niente male seppur qualche errore di comprensione ovviamente ci sia!! Ovviamente si nota che quei sottotitoli non sono ancora pubblicati, aspettando una verifica e successiva autorizzazione del proprietario del video:
Cliccando su DUPLICA E MODIFICA, si visualizza il testo così come è stato riconosciuto dall’analizzatore audio di YouTube
Invece di modificare quel testo riconosciuto, se uno ha su file quello detto/letto, risulta più facile, come già evidenziato, copiarlo dall’editor e quindi sostituirlo al preesistente in quel form:
Conviene copiare il testo del video da un editor e quindi incollarlo nel form di sottotitoli per quella lingua (1)
Conviene copiare il testo del video da un editor e quindi incollarlo nel form di sottotitoli per quella lingua (2)
La cosa che mi ha stupito positivamente è come, premendo il link ASSEGNA TEMPI, il riconoscitore YouTube riesca a posizionare il testo scritto abbinandolo temporalmente al parlato del video! … con un’ottima precisione!
Premendo il link ASSEGNA TEMPI, il riconoscitore YouTube posiziona il testo scritto abbinandolo temporalmente al parlato del video con una buona precisione (1)
Premendo il link ASSEGNA TEMPI, il riconoscitore YouTube posiziona il testo scritto abbinandolo temporalmente al parlato del video con una buona precisione (2)
Facendo scorrere il video dalla finestra a fianco del testo dei sottotitoli, si può verificare l’esatta corrispondenza temporale ed eventualmente, fermando la riproduzione, modificare i tempi opportunamente. Il tempo preciso dell’istante specifico in cui si è fermato il video, viene mostrato a sinistra in basso in modo tale da poter essere eventualmente sostituito a quello inizialmente suggerito.
Verificare l’esatta corrispondenza temporale ed eventualmente, fermando la riproduzione, modificare i tempi opportunamente (1)
Verificare l’esatta corrispondenza temporale ed eventualmente, fermando la riproduzione, modificare i tempi opportunamente (2)
Dopo avere verificato il tutto, non resta che rendere usufruibile tale sottotitolazione premendo il tasto PUBBLICA:
Premendo il tasto PUBBLICA quei sottotitoli risultano a disposizione di chi li desidera attivare
Ovviamente conviene mantenere solo l’ultima versione dei sottotitoli per quella lingua ed eliminare, ad esempio, quella preesistente generata automatica:
Mantenere solo l’ultima versione dei sottotitoli per quella lingua, ad esempio eliminando quella automatica preesistente
Se si desidera poi inserire i sottotitoli anche in un’altra lingua (e.g. inglese), il supporto di YouTube è anche qui notevole.
La scelta più veloce e quindi probabilmente la più conveniente, è quella di fare effettuare a YouTube stesso la traduzione: poi eventualmente, risentendo il tutto con i sottotitoli in quella lingua direttamente nella sezione d’inserimento dei medesimi, è conveniente apportare eventuali correzioni in quanto una traduzione automatica ha sempre i suoi limiti che, se uno conosce quella lingua, certamente possono essere migliorati!
Esiste la possibilità di fare effettuare la traduzione in automatico da YouTube, a partire dai sottotitoli in lingua originale a cui sono stati già stati assegnati i tempi
Si noti che per utilizzare la traduzione automatica, si deve prima pubblicare i sottotitoli nella lingua originale del video: la traduzione automatica non è disponibile per i sottotitoli generati automaticamente, per cui è necessario comunque duplicarli se non, ancor meglio, rivederli.
Per utilizzare la traduzione automatica, si deve prima pubblicare i sottotitoli nella lingua originale del video
Sfortunatamente, anche in questo caso, la traduzione talvolta non viene eseguita interamente, ma si ferma a un certo punto: ad esempio in questo caso si è fermata circa al minuto 40 del mio video di 1:12 … per cui ho dovuto poi operare manualmente da quell’istante in poi come specificherò nel seguito, effettuando la traduzione del testo rimanente con uno dei molteplici traduttori online!! 🙄😥
Dal momento che questa mancanza di traduzione dell’ultima parte di un video mi era successo più volte e sempre dopo circa un 40 minuti di video, pensavo che fosse dovuto al fatto che si fosse raggiunto un determinato numero di caratteri massimo, un po’ come esiste una limitazione nei traduttori di testo online. Invece, con mio stupore, effettuando nuovamente una traduzione automatica, cancellando i sottotitoli precedentemente generati e non completi, sono riuscito a vedere tradotto tutto il video, il medesimo. Forse il successo insperato, alla fine ottenuto, potrebbe essere dovuto al fatto che, prima di rifare la richiesta di una nuova traduzione automatica, avevo effettuato qualche correzione nei sottotitoli in lingua originale dal momento che avevano qualche errore di battitura. Quindi forse il traduttore era andato in errore per i troppi errori? Comunque strano comunque che per diversi video la traduzione si sia interrotta sempre verso i 40 minuti di ciascun filmato …
Se comunque non si riesce a ottenere in nessun modo la traduzione per intero dei sottotitoli, non resta che operare manualmente!! Purtroppo se si inserisce per intero il testo tradotto nell’altra lingua (e.g. in inglese), la sincronizzazione dei tempi non avviene correttamente per cui conviene mantenere le impostazioni temporali della lingua originale, mantenuti con la traduzione automatica, e andare a modificare a manina quelle ultime sezioni che sforano la lunghezza massima per la quale viene effettuata la traduzione. Ovviamente si può copiare quella ultima parte del testo in italiano che non è stato tradotto, andando nei sottotitoli in lingua originale e portandosi nella visualizzazione senza indicazione temporale (seleziona MODIFICA COME TESTO), copiare interamente la parte del testo non tradotto (selezionando tutto con cntl+a oppure cliccando con il mouse all’inizio della parte da ancora tradurre e poi portarsi in fondo e, mantenendo premuto il tasto di shift, premere nuovamente il tasto destro del mouse per vedere selezionata quella parte specifica del testo e poi copiarlo con cntl+c), inserirlo in Word (cntl+v), applicargli la macro che elimina gli a capo e gli eventuali caratteri spuri (vedi post: Ripulire del testo incollato in Word dopo averlo copiato da altre fonti (e.g. siti, email, file PDF)). Tradurre quindi quel testo in italiano servendosi magari di un traduttore online. Infine, sostituire le ultime sezioni temporali dei sottotitoli in inglese (quelli che erano rimasti in italiano) inserendo la parte di testo man mano tradotto, ad esempio prelevandolo dal file Word in cui si è messo la traduzione (cntl+x dello spezzone di frase e poi cntl+v per metterla nel campo temporale di un sottotitolo).
Si noti che, finché si salva come BOZZA, dopo avere effettuato la traduzione automatica, compare il testo in lingua originale con sotto la traduzione effettuata, eventualmente modificabile. Se invece la si pubblica, la volta successiva che di entra in MODIFICA, comparirà solo più il testo tradotto. È quindi opportuno rimanere in modalità BOZZZA e aspettare di pubblicare tali sottotitoli in lingua, almeno prima di avere ultimato una prima revisione e avere sostituito l’eventuale traduzione di quelle parti in fondo che potrebbero essere rimaste in italiano.
Non appena effettuata la traduzione automatica, o fin quando si salva in BOZZA, compaiono le frasi anche in lingua originale per ciascuna sezione temporale
Se si PUBBLICA, la volta successiva che si entra in MODIFICA, la sezione in lingua originale non esiste più
Purtroppo la traduzione automatica si interrompe a un certo punto, se il video è lungo e quindi il testo supera un certo numero massimo di caratteri per cui tale traduzione viene eseguita.
Per operare manualmente, innanzitutto è necessario avere il testo tradotto in quella lingua. A tale scopo può tornare assai utile utilizzare uno dei molteplici traduttori, anche uno di quelli gratuiti che si possono trovare agevolmente online: ovviamente la loro traduzione sarà approssimativa ma sicuramente è un buon punto di partenza per una opportuna successiva revisione! Tutti i traduttori online (e.g. Bing-Microsoft, Google, Reverso, DeepL, Sysran) hanno una limitazione nel numero di caratteri (e.g. 2000 – 10000) che traducono di volta in volta, per cui, se il testo è lungo, si deve procedere per traduzioni di parti del testo sufficientemente piccole. Questo è un processo sicuramente lungo e noioso soprattutto per video lunghi, come era il mio caso!! 🙄 Un’alternativa è quella di caricare, con la pagina apposita del Google Translator, un tuo file (fino a 10 MB) in uno qualsiasi di questi formati: .doc, .docx, .odf, .pdf, .ppt, .pptx, .ps, .rtf, .txt, .xls, .xlsx.
Una pagina apposita del Google Translator, consente di caricare e tradurre il contenuto di un tuo file (fino a 10 MB) con qualsiasi di questi formati: .doc, .docx, .odf, .pdf, .ppt, .pptx, .ps, .rtf, .txt, .xls, .xlsx.
Il traduttore Bing di Microsofttraduce un massimo di 10000 caratteri
Il traduttore di Google traduce un massimo di 5000 caratteri
Sebbene quello di Reverso consenta solo 3000 caratteri per volta (autenticandosi gratuitamente, ad esempio, con le proprie credenziali Facebook), ho optato per questo traduttore che personalmente reputo probabilmente il migliore gratuito.
Il traduttore di Reverso traduce un massimo di 3000 caratteri (1)
Il traduttore di Reverso traduce un massimo di 3000 caratteri (2)
Creando un nuovo sottotitolo per una differente lingua, viene aperta la seguente finestra che mostra, per ciascuna sezione temporale, lo spezzone nella lingua originale del video e si aspetta l’inserimento manuale di una sua traduzione nel form sottostante. Il processo di copia incolla dal file contenente la traduzione è quindi tutto da effettuare a manina … e non è proprio il massimo della comodità.
Da sottolineare, poi, che se per caso uno decide di sospendere prima di avere tradotto tutto il video, pur non pubblicandolo bensì anche solo salvandolo come BOZZA (mi sembra … ma non voglio riprovarci! 😨), la volta successiva che si apre per continuare il lavoro, non ci sarà neppure più il corrispettivo nella lingua originale associato a ciascun form per cui l’unica cosa che rimane da fare è aprire in un’altro tab/finestra (possibilmente su un altro monitor) il precedente file di sottotitoli in lingua originale e scorrere temporalmente spezzone dopo spezzone per tradurlo dall’altra parte!! 😖 Conviene quindi ultimare il lavoro d’inserimento della traduzione per intero prima di salvare e chiudere tale finestra.
Se per caso uno decide di sospendere prima di avere tradotto tutto il video, pur non pubblicandolo bensì (mi sembra!) anche solo salvandolo come BOZZA, la volta successiva che si apre per continuare il lavoro, non ci sarà più il corrispettivo nella lingua originale associato a ciascun form
Talvolta può essere utile, se non necessario per motivi di privacy, non rendere visibili parti di un video che si intende pubblicare su Internet. Può trattarsi, ad esempio, del volto di persone, di una targa di automobile, di un numero telefonico, … insomma di una qualsiasi cosa che è bene non sia visibile ovunque sul Web! Lo stesso problema ovviamente esiste anche per le foto, ma in quel caso è sufficiente effettuare una semplice l’operazione di fotoritocco resa disponibile da qualsiasi programma di elaborazione d’immagini (e.g. utilizzando la funzionalità di sfocatura/blur o tracciandoci una linea sopra).
Invece, nel caso di un video l’operazione da effettuare è decisamente più complessa in quanto, molto spesso, la parte da rendere non identificabile generalmente si sposta nel tempo e occorre perciò operare su parti del frame differenti. Per fortuna molte delle operazioni necessarie vengono ora eseguite in modo sempre più automatico almeno dai migliori programmi di elaborazione video, senza tuttavia dovere acquistare necessariamente le loro versioni professionali.
Ad esempio io ho utilizzato la versione minore di Adobe Premiere, vale a dire Adobe Premiere Elements, dal costo assai abbordabile (soprattutto se acquistato abbinato a Photoshop Element). Tra l’altro, la versione più recente, Adobe Premiere Elements 2021 è ora in offerta su Amazon ed è ancor più conviene se comperata nel pacchetto che contiene insieme anche Photoshop Elements 2021 … basta aggiungerci poche decine di euro!!
In particolare, io ho usato la sua ultima versione 2021 che, tra le altre migliorie ne ha introdotte anche per questa funzionalità specifica, rendendo ancora più agevole la procedura da effettuare. Infatti, nelle versioni precedenti si doveva operare applicando una maschera (mask) e poi, manualmente, ci si doveva spostare opportunamente nel tempo, operando quindi in più punti del frame del video, per seguire così nel tempo dove si muoveva la parte/le parti d’immagine da oscurare. Quest’ultima procedura è descritta in diversi video di cui riporto il link in fondo a questo post e perciò non mi dilungo oltre. Nel seguito, invece, intendo descrivere le semplici operazioni necessarie qualora si usi l’ultima versione di Adobe Premiere Elements 2021: infatti non ho trovato molto agevolmente su Internet la procedura (pur semplice) da effettuare e, anche ricercando nell’help di Adobe, si trovano soprattutto o solo informazioni relativamente a come operare con versioni precedenti o con la versione professionale dei quel programma.
Ricercando nell’help di Adobe “How to apply a mask” si trovano solo informazioni relativamente a come operare con versioni precedenti la 2021 per Premiere Elements o con la versione professionale dei quel programma (i.e. Premiere).
Lanciando Adobe Premiere Elements 2021 avevo subito notato che, in questa sua nuova versione, non esisteva più la voce Maschera effetti nel menù che compare con il click destro del mouse su una track, per cui la “vecchia” procedura non era più possibile:
Premiere Elements 13 – Opzione Maschera effetti dal menù che compare con il click destro del mouse su una track
Premiere Elements 2021 – L’opzione Maschera effettinon c’è più nel menù che compare con il click destro del mouse su una track
Ho visto poi che esisteva una nuova voce tra i Tools, relativamente al Time Remapping, per cui ho subito provato a utilizzare quella per giungere il mio scopo. Tuttavia mi sono accorto che quella permette d’inserire solo degli oggetti predefiniti nel video (e.g. una pallina da golf), sovrapponendoli a uno preesistente individuato manualmente e poi, applicando quella funzionalità, seguito automaticamente nel track.
Tools -> Time Remapping sembra permetta d’inserire solo degli oggetti predefiniti nel video (e.g. una pallina da golf) (1)
Tools -> Time Remapping sembra permetta d’inserire solo degli oggetti predefiniti nel video (e.g. una pallina da golf) (2)
Tools -> Time Remapping sembra permetta d’inserire solo degli oggetti predefiniti nel video (e.g. una pallina da golf) (3)
Per effettuare invece un’annebbiamento di un’area specifica relativa a un oggetto/scritta con relativo tracking per tutto il corso del track, la procedura che ho visto funzionare egregiamente è quella che descriverò nel seguito.
1) Posizionare il cursore sul track dove compare l’oggetto/scritta che si desidera non rendere visibileed applicare al track stesso l’effetto di sfocatura desiderato (i.e. Gaussian Blur): a tale scopo scegliere Effects dal menù a sinistra, ricercare l’effetto desiderato e quindi trascinarlo nel track voluto per vederlo a esso applicato. P.S. Se quel track non sempre contiene l’elemento da offuscare, conviene dividerlo in modo da applicare l’effetto solo in quella sua parte dove è necessario intervenire.
1) Applicare l’effetto desiderato (e.g. Gaussian Blur) al track dove compare l’oggetto/scritta che si desidera non rendere visibile
2) Selezionando il track a cui si è applicato quell’effetto, si visualizza la finestra degli effetti a esso applicati premendo il pulsante, sempre del menu sinistro, subito sopra, quello con l’icona degli attrezzi e la matita.
2) Selezinando il track e vedendone gli effetti applicati, 3) Spostare opportunamente la barra di sfocatura (blur) in modo che l’immagine risulti sufficientemente offuscata.
3) Spostare opportunamente la barra di sfocatura (blur) in modo che l’immagine risulti sufficientemente offuscata da nascondere ciò che si desidera. Si noti che fino a ora tutta l’immagine viene in tal modo offuscata e solo procedendo con i passi successivi si riuscirà ad applicare quell’effetto solo all’area desiderata.
4) Premere la selezione Disegna (Draw) e scegliere la forma più opportuna per coprire l’area da nascondere. Si noti che la forma scelta può poi comunque essere modificata a piacere operando sulle apposite ancore per cui può comunque poi assumere la forma più appropriata.
Premere la selezione Disegna (Draw) e scegliere la forma più opportuna per selezionare l’area da nascondere.
5) Sul video comparirà la forma scelta (e.g. un cerchio) che si può poi ridimensionare, modificandone anche la forma a piacere, per renderlo ottimo per nascondere solo ciò che si desidera (e.g. numero telefonico). Operare spostando le ancore presenti per modificarne la forma e la grandezza. Se si vuole mantenere la forma (e.g. l’ovale) si deve agire solo sulle ancore già presenti (quattro punti già resi disponibili per modificarne l’aspetto): diversamente di genereranno altre ancore che renderanno più difficile mantenere la forma originaria pur desiderandone modificare le dimensioni! Si noti che posizionando opportunamente il mouse su un lato, compare una iconcina con una freccia circolare che indica che, se si desidera, si può anche così ruotare la forma precedentemente definita. 6) Premere il tasto Track, in modo che il programma elabori i frame di quel track specifico da quel momento fino al suo termine, cercando di seguire quell’oggetto/scritta e continuando ad applicargli l’effetto di offuscamento anche nel tempo e mentre si muove. Ovviamente la necessità di fare effettuare questo tracking c’è unicamente se l’oggetto/scritta si sposta nel corso del video mentre non è necessario se rimane nella medesima area che già si è oscurata …
Sul video comparirà la forma scelta (e.g. un cerchio) che si può poi ridimensionare a piacere (modificandone anche la sua forma iniziale) per renderlo ottimo per nascondere ciò che si desidera
Se poi ci sono più gli oggetti/scritte da offuscare nel track del video, basta nuovamente premere la selezione Draw, scegliendo la forma più opportuna (e.g. rettangolo), per avere una nuova sezione da spostare e dimensionare opportunamente anche per quello scopo.
Dal momento che il tracking dell’oggetto/scritta viene effettuato fino alla fine del track, conviene spezzarlo qualora l’oggetto/scritta esca fuori scena e quindi non sia più da offuscare. In questo modo vengono elaborati solo i frame dove esso è presente, evitando così che magari il programma individui (e quindo offuschi) un altro oggetto al posto di quello voluto che non più presente nel proseguo del video. Inoltre, si noti che se l’oggetto/scritta continua a comparire nei track seguenti, si dovrà operare analogamente per tutti quanti in quanto non è possibile (per quello che ho provato) selezionare più track e poi applicare a tutti i medesimi effetti … e questo neppure raggruppandoli, in quantoun effetto si riesce ad applicare solo a un singolo track e non a un gruppo. Per velocizzare il processo, si può effettuare un copy (cntl+c) della forma costruita per il track e quindi, passando al successivo track dove si vuole offuscare analogamente il medesimo oggetto/scritta, si può effettuare un suo past (cnrl+v) in modo da avere una seconda selezione con quella forma relativa al Draw di forme in cui applicare l’effetto. Ovviamente poi si dovrà cancellare la sezione inizialmente presentata automaticamente:
Copiando la forma disegnata da un track si può ricopiarla in un altro e poi cancellare la section automaticamente creata mantenendo solo quella nuova ricopiata (1)Copiando la forma disegnata da un track si può ricopiarla in un altro e poi cancellare la section automaticamente creata mantenendo solo quella nuova ricopiata (2)
Oltre alla forma inizialmente circolare, si può scegliere anche quella inizialmente rettangolare: comunque, come già evidenziato, pur partendo da una forma predefinita, quell’area può essere modificata a piacere (e.g. ingrandita/rimpicciolita, ruotata, deformata) a seconda delle esigenze, semplicenmente agendo sugli handle presenti sul suo contorno (i.e. cerchietti).
Oltre alla forma inizialmente circolare, si può scegliere anche quella inizialmente rettangolare
Select object (adobe.com): Use this feature to select a specific object or area of your video and easily apply an effect that tracks throughout the video.
In un post precedente ho mostrato come poter sostituire lo sfondo di un video con quello di un altro o con una foto, operando con l’opportuno filtro di cromaticità. Come visto si tratta di un’operazione, sebbene non complessa, che comunque non è banale anche solo perché, quando si effettuano le riprese, uno deve predisporre un telo monocromatico (e.g. verde) come sfondo.
Tra i punti evidenziati sempre in quel post avevo indicato come sia assai conveniente dotarsi di un microfono esterno per effettuare delle registrazioni audio, magari da abbinare come commento a un video da pubblicare su Internet, in quanto quello integrato nel PC non è certo il migliore a tale scopo.
In alternativa, si può utilizzare una cuffia con microfono incorporato di qualità (e.g queste della Sennheiser) che tuttavia, se il soggetto parlante viene ripreso, può risultare antiestetico
Ora ho anch’io quel microfono a condensatore che agevolmente viene subito “visto” dal Windows 10 non appena si connette a una porta USB del PC.
Anche andando a vedere tra le Impostazioni -> Bluetooth e altri dispositivi si può verificare la presenza del nuovo microfono:
Impostazioni -> Bluetooth e altri dispositivi
Si può quindi poi selezionare quel microfono tra le possibili scelte presenti nei programmi che consentono una registrazione audio:
In Adobe Premiere Elements tra le Impostazioni audio si può selezionare il microfono che si intende utilizzare (1)
In Adobe Premiere Elements tra le Impostazioni audio si può selezionare il microfono che si intende utilizzare (2)
Quando si effettua una registrazione audio, ad esempio quella relativa alla Narrazione, è necessario disattivare temporaneamente gli speakers per evitare un lookback audio:
Disattivare temporaneamente gli speakers per evitare un lookback audio durante la registrazione
Tra le possibili scelte di Tools si trova Narration che apre l’apposita finestra che consente la registrazione:
Tools -> Narration – Effettuare una registrazione di commento a partire dal punto in cui uno ha posizionatola timeline nel frame video.
Se si posiziona la timeline opportunamente, la registrazione audio viene automaticamente inserita nella riga relativa alla Narrazione, a partire dall’istante impostato.